domenica 28 giugno 2015

I Francescani nel Ponente Ligure

Uno scorcio di Pigna (IM), in Alta Val Nervia


Dall'analisi di due atti del notaio di Amandolesio (3-4 maggio 1263) apprendiamo il nome di due Crociati, tali Michele de la Turbie e Guglielmo di Voltaggio, ma soprattutto si viene a sapere che alla stesura dei documenti, come testimoni e consiglieri, eran presenti dei monaci FRANCESCANI.
La presenza di Frati Minori in Val Nervia si può datare con certezza dal 1230 perchè il I marzo di tale anno un certo fra Giovanni, accompagnato dai confratelli Zenone e Brito, aveva pronunciata una sentenza arbitrale per rimettere concordia fra gli uomini di Pigna ed Apricale relativamente ai confini amministrativi dei monti ansa et marcola: il religioso aveva pronunciato il suo parere in via ad passum bonda.
Apricale (IM)
Dal rescritto è possibile apprendere che tale località alpestre era un bene indiviso fra Pigna ed Apricale, mentre alcune sue aree limitanee costituivano una bandita degli uomini "de rocchetta"  (Rocchetta Nervina) ed un'altra degli "uomini de Argeleto".
Rocchetta Nervina (IM)
Dalla lettura dell'atto si intende che i Francescani erano stati fatti intervenire, oltre che per le controversie territoriali, onde dirimere un vecchio nodo giurisdizionale pei diritti di pedaggio sui tragitti della zona.
Il riparo a "terruzzo" (terrizzo, dial. = * terrissi ), ricovero per pastori e bestie, che raggiunse l'acme architettonico fra XV-XVII sec., rappresenta l'espressione storica di questa strada della transumanza.
E' pure fatto di rilievo che per tutto l'arco medievale sia esistito un praedium de Veonexi sul percorso della via romea, con colture di tipo vario, aggregate, vineate, olivate ed ortive, e la presenza di numerosi terrissi.
In fondo a destra il campanile della Chiesa di S. Francesco a Ventimiglia (IM), sito circondato in seguito dalle mura del 1500
La presenza dei Francescani in Val Nervia dal 1230 aveva costituito un evento importante e precoce, tenuto conto del fatto che il Fondatore era morto da poco, nel 1226: l'evento sarebbe vieppiù interessante, se si potesse provare la contemporanea esistenza di una Domus di Frati Minori a Ventimiglia (IM) o nel Contado.
La tradizione locale e qualche storico di valore come G. Rossi avvalorano in verità questa ipotesi, che collocherebbe nel distretto un Convento francescano molto antico, eretto in concomitanze colle storiche Case di Torino (1228), Moncalieri (1232), Acqui (1244).
Tuttavia la DOMUS SANCTI FRANCISCI risulta legalmente documentata a Ventimiglia solo dalla II^ metà del Duecento: si apprende ciò dal testamento di Alassina, moglie di Oberto de Dandolo, che dimorava nel forte del Colle di Ventimiglia e che, come fece scrivere, avrebbe voluto esser sepolta presso la Chiesa di San Francesco.
La Casa conventuale nel 1258 sorgeva "extra moenia", cioè fuori circuito murario di Ventimiglia. Certo Bonifacio ne era frate guardiano, mentre un frater Rainerius occupava tra i monaci un soprendente prestigio morale (secondo altri studiosi il nome di Porta Sancti Franciscii in Ventimiglia medievale deriverebbe dalla casa dei Frati Minori che avrebbero abbandonato il primitivo convento, nei pressi di forte S. Paolo, onde trasferirsi verso il XIV sec. in questa zona ove si trovano, oltre l'arco romanico della porta originaria, le ampie porzioni murarie ad essa collegate).
