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domenica 17 giugno 2018

Problematiche della pregressa emigrazione negli U.S.A.: cenni

Emigranti italiani - Fonte: UCR/California Museum of Photography Ellis Island photographs from Keystone-Mast Collection
Dopo la Guerra Civile si osserva negli Stati Uniti un vero boom economico generato dalla seconda rivoluzione industriale. La colonizzazione del West stimola lo sviluppo. Vengono costruiti oltre 200 mila chilometri di ferrovia. Gli Stati Uniti sorpassano, come potenza industriale, Gran Bretagna Francia e Germania.
Uno dei fattori critici di questo sviluppo fu la disponibilità quasi illimitata di mano d’opera immigrata. Se gli immigrati rappresentavano nel 1910 il 14% della popolazione, contribuivano il 50% dei lavoratori dell’industria.
Gli immigrati prendevano spesso il primo lavoro gli si presentasse. I livelli salariali erano bassi, e consentivano a malapena la sussistenza del nucleo familiare. Questo fino a che il precario equilibrio non veniva rotto da una malattia invalidante o dal licenziamento del capofamiglia.
Questa precarietà porta le diverse comunità a stringersi, per facilitare il mutuo soccorso. Si creano quartieri "etnici" ed anche le professioni ed i settori industriali divengono appannaggio di specifici gruppi nazionali.
Gli Scandinavi andarono verso il Minnesota e si dedicarono all’agricoltura, gli Slavi andarono nelle miniere in Pennsylvania e nei macelli di Chicago.
Gli Ebrei dell’est si orientarono su New York e sul settore tessile. Nel 1897 i tre quarti dei lavoratori edili di New York erano italiani, sostituendo gli Irlandesi che avevano un tempo dominato questo settore.
A New York i napoletani si concentravano attorno a Mulberry Bend mentre i genovesi erano a Baxter St. ed i siciliani a Elisabeth St. In queste oasi gli immigrati potevano parlare la loro lingua, trovare i loro cibi e conservare le loro tradizioni.
Se questi quartieri fornivano un’atmosfera di supporto reciproco e di "comunità", nondimeno le condizioni di vita erano difficili. Sporcizia, sovraffollamento, rumore erano la regola nei "tenements" la base dell’edilizia residenziale ad alta intensità.
La legge sugli alloggi di New York del 1901 prevedeva un gabinetto e acqua corrente per ogni unità ma, prima che venisse fatta rispettare, ogni piano divideva due latrine. Molti inquilini, per aiutare a pagare l’affitto, subaffittavano il proprio appartamento, aggravando il problema del sovra affollamento.
TBC, colera e tifo dilagavano ed a farne le spese erano spesso i più piccoli.
Alcuni emigranti, detti gli "uccelli migratori" lavoravano a contratto per alcuni mesi per poi tornare in patria. Questi come gli altri immigrati erano spesso vittime di intermediari che procuravano posti di lavoro speculando su una serie di servizi che fornivano ai lavoratori (alloggio, trasporto etc.).
Le fabbriche di abbigliamento riducevano il costo di produzione terziarizzando il lavoro a piccoli laboratori familiari. Questi lavori, pagati a cottimo, erano compiuti da ebrei e, dall’inizio del 900, dagli italiani. Quasi sempre in questi lavori venivano impiegati tutti i membri della famiglia, compresi i bambini.
Donne e bambini non si limitavano a lavorare in casa ma erano occupati anche nelle fabbriche, in condizioni terribili. Il tasso di incidenti sul lavoro per i bambini era triplo rispetto a quello degli adulti.
In seguito alla campagna iniziata nel 1904 dal National Child Labor Committee, nel 1914 34 Stati proibirono il lavoro di minori di 14 anni e portarono a 8 ore la giornata di lavoro dei minori di 16 anni.
Le donne lavoravano prevalentemente nelle lavanderie, come domestiche e nelle industri tessili. Al 1923 39 Stati avevano introdotto norme che limitavano l’orario di lavoro delle donne. Questa che voleva essere una conquista si tradusse spesso in un aggravamento delle condizioni di vita in quanto ad un orario di lavoro ridotto equivale una paga minore.
I nuovi arrivati non erano ben visti in quanto considerati in concorrenza con i lavoratori nati o di più antica residenza ñ negli Stati Uniti. Il sindacato vedeva gli immigrati, in particolare gli stagionali, come una grave minaccia.
Nei settori dove gli stranieri erano più numerosi i sindacati dovettero aprirsi alle esigenze di questi immigrati. Non fu facile mettere insieme uomini e donne divisi da lingue e tradizioni secolari. Il sindacato tessile fu uno dei primi a mobilitare gli immigrati, fra cui spiccavano gli italiani. Il disastro dell’incendio del Triangle Shirtwais Company (1911) dove morirono 140 operaie immigrate rafforzò la partecipazione al sindacato. 
Entro gli anni 1930 gli immigrati rappresentavano la spina dorsale del movimento sindacale americano.
Nonostante le difficilissime condizioni, dall’inizio le comunità furono capaci di esprimere una ricca vita culturale e politica. La stampa etnica raggiunse l'apice durante la prima guerra mondiale. Sono oltre 1300 i giornali in lingua stranieri pubblicati negli Stati Uniti. I giornali in italiano avevano una diffusione di 700 mila copie mentre quelli in tedesco, Yiddish e Polacco superavano, ciascuno, il milione di copie vendute.
Lentamente gli immigrati iniziarono a farsi strada nel nuovo paese, raggiungendo in alcuni casi posizioni di prestigio. La progressiva integrazione ed il succedersi delle generazioni tendono a sfumare i caratteri nazionali.

