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lunedì 4 giugno 2018

Quelle confetterie create dai liguri in Buenos Aires

N. Cuneo, nel suo volume sulla Storia dell'emigrazione italiana in Argentina (1810-1870) [Milano, 1940], più volte sottolinea l'abilità imprenditoriale degli immigrati italiani, destinati spesso ad affermarsi celermente come imprenditori, artigiani, commercianti ed anche quali liberi professionisti.
L'autore, che sempre sottolinea la precocità storica dell'immigrazione genovese, mette, tra l'altro, in evidenza la particolare ingegnosità ligure nel cogliere l'importanza dell'iniziativa imprenditoriale nel settore terziario di un paese indubbiamente in grande espansione, come l'Argentina, ma in cui, oltre che di adeguati pubblici ritrovi, si avevano ignoranza od imperizia, addirittura, delle tecniche basilari onde realizzare in loco (senza cioè ricorrere, come da vecchissima e costosa consuetudine, all'importazione dal Vecchio Continente) di pasticcini, confetti, leccornie e bevande voluttuarie di qualità, compresi il caffè ed il latte.
Al riguardo il Cuneo scrisse: "Poiché s'é sparsa la voce che i confettieri siano ricercati, un altro genovese, il Costa, compie un gesto di coraggio, ed apre [in Buenos Aires] nel 1855, tra le vie Cangallo e Bartolomé Mitre, in via Florida, una confette­ria: la Confiteria del Aguila [di cui si vede sopra un'immagine antiquaria conservata nell'archivio del "Museo della canzone di Vallecrosia (IM)"], che diverrà celebre. I fratelli Roverano, liguri anch'essi, aprono la Confiteria del Gas che sarà il più elegante dei ritrovi".
Siffatti ritrovi diverranno presto punti di riferimento mondano, dove non sarà difficile coniugare con la tradizione autoctona e l'egemone cultura spagnola esperienze mondane ed artistiche di matrice ligure dapprima e quindi più estesamente italiana: molti artisti italiani e parecchi teatranti passeranno per questi locali e fra le loro mura più volte echeggeranno tanto le melodie colte quanto i canti patriottici ed ancora le note delle più celebri canzoni popolari di svariate estrazioni regionali italiane.

da Cultura-Barocca

giovedì 17 agosto 2017

Sull'emigrazione italiana in Argentina: la zona di Rosario

Rosario (Argentina), il Palazzo di Giustizia in Piazza Martin nel XIX secolo - Dall'Archivio Fotografico del Museo della Canzone di Vallecrosia (IM)

