lunedì 30 luglio 2018

Savona, un tempo...

Savona: vista sulla Fortezza del Priamar - Fonte: Wikipedia
Le origini di Savona risalgono all'insediamento dei Sabatii sul promontorio del Priamar nel IV secolo a.C.
La prima citazione storica è di Tito Livio che definì la località come Savo Oppidum Alpinum nel 205 a.C. e la definì alleata di Cartagine .

L'importanza di SAVONA venne rapidamente meno da quando Roma fondò la citta' di Vada Sabatia.

Tuttavia un qualche tipo di insediamento ed una certa attività sociale, collegata ad un complesso demico, vi sopravvisse: è quanto sostennero (contro una certa miopia interpretativa di archeologi e storici accreditati) Giorgio Rossini, Maria di Dio e Elvio Magnone in una loro collegiale tesi di laurea: grazie anche all'aiuto del relatore Giuseppe Caniggia, concentrando le loro attenzioni su una mappa del 1870 dell'Archivio dell'ufficio tecnico del Comune di Savona, mappa che riproduceva l'assetto di Savona prima delle grandi trasformazioni urbanistiche della città nel II Ottocento, individuarono nella zona detta dei CASSARI un andamento del territorio su assi ortogonali che si individua generalmente allorquando un qualche complesso medievale è stato impiantato su una preesistente castramentazione di epoca romana, come è stato recentemente confermato da alcuni RITROVAMENTI.
VADA SABATIA fu scelta, come centro realizzato ex novo in alternativa alla ancora poco fida Savo storica "capitale" dei liguri Sabatii come punto terminale costiero della consolare Via Aemilia Scauri (109 a.C.), ma quasi certamente solo in età augustea il centro assunse caratteristiche urbane anche in funzione della realizzazione della grande via commerciale Julia Augusta e quindi dell'inserimento di Vada Sabatia nella complessa ramificazione del mercato apero imperiale.
La planimetria di Vado romana è comunque tuttora sconosciuta: anche se si sono rintracciati i resti di una casa romana negli scantinati del municipio di Vado, in Piazza S. Giovanni Battista (II secolo a.C. - IV secolo d.C.).

Sulla base delle fonti, dell'antica cartografia romana tardo imperiale e di alcuni autori tra cui Plinio Seniore è facile supporre tuttavia l'importanza del ruolo della località per i traffici essendo un crocevia di incontri tra strade importanti: vi perveniva, scendendo da Tortona, e poi Acqui, la Julia Augusta e contestualmente vi terminava il suo lungo viaggio la via Aurelia la cui ultima tappa significativa era stata la località ligure costiera di ALBA DOCILIA [In epoca romana sorse, nella pianura di Albisola, un centro di notevole importanza. ALBA DOCILIA è ricordata in alcuni documenti romani e si trova segnata sulla più celebre carta delle strade dell'Impero Romano, compilata nel IV secolo e conosciuta col nome di Tavola Peutingeriana, dal nome del suo scopritore.
Sulla "Tavola Peutingeriana" Alba Docilia è segnata come stazione della strada romana tra Genua (Genova) e Vada Sabatia (Vado), che era allora un nodo stradale di estrema importanza. La strada romana, l'antica via Aurelia, il cui percorso si può ricostruire sulla base di alcune scoperte di tombe e di monete, e che coincide col percorso dell'antica strada a monte, rimase in funzione fino all'epoca napoleonica e fu abbandonata soltanto con la costruzione della litoranea in età napoleonica. La strada romana, per quanto si è potuto dedurre dal lato topografico, doveva fare il suo ingresso in Albisola dalla parte di Genova al Ponte dei Siri, per poi scendere alla Cappella di San Sebastiano, raggiungere le falde del Castellaro, attraversare la contrada Villa di Albisola Superiore e il torrente Sansobbia, toccare la frazione di Grana e quindi proseguire verso Vado, per il Bricco Spaccato. In seguito alle invasioni barbariche, la popolazione di Alba Docilia abbandonò le abitazioni della 'pianura e si ritirò su posizioni più facilmente difendibili, secondo un processo storico che si nota, non soltanto qua, ma in tutto il mondo romano. Sorsero allora e si svilupparono due distinti, centri, corrispondenti ai due futuri comuni delle Albisole]. 

Contestualmente era nota la vitalità dell'approdo marittimo di Vada Sabatia dove sorgevano i terminali di molte aziende commerciali, tra cui, con estrema probabilità, il legname che dall'area pedemontana alimentava l'importante azienda di esportazione di Publio Elvio Pertinace.
Nonostante la carenza di rinvenimenti archeologici un contributo rilevante sull'analisi della romanità nell'agro di Vado romana lo offre lo studio dei ponti della Val Quazzola.
Questa valle, denominata nel Medio Evo Tre Ponti, è tuttora interessata da una mulattiera (chiamata strada romana) che quasi certamente insiste sul percorso antico della Via Aemilia Scauria (il cui tragitto in effetti era più arduo di quello della Julia Augusta specie in prossimità di Capo Noli) e lungo la quale si allineano SEI PONTI ROMANI DI CUI DUE ANCORA TRANSITABILI.

Dopo le invasioni barbariche SAVONA divenne poi un importante insediamento bizantino contro le pressioni degli invasori Longobardi.
SAVONA fu distrutta nel 643 da Rotari re dei Longobardi, ma durante il IX e X secolo diventa capitale della Marca Aleramica e successivamente un libero Comune.

Savona ha poi combattuto una lunga guerra con Genova (il Bertolotti a questi rapporti, mai facili con Genova, e alla storia di Savona dedica questo lungo capitolo del suo libro sulla Liguria Marittima ed anzi esamina in maniera dettagliata ogni cosa...) e ha raggiunto la sua massima espansione quando due cittadini di Savona diventarono Papa: Sixtus IV e Giulius II.

da Cultura-Barocca


giovedì 26 luglio 2018

Sulla "Reconquista"

 

La RECONQUISTA CRISTIANA della Penisola Iberica a partire dal X secolo fu condotta dai regni cristiani del nord: GALIZIA, LEON, CASTIGLIA, ARAGONA.
Tale impresa fu peraltro resa più agevole dal frammentarismo politico degli ARABI di SPAGNA in più emirati e quindi dalla loro intrinseca difficoltà ad organizzarsi, vinte le reciproca diffidenze, in una forza unica e massiccia.
L'espansione cristiana alla fine dell'XI secolo giunse sino al fiume TAGO ed investì la città di TOLEDO, l'antica capitale dei VISIGOTI che divenne CRISTIANA e CASTIGLIANA nel 1085.
Negli anni immediatamente seguenti la RECONQUISTA si fermò per la riunificazione degli ARABI sotto la dinastia berbera degli ALMORAVIDI: successivamente la forza di resistenza araba fu garantita dagli ALMOHADI sostenuti dagli Stati nordafricani del MAGHREB.

La RECONQUISTA a danno degli ARABI divenne rilevante nel XIII sec. e fu caratterizzata in modo decisivo dalla grande vittoria cristiana a LAS NAVAS DE TOLOSA che aprì la strada ad ulteriori conquiste: in particolare CORDOBA, l'antica, splendida capitale del califfato arabo, si arrese ai Cristiani nel 1236 di modo che alla metà del '200 il dominio arabo in Spagna fu ridotto al piccolo regno meridionale di GRANADA.

