lunedì 31 agosto 2015

Il Marmocchi ovvero come l'Italia vedeva le scoperte geografiche a metà 1800


Stampa per il "Tableau du climat et du sol des Etats-Unis" (1803) del Volney, tratta - come altre analoghe qui riprodotte - da un lavoro del Marmocchi, sulla cui figura seguono alcune note.

Francesco Costantino Marmocchi ricostruì tramite diverse fonti alcuni viaggi ed esplorazioni geografiche nella "Raccolta di viaggi dalla scoperta del Nuovo Mondo fino a' dì nostri", edita tra il 1840 e il 1845 a Prato per i tipi  dei fratelli Giachetti. Il Marmocchi, nato a Poggibonsi nel 1805, fu anche un patriota ed é sepolto a Genova, dove morì ancora giovane nel 1858, lasciando incompiuti il Dizionario di geografia universale (I-II, Torino 1858-62) e la Descrizione geografica, cartografica e storica dell’Impero anglo-indiano, uscita a dispense a Torino a partire dal 1857 (continuata da G. Flecchia). Altre sue opere, riportate come esempio non completo e desunto da Wikipedia: Il regno animale descritto secondo le osservazioni de’ più celebri naturalisti, Siena, 1829; Quadro della natura del barone Alessandro de Humboldt. Prima edizione italiana fatta sulle migliori oltramontane, rivista, annotata e corredata di carte geografiche e profilari, Siena, 1834; Corso di geografia storica antica, del Medioevo e moderna in 25 studi divisi in 100 lezioni, Firenze, 1845-47; Rapporto sulla riforma della guardia civica in Toscana, Firenze, 1848; Geografia d’Italia, Bastia, 1850; Corso di geografia commerciale, Genova, 1854-57.
Stampa per i “Viaggi in Asia” di Alexander Burnes
 Stampa per un resoconto del Visconte di Marcellus.
 Stampa per il "Viaggio in Siria e in Palestina di Giovanni Robinson".
Stampa per un libro di Gabriel Lafond de Lurcy (1802-1876), al quale Alphonse de Lamartine scrisse: "Amo appassionatamente i viaggi, sono la filosofia che cammina. I vostri m'hanno istruito e dilettato: voi vedete, sentite e dipingete; come non seguirvi a traverso il mondo?"
 

Stampa per il "Viaggio nelle contrade della Mesopotamia di Caldea e di Assiria" del colonnello Chesney: a questo link il diario.
Stampa per il Madagascar, visitato - ai primi del 1800, come nei casi sin qui segnalati, esclusione fatta per il Volney, che andò in Nord America alla fine del 1700 - da B.F. Leguével de Lacombe.

Stampa che rappresenta l'Amazzonia, a sottolineare che il Marmocchi pubblicò - come dal titolo della sua silloge - anche vicende relative alle grandi scoperte geografiche e alle prime colonizzazioni: un esempio per  il Messico a questo link
   
E si tratta solo di qualche esempio...




martedì 25 agosto 2015

Verso l'epilogo della caccia alle streghe

  

Anche se nel contesto di un’opera antifemminista propria dell’ambiente libertino veneziano, come lo Scudo di Rinaldo I, l’erudito seicentesco Angelico Aprosio - “il Ventimiglia” - ebbe occasione di menzionare fatti ritenuti realmente accaduti, che si si sarebbero coniugati al tema delle Streghe antropofaghe e/o mangiatrici di bambini e che a sua volta sarebbero stati in correlazione con le così dette “Streghe Vampiro” e comunque alla civiltà del sangue sia malefico che benefico.


In questa parte del suo lavoro, oltre che a scritti più recenti come le “Dissertazioni sulla Magia” di M. A. Del Rio, e nonostante le rinnovate tecniche investigative in merito a possibili varie forme demoniache del XVII secolo, secolo che potrebbe meglio definirsi della SECONDA O NUOVA CACCIA ALLE STREGHE, Aprosio si rifà anche, da autentico indagatore dell’incubo e comunque da serio ricercatore, al vecchio e superato Malleus Maleficarum e specificatamente al Formicarius del Nider che lo completa per cui nella varia casistica delle streghe (vedi indice) sarebbero state in particolare le streghe antropofaghe preposte all’infanticidio onde ricavarne elementi per produrre il famigerato “Unguento delle Malefiche” su cui ebbe a dissertare anche la letteratura dotta e nel caso G. B. Della Porta.

Non deve meravigliare l’interesse aprosiano perché stante la supposta connessione tra Streghe Antropofaghe e Streghe Ostetriche.