Nella città di Rosario, sin dal 1848, cioè sin dal suo nascere, aveva avuto prevalenza l'elemento italiano su tutta la collettività cosmopolita che costituì la sua compagine sociale. Nel 1858, su una popolazione totale di novecentosettantotto persone contava ottocentotrentasei Italiani che salirono alla cifra di 2940 nel 1871 ed a quasi seimila nel 1876.
E poiché fino dal 1871 l'Agenzia consolare di Santa Fé era stata annessa a quella di Rosario, la popolazione italiana delle due città, dei sobborghi e quintas (orti) condotti da connazionali, e delle quaranta colonie agricole attornianti la città, si calcolava da dodici a quindicimila anime.
L'emigrazione italiana verso questo centro d'affari era sempre stata crescente. Il nostro console in Rosario, Luigi Petich, volle nel 1870 fondare alcune colonie nelle vicinanze della città. Ad una di esse pose nome Nuova Italia, ed era situata sul Rio Parana a quattro leghe da Rosario, con quindici famiglie ed ottanta persone tutte italiane. All'altra diede nome Nuova Spagna. Ma tutte e due dovettero fondersi insieme e nessuna delle due divenne prosperosa come il Petich aveva sperato.
Nel 1870 veniva creata ancora la colonia Jesus Maria, la più fertile e la più importante del dipartimento Iriondo-Rosario. S'estendeva per cinque leghe lungo la costa del Rio Parana, ed in un campo dove due anni prima pascolavano solo gli armenti, nel 1872 si formò un villaggio fiorente con un tempio così bello che neppure Rosario ne possedeva uno simile. (Su 950 persone, componenti 180 famiglie agricole, 768 erano italiane, 130 argentine, 52 francesi).
Alcune di queste famiglie meritano speciale menzione. La famiglia Grasso giunta nel 1869 dal Piemonte a Montevideo, passò successivamente nella colonia Jesus Maria. Contrasse un debito coloniale ma riuscì a liberarsene; acquistò varie concessioni, fabbricò case, introdusse strumenti e macchine agricole e s'arricchì. Nel 1872 raccolse duecennto fanegas (circa 220 quintali) di granoturco e frumento di ottima qualità. La famiglia Pastore, pure piemontese, giunse alla colonia San Carlos, ove dimorò otto anno. Passò poi nel 1870, a Jesus Maria dove s'arricchì e dove attirò altri Italiani. Nel 1872 possedeva già alcune case, un mulino e diverse cuadras coltivate ad orto ed a frutteto. In quest'anno con semenza di venti fanegas di grano (22 quintali circa) ne raccolse trecento, nonostante la perdita di un terzo del raccolto guastato dalle piogge. Il mulino Pastore mosso da muli, macinava il grano per tutta la colonia.
La famiglia Fraire giunse nel 1868 anch'essa dal Piemonte; acquistò due concessioni nella colon di San Carlos dove rimase un anno e mezzo. Passò poi a Jesus Maria ove acquistò tre altre concessioni. Nel 1872 questa famiglia era proprietaria di due case, di una mascalcia, e di un podere. In quell'anno raccolse duecento fanegas di grano e trecento di granoturco.
La famiglia Colmeno era invece d'origine lombarda. Giacomo Colmeno arrivò a Santa Fé nel 1871 con passaggio gratuito. Andò subito alla colonia Corondina e nel giugno dello stesso anno a Jesus Maria. Ebbe anticipazioni dai proprietari e secondato dalla fortuna, raccolse in breve circa settecento fanegas di grano, seicento delle quali vendette in una sola volta al prezzo di quattro boliviani (16 lire) la fanega. Possedeva cinque concessioni, due ranchos, animali e macchine.
Alberdi è un paesello che dista pochi chilometri da Rosario, e nel quale i ricchi dell'industre città hanno costruite ville, alcuni per trascorrervi qualche mese d'estate ed altri per passarvi tutto l'anno. Fu fondato dall'italiano Puccio. Superiore ad ogni elogio fu la fabbrica di mattonelle che, iniziata da solerti e laboriosi Italiani (Pederzini Edoardo, Malagosi Vincenzo, Della Mora Pietro e Sante Civilotti) si è trasformata in un grandioso stabilimento industriale. Un nostro ricco connazionale, Guglielmo Malberti di Novara, garibaldino del 1866, fu l'anima della commissione edilizia di questo paesello. Un giorno Rosario distaccherà in Alberdi il club delle regate.
Nelle altre province dell'Argentina il movimento migratorio italiano fu più lento e si rese sensibile ed evidente solo immediatamente dopo il 1870. Se si eccettuano queste due province di Buenos Aires e Santa Fé, negli altri Stati dell'Argentina gli Italiani non vanno spontaneamente: perché quantunque vi siano in essi terreni fertilissimi, sono tuttavia troppo lontani dai porti di mare.
L'Italiano, al Plata, non s'amalgama con la popolazione locale e neppure desidera vivere da solo in mezzo ad estranei.
Egli emigra nella provincia di Buenos Aires od in quella di Santa Fé, perché qui risiedono molti altri suoi conterranei fra i quali egli si sente a suo agio, Italiano fra Italiani, ospite riguardoso in terra altrui, rispettoso e rispettato. Se si confronta, difatti, la fertilità del terreno di queste due province con quella delle altre, si vede subito e dopo il 1870 lo constaterà lo stesso Italiano che vi sarà condotto dalla corrente migratoria che l'emigrato avrebbe potuto trarre la stessa utilità anche dalla coltivazione dei campi che egli invece evita. Ma se per dannata ipotesi non vi fosse stato in Santa Fé ed in Buenos Aires neppure un connazionale, vi sarebbero rimasti sempre due porti: Buenos Aires e Rosario. E bastavano. Avrebbero consentito all'emigrante il contatto, l'uso comune della lingua, e il bisogno del traffico con altri Italiani che andavano e venivano.
E' questa la caratteristica dell'emigrazione italiana anteriore al '70; gli stessi esuli che si sono allontanati dalla patria in odio a certe leggi, a certi Governi, a certi uomini, a certe consuetudini che sono prettamente italiane, vivranno tutti lungo la costa, vicino al mare, fra conterranei coi quali sono, per molteplici ragioni in disaccordo, ma contro i quali potranno sempre spiegarsi con un'invettiva nella lingua materna; sulla costa potranno sempre incontrare qualcuno che si sottometta a chiacchierare con loro di quei Governi, e di quei persecutori che li hanno resi fuorusciti ma non dimentichi della patria loro….
….L'Entre Rios, Cordoba, San Luis, Mendoza sono fertili quanto Santa Fé e Buenos Aires, hanno clima e temperatura ottimi, e creeranno, dopo il 1870, la fortuna di certi Italiani che resteranno memorandi, come figure, nella storia economica dell'Argentina ed in quella della nostra emigrazione.
Ma gl'Italiani vi si recheranno solamente dopo che un gruppo audace d'altri Italiani li abbia preceduti. Da allora in poi sopporteranno l'alea dell'esperimento e costituiranno, dopo il risultato felice, il nerbo dell'attività industriale ed agricola del paese. Prima di seguire un'incognita che può rendere o moltissimo o nulla, i nostri emigranti preferiscono limitarsi a guadagnare abbastanza e seguire l'esempio tracciato dai predecessori.
Anche in Santa Fé, gl'Italiani avevano avuto buon fiuto. Questa provincia era favorita dalla natura del suolo, del clima, delle facili comunicazioni con il Rio della Plata e con l'Atlantico, dalle ferrovie che l'univano alle province interne, ma possedeva anch'essa qualche colonia decaduta alla quale però i nostri non appartenevano.
Infatti nelle colonie più disgraziate, Estancia grande, Francesa, Inglesa, California, Eloysa, Gruetli, Varios Puntos, Hansa, Germania, non v'erano Italiani.
In quelle d'Esperanza, San Jeronimo, Las Tunas, Humboldt e Villa Urquiza, essi costituivano una minoranza. Nelle altre erano l'elemento preponderante. 