In ANDALUSIA il REGNO DI GRANADA resistette alla RECONQUISTA CRISTIANA sin al 1492 quando venne invasa dalle armate dei sovrani cattolici FERDINANDO IL CATTOLICO e ISABELLA DI CASTIGLIA [nella città si trova la Cappella reale della cattedrale [1504-1521] opera rinascimentale in cui si trovano le tombe di questi due sovrani: accanto ad esse esistono anche quelle di FILIPPO IL BELLO e GIOVANNA LA PAZZA).
La RICONQUISTA segnò, con l'unificazione politica garantita peraltro dal matrimonio tra Ferdinando e Isabella, l'avvento della SPAGNA MODERNA, UNITARIA E NAZIONALE: contemporaneamente l'impresa di CRISTOFORO COLOMBO che, partendo dall'anonimo porto di PALOS, scoperse il NUOVO MONDO, segnò decisamente l'affermarsi della Spagna come grande potenza europea e mondiale, destinata a svolgere un ruolo politico-militare di primissimo piano tra i secoli XVI e XVII, soprattutto sotto il governo degli imperatori e re Carlo V e Filippo II nel XVI secolo ed a proporsi come principale antemurale contro i nuovi invasori, i TURCHI.
La RECONQUISTA DI GRANADA, celebrata dal mondo cristiano come un trionfo sull'ISLAM, fu in realtà agevolata dal fatto che il REGNO di GRANADA nel XV secolo era ormai travagliato da feroci lotte interne tra gli stessi Arabi sì che alla fine fu una facile preda.
GRANADA era sorta al tempo della CONQUISTA ARABA presso l'antico centro romano di ILIBERIS: in seguito divenne la capitale del REGNO fondato dallo ziride ZAWI, venuto dall'AFRICA per entrare al servizio degli AMIRIDI DI CORDOBA.

Il REGNO DI CORDOBA conobbe il massimo splendore sotto la dinastia dei NASRIDI (XIII-XIV sec.) e fu il più duraturo dei possedimenti arabi in Spagna, caratterizzato peraltro dalla realizzazione di splendide testimonianze dell'arte islamica tra cui il GENERALIFE o residenza estiva del califfo ed in particolare l'ALHAMBRA (in arabo significa "fortezza rossa"): si tratta d'un complesso di edifici disposto sulla collina dell'Asabica ad est di GRANADA. La parte più antica è l'ALCAZABA costruita nel '200 per volere di Muhammad I ibn al-Ahmar: lo straordinario complesso, capolavoro dello stile moresco, fu quindi portato a termine sotto i sultani YUSUF I e MUHAMMAD V nel XIV secolo.

da Cultura-Barocca

martedì 24 luglio 2018

Contro-colonialismo della Chiesa Cattolica?

Secondo lo studioso Franco Cardini, la Chiesa di Roma, pur con alcune contraddizioni interne (come ad esempio le Scuole residenziali indiane), ha agito nei secoli prevalentemente in difesa degli indigeni. Afferma Cardini [in "L'Avvenire", copia del 09-06-2013 - Editoriale: Da Las Casas a oggi, il contro-colonialismo della Chiesa Cattolica) = "A chiunque chieda che differenza vi sia tra la Chiesa cattolica e le Chiese e le sètte protestanti giova forse riflettere, tra l'altro, sui differenti esisti del rapporto tra missione e colonialismo nei Paesi estraeuropei. Tutte le Chiese cristiane hanno sempre considerato l'espansione coloniale con severità, il che non ha loro impedito di scorgervi anche un'occasione provvidenziale per la conversione dei popoli nuovi. Tuttavia i protestanti hanno sempre dovuto sottostare alla volontà degli Stati, per aunto abbiano cercato in ogni modo di attutirne l'arbitrio e di alleviare le sofferenze dei popoli colonizzati promuovendo iniziative umanitarie e opere del progresso. Non c'è d'altro canto dubbio che sarebbe ingiusto negare che molti della Chiesa cattolica si siano piegati alle esigenze delle potenze colonialistiche e alla loro pratica di violenza e rapina. Resta tuttavia un fatto: nel mondo protestante non c'è nessun missionario che sia riuscito a combattere ingiustizia e violenza con lo stesso successo con cui l'hanno fatto i cattolici: e difatti nell'America settentrionale e Oceania si sono avuti sistematici genocidi su larga scala, messi in atto soprattutto da inglesi e olandesi, che non trovano riscontro nell'America meridionale dove stragi e razzìe di schiavi ebbero certamente luogo, ma dovettero fare i conti con apostoli che difesero i nativi a viso aperto, spesso accettando insieme a loro la persecuzione. Il più famoso di costoro è senza dubbio il domenicano Bartolomé de Las Casas che convinse Carlo V a promulgare le “Nuevas Leyes”, irreprensibile codice garantista nei confronti dei nativi, che resta un modello giuridico a testimonianza del senso di equità di un sovrano cattolico e che impedì molte sopraffazioni ".
Tra gli storici che ricalcano le posizioni di Cardini ci sono Rodney Starke ed Eugene D. Genovese che affermano come la riduzione in schiavitù di interi popoli fu, in genere, osteggiata dai religiosi cattolici. 

Tra coloro che difesero gli indios, mettendo a rischio la propria vita fino al martirio, vi sono i frati domenicani Antonio de Montesinos (1475-1540) e Pedro de Córdoba (1482-1521), tra primi religiosi a raggiungere il Nuovo Mondo. I loro sermoni contro i metodi violenti utilizzati dai coloni verso la popolazione autoctona colpirono talmente uno degli amministratori locali che questi decise di prendere i voti e di schierarsi al loro fianco. Si trattava del già citato Bartolomé de Las Casas, oggi universalmente riconosciuto come il "protettore degli indios". 

Frate Francesco da Vitoria (o Francisco De Vitoria) (1492-1546) è un altro dei difensori degli amerindi: la sua azione principale fu quella di elaborare le basi teologiche e filosofiche in difesa dei diritti umani delle popolazioni indigene colonizzate. Questo lo fa annoverare tra i padri del “diritto internazionale”. 

Si ricordano inoltre le Riduzioni gesuite che cercarono di creare un modello di sviluppo equo e solidale con i locali, o episodi come la cosiddetta battaglia di Mbororé, che vide i gesuiti a fianco dei nativi combattere contro i colonialisti europei. Diversi atti e bolle papali nel tempo furono emanati a difesa degli indigeni. 

Già papa Eugenio IV (1383-1487) prima della scoperta delle Americhe, con la bolla Sicut Dudum del 1435 indicò l'atteggiamento del papato verso le popolazioni indigene (in questo caso i popoli delle Isole Canarie). In essa infatti si ordinava, sotto pena di scomunica, a chi era coinvolto nello schiavismo, che entro 15 giorni dalla ricezione della bolla si doveva «riportare alla precedente condizione di libertà tutte le persone di entrambi i sessi una volta residenti nelle dette Isole Canarie, queste persone dovranno essere considerate totalmente e per sempre libere («ac totaliter liberos perpetuo esse») e dovranno essere lasciate andare senza estorsione o ricezione di denaro».

Altro documento è la bolla Veritas Ipsa conosciuta anche come “Sublimis Deus" del 2 giugno 1537, emanata da papa Paolo III che proclamava «Indios veros homines esse» ("gli indios sono uomini veri") e scomunicava tutti coloro che avessero ridotto in schiavitù gli indios o li avessero spogliati dei loro beni.
Nell'anno 1639, papa Urbano VIII, ascoltando la richiesta dei gesuiti del Paraguay, emise la bolla Commissum Nobis, che ribadiva la scomunica di Paolo III, proibendo in modo assoluto "di ridurre in schiavitù gl'Indiani occidentali o meridionali; venderli, comprarli, scambiarli o donarli: separarli dalle mogli e dai figli; spogliarli dei loro beni; trasportarli da un luogo a un altro; privarli in qualsiasi modo della loro libertà; tenerli in schiavitù; favorire coloro che compiono le cose suddette con il consiglio, l'aiuto e l'opera prestati sotto qualsiasi pretesto e nome, o anche affermare e predicare che tutto questo è lecito, o cooperare in qualsiasi altro modo a quanto premesso".
Nel 1741 papa Benedetto XIV emanò la bolla Immensa Pastorum con la quale si vietava che i popoli indigeni delle Americhe e di altri paesi fossero asserviti. 

Papa Gregorio XVI, nel 1839 con la bolla In Supremo Apostolatus, ribadiva, la solenne condanna verso la schiavitù e la tratta degli schiavi. Nel 1888 papa Leone XII scrisse a tutti i vescovi del Brasile affinché eliminassero completamente la schiavitù dal loro paese, dopo aver perorato in quello stesso anno la causa del cardinale Charles Lavigerie, che fondò a Bruxelles l'associazione "Anti-Slavery Society", per raccogliere fondi a favore degli antischiavisti e le loro battaglie. 