Di queste ultime Aprosio, in qualità di Vicario della Santa Inquisizione per la Diocesi di Ventimiglia (IM), dovette occuparsi in concomitanza con una grande quantità di altri problemi e quesiti che spesso lo lasciarono perplesso anche a fronte dei deteriorati rapporti tra Stato e Inquisizione al punto che -autore più menzionato che studiato in effetti- mascherò molte delle sue osservazioni in materia inquisitoriale entro una sua opera la Grillaia banalmente giudicata scritto a carattere moralistico-satirico ma che ad una lettura seria rivela sotto l’iridescente apparenza osservazioni importanti sui temi inquisitoriali ufficiali, con cui invero, dando prova di autonomia ed avvedutezza, non sempre egli concordava.

In merito a quanto sopra detto su “Streghe/Streghe antropofaghe / Streghe Ostetriche” si trovò a dibattere con discernimento un caso tanto poco noto oggi quanto clamoroso alla sua epoca vale a dire quello di tal Maria Toscana Strega Ostetrica di Vallebona: che avrebbe praticato però soprattutto l’omphalomantia.
A titolo esemplificativo della sua citata autonomia di pensiero basta menzionare, fra altre sue cose qui leggibili e spesso in contraddittorio con secolari convinzioni, anche il coraggio che nell’opera ostenta nel demotivare una postulazione di S. Tomaso d’Aquino in merito al tema dell’incesto/stupro secondo lui -e giustamente- tanto frequente quanto coperto dall’omertà delle famiglie cosa che dovrebbe altrettanto far meditare sulla revisione delle viete accuse di antifemminismo che effettivamente ebbe in gioventù specie avverso quella femminista ante litteram che fu Arcangela Tarabotti ma che certamente dimensionò alquanto attraverso una lunga maturazione, anche come letterato ma soprattutto giudice ecclesiastico sapientemente capace di discernere, come ad esempio nel caso delle monacazioni forzate che ebbe l’ardire contro il suo stato di ecclesiastico di
denunziare giudicandole un illecito abuso dei padri di famiglia.

Al di là di una letteratura che sul tema orrorifico e del vampirismo anticipa e di molto l’opera dei narratori ottocenteschi occorre dire che quello che Aprosio scrisse anche sotto gli effetti di nuovi incredibili dati susseguenti all’esplorazione del Nuovo Mondo e che parimenti raccolse specie, ma non solo in merito alla vicenda di Dracul l’Impalatore, per quanto apparentemente incredibile altri non era che una fra i poliedrici aspetti delle tante storie che caratterizzarono gli splendori, ma anche le molte ombre dell’età intermedia.