giovedì 27 aprile 2017

Il primo Presidente dell'Argentina

Bernardino Rivadavia, ritratto nel periodo degli studi a Londra - Fonte: Wikipedia
"Nato a Buenos Aires il 20 maggio 1780, Bernardino Rivadavia s'era distinto, durante la seconda invasione inglese come tenente del Battaglione di Gallegas. Nelle elezioni del maggio 1810 aveva votato per la caduta del Vicerè de Cisneros. Dopo essere stato membro del Triumvirato del 1811, venne chiamato alla Segreteria della Guerra dove svolse un'attività febbrile creando fabbriche militari, organizzando l'amministrazione dell'esercito, soffocando congiure reazionarie. Ritiratosi a vita privata nel 1812 dopo la caduta del Triumvirato si recò in Europa per la prima volta nel 1814 e rimase sopra tutto, in Francia sino al 1821. In Inghilterra aveva stretto intima amicizia con il Bentham, che era il filosofo alla moda della Spagna, dove ne aveva diffuse le idee il Tovellanos, e nell'America Latina dove l'aveva reso noto il generale venezueliano Miranda. Il Rivadavia ammirava nel Bentham l'apostolo del liberalismo; il Bentham giudicava il Rivadavia come la più alta personalità dell'America Meridionale. In Francia, s'era incontrato col Lafayette che si adoperava a far riconoscere dal Governo francese l'indipendenza delle nuove repubbliche sudamericane, non solo per essere coerente con l'attività svolta in passato a vantaggio dell'America del Nord, ma perché sperava che questo gesto avrebbe giovato alla Francia nei suoi rapporti commerciali col Nuovo Mondo. Il Lafayette presentò il Rivadavia al conte Destutt de Tracy, che dopo essere stato suo prediletto ufficiale nell'esercito, s'era allora dedicato agli studi filosofici e sociali. Imprigionato durante il Terrore, Destutt de Tracy s'era dato, in carcere, alla lettura di Condillac. La morte di Robespierre l'aveva salvato dalla ghigliottina. Senatore, durante l'Impero, pari di Francia nella Restaurazione, era una figura brillante della vita parigina d'allora. Il suo salotto, quello della Recamier, quello della Stael furono aperti al Rivadavia che diventò d'attualità come rappresentante di un continente in fermento, oggetto della universale attenzione. E mentre al Plata si teme che don Bernardino si lasci lusingare troppo dalle attrattive di Parigi, egli col fascino della sua persona conquista il favore di tutti gli ambienti alla causa della libertà sudamericana… Al Plata, nel frattempo, la guerra civile proseguiva fra capitale e province, e cioè fra portenos e gauchos.
Il nuovo regime, ad onta delle generose promesse, mostrava di seguire nei riguardi dell'immigrazione una politica di diffidenza. Ripreso il programma di Moreno, venivano esonerati dai loro uffici, con decreto del 7 febbraio 1813, tutti gli impiegati governativi spagnoli non naturalizzati. Per gli stranieri, in genere, anzi che disposizioni di favore, venivano emesse, quattro anni piu tardi,norme di restrizione. Così nel 1817 si proibiva ai forestieri il matrimonio con donne nate nel paese; nel 1819 essi venivano interdetti dall'esercizio dell'ufficio tutelare, della curatela e dell'esecuzione testamentaria, imponendo inoltre sulle loro successioni un diritto del 50 %. Queste leggi dimostrano come il nuovo stato di cose, pur essendo preparato da uomini liberali come Moreno e Belgrano, creasse un sistema che, retto ancora da uomini del passato, era libero di nome ma dispotico di fatto. Fu solo nel 1821 che la prima legge permise al Governo d'aprire un credito destinato a favorire l'arrivo di famiglie laboriose per aumentare la popolazione della provincia. Tale legge non abrogava però la predetta generica proibizione che l'Inghilterra combattè per la prima, nel 1825, con un successo quasi completo, consacrato in quel trattato del 2 febbraio dell'anno stesso…
Le terre coloniali sino dal 1813 erano state dichiarate proprietà nazionale (non più regia), libere da maggioraschi, manomorte, corvees e vincoli d'ogni specie. Ma il sistema della alienazione era rimasto quello della gratuità, che provocò favoritismi e sperpero del patrimonio demaniale. Nel 1822, per dare garanzie ipotecarie ai prestiti inglesi di cui aveva bisogno, il Governo del Plata sospese le alienazioni delle pubbliche terre decidendo che a cominciare dal febbraio 1827 i fondi demaniali sarebbero stati concessi soltanto in locazione per vent'anni. Ma la cosa non fu attuata a cagione del disordine interno che doveva condurre di 1ì a poco (1829) alla dittatura del Rosas.
