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giovedì 12 luglio 2018

Aquincum

Il Transdanubio fu conquistato dall'IMPERO ROMANO verso la fine del I secolo a.C.: con il tempo il confine del DOMINIO fu tracciato proprio lungo le rive del Danubio.
Nel territorio su cui sorge ora BUDAPEST all'epoca era stanziata la schiatta celtica degli Eravisci.
La "capitale tribale" sorgeva sul monte Gellért e la sua influenza si estendeva nella propinqua area dei Tabán: l'organizzato, primigenio insediamento dei conquistatori romani assunse quindi il toponimo celtico del complesso demico tribale, latinizzandone l'esito.
La romano-imperiale AQUINCUM fu qindi caratterizzata dall'interazione fra insediamenti militari e civili di distinto ordiname giuridico.
Infatti sulla sponda destra del Danubio verso metà dei sec. I d.C., stavano cinque se non sei campi militari, ognuno fornito di una guarnigione con circa cinquecento cavalieri.
Le basi eravische nelle zone confinarie furono evacuate ed buon numero dei loro residenti venne dislocato pressoi castra in modo da esser facilmente controllato e contestualmente di servire in varie maniere le esigenze delle truppe romane.
Alla conclusione del sec. I, la provincia era però ormai pacificamente inserita nell'ecumene romano: in conseguenza di ciò si smantellarono i castra strategicamente eretti lungo le vie primarie.
Contemporaneamente fu rafforzato l'esercito lungo il confine. L'Ansa del Danubio, difficile da difendere a causa delle sue caratteristiche geografiche, ed il tratto pannonico del limes lungo circa 300 km che arrivava al fiume Dráva ebbero per secoli un ruolo particolarmente importante, visto che dovevano arrestare l'avanzata dei popoli nomadi a cavallo che abitavano la Grande Pianura e le terre tra il Danubio ed il Tibisco. Su questo tratto del limes i nemici dei romani furono prima gli iazigi, poi i sannati, infine gli unni e gli alani. Óbuda fu quindi istituita a principale base militare dell'esercito impiegato nella salvaguardia del limite pannonico sul Danubio: nell'89 d.C. fu quindi eretto un castrum destinato quale quartiere per una legione di 6000 uomini in Piazza Flórián, accanto al sito tattico del ponte Árpád.
Nelle prossimità furono quindi stanziati artigiani e commercianti destinati a rifornire le milizie.
Il complesso demico di AQUINCUM ebbe una sua peculiare caratterizzazione in dipendenza anche del fatto che del 106 d.C., in funzione della creazione della provincia dacica, Traiano revisionò l'amministrazione della Pannonia.
L'imperatore smembrò infatti in due parti la provincia ed eresse AQUINCUM a capoluogo della Pannonia Inferiore, all'uopo trasferendosi l'ufficio del luogotenente.
Il palazzo residenziale del luogotenente, il futuro imperatore Adriano, venne costruito nella periferia della città militare: ma con esso, a testimonianza di un fervore edilizio conseguente alla pace ed all'incremento demografico, si realizzarono molti altri edifici di valenza pubblica, militare e civile.
Queste celeri trasformazioni contribuirono ad alterare positivamente il tessuto socio-economico dei residenti.
Anche il villaggio degli artigiani eravischi, sito ad appena km. verso settentrione rispetto al campo della legione, risentì di un fruttuoso sviluppo, di maniera che verso il 124 d.C. fu eretto a municipium.
Alla popolazione libera venne di conseguenza concessa la cittadinanza romana e i cittadini più abbienti, peraltro membri del "senato municipale", avevano diritto di partecipare alla gestione delle cose pubbliche.
La città era il capoluogo della regione circonvicina, assumendone anche la funzione di polmone politico, economico e culturale: non a caso proprio ad AQUINCUM vennero locate tutte le scuole superiori della provincia.
Gli opifici della città ed i loro commercianti rifornivano l'areale di merci che giungevano al mercato e al porto danubiano.
I secoli II-III d.C. costituirono il momento di estrema fortuna AQUINCUM.
La popolazione guadagnava molto dalle caratteristiche militari tipiche di AQUINCUM: il lavoro infatti non veniva mai meno sia per le attività di supporto dei militari che per i tanti lavori di fortificazione resi necessari, dalle contingenze storiche, nelle aree di confine.
Quando la situazione divenne critica al confine danubiano o limes, il governo potenziò i siti di rilevanza strategica con grandi sforzi economici.
Le esigenze di ingenti opere indussero a trasferirsi in AQUINCUM tantissimi imprenditori e commercianti che la crisi di altre province aveva invece condotto sulla soglia del collasso o del fallimento.
AQUINCUM mantenne le peculiarità urbane, ad alta valenza militare, per un periodo abbastanza protratto proprio in funzione della sua dislocazione in una controversa ma essenziale area limitanea.
A sottolineare l'importanza di questa base demica soccorre la notizia che verso i sec. II-III gli imperatori si portarono ad AQUINCUM con decennale periodicità: essi di persona si posero alla guida delle spedizioni contro i nemici provenienti dalla sponda destra del Danubio, promulgando nell'occasione documenti basilari per i destini dell'impero.
Nei secoli III-IV d.C. AQUINCUM patì vari saccheggi ma dopo la riscossa delle forze romane venne sistematicamente restaurata e rinvigorita.
Nel V secolo d.C. le forze imperiali non furono più in grado di respingere l'ondata aggressiva degli unni e i altri popoli si stirpe germanica.
Allora i ceti benestanti preferirono emigrare in zone meno rischiose mentre quanti non poterono lasciare le zone soggette ai pericoli scelsero una sistemazione meno a rischio nelle prossimità del castrum od in alternativa tra le solide mura cittadine.
I magiari che alla fine del sec. IX fecero ingresso nel bacino dei Carpazi dovettero ancora fronteggiare nella zona dell’odierna Budapest le tenaci resistenze di una popolazione derivata dalla commistione tra individui autoctoni ed immigrati dalle più varie regioni dell'antico impero di Roma.
Dopo secoli di storia, all'attuale situazione, non è fattibile visualizzare le piene caratteristiche demiche di AQUINCUM atteso che l'area del campo legionario e della città militare, nel centro di Óbuda, furono occupati da insediamenti medievali sì che gli edifici, via via erettivi nel corso dei secoli, finiscono per celare le rovine romane peraltro individuate presso Piazza Flórián ed al ponte Árpád.
I reperti del municipium sono al contrario meglio studiabili ed ai giorni odierni risulta fattibile passeggiare per strade antiche di duemila anni fa, recandosi ad ammirare quanto rimane di edifici pubblici e di complessi residenziali.
Dell'epoca romana sopravvivono oltre di mille iscrizioni e frammenti di centinaia di migliaia di oggetti di uso quotidiano rinvenuti dalle campagne archeologiche.
Il maggior corpo delle iscrizioni data ad un'epoca oscillante fra II-III secc. d.C.: un periodo di grande fervore socio-economico cui del resto risalgono quasi tutte le costruzioni esumate.
Le iscrizioni, assai varie, si trovano su monumenti architettonici, su steli funerarie, pietre miliari, altari votivi, insegne di bottega ecc., epermettono di vagliare molteplici lati della vita urbana.
Proprio nel lapidario della città archeologica si conserva un'iscrizione particolarmente suggestiva che contribuisce ad integrare non solo la storia di AQUINCUM ma soprattutto quella del forse più importante suo reperto archeologico e museale, vale a dire il giustamente famoso ORGANO PORTATILE.
Non si può affatto escludere che siffatto strumento sia stato anche suonato dalla CANTANTE il cui sarcofago fu scoperto durante una campagna di scavi.
L'iscrizione funeraria, redatta in versi, al riguardo detta:
Sabina, pia e cara sposa, giace sotto la pietra.
Edotta nelle arti, fu la sola a superare il marito.
La sua voce fu dolce,
e suonava col pollice le corde.
Ma essa è morta improvvisamente,
ed ora tace per sempre.
Visse trent'anni, aimé, meno di cinque,
anzi solo tre mesi e quindici giorni.
Essa vivrà per sempre
nella memoria della gente,
perché soleva suonare l'organo frequentemente.
Sii felice tu che leggi queste parole,
sii protetto dagli dèi, e con pia voce canta:
Sia lode a Aelia Sabina
Titus Aelius lustus suonatore d'organo salariato della legione II ausiliaria ne fa dono in memoria della moglie
(traduzione museale: il sarcofago è custodito nel lapidario del Museo Archeologico).