Come riferimento finale della lotta contro le discriminazioni coloniali e a favore della promozione dei popoli nativi possiamo indicare l'enciclica Mater et Magistra (1961) di Papa Giovanni XXIII, un pilastro della dottrina sociale della Chiesa cattolica.

da Cultura-Barocca

venerdì 20 luglio 2018

Su Cimiez di Nizza

Nella sua visita alla città di "Cimella" (la romana Cemenelum [oggi Cimiez, quartiere di Nizza in Costa Azzurra]) dopo essersi recato ad un Convento di Francescani ed aver passeggiato entro l'annesso cimitero Luigi Ricca narra di esser stato condotto dalla sua guida presso un convento di Cappuccini intitolato a San Bartolomeo e da lì poi accompagnato, per un percorso di pochi chilometri, ad una "valle oscura", pure nominata "valle del Tempio, o dei Templari" ove, come scrive, vide "...la fontana del tempio, ove i Templari ebbero la residenza di che veggonsi ancora i resti..." mentre all'intorno erano solo rovine, fatta eccezione per la presenza nel chiostro di un sarcofago ed una lapide = in nota precisa poi come la loro presenza fu anche rammentata poeticamente ne "La Valle dei Templari" di cui qui si propone la digitalizzazione da testo antiquario (da Poesie postume di Diodata Saluzzo contessa Roero di Revello..., Torino, Tipografia Chirio e Mina. 1843) ad opera, come suggerisce il titolo conferito alla raccolta poetica, della letterata Diodata Saluzzo Roero autrice legata alla poesia delle rovine, ma anche lugubre e sepolcrale, che fu di molti all'epoca, tra cui l'allora celebre letterato Luigi Biamonti di San Biagio della Cima (IM) - vedine qui varia documentazione compresa la lapide celebrativa della morte riportata dal Bertolotti -, che indubbiamente influenzò Ugo Foscolo per la stesura del "Dei Sepolcri".

Cemenelum era una splendida città romana, con attestati di sofisticata vita romana , come questa svanita nell'oblio dei secoli dopo i danni dei barbari e quindi dopo la distruzioni causate dalle invasioni saracene. Seppur in seguito alla sconfitta di questi ultimi divenne in qualche modo con la vicina Nizza uno dei primi punti di riferimento per il primo tragitto, provenendo da Ventimiglia (IM), verso il Santuario di Santiago di Compostela. 
Della sua grandezza ai tempi di Roma imperiale si riconoscono ancora vari reperti di romanità tra cui resti delle terme e del decumano ma di cui rinvenendosi sepolcri Diodata Roero Saluzzo compose questa altra lirica ispirata al tema delle rovine e della dispersa grandezza...


da Cultura-Barocca


martedì 17 luglio 2018

Un romantico ricordo del Visconte di Marcellus


"Aveva veduto le grotte, il teatro, l'antico Melos; aveva in mano la statua della Venere; i miei doveri, la mia curiosità erano stati soddisfatti" scrive Marie-Jean-Louis-Charles-André di Martine Tyrac (1795-1861), Visconte di Marcellus in questo libro qui digitalizzato (dalla "Raccolta di Viaggi dalla Scoperta del Nuovo Continente Fino A' Dì Nostri" (1840-1844), 15 volumi in 8vo a formare un’opera in 18 tomi, compilata da Francesco Costantino Marmocchi per la casa editrice Fratelli Giachetti di Prato), ove tra tante altre cose parla del suo tormentato acquisto per la Francia di Luigi XVIII della leggendaria Venere di Milo con un resoconto assai più esteso...

Il Visconte di Marcellus, segretario dell'ambasciata francese, appreso del rinvenimento, si entusiasmò specie dopo averne visualizzato uno schizzo che il d'Urville aveva fatto della statua di maniera che ottenne di recarsi a Milo per assimilare a pro della Francia quanto rinvenuto pur imbattendosi subito in grosse difficoltà con grave disappunto espresse dal Brest, come scritto già convinto del buon esito dell'acquisizione ma al momento disilluso da imprevisti eventi (stante anche il fatto che dei reperti si era impadronito un monaco greco peraltro convocato sulla questione dal dragomanno dell'arsenale di Costantinopoli, cui con tale dono antiquario intendeva liberarsi dell'accusa di irregolarità). Sì da doversi impegnare in molte avventure prima di riuscire ad acquistare il tutto dalla riunita comunità dei primati di Milo, aggiungendo altro denaro alla somma pattuita per la precedente vendita pattuita dal monaco greco con il dragomanno dell'arsenale di Costantinopoli e poter finalmente ammirare dal vivo quanto avrebbe trasportato giungendo ad esprimere la frase rimasta famosa "....Io non sapeva saziarmi di contemplare quella bellezza sovrumana...."

...

Siffatta relazione del Marcellus è comunque, nella sostanza, molto simile sotto il lato scientifico a quanto, più sinteticamente, risulta redatto nell' Enciclopedia Treccani dell'Arte Antica. 

Tuttavia, nel resoconto di colui, che fu con ragione nominato il "Winckelmann francese", compaiono anche aggiunte estranee alla moderna scientificità, e che sono in bilico tra archeologia, arte, romanticismo, sentimenti, nostalgia e segreti, ma che valgono la pena di essere lette e meditate = "...un capriccio, vò pur confessarlo, mi trattenne alcune ore di più a Castro. Mi rammentava delle belle sembianze d'una giovinetta di Milo della quale il signor Ender pittore tedesco, aveva arricchito il suo portafoglio. Questo bravo artista aveva ottenuto da un pilota imbarcato con lui il permesso di fare il ritratto di sua figlia, celebrata di già per rara bellezza: ma il vecchio greco, per paura dei Turchi e del serraglio" [ove, se ne si fosse vista la grazia estrema, avrebbe potuto esser costretta ad entrare a far parte del Serraglio del Gran Signore] " aveva voluto fare un patto, che quelle sembianze non si dovessero mostrare ad altri che ad Europei..." = così, continuando nella narrazione, il Marcellus precisa che il pittore, onde salvaguardare la fanciulla, l'aveva effigiata contestualmente ai genitori sorprendentemente di sgradevole aspetto. La fanciulla a nome Maritza compare finalmente innanzi al Marcellus rimanendo per un certo tempo in sua compagnia: ed ai suoi occhi risulta davvero davvero splendida. L'esploratore e politico francese ne resta affascinato ed è colpito quando Maritza, per nulla vanitosa, "gli presenta, come di lei ancor più bella, una sua cugina che per quanto affascinante non gli pare però (pag. 310) al livello estetico di colei che ormai chiama la bella di Milo: il tempo tiranno, dopo i convenevoli di rito (che tuttora attestano con quanta malinconia il Marcellus si sia staccato da tal meravigliosa creatura) riporta il visconte francese sulla sua nave di maniera che delle due fanciulle nulla oggi d'altro sapremmo se una casualità non ne avesse propiziato il ricordo in modo più concreto che le parole, per quanto alate possano essere. Alla nota 2 sempre di pagina 310 il Marcellus ricorda infatti di aver contemplato altro quadro segretamente fatto dal pittore Ender e sempre nella stessa pagina, ma alla nota 3, gli editori ammettono, che, per curiosità dei lettori si son fatti premura di far realizzare a loro spese una copia perfetta di quel quadro in cui si vedono, a coronamento del libro e come sopra compare, sia la Maritza che la cugina.