Quanti fossero gl'Italiani, in Buenos Aires, in questo decennio (1820-1830), è difficile conoscere, ma dalle notizie che qua e là ne danno i giornali locali, le guide e gli almanacchi si constata che esso offre già un quadro di una certa ampiezza. I cognomi rivelano la provenienza; le categorie professionali indicano il ceto sociale, la condizione economica, il livello culturale. La maggioranza è ligure, la minoranza è piemontese con qualche toscano, qualche napoletano e qualche sardo. Esclusi i fratelli di Manuel Belgrano di cui, uno Gioacchino, era deputato per Flores e possedeva un deposito di legname, e l'altro, Domenico Stanislao, era canonico in Buenos Aires; esclusi i fratelli Luca, d'origine meridionale, che occupavano buoni posti nella burocrazia (Tommaso era secondo ufficiale al Ministero dell'Interno; Giovanni Emanuele tesoriere generale e, alcuni anni dopo, amministratore generale delle poste) tutti gli altri commerciavano al minuto: erano bottegai, venditori di commestibili, od osti.
Le notizie provenienti dall'Italia erano scarse e solo di tanto in tanto i giornali locali riferivano qualche avvenimento come curiosità di cronaca estera e non come osservazione politica. Così, p. es: il 13 marzo 1815 l'Independient e pubblicava l'estratto d'una lettera da Milano del 5 ottobre 1814 nella quale si narrava l'episodio occorso alla Scala al Maresciallo austriaco Bellegarde, che nella sera genetliaca dell'imperatore Francesco I, ebbe fischi in luogo degli attesi applausi. Cinque anni dopo ?il 9 novembre 1820- la Voz del Pueblo riproduceva tradotta dal Times una lettera da Napoli dell' 11 luglio che descriveva le operazioni dell'esercito costituzionale comandato da Guglielmo Pepe. Buenos Aires era allora una capitale in formazione, priva di tutto quello che si poteva trovare in una città europea. Le case di stile coloniale erano quasi tutte ad un piano. Avevano cortili spaziosi, grandi porte, balconi enormi. Le stanze pavimentate con mattoni; le pareti senza stucco né carta da parato erano imbiancate a calce, il soffitto a tetto lasciava vedere i travi. Le strade erano irregolari, senza marciapiedi, e, generalmente, senza lastricato; quasi sempre impraticabili: polverose d'estate, melmose d'inverno. Gli Spagnoli avevano dato ad intendere agli Argentini che il selciato era cosa de romanos , proprio di quelle strade cioé che servono al transito commerciale.
La città aveva una illuminazione insufficiente e primitiva di candeee di sego. E nelle notti di luna, le candele non venivano nemmeno accese. Gli operai in certa guisa si può dire che non mancassero, ma non vi erano le ditte organizzate per la vendita. Non v'erano bastevoli negozi, alberghi, fabbriche, caffè, pasticcerie, professionisti, artigiani. La società cittadina, detta portena, godeva di un certo benessere, ed ostentava anche lusso, tanto che una buona percentuale di stranieri apriva negozi di gioielleria e tappezzeria. Una Guia de Forasteros del 1830, elencando le professioni, i mestieri ed i generi d'industria e di commercio, cui si dedicavano gli stranieri residenti in Buenos Aires, dimostrava come la città schiudesse l'adito ad ogni sorta di attività, rendesse possibile la molteplicità degli impieghi Sfogliando i giornali argentini del tempo o controllando i listini della dogana, si scoprono nomi d'Italiani dedicati, in questo primo trentennio del secolo scorso, a tutto un po', fortunati negli affari come dimostra il progresso compiuto dalle loro aziende. I Liguri, in genere, aprono botteghe di commestibili e qualcuna di queste, col volgere del tempo, si trasforma in almacen, negozio tipico dell'Argentina così come l'oste, adattatosi agli usi dell'ambiente, diverrà facilmente pulpero. Oppure posseggono farmacie, sale da ballo, liquorerie, confetterie, negozi d'armi, giardini di ritrovo, casa de recreo, fabbriche di paste alimentari, specialmente maccheroni, depositi di vini, di legnami, di zucchero, di tabacco, di lana, di marmi, di caffè, spacci di vini e di liquori, negozi d'attrezzi navali, di cuoi, alberghi, salumerie, drogherie. I Piemontesi condividono il genere d'attività dei Liguri, ma se taluno ha depositi di legnami e di tabacchi la maggior parte