da Cultura-Barocca

mercoledì 19 agosto 2015

Scontri tra Turchia e Persia nel XVI secolo


Nell'immagine tratta dal manoscritto Fogge diverse del vestire conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (ms. cl. it. IV - 491/15578) si vede effigiato SULTAN BAIASIT IL SANTO
La nominazione corretta era BAYAZID (ma comparvero anche le forme BAJESID, BAYEZID, BAJAZET): il nome derivava dalla corruzione della forma ABU YAZID e risultò conferito a due sultani turchi, l'antico BAYAZID I [(1359-1403) soprannominato YLDIRIM (IL FULMINE) per la rapidità con cui portò avanti le sue conquiste in Bulgaria, Macedonia e Tessaglia] e BAYAZID II il sultano o Gran Turco presso il quale per gran parte della sua esistenza di schiavo risiedette GIANNANTONIO MENAVINO che, nelle proprie memorie, usò sempre per denominarlo la forma, ulteriormente corrotta, di PAIAXIT.
BAYAZID II era succeduto al padre MAOMETTO II nel 1481 riuscendo a scacciare il fratello Gem (Zizim secondo le fonti occidentali) con cui era sorta una disputa per il potere.
Fu un eccellente condottiero che ottenne importanti successi militari in Egitto sui Mamelucchi ed in Europa sui moldavi spingendo le sue conquiste sin nella Croazia, nella Bosnia e nell'Erzegovina: tra l'altro combattè anche contro i Veneziani a cui portò via i possessi storici di Lepanto, Santa Maura, Corone, Modone e Navarino.
L'appellattivo de IL SANTO gli derivò tuttavia dal suo processo di consolidamento interno dell'Impero e da una serie notevole di opere di riorganizzazione ed amministrazione che migliorarono lo stato sociale in tutto il suo vasto dominio.
Nei suoi scritti il MENAVINO non nascose la propria simpatia per questo Sultano alla cui deposizione nel 1512 ad opera del figlio SELIM I (che al contrario disprezzava o comunque odiava, temendolo) ed alla cui tragica fine dedicò pagine significative.
SELIM I (Amasya 1467-Costantinopoli 1520) figlio di BAYAZID II IL SANTO ebbe invece il triste soprannome de IL CRUDELE soprattutto per l'efficienza e la spetatezza con cui depose il padre e soprattutto risolse la successione liberandosi dei fratelli: argomento su cui le pagine del genovese MENAVINO costituiscono un'importante miniera di informazioni.
Però nonostante il lugubre appellativo si rivelò sovrano avveduto capace di garantire solidità e continuità per la dinastia aprendo la strada al grandioso regno del figlio SOLIMANO IL MAGNIFICO.
Con lui, dopo il periodo di consolidamento interno voluto dal padre, l'impero ottomano riprese la propria tradizione guerriera ed espansionistica e tra l'altro conquistò Siria, Egitto ed Arabia garantendo all'Impero turco anche il controllo dei luoghi santi dell'Islam.
La sua impresa più celebre (quella contro i Savafidi dell'Iran, di cui assoggettò una parte prossima alla Mesopotamia con la battaglia di Chaldiran del 1514) fu però in qualche modo inficiata da una sorta di eventi imponderabili che ne resero in un primo momento indecifrabile la lettura: tanto che, per esempio, lo stesso MENAVINO, che pure vi partecipò e che dalla confusione di tanti concitati accadimenti trasse occasione per la fuga ed il ritorno in patria (appunto nel 1514), la interpretò alla stregua di un fallimento.
Al contrario di quanto scrisse l'autore genovese, palesemente soddisfatto di una supposta sconfitta di SELIM I, questi ebbe chiaramente il sopravvento sullo scià di Persia ISMAIL che, a detta del MENAVINO anche indotto dalle suppliche di un nipote sopravvissuto agli eccidi che SELIM I aveva fatto della sua famiglia, avrebbe preso l'iniziativa di assalire l'Impero Turco.
In effetti ISMAIL si mosse militarmente per dare ulteriore unità ai suoi sudditi sciti contro i maomettani sunniti che circondavano la Persia: la sua impresa era contestualmente guerra di religione ed espansionismo imperialista.
Gli Uzbechi che reggevano la Transoxiana erano giunti infatti ad occupare il Khuruzan ed allora ISMAIL col suo esercito li aggredì conquistando Harat e scacciandoli dalla Persia od Iran.
Ritenendosi protetto ad Oriente si mise quindi in marcia contro l'Impero Turco ad Occidente: fece tra l'alotro impiccare alcuni esponenti di quei sunniti che formavano la maggioranza della città di Tabriz e obbligò il resto della popolazione a recitare quotidianamente una preghiera con cui si maledicevano i primi tre califfi quali usurpatori di Alì.
Lo scontro di Chaldiran del 1514 (soprattutto la sua incapacità di opporsi all'artigliera imperiale turca: cui pure il MENAVINO fece cenno) gli risultò fatale, aprendo a SELIM I la via per la graduale conquista della Mesopotamia (completata nel 1516).
Però la battaglia di Chaldiran per quanto vittoriosa non potè essere subito sfruttata dal sultano turco sì da distruggere ISMAIL conquistandone tutto il regno: l'esercito turco, sfibrato da lunghe marce e faticosi combattimenti, imprevedibilmente (data anche la ferrea disciplina che lo distingueva) si ammutinò (con la conseguenza di parecchio disordine, diserzioni e fughe tra cui quella del MENAVINO) ed obbligò SELIM I ad una momentanea ritirata strategica consentendo sallo scià di ritornare tranquillamente nella sua capitale e, speculando su un'interessata pubblicistica, a pavoneggiarsi alla stregua di un re guerrero e vincitore.
In effetti fortuna ed imprevedibilità caratterizzarono tutta la vita dello SCIA' ISMAIL I (già ISMAIL DI AZERBAIJAN) che fondò la dinastia SAFAVID (1502-1736) riuscendo ad unificare quel caos di stati indipendenti (Iraq, Yazd, Samnan, Firuzkuh, Diyarbekir, Kashan, Khurusan, Qnadahar, Balkh, Kirman e Azerbaijan) in cui si era frazionata la Persia.
La grande intuizione di colui che era anche detto il SOFFI (come, oltre che il MENAVINO, ne scrisse Marin Sanudo nei suoi Diarii: "Soffi, re di Persia, cussì chiamato come è a dir sapiente) fu quella di aver fuso, con improbabile fortuna, la propria audacia ad una scelta religiosa che potesse costituire in Persia un elemento di fusione fra le genti.
In Persia la religione si identificava con la SHI'A cioè IL PARTITO DI ALI' genero di Maometto: essa non riconosceva legittimi altri califfi che ALI' ed i suoi 12 discendenti diretti od IMAM ("RE SANTI"): visto che nell'Islam religione e governo non risultavano separati, secondo tale dottrina a questi discendenti soltanto sarebbe spettato il diritto di reggere sia Chiesa che Stato.
Alla maniera dei Cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato a stabilire il suo regno in terra, gli SCITI pensavano che l'ultimo IMAM (cioè MUHAMMAD IBN-HASAN) giammai sarebbe defunto onde un giorno fissare il suo governo sul mondo.
Un pò come i protestanti che condannavano i cattolici per il fatto di accettare, oltre alla Bibbia, anche la "tradizione" così gli SCITI rimproveravano ai SUNNITI, che costituivano la maggioranza maomettana ortodossa, di vedere la sunna cioè il sentiero verso la rettitudine non solo nel Corano ma puranco nella prassi di Maometto tramandata dai suoi compagni e seguaci.
In uno strano collegamento coi cristiani protestanti, che abbandonarono il culto dei santi e chiusero i conventi) gli SCITI attaccarono i mistici sufi facendo chiudere i Dervisci vale a dire l'equivalente maomettano dei monasteri europei.
Sfruttando queste contraddizioni teologiche ISMAIL affermò di discendere dal settimo IMAM (cioè SAFI-AL-DIN = "Purezza della fede") donde coniò il nome della sua dinastia, appunto quella dei SAFAVIDI) e, ottenuto ampio credito (proclamando contestualmente lo SHI'A quale religione ufficiale dell'Iran) coagulò tutte le genti della Persia in una sorta di pia unificazione religiosa avversa ai blasfemi MAOMETTANI SUNNITI (coi quali nessuno SCIITA avrebbe giammai neppur mangiato).
Con questo semplice ma esplosivo espediente egli fece una forza di genti tanto divise ed anche nemiche: e da tale iniziativa ottenne spunti vari per conquiste e ampliamenti territoriali.
Anche se aveva indubbiamente sottovalutato la forza effettiva dell'IMPERO TURCO e le capacità di reazione dell'efficiente GRAN TURCO SELIM I "IL CRUDELE.