da Cultura-Barocca

lunedì 4 giugno 2018

Quelle confetterie create dai liguri in Buenos Aires

N. Cuneo, nel suo volume sulla Storia dell'emigrazione italiana in Argentina (1810-1870) [Milano, 1940], più volte sottolinea l'abilità imprenditoriale degli immigrati italiani, destinati spesso ad affermarsi celermente come imprenditori, artigiani, commercianti ed anche quali liberi professionisti.
L'autore, che sempre sottolinea la precocità storica dell'immigrazione genovese, mette, tra l'altro, in evidenza la particolare ingegnosità ligure nel cogliere l'importanza dell'iniziativa imprenditoriale nel settore terziario di un paese indubbiamente in grande espansione, come l'Argentina, ma in cui, oltre che di adeguati pubblici ritrovi, si avevano ignoranza od imperizia, addirittura, delle tecniche basilari onde realizzare in loco (senza cioè ricorrere, come da vecchissima e costosa consuetudine, all'importazione dal Vecchio Continente) di pasticcini, confetti, leccornie e bevande voluttuarie di qualità, compresi il caffè ed il latte.
Al riguardo il Cuneo scrisse: "Poiché s'é sparsa la voce che i confettieri siano ricercati, un altro genovese, il Costa, compie un gesto di coraggio, ed apre [in Buenos Aires] nel 1855, tra le vie Cangallo e Bartolomé Mitre, in via Florida, una confette­ria: la Confiteria del Aguila [di cui si vede sopra un'immagine antiquaria conservata nell'archivio del "Museo della canzone di Vallecrosia (IM)"], che diverrà celebre. I fratelli Roverano, liguri anch'essi, aprono la Confiteria del Gas che sarà il più elegante dei ritrovi".
Siffatti ritrovi diverranno presto punti di riferimento mondano, dove non sarà difficile coniugare con la tradizione autoctona e l'egemone cultura spagnola esperienze mondane ed artistiche di matrice ligure dapprima e quindi più estesamente italiana: molti artisti italiani e parecchi teatranti passeranno per questi locali e fra le loro mura più volte echeggeranno tanto le melodie colte quanto i canti patriottici ed ancora le note delle più celebri canzoni popolari di svariate estrazioni regionali italiane.

da Cultura-Barocca

giovedì 17 agosto 2017

Sull'emigrazione italiana in Argentina: la zona di Rosario

Rosario (Argentina), il Palazzo di Giustizia in Piazza Martin nel XIX secolo - Dall'Archivio Fotografico del Museo della Canzone di Vallecrosia (IM)