da Cultura-Barocca

lunedì 7 maggio 2018

Carlo V

Anthony Van Dick, Ritratto equestre di Carlo V - Fonte: Wikipedia
Carlo V (Gand 1500 - Yuste 1558), Carlo I come re di Aragona (1516-1556) e imperatore (15191556). Figlio di Filippo il Bello di Borgogna e di Giovanna la Pazza, C. venne educato nel clima fiammingo dell'Umanesimo cristiano sotto la guida di Adriano Florensz (poi papa Adriano VI) e di Guillaume de Croy, signore di Chievres.

Le basi del dominio di Carlo V:
Alla morte del padre (1506) divenne duca di Borgogna sotto la tutela del nonno, l'imperatore Massimiliano I, e la reggenza della zia Margherita d'Asburgo, fino a quando venne dichiarato maggiorenne dagli Stati Generali di Borgogna (1515).
Alla morte del nonno Ferdinando d'Aragona (1516) ereditò i regni di Aragona, di Napoli e di Sicilia e non senza contrasti (rivolta dei comuneros, 1520-21) divenne anche governatore generale di Castiglia in nome della madre Giovanna la Pazza.
Alla morte di Massimiliano I (1519) ereditò congiuntamente col fratello Ferdinando i domini austriaci degli Asburgo, proponendosi come candidato alla corona del Sacro Romano Impero.
Grazie all'appoggio finanziario dei grandi banchieri tedeschi Fugger, riuscì a comprare i voti dei grandi elettori, che lo elessero imperatore, preferendolo a Enrico VlI re d'lnghilterra, a Federico il Saggio elettore di Sassonia (sostenuto dalla Santa Sede) e a Francesco I re di Francia (appoggiato dai banchieri italiani).
A quel punto CARLO aveva realizzato una vasta concentrazione di domini (la Castiglia e le colonie americane, I'Aragona con la Sicilia e Napoli, la Borgogna, gli Stati ereditari asburgici), che con la corona imperiale fece di lui il sovrano più potente dell'Europa della prima meta del '500, sulI'impero del quale "non tramontava mai il sole".

Politica di Carlo V:
Sia per formazione culturale, sia per indicazione dei suoi consiglieri, tra cui il gran cancelliere Mercurino Arborio di Gattinara (1465-1530), perseguì il sogno politico di un'autorità monarchica universale che facesse rivivere l'universalismo del Sacro Romano Impero attraverso la realizzazione dellaRespublica Christiana: un'Europa di Stati in cui l'imperatore fosse la riconosciuta guida politica e morale della cristianita nella lotta contro l'lslam.
Tuttavia la spaccatura religiosa della cristianità in seguito alla Riforma protestante e l'aperta lotta sostenuta contro di lui da Francesco I di Francia resero impossibile il raggiungimento di tale progetto politico.
Anche l'idea di CARLO di assicurare la successione imperiale al figlio Filippo incontrò l'opposizione dei principi tedeschi, che imposero la separazione dei domini asburgici austriaci e della dignità imperiale dalla corona di Spagna.

Operazioni di politica internazionele:
CARLO rafforzò i legami col Portogallo iniziati dagli Asburgo e dai nonni Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, sposando Isabella del Portogallo (1526).
Con l'impero ottomano mantenne un cauto atteggiamento difensivo quando Solimano II riprese l'avanzata nei Balcani, ma dopo che il fratello Ferdinando divenne re d'Ungheria in seguito alla morte di Luigi II Jagellone (1526), sconfitto dagli ottomani a Mohàcs, fu costretto a lottare per mantenere il confine meridionale dei propri domini, fino a dover difendere Vienna assediata (1529).
Nel Mediterraneo operò contro gli Stati barbareschi dell'Africa del nord, che minacciavano le rotte commerciali tra Italia e Spagna, riuscendo a conquistare Tunisi (1535), mentre senza fortuna fu la spedizione contro Algeri (1541).
La politica di conciliazione con la Francia venne meno dopo la sua elezione imperiale.
Da tale momento storico CARLO dovette affrontare l'aperta ostilità di Francesco I, trovatosi circondato dai domini asburgici.
Nella prima fase del conflitto (1521 -29) C. sconfisse i francesi nella battaglia di Pavia (1525) e fece prigioniero Francesco I.
Col trattato di Madrid (1526) gli impose il versamento di 2 milioni di scudi d'oro per il riscatto dei due figli lasciati in ostaggio in Spagna, il matrimonio con Eleonora d'Asburgo, l'abbandono di Artois, Fiandre e Borgogna.
Ma subito dopo dovette affrontare la Lega di Cognac (1526), che vedeva Papa Clemente Vll, Milano e l'lnghilterra alleati di Francesco I, che aveva ripreso la lotta.
Durante questa fase l'esercito imperiale di stanza in Italia giunse a Roma e la saccheggiò (6-14.V.1527).
Dopo il passaggio di Andrea Doria al suo servizio, l'imperatore riuscì a trovare un compromesso col papa (trattato di Barcellona, 1529) e a ratificare con la Francia la pace di Cambrai (1529).
Frutto della pacificazione generale fu l'incoronazione a re d'ltalia e la consacrazione imperiale per mano del pontefice (22-24.febbraio.1530) a Bologna.
Ma l'equilibrio era solo apparente.
Da quel momento CARLO dovette combattere su più fronti.
Contro l'irriducibile Francesco I (1536-38 e 1542-44); contro gli ottomani, alleati dal 1536 della Francia; contro i principi tedeschi luterani sostenuti da Francesco I.
Con la Francia concordò la tregua di Nizza (1538), infine la pace di Crepy (18.settembre.1544), che confermò lo Stato di Milano all'imperatore.
Morto Francesco I (1547) la guerra riprese nel 1552 con il figlio Enrico II, poi fu nuovamente sospesa dalla tregua di Vaucelles (1556).

I problemi religiosi di Carlo V:
Dopo aver condannato Lutero nella Dieta di Worms (1521), CARLO V cercò costantemente di convincere il pontefice a convocare un concilio generale della Chiesa e si adoperò per salvaquardare l'unità politica e religiosa delI'impero.
Fallito il tentativo di conciliazione con i luterani (Dieta di Augusta, 1530), CARLO V dovette affrontare i principi tedeschi protestanti, che avevano formato la Lega di Smalcalda e volevano rendersi autonomi, sconfiggendoli a Muhlberg (24.1V.1547).
Alla fine fu però costretto ad accettare la tregua di Passau (1552), preludio alla pace di Augusta (1555), in cui venne fissato il del cuius regio, eius religio ( liberta di culto per i principi luterani e obbligo dei sudditi di accettare la confessione del sovrano), che sanciva la divisione religiosa della Germania.