 

venerdì 14 agosto 2015

Sulla prima emigrazione italiana in Australia


La vera e propria EMIGRAZIONE ITALIANA verso l'Australia paese comincia nel 1870 (non partecipa quindi, se non per qualche caso limite, della FEBBRE DELL'ORO che data alla prima metà del XIX secolo), quando l’Italia viene colta da collasso socio-economico per le risultanze della rivoluzione industriale e l'assoluta non competitività del mondo agricolo.
In effetti una TESTIMONIANZA INTERESSANTISSIMA PER LA STORIA DELL'AUSTRALIA in quanto costituisce una delle PRIME DOCUMENTAZIONI DELL'ATTIVITA' ITALIANA (ANNO 1856) NEL NUOVISSIMO CONTINENTE è rappresentato da una CORRISPONDENZA con cui Nino Bixio narra i tentativi commerciali (ma anche l'arrivo di manodopera italiana) in AUSTRALIA e specificatamente a MELBOURNE ad opera de "LA GENOVESE - SOCIETA' PER L'EMIGRAZIONE IN AUSTRALIA" [nella corrispondenza si legge la "PRIMA DESCRIZIONE ITALIANA DI MELBOURNE": ed un ulteriore interessante documento è costituito dalla BOLLA DI CARICO DEL VASCELLO "GOFFREDO MAMELI" ove si recuperano notizie sui PRODOTTI ITALIANI (E NON) CHE SI COMMERCIARONO A MELBOURNE].

I primi significativi veri flussi sono però da registrare a qualche anno dopo e furono costituiti da operai, pastori e pescatori, infatti, i sindacati australiani volevano solo braccianti, non persone specializzate: per braccianti si intendevano anche coloro che potessero cooperare nel campo agronomico, in quello dell'allevamento bovino ed ancora della pastorizia su larga scala. 
Nel 1880 la nostra comunità comprendeva almeno 2000 persone, stanziate per la maggior parte nello Stato sud-orientale del Victoria.
Nel 1883, in un trattato firmato a Roma, le autorità australiane autorizzarono l’ingresso in Australia anche di immigrati qualificati, che avrebbero favorito lo sviluppo del paese e l’afflusso di capitali.
Il sentimento anti-italiano perdurò fin dopo la I guerra mondiale nel Queensland e nell’Australia occidentale.
Le restrizioni aumentarono nel 1901 con la costituzione della Federazione delle Colonie. Il Governo Federale decise di limitare l’immigrazione vietando l’accesso prima a persone di colore e in seguito, per conservare inalterato il carattere anglo-irlandese della Confederazione, anche agli immigrati dell’Europa del sud. Il divieto restò in vigore fin dopo la II Guerra Mondiale.
Negli anni ’50 e ’60 il problema della mafia produsse un’altra ondata anti-italiana.
Il censimento del 1881 registrava la presenza di 1.880 italiani, che risiedevano per lo più nello stato di Victoria. Il flusso degli arrivi aumentò ogni anno di circa 250 unità. Il censimento del 1901 ne contava 5.678. Agli inizi del ‘900 il flusso medio annuo raggiunse le 700 unità, ma la guerra lo arrestò. L’emigrazione italiana in Australia riprese dal 1922.
Gli italiani s’impiegarono nelle miniere, nella pesca, nelle fonderie, nella costruzione delle linee ferroviarie ed altri, in città, si adeguarono ad ogni tipo di lavoro, divennero sarti, albergatori, cuochi, falegnami, camerieri. Non mancarono gli agricoltori, che fondarono le comunità rurali di Mildura, Shepparton, Myrtleford, Ballarat, Wangaratta e Warribe nello stato di Victoria; Goulburn, Lightgow e Lismore nella Nuova Galles del Sud. Nel New South Walles, che fa capo alla cittadina di Griffith, si formò un’intera comunità di italiani, soprattutto veneti, che inizialmente lavorarono la terra, di cui poi divennero proprietari. La coltura della canna da zucchero nel Queensland è oggi attività quasi tutta italiana: i primi ad insediarvisi furono persone provenienti dal Monferrato, dalla Valtellina e dal Veneto. Agli inizi del Novecento inizia ad essere presente la stampa italiana con il periodico "Uniamoci" (che chiude però nel 1904), con "L’Italo-australiano" (che cessa nel 1909) ed "Oceania", che viene diffuso fino agli inizi della prima guerra mondiale. 