conduce bettole. S'hanno notizie di due Toscani: uno, Bartolomeo Sambonini, è fabbricante di stuoie, l'altro, Ristorini, vende stoffe e, se l'occasione lo richiede, fa anche il cavadenti. Un napoletano, Giacomo Antonini, fa l'orologiaio, un sardo, Pietro Sebastiani, è membro della commissione edilizia di Buenos Aires. Fra i professionisti, emergono i farmacisti, tutti liguri e piemontesi. Un raffronto tra le Guide di questi anni dimostra ancora come il trasloco dello stesso negozio da una via all'altra fosse in correlazione con lo spostamento delle sfere d'affari da zona a zona, con la dispersione della popolazione dal centro alla periferia o con la possibilità di sfruttare, stabilendo pulperias sui margini della pampa, i bisogni dei gauchos che si recavano in città a fare provviste. Frequente è il . mutamento di mestiere con altro più lucroso e la combinazione temporanea o permanente di due tipi di commercio e di industria diversi, dei quali l'uno sia già bene avviato e l'altro appena iniziato. Così un negoziante di cuoi apre anche un albergo (Francesco Casanova) creando, con fortuna, l'industria alberghiera; un venditore di stoffe si improvvisa dentista (il citato Ristorini).
Si favorisce l'istinto del lusso provocando i bisogni del marmo (un certo Ottoni); quello dei buongustai svelando abitudini italiane come l'uso del caffé che si cominciava a bere in apposite botteghe (Nicola Fontana, Vittorio Furno); quello dei maccheroni (Lanata Carlo ed Accinelli) che permetteva la fondazione di fabbriche produttive; quello della salumeria (fatta conoscere da un negoziante di prodotti agricoli del paese, Corrado Nicola); quello del vino (Marengo Bartolomeo). Altri sfruttava i prodotti locali e diventava esportatore di tabacco, di legnami, di zucchero, di lana (Virgilio Gianolio, Pietro Casanova, Carlo Bertorelli, Nicola Nocetti). Giuseppe Migoni anticipava il parco dei divertimenti e cotruiva il Prado Espanol, che era un giardino pubblico come ve n'erano già tanti in Italia. In Argentina mancavano. La novità della trovata fruttò molti guadagni al suo autore.
Scomparsi nel 1821 i candillos più temibili -Artigas, Ramirez, Carrera- ed assunto il Governo dal Rodriguez (1821?1824), il Rivadavia ritornò al Plata ed ebbe la carica di Segretario per gli Affari interni ed esteri. L'attività che egli svolse in questo tempo fu così feconda che l'illuminata azione condotta dal governo di Rodriguez si suole chiamare periodo di Rivadavia. Dall'Europa, il Bentham ed il Destutt de Tracy, plaudivano al suo liberalismo organico e costruttivo; i suoi migliori amici d'Europa leggevano con interesse i primi numeri dei giornali che egli fondava ed il vasto programma di riforme preannunziato. Tali giornali erano Argos, la Ahaja Argentina, il Registro estadistico .
Aveva dichiarata inviolabile la proprietà, proclamata la libertà di stampa, consentito il ritorno in patria degli esuli politici (Ley de olvido, legge dell'oblio), iniziata la fondamentale riforma ecclesiastica che egli fece trionfare superando fiera opposizione e che ammetteva la libertà di coscienza, aboliva la manomorta, secolarizzava gli ordini monastici ed i cimiteri, sopprimeva i fori personali e le decime. Da Parigi, un altro suo amico, il finanziere Dufresne de Saint?Leon, consigliere di Stato, cavaliere del Re, direttore generale del Debito pubblico e membro della Legion d'onore, gli inviava incoraggiamenti e consigli. In una lettera scrittagli il 30 dicembre 1821, il Dufresne, constatando che l'Inghilterra faceva delle ottime speculazioni in Argentina, lamentava che fossero accordati ad una potenza vantaggi maggiori che ad altre. L'interesse personale avrebbe spinto -secondo il finanziere di Parigi? gli uomini del Plata a piantare le industrie necessarie. Ma bisognava istruirli, fondando delle scuole tecniche, mandando la gioventù argentina in Europa ad imparare l'ingagneria civile ed idraulica, la meccanica, la medicina, la chirurgia, la geometria, la chimica, la storia naturale. Occorreva, inoltre, favorire la stampa, far conoscere i principi fondamentali del Codice Napoleonico. Se avete dei debiti -scriveva il Dufresne- ipotecate le vostre rendite; se non avete debiti, contraetene per costruire ponti, strade, canali cd edifici pubblici. I debiti nazionali hanno i loro inconvenienti ma se non sono esagerati