L'abdicazione di Carlo V:
Personalmente stanco e avendo visto fallire il suo progetto di impero universale, CARLO V decise di abdicare.
Con solenni cerimonie a Bruxelles rinunciò al Paesi Bassi (25.ottobre.1555) in favore del figlio Filippo II, che già dal 1554 aveva investito dello Stato di Milano e del Regno di Napoli; sempre in favore di Filippo II rinunciò ai regni d'Aragona, Sicilia, Castiglia e alle colonie del Nuovo Mondo (16 gennaio 1556).
Al fratello Ferdinando, che era già sovrano di Boemia ed Ungheria, concesse i domini austriaci e il 21 settembre del 1556 lo propose quale candidato al titolo imperiale: quindi si ritirò ad esistenza privata in Estremadura nel convento di S. Geronimo di Yuste: per un approfondimento bibliografico vedi in particolare F. CHABOD, Carlo V e il suo impero, Einaudi, Torino, 1985.

da Cultura-Barocca

sabato 2 settembre 2017

Sulla Gallia

 
Nel De Bello Gallico Cesare intendeva per Gallia il territorio fra l'Oceano Atlantico, i Pirenei, le Alpi ed il Reno. Tale territorio all'epoca della conquista romana nel I secolo a. C. era occupato da diversi popoli di origine celtica. L'organizzazione politica e sociale delle popolazioni celtiche della Gallia aveva la tipologia di molte societa primitive basate sulla vita nomade e guerresca. Successivamente si passò alla vita agricola e ad un'organizzazione sociale, fondata originariamente sul sistema delle tribù consanguinee. Successivamente si ebbe un'evoluzione verso un ordine sociale più evoluto, a carattere pseudonazionale: comparvero i vari a popoli, (Edui, Sequani, Biturigi, Elvezi). In seguito si svilupparono attività commerciali, specie lungo i grandi fiumi. Al III secolo a. C. risalgono le più antiche monete scoperte, esemplate su quelle della colonia greca di Marsiglia. La società celtica, al tempo della conquista romana, era tuttavia lontana dal costituire una struttura organica. I vari "popoli" si consideravano reciprocamente estranei e spesso anzi nemici. Il vincolo comune era dato dalla religione dei druidi ma, secondo alcune interpretazioni oggi però discusse, sarebbe stato tipico delle sole classi dell'aristocrazia fondiaria. Neppure all'interno dei singoli popoli esisteva una vera e propria unità: anzi nell'ambito di ognuno di questi l'aristocrazia fondiaria era notevolmente contrapposta al resto della popolazione.
Di questi antagonismi si giovò Roma nella sua conquista delle Gallie. Questa si limitò dapprima alla Gallia compresa tra le Alpi, il Rodano ed il Mediterraneo che costituì la provincia della Gallia Narbonese o, semplicemente, Provincia (donde l'odierno toponimo di Provenza). Successivamente il dominio romano si estese a tutta la Gallia: tale espansione fu realizzata Giulio Cesare (100-44 a. C.) che, sfruttando abilmente le rivalità tra i diversi popoli, aveva acuito la pressione di popoli germanici sul Reno: facendo leva sull'atteggiamento filoromano dell'aristocrazia, tra il 58 ed il 52 a. C. a sottomise tutta la Gallia. I1 tentativo di scatenare una sollevazione dei Galli delle regioni centrali contro la conquista ro mana, ideato e capeggiato dall'alverniate Vercingetorige, fu domato dopo una lunga campagna culminata nell'assedio di Alesia (52 a. C.). Da allora la conquista romana delle Gallie risultò compiuta anche se non solidificata visto che ci fu bisogno che trascorressero vari decenni per venire a capo delle numerose sollevazioni che ora l'uno ora l'altro popolo intrapresero contro i Romani. Nel 70 d. C., sotto Vespasiano, la conquista romana di fatto divenne una realtà assoluta e la grande regione finì per costituire uno dei cardini dell'Impero.
Sotto la dominazione romana la Gallia conobbe un lungo periodo di fioritura e sviluppo economico. Si procedette a cospicui dissodamenti di terra, vennero introdotte nuove culture (tra le quali pri meggia quella della vite destinata a vigoroso sviluppo nella Francia medievale e moderna, i centri urbani si svilupparono e conobbero un notevole sviluppo nella Provincia dove primeggiarono le città di Narbona e di Lione. Roma innestò altresì la Gallia nel grande circuito mercantile dell'antichità e favorendo lo sviluppo del commercio cui si dedicarono principalmente operatori orientali, greci e siriani.
La base portante del dominio romano era l'aristocrazia locale. Questa accettò di buon grado la romanizzazione e se ne fece anzi essa stessa promotrice: educata in scuole latine, essa assimilò presto i costumi e la lingua dei conquistatori e presto ne richiese la fiducia e gli uffici. La romanizzazione si estese anche alle classi inferiori e la lingua ori e la lingua latina finì per soppiantare logoramento: in particolare il doppio gravame sulle classi inferiori, da parte dell'aristocrazia fondiaria e da parte del fiscalismo romano venne progressivamente determinando pure in Gallia quel processo di decadenza che caratterizzò il medio e tardo Impero romano d'Occidente: la crisi demografica delle campagne e la riduzione delle imprese economiche nelle città, l'accendersi di sollevazioni contadine (BAGAUDE) sono tra i segnali emblematici della crisi generale. Si fecero dei tentativi per arginare la decadenza ed arrestare tale processo involutivo ma non risultarono definitivi: per esempio si tentò di vincolare i coloni terra, di regolare l'attività delle corporazioni urbane.
Intanto le popolazioni barbariche, che nel secolo IV eran state contenute, in forza del meccanismo della "federazione" (per cui i barbari accolti quali hospites e forniti di terre, assicuravano la difesa delle province esterne) e grazie all'attivismo di imperatori vigorosi quali Giuliano e Valentiniano.
Dal V secolo il complesso difensivo della Gallia romana venne meno di fronte alle orde barbare: nel 406 un'ondata di Vandali e Alani aprì la strada ai Franchi e ai Burgundi che si stabilirono sulla riva occidentale del Reno, mentre la sede della Prefettura delle Gallie veniva trasferita da Treviri ad Arles. Al 412 risale invece lo stanziamento dei Visigoti, quali faederati nella Gallia Narbonese, ove costituirono un florido regno di cui fecero capitale la bella città di Tolosa. Dopo la morte del generale romano Ezio (454), che era riuscito a contenere la pressione dei barbari (fu celebre il suo trionfo sugli Unni di Attila nel 451), gli invasori ripresero la loro demolizione dell'Impero occidentale. I Visigoti si spinsero alla Loira, i Burgundi occuparono il basso corso del Rodano e della Durance. Al nord i Franchi occuparono l'attuale regione del Brabante oltre alle rive occidentali del Reno e della Mosella, mentre, verso prima meta del VI secolo, genti provenienti dalla Britannia si impadronirono della penisola armoricana (donde l'attuale nome di Bretagna). I territori ancora controllati dai Gallo-Romani furono ridotti all'area tra la Loira e la Somme risultando quindi isolati dall'Impero e per conseguenza destinati a cedere entro non molto tempo alla pressione dei nuovi conquistatori. 



sabato 17 giugno 2017

I Carolingi

Louis-Félix Amiel, Pipino il Breve (1837) - Fonte: Wikipedia
Con l'avvento dei CAROLINGI, i territori che oggi costituiscono la Francia entrano a far parte di un organismo politico che si estendeva molto oltre quelli che oggi sono i confini naturali francesi. L'origine stessa della CASATA CAROLINGIA (i suoi possedimenti si trovavano nella regione mosellana) la portava a gravitare al di là dei confini del regno, verso l'attuale Germania. Fu infatti in questa direzione che sotto PIPINO IL BREVE e poi sotto CARLO MAGNO (768-814) si spinsero i Carolingi nelle loro guerre contro Sassoni, Baiuvari ed Avari. 