da Cultura-Barocca


sabato 14 luglio 2018

IL REGIO EDITTO PENALE MILITARE (27 AGOSTO 1822) DI CARLO FELICE, RE DI SARDEGNA

"CARLO FELICE PER GRAZIA DI DIO RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME, DUCA DI SAVOIA, DI GENOVA ECC. ECC."
* - TITOLO I
* - CAPITOLO I
* - CAPITOLO II - DELLA ISTRUZIONE PREPARATORIA DEI GIUDIZI E DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - 1 - DELLA ISTRUZIONE PREPARATORIA DEI GIUDIZI, E DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - 2 - DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - CAPITOLO III - DEI CONSIGLI DI GUERRA REGGIMENTALI E DIVISIONARI
* - 1 - MODO IN CUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO IV - DEI CONSIGLI DI GUERRA SUBITANEI
* - 1 - MODO IN CUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO V - DEI CONSIGLI DI GUERRA MISTI
* - 1 - GIURISDIZIONE DI ESSI, E MODO IN DUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO VI - DEL PROCEDIMENTO IN CONTUMACIA
* - CAPITOLO VII - DELL'UDITORE GENERALE, E DEI VICE UDITORI GENERALI, UDITORI, E VICE UDITORI DI GUERRA
* - TITOLO II - DELLE PENE MILITARI E DEI DELITTI A CUI DEVONO APPLICARSI
* - CAPITOLO I - DELLE PENE
* - CAPITOLO II - DELLA DISERZIONE
* - 1 - DI CIO' CHE CONTRIBUISCE ALLA DISERZIONE
* - 2 - DELLE PENE CONTRO LA DISERZIONE
* - 3 - DEI SUBORNATORI, FAUTORI, ED ALTRI REI, CHE PUONNO ESSERE PUNITI PER FATTI RELATIVI ALLA DISERZIONE
* - 4 - DISPOSIZIONI GENERALI
* - CAPITOLO III - DEGLI ALTRI DELITTI CHE DAI TRIBUNALI MILITARI O MISTI SI PUNISCONO
* - 1 - DELITTI CONTRO LA RELIGIONE
* - 2 - DELITTI CHE SI COMMETTONO PER TRADIMENTO O CODARDIA
* - 3 - DELITTI D'INSUBORDINAZIONE
* - 4 - DELITTI CONTRO IL SERVIZIO
* - 5 - DELITTI CONTRO LE PERSONE E LE PROPRIETA' PUBBLICHE O PRIVATE
* - 6 - DISPOSIZIONI GENERALI

da Cultura-Barocca


giovedì 12 luglio 2018

Aquincum

Il Transdanubio fu conquistato dall'IMPERO ROMANO verso la fine del I secolo a.C.: con il tempo il confine del DOMINIO fu tracciato proprio lungo le rive del Danubio.
Nel territorio su cui sorge ora BUDAPEST all'epoca era stanziata la schiatta celtica degli Eravisci.
La "capitale tribale" sorgeva sul monte Gellért e la sua influenza si estendeva nella propinqua area dei Tabán: l'organizzato, primigenio insediamento dei conquistatori romani assunse quindi il toponimo celtico del complesso demico tribale, latinizzandone l'esito.
La romano-imperiale AQUINCUM fu qindi caratterizzata dall'interazione fra insediamenti militari e civili di distinto ordiname giuridico.
Infatti sulla sponda destra del Danubio verso metà dei sec. I d.C., stavano cinque se non sei campi militari, ognuno fornito di una guarnigione con circa cinquecento cavalieri.
Le basi eravische nelle zone confinarie furono evacuate ed buon numero dei loro residenti venne dislocato pressoi castra in modo da esser facilmente controllato e contestualmente di servire in varie maniere le esigenze delle truppe romane.
Alla conclusione del sec. I, la provincia era però ormai pacificamente inserita nell'ecumene romano: in conseguenza di ciò si smantellarono i castra strategicamente eretti lungo le vie primarie.
Contemporaneamente fu rafforzato l'esercito lungo il confine. L'Ansa del Danubio, difficile da difendere a causa delle sue caratteristiche geografiche, ed il tratto pannonico del limes lungo circa 300 km che arrivava al fiume Dráva ebbero per secoli un ruolo particolarmente importante, visto che dovevano arrestare l'avanzata dei popoli nomadi a cavallo che abitavano la Grande Pianura e le terre tra il Danubio ed il Tibisco. Su questo tratto del limes i nemici dei romani furono prima gli iazigi, poi i sannati, infine gli unni e gli alani. Óbuda fu quindi istituita a principale base militare dell'esercito impiegato nella salvaguardia del limite pannonico sul Danubio: nell'89 d.C. fu quindi eretto un castrum destinato quale quartiere per una legione di 6000 uomini in Piazza Flórián, accanto al sito tattico del ponte Árpád.
Nelle prossimità furono quindi stanziati artigiani e commercianti destinati a rifornire le milizie.
Il complesso demico di AQUINCUM ebbe una sua peculiare caratterizzazione in dipendenza anche del fatto che del 106 d.C., in funzione della creazione della provincia dacica, Traiano revisionò l'amministrazione della Pannonia.
L'imperatore smembrò infatti in due parti la provincia ed eresse AQUINCUM a capoluogo della Pannonia Inferiore, all'uopo trasferendosi l'ufficio del luogotenente.
Il palazzo residenziale del luogotenente, il futuro imperatore Adriano, venne costruito nella periferia della città militare: ma con esso, a testimonianza di un fervore edilizio conseguente alla pace ed all'incremento demografico, si realizzarono molti altri edifici di valenza pubblica, militare e civile.
Queste celeri trasformazioni contribuirono ad alterare positivamente il tessuto socio-economico dei residenti.
Anche il villaggio degli artigiani eravischi, sito ad appena km. verso settentrione rispetto al campo della legione, risentì di un fruttuoso sviluppo, di maniera che verso il 124 d.C. fu eretto a municipium.
Alla popolazione libera venne di conseguenza concessa la cittadinanza romana e i cittadini più abbienti, peraltro membri del "senato municipale", avevano diritto di partecipare alla gestione delle cose pubbliche.
La città era il capoluogo della regione circonvicina, assumendone anche la funzione di polmone politico, economico e culturale: non a caso proprio ad AQUINCUM vennero locate tutte le scuole superiori della provincia.
Gli opifici della città ed i loro commercianti rifornivano l'areale di merci che giungevano al mercato e al porto danubiano.
I secoli II-III d.C. costituirono il momento di estrema fortuna AQUINCUM.
La popolazione guadagnava molto dalle caratteristiche militari tipiche di AQUINCUM: il lavoro infatti non veniva mai meno sia per le attività di supporto dei militari che per i tanti lavori di fortificazione resi necessari, dalle contingenze storiche, nelle aree di confine.
Quando la situazione divenne critica al confine danubiano o limes, il governo potenziò i siti di rilevanza strategica con grandi sforzi economici.
Le esigenze di ingenti opere indussero a trasferirsi in AQUINCUM tantissimi imprenditori e commercianti che la crisi di altre province aveva invece condotto sulla soglia del collasso o del fallimento.
AQUINCUM mantenne le peculiarità urbane, ad alta valenza militare, per un periodo abbastanza protratto proprio in funzione della sua dislocazione in una controversa ma essenziale area limitanea.
A sottolineare l'importanza di questa base demica soccorre la notizia che verso i sec. II-III gli imperatori si portarono ad AQUINCUM con decennale periodicità: essi di persona si posero alla guida delle spedizioni contro i nemici provenienti dalla sponda destra del Danubio, promulgando nell'occasione documenti basilari per i destini dell'impero.
Nei secoli III-IV d.C. AQUINCUM patì vari saccheggi ma dopo la riscossa delle forze romane venne sistematicamente restaurata e rinvigorita.
Nel V secolo d.C. le forze imperiali non furono più in grado di respingere l'ondata aggressiva degli unni e i altri popoli si stirpe germanica.
Allora i ceti benestanti preferirono emigrare in zone meno rischiose mentre quanti non poterono lasciare le zone soggette ai pericoli scelsero una sistemazione meno a rischio nelle prossimità del castrum od in alternativa tra le solide mura cittadine.
I magiari che alla fine del sec. IX fecero ingresso nel bacino dei Carpazi dovettero ancora fronteggiare nella zona dell’odierna Budapest le tenaci resistenze di una popolazione derivata dalla commistione tra individui autoctoni ed immigrati dalle più varie regioni dell'antico impero di Roma.
Dopo secoli di storia, all'attuale situazione, non è fattibile visualizzare le piene caratteristiche demiche di AQUINCUM atteso che l'area del campo legionario e della città militare, nel centro di Óbuda, furono occupati da insediamenti medievali sì che gli edifici, via via erettivi nel corso dei secoli, finiscono per celare le rovine romane peraltro individuate presso Piazza Flórián ed al ponte Árpád.
I reperti del municipium sono al contrario meglio studiabili ed ai giorni odierni risulta fattibile passeggiare per strade antiche di duemila anni fa, recandosi ad ammirare quanto rimane di edifici pubblici e di complessi residenziali.
Dell'epoca romana sopravvivono oltre di mille iscrizioni e frammenti di centinaia di migliaia di oggetti di uso quotidiano rinvenuti dalle campagne archeologiche.
Il maggior corpo delle iscrizioni data ad un'epoca oscillante fra II-III secc. d.C.: un periodo di grande fervore socio-economico cui del resto risalgono quasi tutte le costruzioni esumate.
Le iscrizioni, assai varie, si trovano su monumenti architettonici, su steli funerarie, pietre miliari, altari votivi, insegne di bottega ecc., epermettono di vagliare molteplici lati della vita urbana.
Proprio nel lapidario della città archeologica si conserva un'iscrizione particolarmente suggestiva che contribuisce ad integrare non solo la storia di AQUINCUM ma soprattutto quella del forse più importante suo reperto archeologico e museale, vale a dire il giustamente famoso ORGANO PORTATILE.
Non si può affatto escludere che siffatto strumento sia stato anche suonato dalla CANTANTE il cui sarcofago fu scoperto durante una campagna di scavi.
L'iscrizione funeraria, redatta in versi, al riguardo detta:
Sabina, pia e cara sposa, giace sotto la pietra.
Edotta nelle arti, fu la sola a superare il marito.
La sua voce fu dolce,
e suonava col pollice le corde.
Ma essa è morta improvvisamente,
ed ora tace per sempre.
Visse trent'anni, aimé, meno di cinque,
anzi solo tre mesi e quindici giorni.
Essa vivrà per sempre
nella memoria della gente,
perché soleva suonare l'organo frequentemente.
Sii felice tu che leggi queste parole,
sii protetto dagli dèi, e con pia voce canta:
Sia lode a Aelia Sabina
Titus Aelius lustus suonatore d'organo salariato della legione II ausiliaria ne fa dono in memoria della moglie
(traduzione museale: il sarcofago è custodito nel lapidario del Museo Archeologico).