offrono dei vantaggi perché legano il creditore, con l'interesse personale, al mantenimento della forma di governo voluta dallo Stato debitore; perché consentono la formazione di una classe di cittadini che, godendo di una rendita loro assicurata senza lavoro, possono dedicarsi alla cultura delle scienze, dello spirito e dell'arte; perché permettono la moltiplicazione della ricchezza dato che i capitali prestati allo Stato e da questo impiegati, continuano a, circolare mentre il contratto che li rappresenta è una proprietà di più fra le proprietà generali... Se Buenos Aires intendeva diventare uno dei centri del commercio mondiale, doveva fondare un Banco di depositi ed uno di circolazione .
Facendo tesoro di questi consigli, il Rivadavia, decretava il 17 aprile 1822 che non fosse otorgada ni rematada tierra alguna no solo para garantir la deuda publica, sino para hacerse de recurso en necesidades extraordinarias.
Qualche anno dopo, quando la presidenza dello Stato (assunta il 7 febbraio 1826) gli permise di nazionalizzare le enfiteusi, tutte le terre ed i beni immobili furono ipotecati per garantire il debito pubblico.
Il prestito fu introdotto nella vita amministrativa. Nel luglio 1822 il Ministro delle finanze Manuel J. Garcia avvertiva il banchiere di Londra Bary d'essere disposto a sottoscrivere un prestito di due o più milioni di pesos per costruire il porto, fondare villaggi e provvedere d'acqua Buenos Aires. Consolidato il debito e creata la Oficina del Credito publico, s'intensificarono i vari rami dell'industria. La protezione accordata ad una classe di cittadini dediti alla cultura si rese evidente, ...il Banco de Descuentos fu una prospera istituzione; l'attività edilizia cd urbana divento una realtà attraverso le riparazioni apportate alla Cattedrale, alla Casa de Gobierno, al quartiere dell'Artiglieria. Le strade aperte lungo la costa, il cimitero, il canale di San Fernando, il molo di Barracas, l ' Hospital de Hombres, l' Hospicio de Santa Lucia, l'assaggio delle acque correnti furono da Rivadavia compiuti.
Manuel I. Garcia, frattanto, organizzava il sistema delle imposte, fomentava lo sviluppo del commercio e delle industrie, mostrandosi favorevole all'immigrazione europea. Contemporaneamente, il generale Cruz iniziava la riforma dell'esercito e della marina. Ma, nel maggio del '24, al Rodriguez era succeduto il generale Las Heras. Rivadavia si era dimesso. Il Garcia, che lo sostituì agli esteri, ed il Cruz che rimase al suo posto, proseguirono l'opera di risanamento economico e di riforma delle forze armate. Ma la legge fondamentale approvata nel 1825 da una nuova Costituente aveva accordata l'autonomia alle province. Contro questo provvedimento insorsero gli unitari, che, provocando l'agitazione parlamentare, obbligarono il Congresso a deporre (con decisione anticostituzionale) il presidente Las Heras, ad abolire il regime provinciale e ad eleggere presidente Rivadavia (7 febbraio 1826). La guerra civile condotta da caudillos esasperati dal ritiro delle autonomie concesse nel 1825, divampò più violenta. Al regime presidenziale di Buenos Aires si opponevano le legislature provinciali dell'interno, cd il Rivadavia, perduta la partita, era costretto a dimettersi il 27 maggio 1827 [nel 1829 fece un nuovo viaggio inn Europa e ritornò in Argentina solo per difendersi dalle colunnie mossegli. Negatagli però ogni difesa il Rivadavia s'imbarcò sfiduciato per il brasile e quindi proseguì verso Cadice ove morì il 2 settembre 1845]
A governatore di Buenos Aires, sostenuto dai caudillos delle province, venne eletto, dopo la caduta del Rivadavia, il colonnello Dorrego, federalista. Ma gli unitari, con l'esercito a loro fedele, riuscivano a deporre, nel dicembre 1828, il Dorrego ed a sostituirlo col generale unitario Lavalle, che, inseguito il vinto ritiratosi nell'interno, lo raggiunse, lo sconfisse, lo fece prigioniero e lo fucilò. Ma il successo del Lavalle fu di breve durata che, colto, a sua volta, di sorpresa dai federalisti, veniva sconfitto al Ponte di Marquez. Juan Manuel Rosas, nel frattempo, penetrava nella capitale, deponeva il generale Viamonte succeduto al Lavalle, ed il 6 dicembre 1829 si faceva nominare governatore e capitano generale" [così N. CUNEO, Storia dell'emigrazione in Argentina (1810-1870), Milano, 1940, cap. II]