Nella città di Rosario, sin dal 1848, cioè sin dal suo nascere, aveva avuto prevalenza l'elemento italiano su tutta la collettività cosmopolita che costituì la sua compagine sociale. Nel 1858, su una popolazione totale di novecentosettantotto persone contava ottocentotrentasei Italiani che salirono alla cifra di 2940 nel 1871 ed a quasi seimila nel 1876.
E poiché fino dal 1871 l'Agenzia consolare di Santa Fé era stata annessa a quella di Rosario, la popolazione italiana delle due città, dei sobborghi e quintas (orti) condotti da connazionali, e delle quaranta colonie agricole attornianti la città, si calcolava da dodici a quindicimila anime.
L'emigrazione italiana verso questo centro d'affari era sempre stata crescente. Il nostro console in Rosario, Luigi Petich, volle nel 1870 fondare alcune colonie nelle vicinanze della città. Ad una di esse pose nome Nuova Italia, ed era situata sul Rio Parana a quattro leghe da Rosario, con quindici famiglie ed ottanta persone tutte italiane. All'altra diede nome Nuova Spagna. Ma tutte e due dovettero fondersi insieme e nessuna delle due divenne prosperosa come il Petich aveva sperato.
Nel 1870 veniva creata ancora la colonia Jesus Maria, la più fertile e la più importante del dipartimento Iriondo-Rosario. S'estendeva per cinque leghe lungo la costa del Rio Parana, ed in un campo dove due anni prima pascolavano solo gli armenti, nel 1872 si formò un villaggio fiorente con un tempio così bello che neppure Rosario ne possedeva uno simile. (Su 950 persone, componenti 180 famiglie agricole, 768 erano italiane, 130 argentine, 52 francesi).
Alcune di queste famiglie meritano speciale menzione. La famiglia Grasso giunta nel 1869 dal Piemonte a Montevideo, passò successivamente nella colonia Jesus Maria. Contrasse un debito coloniale ma riuscì a liberarsene; acquistò varie concessioni, fabbricò case, introdusse strumenti e macchine agricole e s'arricchì. Nel 1872 raccolse duecennto fanegas (circa 220 quintali) di granoturco e frumento di ottima qualità. La famiglia Pastore, pure piemontese, giunse alla colonia San Carlos, ove dimorò otto anno. Passò poi nel 1870, a Jesus Maria dove s'arricchì e dove attirò altri Italiani. Nel 1872 possedeva già alcune case, un mulino e diverse cuadras coltivate ad orto ed a frutteto. In quest'anno con semenza di venti fanegas di grano (22 quintali circa) ne raccolse trecento, nonostante la perdita di un terzo del raccolto guastato dalle piogge. Il mulino Pastore mosso da muli, macinava il grano per tutta la colonia.
La famiglia Fraire giunse nel 1868 anch'essa dal Piemonte; acquistò due concessioni nella colon di San Carlos dove rimase un anno e mezzo. Passò poi a Jesus Maria ove acquistò tre altre concessioni. Nel 1872 questa famiglia era proprietaria di due case, di una mascalcia, e di un podere. In quell'anno raccolse duecento fanegas di grano e trecento di granoturco.
La famiglia Colmeno era invece d'origine lombarda. Giacomo Colmeno arrivò a Santa Fé nel 1871 con passaggio gratuito. Andò subito alla colonia Corondina e nel giugno dello stesso anno a Jesus Maria. Ebbe anticipazioni dai proprietari e secondato dalla fortuna, raccolse in breve circa settecento fanegas di grano, seicento delle quali vendette in una sola volta al prezzo di quattro boliviani (16 lire) la fanega. Possedeva cinque concessioni, due ranchos, animali e macchine.
Alberdi è un paesello che dista pochi chilometri da Rosario, e nel quale i ricchi dell'industre città hanno costruite ville, alcuni per trascorrervi qualche mese d'estate ed altri per passarvi tutto l'anno. Fu fondato dall'italiano Puccio. Superiore ad ogni elogio fu la fabbrica di mattonelle che, iniziata da solerti e laboriosi Italiani (Pederzini Edoardo, Malagosi Vincenzo, Della Mora Pietro e Sante Civilotti) si è trasformata in un grandioso stabilimento industriale. Un nostro ricco connazionale, Guglielmo Malberti di Novara, garibaldino del 1866, fu l'anima della commissione edilizia di questo paesello. Un giorno Rosario distaccherà in Alberdi il club delle regate.