lunedì 10 agosto 2015

Airole (IM), Val Roia: cenni di storia

Airole, provincia di Imperia, val Roia
Nel XIII sec. Ventimiglia era stata assoggettata dalla potente ed espansionistica Repubblica marinara di Genova.

La media valle del Roia con Breglio e Saorgio (oltre a Pigna in Val Nervia), Sospello capoluogo sulla Val Bevera, assieme a tutta la valle del Varo, erano giunti in possesso di Carlo I d'Angiò che aveva occupato il Nizzardo penetrando nel Basso Piemonte fino ad annettersi il Cuneese, sotto il titolo di "Bailaggio della Contea di Ventimiglia e Val Lantosca".

I decaduti conti intemeli col titolo di "Conti di Tenda" controllavano ormai solo questo sito alpino sino a Briga e nell'oltregiogo tutta la Valle Vermenagna. Nel frattempo sul ceppo comitale si era innestato il sangue vigoroso dei Lascaris (1260), di ascendenza imperiale costantinopolitana, i quali scelsero il ruolo geopolitico di intermediari fra i luoghi tattici, a Nord e Sud, del valico tendasco, persino a scapito degli Angioini, costretti pei loro traffici a valersi dei passi dell'alta Val Gesso.

In tal contesto la fazione guelfa e Carlo I d'Angiò non mancavano di problemi; a prescindere dall'opposizione genovese al loro espansionismo, bisogna ricordare, sulla scia di T. Ossian De Negri, che Carlo non aveva centrato il suo obbiettivo primario: quello di creare un viatico provenzale fra Nizzardo e Basso Piemonte, sì da controllare la "via del sale" da Hières e monopolizzarne il commercio sin a Piemonte e Lombardia. Il Sovrano, fra 1276 e 1278, riuscì a ridurre in suo vassallaggio i Lascaris di Tenda, Conti Guglielmo Pietro e Pietro Balbo: tale scontro non dipese però, come scrisse l'Alberti dal " desiderio di vendicarsi della defezione fatta...da due Conti di Ventimiglia" ma fu subordinato ai diversi interessi politici sulla "via del sale", nutriti in pari misura da Carlo quanto dai Lascaris. Il successo angioino non deve tuttavia ingannare. La pace del re con Genova, del 1276, dipese soprattutto dalla mediazione di Papa Innocenzo V ma la Repubblica restò sospettosa ed ostile verso gli acquisti angioini: peraltro i Lascaris di Tenda non accettarono l'umiliazione sofferta e presto la fazione ghibellina prese respiro pei successi di Oberto Doria.
San Michele, oggi Frazione di Olivetta san Michele (IM)
Olivetta San Michele (IM)
La conquista provvisoria del territorio di Ventimiglia avverrà invece sotto il figlio di CARLO I, il vigoroso Sovrano di Napoli ROBERTO il SAGGIO dal cui operato si ricavano alcune utili ed antiche notizie sulle VILLE di Ventimiglia medievale.
La compravendita di AIROLE dipese dal fatto che il Comune intemelio ne fece un nodo della "via del Roia": il progetto di colonizzare l'area aveva lo scopo di istituire un insediamento intemelio lungo il tragitto del Roia e farne un antemurale contro invasioni banditesche che preludevano a spostamenti militari sabaudi.