da Cultura-Barocca

domenica 8 luglio 2018

Garibaldi: documenti non usuali

Giuseppe Garibaldi nasce a NIZZA il 4 luglio 1807 in una casa sulle sponde del mare come lui stesso scrive nelle sue Memorie

[Roma maggio 1825]
Eminentissimo e Reverendissimo Signore
Il Capitan Domenico Garibaldi di Nizza qui venuto con carico di vino ebbe un tiro dei bufali che servì per trasportare il suo bastimento, e quello di un siciliano. Quantunque piccolo Legno di 29 Tonnellate ebbe hisogno di allegire 16 caratelli di tre barili l'uno sopra un Navicello che veniva con carico di calce per San Paolo.
L'Appaltatore per quest'alleggio pretende il pagamento di scudi 5.25 che la legge prescrive per i legni vacanti o per i Navicelli carichi.
Ma l'articolo 25 della legge esprime che quest'ulteriore pagamento si debba quando il conduttore è obbligato ad attaccare due diversi tiri: il che non è il caso dell'oratore, perché l'Appaltatore ha dato, ed esatto il tiro dovuto dal Navicello della calce. Prega quindi Vostra Eminenza Reverendissima a far desistere l'Appaltatore da tal pretenzione.
A Sua Eminenza Reverendissima
Il Signor Cardinal Galeffi
Camerlengo di Santa Chiesa
Delle sue gesta i libri di storia sono zeppi: qualche dato biografico in più merita forse la giovinezza, con le prime esperienze politiche, e il complesso periodo di soggiorno (e di imprese) in Sud America (imprese che congiuntamente a quelle italiane ed europee gli meriteranno l'appellativo di "eroe dei due mondi").
Nel 1825 il giovane GIUSEPPE segue a Roma il padre DOMENICO GARIBALDI sulla tartana "Santa Reparata" che trasporta verso lo Stato della Chiesa, come apprendiamo dai DOCUMENTI D'ARCHIVIO un certo quantitativo di VINO LIGURE PROVENZALE.
Per quanto nizzardo e quindi suddito sabaudo GIUSEPPE GARIBALDI appartiene alla tradizione marinaresca e commerciale tipicamente ligure: in tale contesto egli si segnala per lo svolgimento di un'attività tipica della marineria ligure come quello del TRAFFICO MERCANTILE VIA MARE DEL VINO.
Contestualmente da siffatta esperienza matura una peculiare padronanza nell'arte marinara onde poter aspirare ad impegni propri della MARINA DA GUERRA o per esser precisi nella gestione dell'attività di CORSARO durante il suo soggiorno in SUD AMERICA, previa l'acquisizione di PATENTI DI CORSA (CORSARO - CORSARI) ad opera dell'AUTORITA' PER CUI OPERA.
L'animo avventuroso di Garibaldi non poteva però esser stato influenzato dalle gesta di navi corsare contro i Francesi, data la sua condizione di nizzardo e suddito sabaudo e nonostante le sue ancora in nuce ideee libertatarie: la leggenda aveva peralro contribuito ad esaltare le gesta dei CORSARI FILOSABAUDI DI ONEGLIA emblematicamente detti le TIGRI DI ONEGLIA impegnati contro i VASCELLI FRANCESI e parimenti il giovine marinaio destinato ad un futuro glorioso non poteva non esser stato affascinato dalla vita degli approdi di Nizza, precisamente quelli di VILLAFRANCA E LIMPIA, siti dai mille incontri dove i commercianti eran spesso mescolati agli avventurieri dediti alla GUERRA DI CORSA.
Nel 1833 si succedono comunque due fatti essenziali per le future opzioni di vita di GIUSEPPE GARIBALDI: Emile Barrault lo avvicina al socialismo utopistico di Saint-Simon, con tutte le sue valenze filosofiche e internazionalistiche basate sull'idea di progresso sociale e democratico, mentre colui che Garibaldi stesso, senza sbilanciarsi, mantiene nelle sue Memorie sotto un sorprendente anonimato (lo chiama soltanto il Credente) lo inizia alla conoscenza del pensiero di Mazzini. Assunto il nome di battaglia di Cleombroto il giovane si arruola quindi nella Marina Militare per essere di aiuto alla causa rivoluzionaria e repubblicana da lui pienamente condivisa: tanto che nel 1834 partecipa attivamente ad azioni cospirative. La spedizione nella Savoia ideata da Mazzini però fallisce e Garibaldi deve prendere presto la via dell'esilio, seguito dalla condanna a morte comminata ai contumaci. Si reca nella nativa Nizza, quindi a Marsiglia (dove sotto il falso nome di Borel riprende i collegamenti coi democratici) e poi ancora a Costantinopoli e Odessa.
ELENCO DEGLI ADERENTI ALLA "GIOVINE ITALIA" IN RIO DE JANEIRO, TRASMESSO DAL VICE LEGATO DI POLIZIA IN VELLETRI AL GOVERNATORE DI CORI. TRA I VARI NOMINATIVI COMPARE ANCHE QUELLO DI GARIBALDI. VELLETRI, 17 NOVEMBRE 1838 (DOCUMENTO IN ARCHIVIO DI STATO DI LATINA, GOVERNO DI CORI, SERIE VII, ATTI DI POLIZIA, B. 222, FASC.16920, N.6/2)
La sua fuga dalla polizia sabauda si conclude in Brasile verso il 1835: si stabilisce infatti a Rio de Janeiro entrando a far parte della COLONIA MAZZINIANA capeggiata da GIOVANNI BATTISTA CUNEO DI ONEGLIA: ed a questo proposito è sempre da rammentare come il "NUOVO MONDO" od "AMERICA" costituì un punto di riferimento irrinunicabile per tanti Patrioti che vi trovarono riparo ed in particola per la GRANDE EMIGRAZIONE LIGURE quella dei GRINGOS GENOVESI come si soleva dire usando il termine in senso lato per LIGURI tra cui, come qui si vede tantissimi furono i LIGURI PONENTINI che variamente operarono ora contribuendo al progresso ed alla civilizzazione di terre ancora inesplorate ora svolgendo un ruolo importante nella vita politica sudamericana portando un alto contributo ideologico e democratico a pro di UNA TERRA CHE SI ANDAVA LENTAMENTE RICOSTRUENDO SUI RUDERI DEL CROLLATO IMPERO COLONIALE SPAGNOLO.
Lettera Patente di Corsaro
Bento Gongalves da Silva,
Generale e Presidente della Repubblica
Rio Grandese
Il Governo della Repubblica Riograndese, insediatosi nella città di Piratinim nel giorno 6 del mese di novembre del 1836, opponendo forza alla forza e facendo valere i propri diritti più sacri contro gli arbitri del Governo del Brasile, il quale, dopo aver trascurato i piu giusti reclami del Popolo Riograndese garantiti dal Diritto Costituzionale vigente nelle provincie del Brasile e ancora di più, abusando del potere conferito dalla Costituzione, ci ha dichiarati fuori legge:
Pertanto ordino e decreto la presente PATENTE DI CORSARO acciocché la Zumaca Farropilha del peso di 120 tonnellate escluso l'equipaggiamento possa percorrere liberamente tutti i mari e i fiumi dove transitano navi da guerra e mercantili del Governo del Brasile e dei suoi sudditi, che, se presi con la forza delle armi, saranno considerati bottino di guerra come prescritto dall'Autorità legittima e competente. Si raccomanda il Capitano Giuseppe Garibaldi, comandante della detta nave corsara e tutti i suoi subalterni di rispettare e di fare rispettare le bandiere, i sudditi e gli interessi delle altre Nazioni, e di trattarli con la massima urbanità e delicatezza; augurandoci che il Governo di questa Repubblica contraccambi i Capi ed i Sudditi delle altre Nazioni, ai quali chiedo di concedere alla detta nave corsara tutta la protezione in caso di pericolo comune per naufragio, incendio, fame e peste. Lo stesso capitano e, in sua vece, qualsiasi tenente darà a questo Governo l'aiuto necessario ricevuto sia per mare che per terra, per tributare ai rispettivi Governi gli onori dovuti a tale degna filantropia. In conseguenza ordino a tutti i Capi e Sudditi della Repubblica Riograndese che abitano i porti e le spiagge del suo territorio di offrire e dare a tutte le navi corsare e alle persone da loro dipendenti la più attenta e devota protezione in caso di bisogno e in caso contrario sotto la più grave responsabilità. Nella medesima forma ordino al Capitano Giuseppe Garibaldi comandante della detta nave corsara in ragione del fatto che, per ora, in questo Stato non esiste nessun porto adatto all'attracco e nel quale si possa raccogliere e conservare i bottini fatti, di servirsi dei porti dello Stato della Repubblica di Bahia, considerando le relazioni di amicizia e di alleanza offensiva e difensiva che hanno contratto i due Stati contro il Governo di Rio de Janeiro; avendo la certezza di trovare nelle Autorità Repubblicane costituite in quello Stato, tutta la protezione ed il favore; nella stessa forma saranno trattate le loro navi nelle medesime situazioni. In fede che così si adempierà, ed al fine di dare a questa lettera patente tutto il suo valore e forza, preteso dal diritto delle genti per potere navigare liberamente su una nave corsara o mercantile, mando a registrare la presente nella Segreteria della Marina, la quale è da me firmata e controfirmata dal Ministro della Ripartizione competente.
Serafin Gongalves Ufficiale Maggiore Supplente della Segreteria avendo apposto il sigillo della Repubblica.
Data dalla Segreteria dello Stato di Affari di Guerra e Marina nella città di Piratinim nel primo giorno del mese di Aprile dell'anno milleottocentotrentotto, terzo dell'Indipendenza e della Repubblica Riograndese.
Bento Gonçalves da Silva
Josè da Silva
I rapporti di Garibaldi con Mazzini non riescono mai a solidificare veramente: le "lettere di marca", in pratica le patenti di corsaro internazionale che lui desidera ardentemente cadono sempre nel buio.
Per vivere si dedica allora al commercio, utilizzando una barca originariamente destinata alla pesca.
Intanto il RIO GRANDE DO SUL, una provinca meridionale, si "pronuncia" nel 1835, cioè si ribella alle angherie dell'Impero brasiliano cui appartiene.
GARIBALDI dà subito il proprio appoggio ai ribelli: ottenuta la PATENTE DI CORSA combatte con la nave Mazzini.
Dopo il successo del pronunciamento del Rio Grande do Sul in Stato indipendente, Garibaldi resta coinvolto nel 1841 nella guerra civile dell'URUGUAY tra Oribe e Rivera.
Gli eventi bellici sconfinano in Argentina, coinvolgendo altri patrioti italiani colà rifugiatisi: sul mare Garibaldi continua quindi le sue gesta pur dovendo spesso impegnarsi in attracchi avventurosi e in dure fughe per terra.
Durante l'assedio di Montevideo (1842) egli dà prova delle sue capacità capeggiando la "Legione Italiana".
L'eco delle sue gesta di condottiero giungono però in Italia dopo la grande vittoria di Sant'Antonio del dicembre 1846: quindi gli si apre la via del ritorno in Italia, in cui i progressi democratici sono stati evidenti sin alla concessione degli "Statuti", specialmente con l'aggravarsi dell'instabilità politica nella turbolenta Montevideo.
Il ritorno a Nizza di GARIBALDI, nel giugno 1848, viene presto sottolineato dal dissidio con Mazzini e dal rifiuto di Carlo Alberto, nell'incontro di Roverbella, all'offerta di collaborazione.
Garibaldi viene inviato lontano dal fronte ove si combatte la guerra austro-piemontese: la guerriglia in Lombardia, il proclama di Castelletto e la successiva ritirata verso la Svizzera, resa possibile dal superamento dell'accerchiamento a Morazzone, riassumono e concludono la partecipazione di Garibaldi alla guerra.
Si apre allora per lui un ventaglio di opzioni che vengono però una dopo l'altra a cadere e che lo conducono all'ultima pagina eroica del movimento rivoluzionario del biennio 1848-'49, la Repubblica Romana.
Palestrina e Velletri, se sono tra i più noti episodi della Repubblica legati al nome di Garibaldi, sono anche i segni di una progressiva e definitiva maturazione etico-politica, oltre che militare del personaggio. Dopo la ritirata da Roma e la disperata marcia verso Venezia per le campagne di Ravenna in compagnia di Anita morente, si profila per Garibaldi la caduta nelle mani degli austriaci guidati da Gorzkowsky.
"GARIBALDI A NUOVA YORK NELLA FABBRICA DI CANDELE STEARICHE DI ANTONIO MEUCCI (MUSEO MAZZINIANO, GENOVA)": CON QUESTA DIDASCALIA NICCOLO' CUNEO DESCRISSE IL CIMELIO NEL SUO VOLUME STORIA DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA IN ARGENTINA (1810-1870) [MILANO, 1940] DA UN CUI ESEMPLARE, CUSTODITO PRESSO LA BIBLIOTECA DEL "MUSEO DELLA CANZONE DI VALLECROSIA (IM)", E' TRATTA L'IMMAGINE SOPRA PROPOSTA
Ma la fitta rete di aiuti della popolazione romagnola lo salva e lo conduce in Toscana, dove a Cala Martina, nella baia di Follonica, con una barca tenta la via di Genova.
L'arrivo a Portovenere e l'arresto di Chiavari lo pongono dinanzi ad un difficile rapporto con il Regno Sardo, che con legge ha stabilito la chiusura delle frontiere ai compromessi eon la Repubblica Romana.