Nelle altre province dell'Argentina il movimento migratorio italiano fu più lento e si rese sensibile ed evidente solo immediatamente dopo il 1870. Se si eccettuano queste due province di Buenos Aires e Santa Fé, negli altri Stati dell'Argentina gli Italiani non vanno spontaneamente: perché quantunque vi siano in essi terreni fertilissimi, sono tuttavia troppo lontani dai porti di mare.
L'Italiano, al Plata, non s'amalgama con la popolazione locale e neppure desidera vivere da solo in mezzo ad estranei.
Egli emigra nella provincia di Buenos Aires od in quella di Santa Fé, perché qui risiedono molti altri suoi conterranei fra i quali egli si sente a suo agio, Italiano fra Italiani, ospite riguardoso in terra altrui, rispettoso e rispettato. Se si confronta, difatti, la fertilità del terreno di queste due province con quella delle altre, si vede subito e dopo il 1870 lo constaterà lo stesso Italiano che vi sarà condotto dalla corrente migratoria che l'emigrato avrebbe potuto trarre la stessa utilità anche dalla coltivazione dei campi che egli invece evita. Ma se per dannata ipotesi non vi fosse stato in Santa Fé ed in Buenos Aires neppure un connazionale, vi sarebbero rimasti sempre due porti: Buenos Aires e Rosario. E bastavano. Avrebbero consentito all'emigrante il contatto, l'uso comune della lingua, e il bisogno del traffico con altri Italiani che andavano e venivano.
E' questa la caratteristica dell'emigrazione italiana anteriore al '70; gli stessi esuli che si sono allontanati dalla patria in odio a certe leggi, a certi Governi, a certi uomini, a certe consuetudini che sono prettamente italiane, vivranno tutti lungo la costa, vicino al mare, fra conterranei coi quali sono, per molteplici ragioni in disaccordo, ma contro i quali potranno sempre spiegarsi con un'invettiva nella lingua materna; sulla costa potranno sempre incontrare qualcuno che si sottometta a chiacchierare con loro di quei Governi, e di quei persecutori che li hanno resi fuorusciti ma non dimentichi della patria loro….
….L'Entre Rios, Cordoba, San Luis, Mendoza sono fertili quanto Santa Fé e Buenos Aires, hanno clima e temperatura ottimi, e creeranno, dopo il 1870, la fortuna di certi Italiani che resteranno memorandi, come figure, nella storia economica dell'Argentina ed in quella della nostra emigrazione.
Ma gl'Italiani vi si recheranno solamente dopo che un gruppo audace d'altri Italiani li abbia preceduti. Da allora in poi sopporteranno l'alea dell'esperimento e costituiranno, dopo il risultato felice, il nerbo dell'attività industriale ed agricola del paese. Prima di seguire un'incognita che può rendere o moltissimo o nulla, i nostri emigranti preferiscono limitarsi a guadagnare abbastanza e seguire l'esempio tracciato dai predecessori.
Anche in Santa Fé, gl'Italiani avevano avuto buon fiuto. Questa provincia era favorita dalla natura del suolo, del clima, delle facili comunicazioni con il Rio della Plata e con l'Atlantico, dalle ferrovie che l'univano alle province interne, ma possedeva anch'essa qualche colonia decaduta alla quale però i nostri non appartenevano.
Infatti nelle colonie più disgraziate, Estancia grande, Francesa, Inglesa, California, Eloysa, Gruetli, Varios Puntos, Hansa, Germania, non v'erano Italiani.
In quelle d'Esperanza, San Jeronimo, Las Tunas, Humboldt e Villa Urquiza, essi costituivano una minoranza. Nelle altre erano l'elemento preponderante. 