Nel contempo i rapporti con il Papato, sanzionati dall' incoronazione di Pipino e la figura di protettori della Chiesa che sempre più i re franchi venivano assumendo, condussero Pipino e Carlo ad intervenire più volte in Italia contro i Longobardi, sino a controllare quasi tutta la parte settentrionale e centrale della penisola. Da queste conquiste e dall'alleanza col Papato derivò quel mosaico politico che fu il SACRO ROMANO IMPERO.
 
CARLO MAGNO, incoronato imperatore a Roma nella notte di Natale dell'800, riunirà nella sua persona la dignità imperiale romana ed aggiungerà ad essa la sanzione sacra del Papato. Gli ideali di restaurazione imperiale e religiosa che si manifestarono nella creazione del SACRO ROMANO IMPERO ispirarono l'opera del successore di Carlo, LUDOVICO IL PIO, e dei suoi consiglieri, tra i quali figuravano i maggiori di quei sapienti cui spetta il merito della ripresa di studi classici nota come "Rinascenza carolingia". L'Impero non tardò tuttavia a rivelarsi una creazione artificiale e provvisoria; anzi al suo interno esso venivano affermandosi formazioni etniche e territoriali ben distinte e caratterizzate. 

Per quanto concerne la Francia si tende a rilevare l'importanza dei GIURAMENTI DI STRASBURGO come prima testimonianza dell'esistenza di una comunità etnica francese distinta da quella germanica. Il fatto che a Strasburgo LUDOVICO DI BAVIERA e CARLO DI AQUITANIA giurassero rispettivamente davanti alle loro truppe in lingua romanica ed in lingua germanica di non concludere una pace separata con il fratello LOTARIO (che di Ludovico il Pio era il primogenito), il quale pretendeva la totalità del potere, ha fatto arguire che nell'ambito dell'IMPERO CAROLINGIO i popoli abitanti la Francia fossero considerati come un complesso etnico distinto da quelli abitanti la Germania. Il trattato di Verdun (843), che pose fine alle contese fra gli eredi di Ludovico il Pio citati sopra, conferma questa postulazione.
A CARLO infatti vennero assegnati i territori dell'Aquitania, della Neustria e della Borgogna corrispondenti a gran parte della FRANCIA moderna.
A LUDOVICO invece toccarono i territori al di là del Reno corrispondenti alla futura GERMANIA.
LOTARIO, oltre il titolo imperiale, ottenne i territori fra il Reno e la Saone, che presero il nome di LOTARINGIA (donde il moderno toponimo di LORENA) e che costituiranno per secoli area contesa tra Francia e Germania.
 
Non si deve credere che alla data del trattato di Verdun la Francia e la Germania fossero delle individualità nazionali ben definite. Sta di fatto tuttavia che la partizione dell'843 si mantenne, sia pure con tante modificazioni, nel corso dei secoli e che d'ora in poi la storia di Francia e Germania procederà per cammini distinti.
I primi tempi del REGNO FRANCO, dopo il trattato di Verdun, non furono facili. CARLO IL CALVO (840-877) ed i suoi successori dovettero continuamente districarsi dalle difficoltà loro create dalla insubordinazione dell'aristocrazia feudale e dalla pressione di invasori esterni.
A meridione sulle coste di Linguadoca e Provenza dovettero affrontare le incursioni dei Saraceni e a nord quelle dei Normanni, che nell'IX secolo devastarono spesso le campagne francesi, assediando la stessa Parigi. Furono respinti dopo aspre lotte, ma riuscirono a stanziarsi stabilmente nella Francia nord-occidentale che da essi prese nome di NORMANDIA, dove istituirono un potente ducato venendo poi assimilati progressivamente alla popolazione indigena.
In questo caotico periodo della storia francese (tra fine del IX e conclusione del X secolo) solo CARLO IL CALVO diede prova di spiccate qualità. I suoi successori non riuscirono che per periodi limitati ad imporre la loro autorità sui vassalli ed ebbero regni brevi e contrastati. Si ripeteva quindi con gli ULTIMI CAROLINGI quel periodo di anarchia e di intrighi che aveva contraddistinto il tramonto dei Merovingi.
Dopo una serie di vicende dinastiche e guerresche la corona pervenne nel 987 ad UGO CAPETO, DUCA DI FRANCIA. Da lui avrebbe preso inizio una dinastia destinata a sostenere una vicenda basilare nella storia della Francia medievale.
Dal punto di vista interno il periodo carolingio fu contrassegnato da uno sviluppo delle tendenze destabilizzanti manifestatesi sotto i Merovingi. L'autorità del re sui suoi vassalli e sui suoi stessi funzionari era limitata. Questi ultimi anzi da servitori del sovrano tendevano a trasformarsi in suoi "fedeli", con un tipo di "fedeltà" che il sovrano doveva comprarsi a prezzo di gravosi "benefici" che ad assottigliarono le risorse di fisco e demanio. Vano fu il tentativo attuato sotto CARLO MARTELLO di compensare queste alienazioni con il sequestro dei beni della Chiesa.
La posizione particolare della CHIESA nel SACRO ROMANO IMPERO e la sua autorità spirituale e temporale non permisero che questo tentativo producesse frutti positivi.
La vita sociale ed economica risultava quindi ancora frantumata nelle villae, divise in una réserve coltivata direttamente dal proprietario con l'aiuto dei suoi servi o la collaborazione "fiscale" dei suoi "uomini" e nelle tenures che questi ultimi coltivavano in proprio pagando un canone (quasi sempre in natura) al proprietario. Tra gli "uomini" ed il signore si istituiva di conseguenza un rapporto contrattuale: gli uni assicuravano la loro prestazione lavorativa sulle terre della réserve mentre il Dominus si incaricava della loro protezione nei confronti di pericoli esterni. Tale tipo di rapporto consensuale si estese dal basso all'alto della scala sociale, sì che i1 proprietario minore finì per cercare la protezione del maggiore, divenendone vassallo, mentre questo per sua parte si raccomandava ad altri più potenti di lui, a un vescovo, a un conte. Al sommo di questa struttura piramidale di relazioni sociali e contrattuali stava quindi il re, considerato supremo souverain fieffé.
Questo nuovo tipo di gerarchia sociale, se ha le caratteristiche di impersonalità e di universalità dello Stato romano, presenta tuttavia in lenta germinazione alcuni aspetti essenziali degli Stati moderni: soprattutto, i principi di contrattualità e consensualità, nelle relazioni tra inferiore e superiore, stavano infatti generalizzandosi ed evolvendosi verso quello della rappresentanza. 