Tale ipotesi giustificherebbe l'esistenza di qualche struttura militare in valle, la fortificazione dei luoghi di passo e la concentrazione a barriera dei villaggi di Collabassa, S. Michele, Olivetta, Piena, Fanghetto e Libri, sul terminale od in parti nodali di itinerari corrispondenti ad antiche mulattiere.
Nel 1498 la zona di Airole, avanguardia genovese contro il Piemonte, era ancora priva di vita di relazione a comprova che gli insediamenti in val Roia furon sempre macchinosi contrariamente a quanto accadde in Val Nervia.
La ritardata evoluzione "coloniale" di Airole, di cui Ventimiglia era detta "Signora", dipese da sopraggiunti contenziosi coi Certosini di Pesio: il 17-XII-1436 Samuele Priore della Certosa di Pesio non solo protestava contro l'insolvenza dei reggitori intemeli ma chiedeva la "conservazione" in Airole di un fondo i cui proventi spettassero alla Certosa.
Le "terre e i diritti" cui alluse frate Samuele confortano nel giudizio che i Certosini prima della vendita mai avessero abbandonato il Priorato, contro le "false voci dei Sindaci" e che avessero finito per centrare i loro interessi su alcuni siti e su quelle pertinenze agricole che producevano cespiti migliori: in base al rescritto del 1436 si deduce che i frati benché poco numerosi stessero ad Airole ancora nel 1434 e che, attese le manchevolezze del Comune intemelio, avessero assegnato ad un procuratore di porre sotto cautelativa il sito onde vanificare le proposizioni insediative dei Ventimigliesi.
La soluzione della diatriba avvenne tempo dopo, verso gli anni '90 del secolo: soltanto dopo la fine della lite il Comune intemelio, saldati i debiti e entrato in possesso di Airole mentre già si era evoluta la strada del Roia, incaricò 4 suoi cittadini-magistrati di suddividere l'agro di Airole in 14 zone da assegnare ad altrettanti capifamiglia "probi e fidi" che in rapporto al beneficio assunsero l'onere di costruirvi un'abitazione , risiedere sul lotto di proprietà e lavorarlo, versando al Comune annualmente un soldo per diritto di "cottumo" ( allorché le terre fossero state "accottumate", o riscattate, il tributo sarebbe divenuto formale sotto l'aspetto di una "fava nera").

La volontà intemelia di ripopolare l'agro di Airole facendone "fida guardia sul ben meditato viatico delle gole (del Roia) sin a Tenda contro malintensionati e a pro di boni homini" si ricava da altro capoverso dell'atto del 1498.
I capifamiglia beneficiari erano sì titolari delle proprietà ma avrebbero potuto venderle solo ad abitanti del luogo e in dipendenza del pagamento al Comune dello Jus di "laudemio", cioè la somma variabile che il concessionario di un'enfiteusi (titolare del cosiddetto dominio utile come nel caso i 14 capifamiglia destinatari) doveva versare al proprietario concedente (titolare del dominio eminente o diretto come nella circostanza il Comune intemelio) nell'eventualità di un'alienazione del suo diritto in seguito a vendite, donazioni, trasmissioni di eredità od altro.

Tenendo conto dei progetti viari sulla Valle del Roia, della compravendita di Airole e delle condizioni strategiche del sito si evince che Ventimiglia non solo intendeva aprirsi una via nel Piemonte ma che, per garantirne la sicurezza, voleva costellarla di insediamenti coloniali che non si esaurissero di abitanti e che soprattutto non passassero sotto altrui giurisdizioni laiche od ecclesiastiche.

Lo studio di carte della Certosa di Pesio giustifica i codicilli inseriti nell'atto del 1498. La "casa madre" ormai non era solo strettamente legata alla sfera politica sabauda ma risultava anche connessa tanto al "borgonuovo" di Cuneo quanto alle strade commerciali "Provenza-Nizza-Piemonte": fu ulteriore ragione di legare gli abitanti di Airole sia a Ventimiglia che alla terra rendendo gravosi trasferimenti e alienazioni. Temendo nuove infiltrazioni del clero pedemontano, visto che le abbazie piemontesi "non son serve nostre ma dei Duchi", il Comune, d'accordo colla Diocesi, istituì una RETTORIA in Airole affidata (doc. del 25-VIII-1516, a tal Giovanni Serviense che si obbligò a versare annualmente le decime, in occasione della Festa dell'Assunta, al Preposito della Cattedrale intemelia G.B.D'Oria e così in perpetuo fra i successori: fu un modo per innestare Airole, oltre che civilmente, anche dal profilo religioso sul tronco delle istituzioni intemelie).
Nella sua inedita Raccolta di notizie storiche antiche (I, pp. 229-619) il gesuita intemelio Agostino Galleani (1724-1775) precisò che ancora ai suoi tempi Ventimiglia soleva inviare ogni anno consoli e censori per esercitare la supervisione dei luoghi, di modo che non fosse avvenuta alcune cessione contrastante l'atto del 1498, e riscuotere il censo formale.
La periodicità dei controlli e della riscossione fiscale cui alluse l'erudito restano prova della volontà intemelia di esercitare controllo politico-amministrativo sul paese di Val Roia, di cui sotto il profilo strategico pei tragitti di valle e sublitorale ai tempi del Galleani (quelli della guerra di successione austriaca) si ribadiva la valenza: non sembra casuale che a fronte dei controlli ormai superficiali sulle altre sue dipendenze rurali, il Capoluogo intemelio andasse non solo esercitando periodiche supervisioni su Airole ma che le autorità attribuissero a Ventimiglia il titolo di "Signora di Airole" che alludeva al totale possesso di Airole senza pretese straniere o contenziosi con organi ecclesiastici (G. ROSSI, Sulla fondazione di Airole, colonia ventimigliese, documenti del XV secolo, Torino, 1864).