venerdì 14 agosto 2015

Sulla prima emigrazione italiana in Australia


La vera e propria EMIGRAZIONE ITALIANA verso l'Australia paese comincia nel 1870 (non partecipa quindi, se non per qualche caso limite, della FEBBRE DELL'ORO che data alla prima metà del XIX secolo), quando l’Italia viene colta da collasso socio-economico per le risultanze della rivoluzione industriale e l'assoluta non competitività del mondo agricolo.
In effetti una TESTIMONIANZA INTERESSANTISSIMA PER LA STORIA DELL'AUSTRALIA in quanto costituisce una delle PRIME DOCUMENTAZIONI DELL'ATTIVITA' ITALIANA (ANNO 1856) NEL NUOVISSIMO CONTINENTE è rappresentato da una CORRISPONDENZA con cui Nino Bixio narra i tentativi commerciali (ma anche l'arrivo di manodopera italiana) in AUSTRALIA e specificatamente a MELBOURNE ad opera de "LA GENOVESE - SOCIETA' PER L'EMIGRAZIONE IN AUSTRALIA" [nella corrispondenza si legge la "PRIMA DESCRIZIONE ITALIANA DI MELBOURNE": ed un ulteriore interessante documento è costituito dalla BOLLA DI CARICO DEL VASCELLO "GOFFREDO MAMELI" ove si recuperano notizie sui PRODOTTI ITALIANI (E NON) CHE SI COMMERCIARONO A MELBOURNE].

I primi significativi veri flussi sono però da registrare a qualche anno dopo e furono costituiti da operai, pastori e pescatori, infatti, i sindacati australiani volevano solo braccianti, non persone specializzate: per braccianti si intendevano anche coloro che potessero cooperare nel campo agronomico, in quello dell'allevamento bovino ed ancora della pastorizia su larga scala. 
Nel 1880 la nostra comunità comprendeva almeno 2000 persone, stanziate per la maggior parte nello Stato sud-orientale del Victoria.
Nel 1883, in un trattato firmato a Roma, le autorità australiane autorizzarono l’ingresso in Australia anche di immigrati qualificati, che avrebbero favorito lo sviluppo del paese e l’afflusso di capitali.
Il sentimento anti-italiano perdurò fin dopo la I guerra mondiale nel Queensland e nell’Australia occidentale.
Le restrizioni aumentarono nel 1901 con la costituzione della Federazione delle Colonie. Il Governo Federale decise di limitare l’immigrazione vietando l’accesso prima a persone di colore e in seguito, per conservare inalterato il carattere anglo-irlandese della Confederazione, anche agli immigrati dell’Europa del sud. Il divieto restò in vigore fin dopo la II Guerra Mondiale.
Negli anni ’50 e ’60 il problema della mafia produsse un’altra ondata anti-italiana.
Il censimento del 1881 registrava la presenza di 1.880 italiani, che risiedevano per lo più nello stato di Victoria. Il flusso degli arrivi aumentò ogni anno di circa 250 unità. Il censimento del 1901 ne contava 5.678. Agli inizi del ‘900 il flusso medio annuo raggiunse le 700 unità, ma la guerra lo arrestò. L’emigrazione italiana in Australia riprese dal 1922.
Gli italiani s’impiegarono nelle miniere, nella pesca, nelle fonderie, nella costruzione delle linee ferroviarie ed altri, in città, si adeguarono ad ogni tipo di lavoro, divennero sarti, albergatori, cuochi, falegnami, camerieri. Non mancarono gli agricoltori, che fondarono le comunità rurali di Mildura, Shepparton, Myrtleford, Ballarat, Wangaratta e Warribe nello stato di Victoria; Goulburn, Lightgow e Lismore nella Nuova Galles del Sud. Nel New South Walles, che fa capo alla cittadina di Griffith, si formò un’intera comunità di italiani, soprattutto veneti, che inizialmente lavorarono la terra, di cui poi divennero proprietari. La coltura della canna da zucchero nel Queensland è oggi attività quasi tutta italiana: i primi ad insediarvisi furono persone provenienti dal Monferrato, dalla Valtellina e dal Veneto. Agli inizi del Novecento inizia ad essere presente la stampa italiana con il periodico "Uniamoci" (che chiude però nel 1904), con "L’Italo-australiano" (che cessa nel 1909) ed "Oceania", che viene diffuso fino agli inizi della prima guerra mondiale.