giovedì 20 aprile 2017

Sulla crocifissione

La crocifissione era, al tempo dei romani, una modalità di esecuzione della pena capitale e una tortura terribile. La pena della crocifissione era tanto atroce e umiliante che non poteva essere comminata a un cittadino romano. Era applicata agli schiavi e agli stranieri. Normalmente la crocifissione era preceduta dalla flagellazione.
La croce consisteva di due pali, uno verticale e l'altro orizzontale: ma il tutto poteva variare anche con la crocifissione ad un SEMPLICE PALO (come nell'immagine sopra proposta: Justus Lipsius, Crux Simplex, 1629) .
Normalmente sul luogo delle crocifissioni c'era già, saldamente piantato per terra, il palo verticale (lo stipes). Il condannato si avviava al luogo dell'esecuzione portando sulle sue spalle il palo orizzontale, detto in latino patibulum (da qui la parola italiana "patibolo"), al quale sarebbe stato confisso. Il patibulum aveva normalmente a metà un foro con cui veniva infisso sullo stipes. Vi sono testimonianze che indicano come a volte venisse usato come patibulum la spranga della porta. Pare che il patibulum fosse legato alle braccia del condannato, e in questo modo (se cadeva durante il tragitto) avrebbe urtato il suolo con la faccia.
Per inchiodare gli arti superiori, i carnefici sapevano bene che conficcando il chiodo nel palmo della mano, il peso del corpo avrebbe immediatamente lacerato la mano stessa. Perciò il chiodo veniva posto in un punto del polso dove la struttura articolare riesce ad esercitare lo sforzo di sostenere il peso del condannato.
L'agonia del condannato era abbastanza lenta, potendo durare ore o anche molti giorni.
Non tutti sono unanimi sulle cause della morte: sopravveniva per per collasso cardiocircolatorio (dovuto anche all'ipovolemia causata dalla perdita di sangue e di liquidi) o asfissia. Infatti, per respirare, il condannato doveva fare leva sulle gambe; quando, per la stanchezza, o per il freddo, o per il dissanguamento, il condannato non poteva più reggersi sulle gambe, rimaneva penzoloni sulle braccia, con conseguente difficoltà per respirare oppure tutti questi movimenti dolorosissimi portavano al cedimento del cuore.
I carnefici lo sapevano, e quando dovevano accelerare la morte rompevano con un bastone le gambe del condannato, in maniera che il soffocamento arrivasse in breve.
Presso le civiltà antiche la crocifissione era molto diffusa. Il primo documento che vi fa riferimento si trova nella letteratura sumerica. A Roma questo supplizio appare attorno al 200 a.C. e si distingue per l’atrocità e il vilipendio che vi è associato; i Romani punivano con quest’esecuzione il brigantaggio e la ribellione degli schiavi.
La crocifissione era relativamente frequente, ma le testimonianze iconografiche e i reperti archeologici sono scarsi. Data l’estensione dell’Impero, le applicazioni potevano variare da zona a zona e in relazione al delitto, al personaggio, all’ammonimento che si voleva dare.
Il giudice, riconosciuta la colpevolezza e pronunciata la condanna sia messo in croce, dettava il titulus, cioè la motivazione della sentenza, e indicava le modalità d’esecuzione, compiuta poi dai carnefici, o, nelle province, dai soldati.
Il condannato, dinanzi al magistrato, veniva prima sottoposto ad una flagellazione affidata ai tortores, che operavano in coppia. Denudato e legato ad un palo o ad una colonna, veniva colpito con strumenti diversi a seconda della condizione sociale. Per gli schiavi e i provinciali c’era il flagrum o flagellum, formato da due o tre strisce di cuoio o corda (lora) intrecciate con schegge di legno oppure ossicini di pecora che provocavano serie lacerazioni ed abbondanti versamenti di sangue.
La flagellazione poteva essere una punizione esemplare fine a sé stessa, seguita dalla liberazione, oppure una condanna mortale: in questo caso produceva lacerazioni così profonde da mettere allo scoperto le ossa. Se veniva inflitta come preambolo alla crocifissione, il numero di colpi doveva essere limitato ad una ventina perché la vittima non doveva morire prima di finire in croce.
Il condannato veniva poi rivestito e condotto al supplizio. Il titulus, appesogli al collo o portato da un banditore, aveva la funzione d’informare i passanti sulle sue generalità, sul delitto e sulla sentenza. I responsabili d’efferati delitti erano caricati del patibulum (probabilmente legati). Se i malcapitati erano più di uno, venivano legati tra loro con una lunga corda che poteva passare intorno al collo, ai piedi o ad un’estremità del patibulum.
Sul luogo dell’esecuzione, situato sempre fuori dalle mura cittadine, erano spesso già piantati i pali verticali, gli stipes, su cui fissare i patibulum. La crux patibulata o crux compacta risultava a forma di T, il tau greco.
Il cruciario veniva spogliato e i suoi vestiti diventavano proprietà dei carnefici, quale prezzo della loro prestazione; Probabilmente il crocefisso era nudo. E' possibile ritenere l'aggiunta dello straccio nelle rappresentazioni dei crocifissi come una consuetudine di origine cristiana per le immagini sacre. Altre fonti riferiscono come le donne, spesso, venissero crocifisse con il viso rivolto verso il legno: in questo modo le parti più "oscene" erano coperte ed inoltre, non potendo piegare le ginocchia, morivano più rapidamente, soffrendo meno.
Veniva poi appeso alla croce per le braccia con chiodi, anelli di ferro o corde, come pure i piedi, che talvolta però venivano lasciati liberi.
Con la crocifissione si voleva provocare una morte lenta, dolorosa e terrificante, esemplare per chi ne era testimone: per stillicidia emittere animam, lasciare la vita goccia a goccia. Origene scrive: Vivono con sommo spasimo talora l’intera notte e ancora l’intero giorno. Per questo si adottava una serie d’accorgimenti che ritardavano la morte anche per giorni: per esempio un sedile o un corno, posto nel centro del palo verticale.
Lungo il cammino essi subivano strattoni e venivano oltraggiati, maltrattati, pungolati e feriti per indebolirne la resistenza. Bevande drogate (mirra e vino) e la posca (miscela d’acqua e aceto) servivano a dissetare, tamponare emorragie, far riprendere i sensi, resistere alla sofferenza, mantenere sveglio il crocifisso perché confessasse le sue colpe.
Raramente la morte veniva accelerata; se ciò accadeva era per motivi d’ordine pubblico, per interventi d’amici del condannato, per usanze locali. Si provocava la morte in due modi: col colpo di lancia al cuore o col crurifragium, cioè la rottura delle gambe, che privava il condannato d’ogni punto d’appoggio con conseguente soffocamento per l'iperestensione della cassa toracica (non è possibile espirare completamente e viene meno quindi l'apporto di aria ossigenata all'organismo).
La vigilanza presso la croce era severa per impedire interventi di parenti o amici; l’incarico di sorveglianza era affidato ai soldati e durava sino alla consegna del cadavere o alla sua decomposizione.
In Occidente, all’inizio del IV sec., l’Imperatore Costantino il Grande vietò ai tribunali pubblici di condannare alla crocifissione. Ma questa pratica durò molto più a lungo in Oriente .