Uno spiraglio, tuttavia, per la futura collaborazione si concreta nell'erogazione di sussidi che Garibaldi riceve dallo Stato all'atto della sua espulsione.
L'espulsione dal Regno Sardo pone Garibaldi dinanzi alla scelta di una meta: dapprima si delinea Tunisi, dove ha qualche amico, ma il bey non concede l'autorizzazione; si pensa a Malta, ma poi Garibaldi sosta a Cagliari e alla Maddalena da dove compie le prime escursioni a Caprera.
L'inattività lo spinge a Gibilterra: il governatore della Rocca ripete l'atteggiamento del bey di Tunisi.
A Tangeri finalmente, ospite del console sardo Giovan Battista Carpenetti, Garibaldi rimane sei mesi e inizia a stendere le sue memorie, tentando il primo bilancio di un anno e mezzo di esperienze tumultuose, ma di non molte gratificazioni.
Il progetto di istituire un servizio di linea Genova-New York, avvalendosi della qualifica di Capitano di seconda classe, induce Garibaldi, nonostante l'asprezza delle traversie passate, nuovamente alla partenza.
Da Liverpool giunge a New York alla fine del luglio 1850.
GIORNALE DI BORDO DEL BASTIMENTO GEORGIA E DEL BRIGANTINO CARMEN COMPILATO DA GARIBALDI E DA GIOVANNI BASSO (1850-1856): DOCUMENTO CUSTODITO IN ARCHIVIO DI STATO DI PALERMO, MISCELLANEA ARCHIVISTICA, I SERIE, DOC. N.202
Tramontata ben presto la possibilità di comperare una nave e di trovare in alternativa altre occupazioni, accetta di lavorare per alcuni mesi nella FABBRICA DI CANDELE di Antonio Meucci a Staten Island.
A1 soggiorno nordamericano è legata la prima stesura delle Memorie, che Garibaldi compila per l'editore Theodore Dwight: sono per il momento brevi ritratti dei suoi compagni e spunti di ricordi.
La prima edizione uscirà solo nel 1859.
La sua condizione subisce una improvvisa svolta quando una serie di viaggi, che lo vedono comandante sul bastimento GEORGIA e sul brigantino CARMEN, lo portano a toccare il Perù, la Cina, a percorrere la rotta australiana, per poi di nuovo giungere a Boston e di lì a New York.
Poco dopo, sulla via del ritorno in Europa, è a Londra.
Ha modo di ritrovare i referenti del suo recente passato e di incontrarsi con i capi della sinistra europea.
Il distacco da Mazzini è ormai profondo, mentre l'interesse di Garibaldi comincia a volgersi verso la politica piemontese.
Del resto nulla sembra impedire un suo rientro nel Regno, nei cui confini è gia nel maggio di quello stesso 1854.
Benché fuori della politica per un periodo non brevissimo, Garibaldi verifica la sua distanza dai mazziniani.
Gli infelici conati della Lunigiana e, successivamente, la spedizione di Crimea lo fanno uscire allo scoperto.
Si va perfezionando l'avvicinamento alle scelte di Cavour e al compromesso monarchico; la sua adesione inoltre alla Società Nazionale nel 1857, in qualità di vice-presidente, salda il suo nome da quel momento con le vicende del Regno.
Se Mazzini continua a progettare moti insurrezionali, Garibaldi ricevuto da Cavour più volte nei mesi che precedono la guerra del '59 e informato dell'evolversi della politica anti-austriaca.
La spola fra Caprera, Torino, Cuneo e Savigliano porta a Garibaldi la nomina a comandante del Corpo dei Cacciatori delle Alpi: è quanto il Regno di Sardegna è disposto a concedere alla rivoluzione italiana .
La guerra del '59 impegna Garibaldi e gli offre anche l'occasione di mettere a prova e di forgiare gli uomini su cui potrà contare l'anno successivo per la grande impresa meridionale.
Mentre il Regno Sardo fa i conti con il dopo Villafranca, l'attenzione di Garibaldi si sposta verso i governi provvisori dell'Italia centrale: Ricasoli lo invita ad assumere il comando delle forze toscane.
La fusione delle forze armate dei territori liberati e la nomina in capo di Manfredo Fanti, generale dell'Armata Sarda, pongono Garibaldi in posizione subordinata.
Si vede puntualmente rifiutare le proposte che avanza, mentre si approfondisce il solco tra lui e Fanti sulla questione dell'insurrezione delle Marche.
L'inevitabile sbocco sono le dimissioni dal servizio e il ritiro dall'Italia centrale. 
Verso il novembre del 1860, carico di gloria, Garibaldi ha preso stanza a Caprera: la sua esistenza da novello "Cincinnato" non è tuttavia quieta. Un fremito attraversa l'Italia e sono tante le lettere che lo raggiungono, sia da parte di singoli cittadini, che di organizzazioni operaie che di intiere città.
La copertina dell'opera di Domenico Guaitioli
A celebrarlo concorrono molteplici letterati di varia estrazione ed anche di tempi diversi: nell'immagine sopra è riprodotto da Biblioteca privata di Ventimiglia un raro OPUSCOLO in cui DOMENICO GUAITIOLI (poeta della Compagnia filodrammatica veneta) celebrando con un proprio CANTO, e con un INNO di Vincenzo Defrancesco sottotenente della "Divisione calabro-siculo-avezzana", l'onomastico di Garibaldi trasse occasione per caldeggiare un suo intervento anche a favore del Triveneto: in forme diverse, da quelle più pensose sino ad una autentica venerazione, si manifestò quel moto popolare cui fu dato il nome di GARIBALDINISMO, moto sincero che, nella sua onesta spontaneità, riponeva nell'"eroe" la capacità di risolvere qualsiasi problematica.
Il generale, forse suggestionato più che lusingato da tanta umana fiducia, finisce per alimentare nel suo animo un grande progetto, che tuttavia non può non riuscire sospetto al governo torinese della Destra Storica di Cavour (che mira soprattutto a consolidare e piemontizzare il nuovo e complesso stato italiano): proprio mentre Cavour e consensualmente Vittorio Emanuele II si propongono di dimensionare ed inquadrare (anche attraverso un sottile lavoro politico di epurazione dei quadri ufficiali più apertamente legati a Garibaldi o comunque volti a ideali democratici) l'ESERCITO MERIDIONALE che ha debellato al Volturno le armate borboniche di Francesco II, Garibaldi nutre il contrastante ideale di mobilitare le imponenti forze che già furono al suo seguito nell'impresa dei "Mille" sotto l'insegna dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia.