venerdì 7 agosto 2015

Antiche origini di Pigna (IM), in Alta Val Nervia

Le origini di Pigna (IM), in Alta Val Nervia, si fanno risalire al 1164 anche se la tradizione vuole che il borgo sia sorto nel X secolo.
Le ricerche hanno permesso di valicare queste date, ricollegando il sito di Pigna a origini molto piu antiche che risalgono all’epoca degli insediamenti liguri preromani molto spesso connessi a religioni arcaiche e in parte di origine celtica, come quella delle dee Madri e del culto delle Acque simboleggiato dalla base termale di Lago Pigo.
I fondi agricoli romani (ad eccezione del Bucinus = Buggio) erano grossomodo situati all’altezza media di 600 m., su terrazzi naturali volti a sud, cioè in posizione ottima per le coltivazioni.
Di sicure origini romane sono il fundus Carnius e l’Aurius, fra questi, in una vasta area agricola lungo il torrente Carne, si usa il nome di luogo Parixe connesso con un in panicis che allude a un’azienda romana dedita alla coltura di quel tipico cereale minore di Liguria che è il panico.
Parimenti nell’area pignasca i nomi in Lucis (in dialetto: lixe = i boschi) e in ieniperis (in dialetto: geribri = la boscaglia).
Ma in questa zona dell’alta val Nervia (crocevia di civiltà per i contatti viari col mare, il Piemonte e la Francia) non mancano altre tracce d’insediamenti romani, spesso documentati da reperti.
Si ricordi la località Sesegliu (vallone con prati e pini già sede di una vastaira o recinto per l’alpeggio del bestiame) da collegare con l’esistenza di una villa Ciselia romano-imperiale (forse lì edificata per sfruttare il patrimonio di legname del bosco di Gouta).
Di origine romana è il toponimo Agnaira (alpeggio estivo degli animali), quello detto Clairara (da Clariara = bosco a radure per pascoli), l’Aurnu , l’ Ouri, il fondo rurale Civagnu (da collegare a un Clotanius derivato forse dai nomi gallici Clotorix, Clotuavos , Clotius, se non da un Cluanius di provenienza sannitica = Cluatius/Cluentius), il fondo Veragne e la vicina proprietà che pure deriva da un fondo romano Vidumnus.
Verso IV-VII sec. si concentrarono nuove proprietà in siti più bassi di quelli dei fondi romani, in luoghi prossimi a fiumi e torrenti: altri dati sono utili per comprendere l’importanza di Pigna e territorio dai tempi di Roma sin alla fine del Medioevo.
Per esempio l’Argeleu [ritenuto sede dell’antico tribunale di Pigna], Prearba [nome di campi incolti alle falde del Toraggio, che sarebbe da mettere in relazione (attraverso i nomi ligure vindupale e latino Petra Alba = pietra bianca) con un tipo di pietra bella e pregiata seppure un po’ scura”]> un discorso a parte poi, da trattare separatamente per importanza, è quello del complesso termale di Lago Pigo.
Pigna conserva tuttora bene la sua originaria struttura e, anche se sono state fatte varie ipotesi sulle origini del nome (poetica ma non vera quello che lo fa derivare dal latino pinea che indicherebbe i boschi di pini presenti nei dintorni), quella reale vien data da Giulia Petracco Sicardi che ha scritto: “II toponimo deriva da pinnia (da cui anche l’italiano “pigna” = frangiflutti del ponte) voce del latino parlato connessa con pinna = penna.
L’abitato, sviluppatosi sulle pendici del castello dopo la sua distruzione, occupa infatti l’estremità di un contrafforte che determina un’ansa del torrente Nervia.