martedì 4 aprile 2017

Legionari, ausiliarii, classiarii

Cavaliere ausiliario - Fonte: Wikipedia
L'esercito dell'antica Roma in epoca imperiale era altamente specializzato, diviso in molteplici unità al fine di massimizzarne l'efficienza e la forza. Una di queste unità era la cosiddetta classe immune. Per definizione, gli immunes erano legionari (legione), ausiliarie (truppe ausiliarie) o classiarii (flotta) che possedevano capacità specializzate, che gli permettevano di svolgere compiti atipici per un qualsiasi altro soldato romano. Queste particolari capacità degli immunes gli permettevano di essere esentati dai più noiosi e pericolosi compiti che gli altri dovevano svolgere, quali lo scavo di un fossato o il pattugliamento dei bastioni.
Prima di diventare un immune, gli uomini dovevano servire come milites (noti anche come munifex), un soldato regolare non specializzato. Si trattava degli uomini che formavano la massa delle legioni, in grado di effettuare guardie, lavori manuali ed altri compiti. I milites dovevano restare in servizio per molti anni prima di avere la possibilità di diventare immunes.
Lo status di "immune" nell'esercito veniva ottenuto o tramite selezione o tramite promozione. Se non si possedevano le qualità che permettevano ad un soldato di venire scelto come "immune", il legionario avrebbe dovuto sottoporsi ad un periodo di addestramento speciale durante il quale veniva chiamato discens.
I discentes ricevevano la stessa paga base dei soldati non specializzati fino al raggiungimento dello status di "immune".
La maggiore o minore specializzazione dei militi era attestata da particolari denominazioni e spesso da distinte retribuzioni: principales (da princeps o "primo tra tanti") erano gli ufficiali di grado inferiore o i sottufficiali della legione romana e delle truppe ausiliarie.
Erano di livello superiore rispetto agli immunes o soldati (miles) esenti da particolari lavori ordinari della vita militare.
Mediamente nel contesto di una legione ammontavano a 480 gli uomini ascritti alla categoria dei principales: erano di tal genere tutte le cariche subordinate al centurione ma esentate da compiti ordinari (munera) nel contesto si singole coorti o centurie.
A costoro spettava una paga di una volta e mezzo se non due rispetto superiore a quella del semplice legionario romano: era in pratica questa la prolusione onde poi divenire centurioni.
I principales erano peraltro classificati in forza dei compiti espletati di maniera da poter avere:
l' Aquilifer o portatore dell'insegna legionaria dell'Aquila, di rango inferiore solo al centurione, e che ricopriva quindi il gradino più elevato tra i principales; il Campidoctor generalmente un veterano decorato se non un evocatus cui spettava l'obbligo delle esercitazioni della truppa; il Cornicularius che dirigeva l'ufficio amministrativo e gli archivi legionari; il Signifer o vexillifer vale a dire colui che portatva le insegna (signa), l' Optio o vice-centurione che chiudeva lo schieramento appunto di una centuria; il Medicus, anche quello imbarcato, poteva essere un duplicarius; il Beneficiarius: o segretario del Legatus legionis o del Tribunus militum, con compiti di polizia; il tesserarius specie di moderno sergente ccui toccava distribuire una tavoletta di legno con sopra scritta la parola d'ordine per entrare nella struttura fortificata.
Il fatto che questa categoria di soldati ricevesse, come detto, paga doppia o pari ad una volta e mezzo, rispetto al semplice miles, comportava per essi la denominazione duplicarius e sesquiplicarius tra sesquiplicarii (stipendi di una volta e mezzo rispetto a quella del soldato ordinario) si annoveravano il cornicen, il bucinator, il tubicen, il tesserarius ed il beneficiarius = tra i duplicarii (stipendio doppio) c'erano l'optio, l'aquilifer, il signifer, l'imaginifer, il vexillarius equitum, il cornicularius ed il campidoctor. Ingegneri, artiglieri, istruttori di armi, polizia militare (frumentarii), falegnami, cacciatori, custodi delle armi (custos armorum) e alcuni tra i responsabili amministrativi (come il curator, il librarius; non invece il curnicularius o il beneficiarius che erano tra i principales), erano alcuni dei compiti che gli immunes svolgevano per l'esercito romano. Gli immunes ricevevano identica paga rispetto alle truppe regolari ma erano esentati dai lavori pesanti.
Questa varietà e tipologia di figure militari offre l'idea di quanto fosse sofisticato l'esercito dell'Impero di Roma; dovranno passare molti e molti secoli prima di imbattersi  - nel contesto delle forze armate (vedi indice - in soldati con queste o consimili prerogative (prossime ora a quelle degli immunes se non dei principales. Il fenomeno si riscontrerà - quale istituzionalizzato all'interno di altri eserciti più moderni- in Italia quando per esempio compariranno dal '700 i Vantaggiati - Avvantaggiati (termine destinato a diventare cognome di mestiere) con privilegi non dissimili tra i genieri, i bombardieri, gli artiglieri, la polizia militare ecc. ecc. (vedi)

da Cultura-Barocca

 

lunedì 30 gennaio 2017

Diocleziano

Diocleziano (museo archeologico di Istanbul) - Fonte: Wikipedia
Di umili origini, Caio Valerio Diocle, questo il vero nome di Diocleziano, nacque verso il 240. Percorse una rapida, brillante carriera militare, raggiungendo il grado di comandante della guardia dell'imperatore Numeriano. Assassinato questi dal prefetto del pretorio Apro, Diocleziano fu acclamato imperatore dai soldati e, ucciso l'assassino, si volse contro Carino, fratello di Numeriano, venendone però sconfitto al fiume Margo (285). Ucciso però anche Carino dai suoi stessi soldati, Diocleziano divenne unico imperatore.
Presto si associò Massimiano al trono come Cesare, inviandolo a combattere i Bagaudi in Gallia e concedendogli nel 286 il titolo di Augusto. I due Augusti condussero una serie di vittoriose campagne contro i barbari delle frontiere danubiane. Diocleziano provvide anche a sistemare come vassallo di Roma Tiridate III sul trono d'Armenia ed a soffocare i disordini scoppiati in Egitto.
Nel 293, su progetto di Diocleziano e secondo le normative che avrebbero sostenuto il principio della Tetrarchia imperiale romana, i due Augusti crearono i due Cesari o loro successori designati, cioè Galerio, adottato da Diocleziano, e Costanzo Cloro da Diocleziano stesso fatto adottare a Massimiano. Il nuovo sistema di governo venne tra l'altro irrobustito da una "catena" di legami matrimoniali abilmente orchestrati da Diocleziano. Quest'ultimo esercitava comunque una posizione di preminenza rispetto ai colleghi: tutti e quattro erano riconosciuti sovrani dell'Impero e leggi ed editti erano promulgati a nome di tutti, anche se ognuno sovraintendeva alla parte dell'Impero che gli era stata assegnata. Massimiano governava sull'Africa e l'Italia, Costanzo Cloro su Gallia e Britannia [liberate degli usurpatori Carausio ed Alletto], Galerio amministrava le province danubiane e infine Diocleziano regnava sull'Oriente, dove eliminò l'usurpatore Domizio Domiziano in Egitto.
La guerra condotta da Diocleziano, assieme a Galerio, contro il persiano Narsete si concluse con la conquista della Mesopotamia settentrionale e l'affermazione del protettorato romano sull'Armenia e sull'Iberia.
Pacificato l'Impero, Diocleziano provvedette ad una vasta riforma amministrativa dell'Impero, che sarebbe poi stata conclusa sotto Costantino.
Un complesso cerimoniale di corte evidenziò il passaggio dal Principato al Dominato, in cui era sancito il carattere sacrale ed assoluto del potere imperiale: il Sacrum Consistorium sostituì il vecchio Consilium Principis: Furono inoltre costituite 4 prefetture del pretorio ed il potere civile venne assolutamente scisso da quello militare. L'amministrazione delle province venne resa più agile con la formazione di un centinaio di province più piccole (affidate a consulares, correctores, praesides), raggruppate in DIOCESI affidate a VICARI.
In campo militare le legioni aumentarono di numero ma diminuirono di effettivi e l'esercito fu costituito da truppe stanziali in guarnigione (ripensi o ripariensi) e da campagna (comitatensi). Si provvide inoltre ad edificare molte fortificazioni tra cui un limes o confine fortificato più avanzato in Oriente.
A livello economico e finanziario Diocleziano tentò di fermare la crisi economica del Dominio con una riforma monetaria e l'imposizione di calmieri (editti dei prezzi massimi nel 301). Pure il sistema fiscale venne del tutto rivisto e fu basato sul sistema della caput iugatio e sulle Indizioni, mentre venivano regolarizzate (fatto che perdurerà nei secoli futuri) le imposte in natura (annona). Tutte queste riforme costarono però un'aumento di pressione fiscale e per assicurare alcuni servizi fondamentali si ricorse all'obbligatorietà ereditaria di alcune professioni come quella del soldato.
In campo religioso Diocleziano fu prima tollerante verso i Cristiani, ma poi iniziò le persecuzioni che culminarono nel sanguinoso anno 303.
Il suo apporto in ambito delle opere pubbliche fu rilevante, specie in Roma, dove eresse le monumentali Terme che portano il suo nome, ed a Nicomedia, principale sua residenza. Presso Salona (oggi Spalato) fece erigere un sontuoso palazzo ove si ritirò nel 305, dopo aver abdicato ed aver costretto Massimiano a fare una scelta identica. Non volle mai più riprendere il potere anche quando sorsero dispute feroci tra i suoi successori: fece comunque da intermediario estremamente autorevole a convegno di pacificazione in Carnuntum nel 308.
Alla sua morte, passato qualche anno, fu divinizzato. Grande e valoroso comandante, espertissimo politico ed uomo di governo, seppe compiere un'impresa da molti giudicata impossibile: riunire e pacificare uno sterminato impero, illanguidito da gravi disordini e lotte intestine, sino al punto di riportarlo a nuovi vertici di splendore e di potenza, pur non potendo, nonostante la sua formidabile personalità e l'avvento di qualche grande seguace come Costantino, arrestarne, ma solo ritardarne il declino.