DOCUMENTO ORIGINALE IN "MUSEO DELLA CANZONE" DI VALLECROSIA (IM) - SI TRATTA TECNICAMENTE DI UN'AZIONE COREOGRAFICA IN CINQUE QUADRI DI G. P. ANNONI INTITOLATA GARIBALDI A NAPOLI 1860 E MUSICATA DA G. MERIGGIOLI (*).
E' UNA GRANDE PARTITURA MANOSCRITTA COMPLETATA NEL 1916 (ENTRO VOLUME IN FOLIO DI CIRCA 300 PAGINE RACCHIUDENTE DANZE, POLKE, MAZURKE, VALZER, DIVERSE MARCE E MUSICA DEL TRICOLORE) FIRMATA E DATATA DALL'AUTORE AL TERMINE DEL PRIMO, SECONDO, QUARTO E QUINTO QUADRO. 

Frontespizio di "Garibaldi a Napoli 1860"
La delusione di Garibaldi, di fronte alla realizzazione del piano governativo, diventa alla fine estrema.
L'"Esercito Meridionale" (data la sua eterogeneità e la pericolosa valenza rivoluzionaria) come detto ha finito per diventare invece un problema secondo gli intendimenti di Cavour e per questo -sorprendendo un impreparato Garibaldi- lo Stato porta celermente avanti la liquidazione della Nazione Armata e l'assimilazione delle forze giudicate fedeli e sicure -dopo la citata aspra selezione soprattutto dei quadri ufficiali- che finisce per essere assorbita entro l'Esercito REGOLARE.
E' quindi inevitabile che il ritorno di Garibaldi a Torino verso i primi di aprile del 1861 (in qualità di deputato per il Collegio di San Ferdinando di Napoli) coincida con un suo aperto scontro nei confronti del Primo Ministro proprio sul tema del Corpo dei Volontari Italiani e conseguentemente sul problema del riarmo e della guerra liberatrice del Veneto e di Roma.
La seduta parlamentare del 18 aprile, prima, l'incontro con Cavour presso Vittorio Emanuele II, dopo, ed infine la lettera di Garibaldi a Cavour del 18 maggio successivo scandiscono le tappe ravvicinate di uno scontro che non ha possibilità di giungere ad un credibile compromesso: Cavour muore improvvisamente il 6 giugno 1861.
Tornato a Caprera Garibaldi vive momenti personali di estrema delusione nonostante il continuare delle epistole di apprezzamento da ogni parte del mondo.
Mentre il nuovo ministro Bettino Ricasoli aspira a cercare una qualsiasi soluzione diplomatica e pacifica della QUESTIONE ROMANA, Garibaldi punta la sua attenzione di accanito interventista verso Venezia, il Friuli e , genericamente, l'est d'Europa.
Il suo esercito ha patito le liquidazioni e le assimilazioni di cui si è detto ma il generale non disdegna di procedere ad un reclutamento analogo a quello che fu possibile per l'impresa dei "Mille": anche per questa ragione guarda con estrema simpatia all'istituzione di una Società Nazionale per il Tiro a Segno, ritenendola una palestra ottimale per la formazione bellica di una gioventù mediamente non avvezza all'uso delle armi (e per questa ragione accetta la vicepresidenza di siffatta Società).
Dalle basi della Società e del suo processo di diffusione panitaliano, nella primavera del 1862 Garibaldi fa prendere il via ad una chiarissima campagna propagandistica per un nuovo reclutamento.
L'idea di un intervento nel TIROLO non coglie impreparato nessuno, anche perchè tutte le attività avvengono alla luce del sole, visto anche -giova dirlo- una presa di posizione governativa decisamente contraddittoria sin dall'inizio della propaganda di tale progetto.
La diplomazia entra però velocemente in azione, viste soprattutto le posizioni contrarie della Francia e della Confederazione germanica (della Prussia in particolare): dalla blandizie e da un sostanziale disinteressamento, a fronte delle pressioni diplomatiche, il Governo della Destra (come detto preoccuopato eminentemente di conferire stabilità al nuovo Stato) procede velocemente ad arresti ed alla soppressione di ogni preparativo bellico contro il Tirolo sino al momento finale dei sanguinosi scontri di piazza a Brescia: e proprio in merito a ciò si PRONUNCIA E PUBBLICA l'onorevole Boggio.
Garibaldi sta comunque divenendo un "problema" per la politica della Destra Storica.
Fallite le operazioni contro il Tirolo, Garibaldi sposta la sua attenzione verso il meridione, dove l'annessione ha finito per assumere i tratti dell'occupazione e dove sa di poter contare sull'appoggio di tanti suoi antichi sostenitori.
Egli non ha in vero nessun programma sovversivo: vuole piuttosto riprende in pieno la QUESTIONE ROMANA.
Le proteste della Francia non frenano la volontà garibaldina di interventismo e nel contempo il ministro Rattazzi, anche per evitare uno scontro diretto ed impopolare con l'"eroe dei due mondi", preferisce -sbagliando- attendere, come sembrano far presagire i tempi e le notizie diplomatiche, un'insurrezione popolare a Roma, che tuttavia ritarda.
Tale ritardo induce Garibaldi a lasciare la Sicilia ma non per ritirarsi a Caprera (come vanamente suggeritogli da emissari governativi) ma per raggiungere il continente e, risalendo il Meridione, assalire lo Stato Pontificio.
Temendo le ritorsioni francesi (ma anche per salvaguardare la propria autonomia) il Governo giunge allo scontro armato.
Il colonnello Emilio Pallavicini, cui è affidata l'impresa, manda ad ASPROMONTE in realtà un solo battaglione: ma tale forza è sufficiente, il 29 agosto 1862, per aver ragione della debole formazione capeggiata da Garibaldi, che peraltro resta ferito.
Il generale è quindi arrestato e imprigionato nella fortezza del Varignano dove rimane sino al 5 ottobre 1862, allorché può tornare libero in forza di un'amnistia e quindi sottoporsi ad un'operazione per risolvere i problemi datigli dalla mai risolta ferita patita nello scontro di Aspromonte...

* GUGLIELMO MERIGGIOLI, COMPOSITORE MILANESE, VISSE TRA LA FINE DEL XIX SECOLO E I PRIMI DECENNI DEL NOVECENTO.
TRA LE SUE PIU' IMPORTANTI COMPOSIZIONI SI ANNOVERANO IL PICCOLO CONCERTO PER VIOLINO E PIANO SU MOTIVI OPERA RIGOLETTO, QUINDI LA CAVALLERIZZA (POLKA - CAPRICCIO PER CLARINO E PIANOFORTE DEL 1883) ED ANCORA LA LUCIA DI LAMMERMOOR (DIVERTIMENTO BRILLANTE PER CLARINO E PIANOFORTE DEL 1883 ANCORA).

da Cultura-Barocca

domenica 1 luglio 2018

I Marrani in fuga in Italia


Livorno, Fosso Reale - Fonte: Wikipedia
Molti marrani, sia in gruppi che come singoli rifugiati, fuggirono in Italia, attratti dal clima che ricordava quello della Penisola Iberica, e dalla lingua simile.

Alcuni si insediarono a Ferrara, e il Duca Ercole I d'Este garantì dei privilegi che vennero confermati dal figlio Alfonso I, a ventuno marrani spagnoli, medici, mercanti e altri.

Marrani portoghesi e spagnoli di stabilirono anche a Firenze. Ed i neo-cristiani contribuirono a far di Livorno un importante porto marittimo ove la situazione degli Ebrei era buona in contrasto con quella di Genova e del suo Dominio (si veda in particolare l'atteggiamento dei Grandi Inquisitori genovesi sulla "Questione ebraica" e specificatamente quella dell'Inquisitore Generale Agostino Cermelli).

Ottennero dei privilegi a Venezia, dove vennero protetti dalle persecuzioni dell'Inquisizione.

A Milano portarono materialmente avanti gli interessi della città grazie alle loro arti e commerci, anche se João de la Foya ne catturò e rapinò molti in tale regione.

A Bologna, Pisa, Napoli, Reggio Emilia, e in molte altre città italiane, esercitarono liberamente la loro religione, e furono ben presto così numerosi che Fernando de Goes Loureiro, un abate di Oporto, riempì un intero libro con i nomi dei marrani che avevano ritirato grandi somme dal Portogallo e abbracciato apertamente il giudaismo in Italia.

In Piemonte il duca Emanuele Filiberto di Savoia accolse i marrani di Coimbra, Pablo Hernando, Ruy López, e Rodríguez, assieme alle loro famiglie, e concesse loro dei privilegi sui commerci e sulle manifatture, oltre al libero esercizio della religione.

Roma fu piena di marrani.
Papa Paolo III li ricevette ad Ancona per motivi commerciali, e concesse libertà completa "a tutte le persone dal Portogallo e dall'Algarve, anche se appartenenti alla classe dei neo-cristiani".
Tremila ebrei e marrani portoghesi vivevano ad Ancona nel 1553.
Due anni dopo papa Paolo IV emanò degli ordini per far sì che tutti i marrani venissero gettati nella prigione dell'inquisizione che aveva istituito. Del resto è  questo il Pontefice che ratificò l'antigiudaismo nella sua Cum Nimis Absurdum, verosimilmente una delle più severe Bolle avverso gli Ebrei.
Sessanta di loro, che riconobbero la fede cattolica come penitenti, vennero trasportati sull'isola di Malta; ventiquattro, che aderirono al giudaismo, vennero bruciati al rogo in pubblico (maggio 1556); quelli che sfuggirono all'inquisizione vennero accolti a Pesaro dal duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere.
Il porto di Ancona cadde in disgrazia e grandi furono le perdite economiche per la città tanto che si sentirono le conseguenze anche a Roma, grazie al boicottaggio commerciale organizzato da Grazia Nasi.
Tempo dopo come spesso succedeva in Europa, il Duca, deluso nella sua speranza di vedere tutti gli ebrei e i marrani di Turchia scegliere Pesaro come centro commerciale, espulse (9 luglio 1558) i neo-cristiani da Pesaro e da altri distretti.

Molti marrani vennero attratti da Ragusa in Dalmazia, un tempo notevole porto di mare.
Nel maggio 1544, vi sbarcò una nave carica esclusivamente di rifugiati portoghesi, come Balthasar de Faria riportò a re Giovanni.

da Cultura-Barocca