La popolazione locale faceva molti lasciti a questo Convento di Francescani ed al suo Ospedale pei poveretti: la Chiesa inoltre stava a capo di un'area cimiteriale ormai "prediletta" dalla popolazione per le inumazioni, a scapito dei vecchi cimiteri di matrice benedettina o canonicale dell'"Oliveto" o "S. Michele" , "S. Maria" (not. di Amandolesio, doc.42, del 16 marzo 1259: si veda il caso di Raimondo Soranda che il 19-XII-1260 lasciò a questo convento 20 soldi, il doppio che ad ogni altra Casa intemelia - doc.334).
La rapida comparsa di Francescani nell'agro (intemelio) era probabilmente connessa sia al fenomeno "Crociato", sia ai "pellegrinaggi nei Luoghi Santi", sia alla riscoperta viaria del Ponente ligustico.
I Francescani, che pure mal vedevano certe devianze imperialistiche delle Crociate, erano accetti dalle autorità e già amati dal popolo per il soccorso che portavano in ogni pubblica emergenza: dal concordato che ebbe arbitro il citato fratello Giovanni si apprende inoltre che costui aveva ormai tal conoscenza topografica della valle del Nervia da far pensare che l'avesse percorsa più volte.
Al riguardo può indirettamente convenire lo studio di un testamento, del 29-XII-1258, fatto redigere al di Amandolesio per volere di un certo Ugo Botario. Questo lasciò 10 soldi genovini all'ospedale de Clusa ed a quello de Rota: tali somme sarebbero servite per comprar "sacconi", cioè giacigli per il riposo degli stanchi pellegrini. Il Botario lasciò pure 10 soldi all' opera della chiesa di San Michele (presso il cui chiostro voleva esser sepolto) ed altrettanto donò alla cattedrale di S. Maria. All'opera della chiesa di San Francesco dei frati minori il testatore stabilì invece che spettassero 20 soldi genovini: intendeva egli che con quei danari si vestissero dieci poveri con tuniche, un pari numero con camicie ed altrettanti ancora con pantaloni. Anche il Botario, pur senza dimenticarsi degli altri Ordini, aveva quindi risentito del messaggio francescano: sì da lasciare a questo Convento il doppio di quanto aveva stabilito per le altre chiese. Egli lasciò contestualmente 10 soldi sia all'pellegrinaggi religiosi ma pure per le importanti relazioni commerciali.
I porti di Ventimiglia, gli Ospedali, le vie costiere e vallive, soprattutto i ponti lignei da restaurare in continuazione su quei due ribelli corsi fluviali, costituivano ai tempi del Botario un promettente arabesco di porte spalancatesi da poco sul resto del mondo.
Il lascito ai Francescani, relativamente cospicuo, ribadisce a suo modo una giusta ipotesi della Nada Patrone secondo cui la rapida affermazione dei Frati Minori in Piemonte e Liguria era legata alle nuove esigenze economiche, ai processi di urbanizzazione e soprattutto ai riscoperti bisogni di comunicazione internazionale (A.M. NADA PATRONE, Il Piemonte medievale IX,1-2 in PATRONE-AIRALDI, Comuni e Signorie nell'Italia Settentrionale: il Piemonte e la Liguria, in Storia d'Italia, V, Torino, 1986).
Per questa partecipazione alla vita comunitaria i Francescani, più dei Canonici della Cattedrale, risultarono dal 1230 impegnati a conciliare e guidare la borghesia imprenditoriale ed i popolani del territorio intemelio: ancor più dei Benedettini svilupparono l'idea di una grande via di costa che surrogasse il faticoso percorso di sublitorale e si andarono impegnando costantemente alla salvaguardia di quel flusso di viandanti che da ogni dove giungevano sin Ventimiglia onde prender via per le destinazioni più lontane.