da Cultura-Barocca

lunedì 22 agosto 2016

Bartolomé de Las Casas

Fonte: Wikipedia
Bartolomé de Las Casas (Siviglia, 1484 – Madrid, 17 luglio 1566) fu figlio di un ricco proprietario spagnolo di piantagioni nei Caraibi. 
Ammirò la portata delle GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE NEL "NUOVO MONDO", convinto delle ENORMI PROSPETTIVE PER LE GENTI DI TUTTO IL MONDO GRAZIE ALL'IMPRESA DEGLI ESPLORATORI. Ma fu disgustato dalla CONQUISTA BRUTALE DI INTIERE CIVILTA' con i "Conquistadores" spinti solo da colpevole AVIDITA' DI ORO E RICCHEZZE DEGLI "IMPERI DEL SOLE", MASCHERATA SOTTO GIUSTIFICAZIONI DI CIVILIZZAZIONE, LOTTA AGLI INFEDELI, A RITI BARBARI E PRATICHE MAGICHE. 
Rimase certo sconvolto tanto dalla tragedia del crollo dell'IMPERO AZTECO quanto dell'IMPERO INCA, poiché vide nella gesta dei "Conquistadores" non solo l'assenza di ogni umanità, ma anche il segno di quella stupidità umana, mossa dall'avidità, che, inducendo a devastare ogni cosa che non fosse ricchezza, finì col distruggere anche le scientifiche e culturali CONQUISTE DI CIVILTA' EVOLUTE, CHE AVREBBERO POTUTO GIOVARE AGLI EUROPEI. I "Conquistadores" sfruttarono ogni cosa che procurasse denaro, ma trascurarono per esempio il PATRIMONIO COSTITUITO DALLA FITOTERAPIA PRECOLOMBIANA, andando invece a depredare le "MUMMIE" DELLE NECROPOLI INCAICHE, sperando di poter alimentare - ma le loro aspettative si rivelarono presto prive di fondamento per il diverso processo di IMBALSAMAZIONE - il remunerativo, ma ormai carente commercio delle MUMMIE EGIZIE, a prezzi esorbitanti utilizzate in medicina.
Decise allora di difendere gli Indios come predicatore e divenuto vescovo di Chiapas nel 1544 intensificò questa sua opera, ottenendo però l'odio dei latifondisti spagnoli. Nonostante l'appoggio del papa fu costretto a ritornare in patria e discolparsi, con successo, da gravi accuse di eresia, dietro cui si celava l'avversione che si era attirata sia per le CRITICHE PALESEMENTE MOSSE AI GOVERNANTI SPAGNOLI DELLE AMERICHE sia per le convinzioni, spesso pubblicamente espresse, che meglio e di più per i nativi AVREBBERO POTUTO FARE LE MISSIONI CATTOLICHE [pur se fra i diversi religiosi sussistevano giudizi divergenti, specie a riguardo dell'operato dei "Conquistadores"; basta qui confrontare ciò che scrisse fra timore, disgusto e sincera volontà d'aiutare gli indigeni contro le prepotenze dei Conquistatori Fra Marco da Nizza (n.d.r.: o  Fray Marcos de Niza) dell'Ordine di S. Francesco, testimone oculare del tracollo dell'Impero Inca, con quanto invece in merito al processo di "civilizzazione" ed "evangelizzazione" del Messico compare in questa assai consolatoria Lettera del Reverendo Padre Francesco da Bologna scritta dalla Città di Messico nell'India o Nuova Spagna al Reverendissimo Padre Clemente da Monelia Provinciale di Bologna].
[Vedi qui i punti basilari de: Encomienda, dibattito su colonialismo e schiavizzazione delle popolazioni amerindiane, Leggi di Burgos, Leggi Nuove, Giunta di Valladolid, contesa Las Casas - Sepulveda.]
Per l'età avanzata e le malattie, Bartolomé de Las Casas non tornò più in America, ma continuò a difendere la causa degli Amerindiani al punto estremo da consigliare poi la TRATTA DEI NERI: ritenendo che, per la loro robustezza, gli africani fossero meglio idonei degli Indios a sopportare il massacrante lavoro delle coltivazioni americane e che comunque in tali nuove contrade potessero ottenere migliori possibilità di vita. Contraddetto dai fatti, successivamente si pentì aspramente di questa affermazione (verisimilmente vagliando anche le disumane condizioni con cui gli schiavi catturati venivano trasportati per via delle NAVI NEGRIERE), sostenendo pubblicamente che la "cattività dei negri è ingiusta tanto quanto quella degli indiani".

da Cultura-Barocca

 