domenica 2 agosto 2015

Alle origini del Principato di Monaco

Uno scorcio dello stato attuale del Principato di Monaco
Monaco fu forse uno scalo fenicio divenuto poi possedimento di Massalia e venne dai Romani detto Portus Herculis Monoeci in quando secondo la mitologia il sito sarebbe stato fondato da Ercole. La versione tradizionale della storiografia classica vuole che in età romana al municipium di Albintimilium fosse da ascrivere anche il centro di Monaco: si è spesso avanzata, a giustificazione di tale ipotesi, la lapide di un magistrato intemelio ritrovata nell'area di questa località.
Mommsen, invece, ritenne Monaco dapprima una dipendenza di Marsiglia e successivamente, circa dal III secolo, soggetto con Nizza al governo di un procurator di nomina imperiale.
Bisogna però far rilevare che gli eventi del IX-X secolo, con le scorrerie saracene, avevano così alterato il tessuto demico e politico del territorio, che non è semplice correlare la condizione geo-politica di Monaco nel medioevo a quella della località ai tempi della Pace romana: si rese infatti obbligatoria nell'XI secolo una complessa ristrutturazione del territorio cui concorsero tanto i feudatari locali che le autorità ecclesiastiche. La prima chiesa di Monaco, naturalmente per quanto concerne i documenti superstiti e fruibili, fu quella intitolata a Santa Devota des Gaumates, restituita nel 1075 dai signori di Nizza all'abbazia di San Ponzio: sulla linea di questo segnale il Pavoni ipotizza quindi che la giurisdizione della Diocesi nizzarda potrebbe essere da correlare all'opera evangelizzatrice dei religiosi di tale monastero.
Sulla fine del XII secolo la Repubblica di Genova si impadronì di questa piazza esercitandovi un'influenza rilevante che tuttavia non incise sulla dipendenza di Monaco, per il lato spirituale, dalla diocesi di Nizza. Il 3 dicembre 1197, cedendo a Genova la quarta parte pro indiviso del poggio di Monaco, Guglielmo, abate di San Ponzio, aveva posto la condizione che, si ecclesia vel alia domus in qua divinum officium celebretur aliquo tempore ibi fuerit edificata, totum ius ecclesiasticum ad monasterium Beati Poncii pertineat et sub eius diocesi sit supposita.
Nel 1247 Innocenzo IV concesse ai Genovesi il permesso di edificare una cappella nel castello di Monaco, ad percipiendum ab eis et incolis eiusdem loci ecclesiastica sacramenta: il cappellano di questa, non intercorrendo qualche giustificata inibizione, sarebbe stato nominato dalla Chiesa Genovese, stante la quasi scontata ratifica del vescovo nizzardo.
La giurisdizione temporale di Monaco non risulta invece così chiaramente decifrabile quanto quella spirituale e diocesana.
Si è pensato che il complesso demico fosse appartenuto al Comitato di Nizza, visto che nel 1174 Raimondo, duca di Narbona, conte di Tolosa e marchese di Provenza, fece cessione a Genova del poggio di Monaco e del castello e del territorio di La Turbie. Stupisce quindi leggere da un documento superstite del 19 gennaio 1258, che il conte Guglielmino di Ventimiglia, figlio del defunto Guglielmo, abbia trasmesso a Carlo d'Angiò, con altri suoi diritti su vari possedimenti del Comitato di Ventimiglia, pure quelli sopra Monaco.
E' ipotizzabile che le devastazioni saracene abbiano alterato, con quello demico-insediativo, tutto il complesso amministrativo, sì che ne derivò una certa confusione in merito alla corretta demarcazione confinaria secondo gli antichi diritti e conseguenti parametri topografici.
La linea confinaria in seguito al ripopolamento del sito sarebbe stato stato determinato in stretto rapporto sia con la penetrazione monastica nizzarda, che con l'attivismo di alcune signorie locali, specie quelle di Eze e di La Turbie.
Il porto, che dopo anni di oblio riprese ad essere funzionante in pieno XI secolo, ed il monte che gravita su questo approdo avrebbe quindi risentito di molteplici interferenze amministrative e giurisdizionali ad opera del cenobio di San Ponzio, dei feudatari di Eze e di La Turbie, dei Conti di Ventimiglia.
Questo mosaico giurisdizionale avrebbe finito con l'alterare compiutamente la ripresa dell'antica conformazione territoriale coi relativi confini, rendendo infattibile un inserimento quasi archeologico del complesso nella precedente struttura comitale di appartenenza: il sopraggiungere della potenza e dell'egemonia genovese finì col rendere superfluo ogni dibattito in merito e l'insorgenza di eventuali contenziosi. Monaco fu quindi possesso di Genova da fine XII secolo come dominio dei genovesi Grimaldi, ma in seguito diventò dominio diretto di un ramo della stessa casata genovese Grimaldi che vi si stabilì. Nel 1512 la sovranità della famiglia fu riconosciuta dalla Francia sotto il cui protettorato Monaco restò per 3 secoli.

da Cultura-Barocca