lunedì 22 giugno 2015

Emblematiche villeggiature antiche in quel di Latte di Ventimiglia (IM)

 
A fronte dei "Luoghi" (anche detti "Ville") del Contado Orientale di Ventimiglia (all'estremo occidente della Liguria, oggi in provincia di Imperia ) - poi organizzatisi nella "Comunità degli 8 Luoghi" e dediti principalmente a una vita agronomica di grande rilievo con l'eccezione marinaresca di Bordighera (tradizione culturale da mettere forse in relazione al fatto che queste ville verosimilmente continuarono, fortificate e popolate, una vetusta tradizone romana = cosa che si riscontra specificatamente per il sito di San Biagio della Cima ma comunque per tutta l'"'Armantica") -, soprattutto all'inizio dell'epoca moderna i meno popolosi centri del Contado Occidentale ebbero sorti diverse ( si veda, ad esempio, Mortola). 

Decisamente emblematico fu il caso di  LATTE (sopra ben visibile in settecentesca cartografia vinzoniana) che, oggi frazione di Ventimiglia, ebbe - pur tra esperienze agronomiche e di commercio di bestiame - un'antica valenza turistico-ambientale. 
Quest'ultima in parte derivata dall'usanza praticata dai residenti facoltosi di Ventimiglia di lasciare per determinati periodi il capoluogo, cui era attribuita fama di sito malsano e d'aria pesante. Nella convinzione derivata dalla medicina del tempo che la villeggiatura in zone reputate climaticamente salubri fosse, oltre che un modo per ritemprarsi, anche - specie fra '500 e '600 - una soluzione per aggirare i pericoli della grande pandemia della Morte Nera. 

Così che, seppur con lo sfarzo possibile ai più modesti mezzi d'una borghesia e d'una nobiltà provinciali, presero a sorgere ville signorili anche nel progetto di imitare le ben più ricche ville del contado di Genova
Anche se altri nobili come i Clavesana non disdegnavano luoghi alternativi per ritempare spirito e salute come la splendida località di "Rezzo" destinata a divenire scenario entro un romanzo del seicentesco romanziere genovese Bernardo Morando
Effettivamente tra '500 e '600 a livello panitaliano correva l'opinione che Ventimiglia non fosse città salubre e che risiedendovi si potessero contrarre facilmente, anche mortali, febbri (malariche). 
Contro siffatto giudizio, anche per giustificare la sua scelta di ritornare in Ventimiglia ed erigervi la sua "Libraria", si adoperò Angelico Aprosio, cercando semmai di evidenziare (pur con alcune quasi necessarie precisazioni) i pregi del capoluogo. 

La bontà climatica di LATTE si radicò comunque per lungo tempo nell'opinione generale prendendo piede anche tra chi proveniva da lontano, così che, per esempio, la località fu frequentata nel '600 anche dall'allora famosa poetessa romana Camilla Bertelli - celebrata alquanto da Prospero Mandosio -. La Bertelli abitava a Nizza, perché aveva sposato un esponente della ricca casata locale Martini avendone un figlio letterato, Francesco Martini. Fu molto amica di Angeico Aprosio, che era solita ospitare nella sua proprietà di Latte, appunto. 

Varie tracce di insediamenti romani inducono comunque a pensare che siffatta dimensione residenziale della piana di Latte risalisse molto indietro nel tempo, sin forse alla romanità, soprattutto alla romanità imperiale. Ferma restando nell'oscurità del medioevo e della lotta contro i Saraceni l'importanza in questa area di qualche insediamento monastico e benedettino, anche, poi (non esclusi coi percorsi della Fede - compresa la diramazione della Via Francigena dal Cenisio a Novalesa, Oltregiogo, Camporosso e areale intemelio riconsacrata da un Vescovo di Ventimiglia -) a guardia dei percorsi verso i Santuari galiziani (ed in merito a ciò rammentiamo l'Ospedale della Clusa di Latte e l'Ospedale di Cornia). 
Resta peraltro interessante segnalare che nel mare antistante, tra la villa Botti ed il sito detto u muru russu, a giudizio di pescatori e subacquei, si sarebbero rinvenuti laterizi romani, anche con bolli, tracce di vasellame, almeno un'anfora intatta ed un'ancora. Anche se leggendo la cinquecentesca, monumentale  Storia Naturale del grande Ferrante Imperato - qui digitalizzata nella stampa giudicata ancor più esauriente del '600 e provvista di indici moderni -, si intende quanto materiale antico sia stato riutilizzato e/o frammentato per scopi edili nel corso dei secoli dalla caduta di Roma. Voci incontrollabili hanno fatto anche cenno - sempre per la zona di Latte - all'esistenza del relitto d'una nave oneraria romana, ma si può sempre oscillare fra parziali verità e clamorosi abbagli (per questo è sempre doveroso attenersi a quanto ufficialmente e scientificamente segnalato in materia di repertazione romana sottomarina, ferma restando la potenzialità di sempre nuovi rinvenimenti. La sostanza dei fatti induce a credere comunque che tutta questa parte di costa, lungo i secoli ed i millenni, sia stata un ricettacolo naturale di materiale navale e di relitti in forza della positura e di una ricchezza di scogli destinata a rendere costituzionalmente pericolosa la navigazione prima di accedere alla presumibile guida artificiale verso i porti intemeli del "Faro di Ventimiglia" o, se vogliamo, dello  Scoglio Alto