mercoledì 14 ottobre 2015

Il “Liber Nobilitatis” della nobiltà di Genova

 Il “Liber Nobilitatis” della nobiltà Genovese ha inizio come libro "civitas" nel 1056. In tale periodo Genova è retta da un governo Repubblicano con i suoi Consoli, con due gruppi di famiglie che cercano di primeggiare: le “Viscontili” cioè quelle investite di dignità e feudi dalla Chiesa e le “feudali” cioè quelle che discendevano oneri e privilegi dall’Impero. Nel 1190 finito il Governo Consolare fu stabilita che la suprema autorità doveva essere scelta in un “forestiero” coadiuvato da un consiglio di otto anziani.
Questi otto furono detti “nobili” e le loro famiglie cominciarono così a distinguersi dalle altre dette “popolari”. Qui comincia la divisione in ceti e la costituzione della classe dei “nobili”, cioè coloro che partecipavano al “governo”.
Tale sistema durò fino al 1257, anno in cui fu modificato con la creazione dei “capitani del popolo”, finchè nel 1339 venne abolito il sistema del potestà forestiero e si passò all’elezione a vita di un doge genovese.
Con il periodo podestarile si ha l’inizio della divisione a Genova delle fazioni dei guelfi e ghibellini. I guelfi avevano come capi i Fieschi e i Grimaldi. I ghibellini i Doria e gli Spinola.
Dopo varie lotte per la supremazie, nel 1339 ebbero la meglio i ghibellini che abolirono i potestà e proclamarono Simone Boccanegra, primo doge, “Signore della Repubblica e difensore del popolo”.
Dal governo furono escluse le famiglie guelfe praticamente fino al 1528.
Nel 1339 nacque quindi una nuova categoria di nobili, cioè quelli che partecipando al consiglio del Doge presero parte al Governo dello Stato. Questi nobili furono detti “popolari”. La distinzione “popolare” era tale solo per distinguerli da quelli fino al 1257. Coloro che avevano cariche di governo furono detti “popolari egregi”. I capi popolari furono gli Adorno, i Fregoso, i guachi e i Monaldo.
I popolari si distinsero a loro volta in “Artifices” che esercitavano le Arti e “Mercatores” coloro che vivevano senza esercitare le arti.
I Mercatores ebbero le cariche principali, gli Artifices ne erano costantemente esclusi.
Nel governo popolare ghibellino i Mercatores tennero il potere dal 1339 al 1506, gli Artifices dal 1506 al 1507.
Dal punto di vista formale, dall'inizio del regime comunale in poi, i detentori del potere vengono appellati “Cives”. I primi annalisti usano, infatti, il termine “nobilis” dapprima quale aggettivo di “civis” e poi quale sostantivo.
I “popolari” come i Giustiniani, i Sauli, i Fregoso o gli Adorno, anche se conti palatini, milites, signori feudali o dogi, sono “cives”, qualificati negli atti genovesi come egregii, domini, illustri, spettabili, magnifici, a seconda della posizione sociale o della carica esercitata, ma mai come “nobilies” fino alla riforma del 1528.
Abbiamo quindi varie distinzioni della nobiltà Genovese fino al 1528:
Nobili viscontili e feudali detti “Nobiles Albi”,
Nobili civili detti “Nobiles nigri”,
Popolari mercanti e popolari artefici divisi in Mercatores et Artifices. Albi parteggianti per gli Adorno e Mercatores et Populares nigri parteggianti per i Fregoso.
Ricordiamo inoltre che sin dal 1383 a Genova si costituirono i cosiddetti “alberghi”, delle consorterie che riunivano varie famiglie mediante l’assunzione di un unico cognome in genere quello della famiglia più potente.
L’istituto degli alberghi fu ripreso nella costituzione del 1528.
Nel 1527 i Francesi più volte chiamati e cacciati erano i veri padroni della Repubblica in preda alla più completa anarchia. Dall’esigenza di unificare questi gruppi nobili in un solo corpo organico ("ordo unicum") fu creato il “Liber Nobilitatis Genuensis” con la formazione della nobiltà patriziale nel 1528.
A compiere questa opera di riunificazione fu Andrea D’Oria, già ammiraglio della flotta di Carlo V dotato di grande capacità militare e politica.
Si accordò con Cesare Fregoso e il 22 agosto 1527 espulse gli Adorno da Genova in nome del Re di Francia ed eletti due “riformatori” con pieni poteri per potere riformare tute le leggi che ritenessero opportuno.
Il 2 aprile 1528 sui propoposta di Agostino Pallavicino i riformatori decretarono che: “salva sempre l’autorità del cristianesimo Re si abolisca e sia eletto ogni colore dei nobili come popolari, di guelfi e ghibellini e di caduna altra specie e divisione, e che si faccia e stabilisca uno Corpo di una civiltà qual sia ad unum velle et unum nolle, sotto quelli modi forme e nome quali parranno a quelle persone cui ne sarà data cura; di fare e stabilire questo effetto si dia a quelle persone e a quello numero di cittadini, quali possino parere et occorrere all’illustre Signor Governatore e Magnifici anziani con quelle facoltà, autorità e balia, quali mai ad alcun altro sia stata data per agire e comparire innanzia al Magnifico Ufficio di San Giorgio et potere impugnare et obbligare ogni pegno del Comune si in genere come in specie et ulterius per obviare che il pericoli et mali ect.”.
Per iniziare la riforma il D’Oria volle che la Repubblica fosse indipendente ed il 12 settembre 1528 vennero espulsi i francesi. Rifiutata la corona di Genova la costituzione della Repubblica di Genova fu promulgata l’11 ottobre 1528. 
...
Le famiglie che in base alla nuova costituzione ebbero la facoltà di formare un albergo furono 28 di cui 23 nobili e 5 popolari (Giustiniani, Sauli, Promontorio, De Fornari, De Francisci).
Escluse furono le famiglie Adorno e Fregoso di cui si volle cancellare ogni memoria.
I cognomi presenti nel libro sono più di 600. Questo era dovuto all'iscrizioni delle famiglie in albelghi che come detto erano aggregati di più persone con cognomi diversi e per evitare omonimie i nobili venivano trascritti anche con il cognome di origine, anche perchè nonostante la legge i vecchi cognomi non vennero mai seriamente abbandonati.
Gli ascritti (vivi e morti) sono indicati con la sola paternità solo quando si tratta di titolare dell'albergo, mentre è indicato il cognome di origine quando si tratta di aggregati.
...
L’amministrazione della Repubblica è affidata a quei cittadini iscritti nel “Liber Nobilitatis” e quindi la custodia e l’amministrazione di questo libro saranno tenuti nella massima considerazione.
Di tale libro saranno tenuti due esemplari originali. Uno presso il Doge in carcia e l’altro presso i procuratori. Ogni variazione sarà effettuata su tutti e due i libri.
Queste in sostanza sono le Leggi del Casale che senza troppe modifiche restauro in vigore fino alla fine della Repubblica Genovese nel 1797, quando Il libro d'oro verrà bruciato in piazza Acquverde il 14 giugno per ordine del governo provvisorio, lo stesso che ordinò di scalpellare o almeno coprire tutti gli stemmi delle famiglie nobili persino nelle Chiese.
...
Questo censimento arriva fino al 1554. Poi anche per queste famiglie resta il vuoto tra il 1554 ed il 1562. E' apparso anche evidente, analizzando le copie, che il liber nobilitatis all'inizio era stato compilato in modo molto casalingo, anche perchè una parte dei primi nomi dovevano derivare dall'iscrizione nei libri precedenti in quanto sono privi dell'indicazione della paternità ne della data di iscrizione. Non parliamo poi di tutte le altre indicazioni divenute obbligatorie dalla metà del 1600. Un altra difficoltà è anche che stessi cognomi sono aggregati in alberghi diversi.
Ricordiamo comunque che nella Repubblica di Genova i nobili doveva essere circa 2.000 persone, ovvero nei piccoli centri o anche in città dovevano conoscersi alla perfezione, questo spiegherebbe perchè all'inizio non vi sia stato ritenuto necessario mettere tante precisazioni nelle trascrizioni.
Teniamo inoltre conto che il liber nobilitatis del 1528 comprende anche tutti i nomi contenuti nei libri “civilitatis” precedenti, i cui nomi sono raggruppati non più per albergo ma per famiglia d’origine.
La stesura definitiva del libro e della sua rilegatura venne di fatto terminata nel 1603, ma nel frattempo deve esser stata scoperta qualche froda genealogica, perché nel 1606 ci fu una revisione degli iscritti, con particolare riguardo ad eventuali casi di asserite discendenze da antenati morti in realtà senza prole.
Il libro definitivo viene approvato dal Doge e dai Governatori il 28 dicembre 1621. Il censimento dal 1606 al 1621 è contenuta nella famosa busta 525 dell’archivio segreto di Stato.
Complessivamente dalla Legge del 1528 che aboliva gli alberghi sono passati 45 anni fino alla stesura definitiva: 14 per approvare la legge di attuazione, 13 per l’esecuzione e 18 per il controllo.
La scomparsa e/o distruzione dei precedenti Liber civilitatis, fa venire il dubbio se sia stata effettuata insieme al Liber Nobilitatis dai Francesi o per il desiderio di evitare i controlli.
Dal 1606 in avanti, comunque le Leggi affinano il modo di iscrizione, prescrivendo che venga iscritto anche l’anno di nascita il nome del padre e dell’avo, la data ed il luogo di battesimo e infine le modalità di iscrizione perché figlio di patrizio o di nuova trascrizione.