sabato 13 agosto 2016

L'Argentina diventa indipendente

Buenos Aires, Palazzo del Congresso - Fonte: Wikipedia
Nel Settecento il conflitto tra Spagna e Portogallo ebbe come principale posta il possesso del territorio sulla sinistra della foce del Rio de la Plata, chiamato Colonia del Sacramento, e toccò il momento più aspro col governatore Pedro de Cevallos, che, ottenuta l'elevazione del governatorato al rango di vicereame (1776), riuscì adoccupare il territorio conteso.
 
I suoi successori dettero un amministrazione più organica e complessa al vicereame: intanto BUENOS AIRES crebbe sin a toccare nel 1778 i 24.000 abitanti. Cordoba divenne invece la città dotta, con la sua universita, e il principale centro cattolico, col Collegio gesuitico di Montserrat.
 
Verso la fine del secolo e i primi dell'Ottocento crebbe l'influsso culturale europea e si intensificò l'attività economica, proprio mentre lo spirito individualistico dei pastori e dei contadini e il malcontento del basso clero, in grande maggioranza creolo, venivano preparando le condizioni favorevoli allo scoppio rivoluzionario, nel quadro delle grandi rivoluzioni nordamericana e francese.
 
I precedenti si scoprono nel tentativo inglese di occupare Buenos Aires nel 1806.
Sconfitti una prima volta gli invasori, il francese Jacques de Liniers si impose qual governatore militare della capitale, e, coadiuvato dalla Legion de patricios fondata dall'elite argentina, riuscì nel 1807 a respingerli per sempre sì da conquistare pure Montevideo.
Fattosi nominare vicere e conte di Buenos Aires, il Liniers entrò però in conflitto con i suoi stessi seguaci, che avevano acquistato nel la coscienza delle proprie possibilità.
 
Espressione della ricca e aperta borghesia cittadina, i creoli della Legion de patricios avevano alla testa uomini di idee liberali di matrice europea quali Mariano Moreno e Manuel Belgrano che su una politica di rivendicazioni nazionalistiche intesa ad avvalersi dei conflitti tra l'Inghilterra e la Francia napoleonica onde dare nuova sistemazione giurisdizionale all'ARGENTINA. Onde eliminare i vincoli posti dagli occupanti e mirare all'affermazione d'un liberismo economico, che intendeva aprire Buenos Aires al commercio inglese, costoro fecero leva sull' interesse dei creoli. Di conseguenza il cabildo o municipalità della capitale divenne il centro delle tante rivendicazioni.
L'apertura del porto, chiesta in forza del memoriale Moreno , diede subito dei frutti per le finanze della città: in dipendenza di ciò i capi del cabildo avanzarono nuove richieste,contando sulla debolezza della Spagna impegnata nel- na guerra con Napoleone. Quando, il 22-V-1810, il Vicerè spagnolo de Cisneros convocò il cahildo abierto sorsero formidabili discussioni tra spagnoli ed esponenti creoli : questi ultimisi elettisi patrioti invasero allora la sala dell'assemblea e proclamarono la Giunta governativa provvisoria delle Province unite del Rio de la Plata. L'assemblea risultò presieduta da Saavedra e composta, fra gli altri, dal Moreno, dal belgrano da J. J. Castelli, da Manuel Alberti e Bernardino Rivadavia.
 