E peraltro, a testimoniare una frequentazione romana di LATTE - parte integrante del SUBURBIO OCCIDENTALE DI VENTIMIGLIA ROMANA - e sito attraversato dal tragitto dell' imperiale via Iulia Augusta, concorrono recenti ritrovamenti archeologici, fra cui in particolare si sono potuti localizzare i reperti di una supponibile VILLA RUSTICA E/O PSEUDOURBANA 

L'individuazione, tra altri plausibili, di un edificio romano nella piana conforta l'opinione su un insediamento costiero ad ovest di Ventimiglia: per quanto si è individuato, la struttura del complesso romano risulta di forma allungata, di cui si sono portati alla luce almeno due ambienti con murature in ciottoli di grandi dimensioni, solo parzialmente conservate. La vicinanza alla riva marina induce a ritenere sia stata una villa marittima e residenziale, magari provvista di un proprio approdo se non, in qualche maniera, interagente con uno dei non pochi luoghi di sosta per i viaggiatori che procedevano per la Via Iulia Augusta alla volta della Gallia. 

da Cultura-Barocca


domenica 21 giugno 2015

Castelvittorio (IM), cenni storici

Castelvittorio (in Val Nervia, provincia di Imperia) é l'attuale nome - dal 1862, in onore di Vittorio Emanuele II di Savoia - dell'antico borgo murato di "Castel Dho" o "Doy". Detto nel XIII sec. Castrum Dodi dal personale Dodo, di origine germanica, riferito al fondatore od al capo dell'originario presidio militare. Già castello dei conti intemeli, nel 1261 il paese passò sotto Genova, nello specifico, sotto la Podesteria di Triora: la popolazione, fida a Genova, fu esentata da alcuni obblighi fiscali ed il paese prese nome di "Castelfranco" da "franco", cioè "libero" da doveri fiscali. Era difeso da un castello centrale e da mura con 4 torri: fu Sentinella di Genova contro Pigna, dopo che questa passò sotto gli Angioini e quindi i Savoia (XIV sec.). Al pari di Triora, il borgo dava degli ottimi combattenti, irregimentati nella condizione di militi villani, saldi combattenti su cui a lungo la Repubblica fece conto per salvaguardare i suoi confini, come si ricava da relazioni periodiche di magistrati, delegati ad ispezionare questo quartiere (come altri) di disciplinate milizie popolari.
Osservato dalla "Colla" di Pigna Castelvittorio ha aspetto di borgo imprendibile sito su uno sperone di calcare marnoso a 420 m. di altezza. Visto da sud il paese denota la sua conformazione a cuneo, completata da un'asse che risale il colle sino alla diruta chiesetta di S. Lucia. Nel borgo si riconoscono tracce d'architettura difensivo-militare medievale (specie in via Roma, vicolo che collega la zona alta dell'insediamento con piazza XX Settembre (l'antica "piazza pubblica fuori mura") dove si scoprono diversi portali d'ardesia. Qui in antico esisteva una via ad anello su cui si son poi edificate le costruzioni della parte più recente dell'abitato: le case che sono state erette in questa area sorgono sui resti di una seconda cinta di mura poi abbattuta per l'ingrandimento della località. Per individuare il nucleo del borgo originario, di case di pietra senza intonaco e fra loro addossate, è necessario risalire ad un piccolo centro murato poi fasciato da mura seicentesche: è il paraixu, detto in luogo l'astregu derivato forse dal latino astricum, che comprende la piazzetta ai cui margini stavano la casa comunale, la chiesa e le residenze più antiche che son collegate con la piazza tramite vicoli spesso coperti ad arco, in pendenza o fatti di scalinate (nel XVII secolo si entrava nel paese da 4 porte tuttora esistenti nella cinta muraria: bella è quella sita presso la Chiesa di S. Caterina che guarda verso Pigna).

da Cultura-Barocca