Questa che passò alla storia come "Rivoluzione di maggio"non ebbe connotati ideologici e anzi per molti aspetti risultò estemporanea di maniera che, quietatisi gli animi, i più moderati fra i conservatori al seguito del Saavedra, i quali si sentivano condizionati dalla politica liberale del Moreno e del Belgrano, non vollero dichiarare l'indipendenza dalla Spagna. Per quanto tardivamente la Spagna reagì all'insurrezione ma senza frutti significativi sin a quando nel 1811-12 presero sempre più piede gli oppositori del Saavedra, sostenitori dell'indipenza. Così il 22-XI-1811 fu emanato uno statuto provvisorio e finalmente nel gennaio del 1813 potè esser convocata l'assemblea costituente che sancì la rottura definitiva dei legami con Madrid. Il Belgrano si portò in Europa assieme al Rivadavia onde ottenere il riconoscimeto dell'indipendenza. Salì allora ai vertici del potere, nel gennaio 1814 , il capace generale Jose de San Martin, che, dopo celebre marcia attraverso la catena andina, debellò gli spagnoli a Chacabuco, prese Santiago ed ancora battè gli spagnoli a Maipù nel 1818 in modo da rendere fattibile pure l' indipendenza del Cile. Confortati dai successi trionafali del San Martin i rappresentanti delle province argentine solennemente, il 9-VII-1816, proclamarono l'indipendenza del Rio de la Plata.
 
Il congresso dei deputati argentini, l'11 maggio 1819, trasferitosi a Buenos Aires promulgò quindi la nuova costituzione, forgiata sul modello inglese.
Non risultò però mai, pur dopo aver conseguita l'indipendenza semplice, la collaborazione fra BUENOS AIRES, dominata da una borghesia mercantile e marittima assai intraprendente, dai creoli, fautori di un liberalismo unitario, e le PROVINCE DELL'ARGENTINA, dove predominavano media e piccola proprietà agraria, composta di meticci, ed ambiguamente assistite da una marea di indi, contadini poveri e poco più che servi della gleba, tutti comunque assai legati alle autonomie locali e alla conservazione di vecchi privilegi corporativistici corporativistici, che tpoliticamente si identificavano nel "movimento democratico federalista".
Si giunse presto ad uno scontro che divenne anche aspro.
Dapprima ebbero la meglio i liberali della capitale, guidati dal Rodriguez e dal Rivadavia, che nel 1825 divenne presidente.
 
Però verso il 1827 si affermarono i federalisti che lo costrinsero a dare le dimissioni.
Nel 1829 salì al potere il forse più abile ma anche più spietato esponente dei federalisti, JUAN MANUEL DE ROSAS che ottenne in successione gli incarichi di governatore e capitano generale.
Prese così l'avvio una lunga, sanguinosa dittatura, che, rinnegando le posizioni che l'avevano fatta affermare, diventò gradualmente accentratrice, avvalendosi di ogni mezzo per sterminarei rivali.
L'anno quaranta fu in dettaglio il più spaventoso nel contesto di tale guerra civile fra il dittatore e l'esercito "liberatore" dei suoi awersari. I successi conseguiti nelle guerre contro Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Bolivia e Uruguay e la conqista della Patagonia rafforzarono ancora negli anni seguenti il Rosas, ma la resistenza dei liberali e l'intervento europeo portarono poi alla sua sconfitta il 3-II-1852, nella battaglia di Monte Caseros ad opera del suo stesso luogotenente generale Urquiza.
Il 1°-V-1853 venne proclamata la nuova costituzione e, dopo un periodo di nuovi dissidi interni, finalmente nel 1862 il presidente Bartolomé Mitre riusci ad aprire un lungo periodo di sviluppo pacifico, nel quale l'ARGENTINA conobbe grandi progressi economici, vide la costruzione di ferrrovie e di opere pubbliche, apporto dell'emigrazione europea, regolazione pacifica dei confini, con una relativa stabilità e maturazione politica dei partiti politici rappresentanti i principali gruppi sociali del Paese.