giovedì 30 novembre 2017

"La Boheme è bella purché duri poco"

   Da sinistra, il giornalista ventimigliese Angelo Maccario, la moglie di Aniante ed Aniante nel corso di un'intervista del 1950 
- Foto: Enzo Maiolino

Antonio Aniante appartiene a quella categoria di letterati, cui, per alcuni versi, anche una certa casualità ha destinato, nonostante la gran quantità di opere pubblicate e la pubblica nomea avuta in esistenza, una scarsa attenzione della critica o meglio un'attenzione spesso caratterizzata da sviste ed incompiutezze; come ha scritto Roberta Valguarnera in questa sua tesi di laurea: un'opera davvero ragguardevole per oggettività scientifica ed impegno di ricerca come già di primo acchito si evince dalla semplice analisi dell'indice ed ancor più dalla estesa bibliografia su Aniante minuziosamente raccolta dalla studiosa, un lavoro che, quasi certamente, avrebbe trovato un editore disposto a pubblicarlo se avesse trattato di un autore più in voga.

Qui si propongono soprattutto le pagine di una biografia che riserva non poche sorprese e dissipa alcuni luoghi comuni dettati dalla scarsa conoscenza dell'autore.

A titolo esemplificativo si citano qui alcune acquisizioni scientifiche della Valguarnera in merito ad alcune tematiche abbastanza travisate: partendo da un inquadramento del personaggio, segnalato anche in funzione di alcuni giudizi abbastanza umorali su di lui formulati da intellettuali contemporanei per risalire a riflessioni più specifiche ma assolutamente rilevanti come alcune basilari correzioni in merito alla biografia di Aniante partendo addirittura dalla data di nascita e poi, procedendo nel tempo oltre che nello spazio, soffermarsi su aspetti non trascurabili quali la malattia e l'ansia materna, ragioni prime per il futuro scrittore di un'animo, oltre che di un fisico, tormentato, quindi sull' approccio con la letteratura ed ancora sulla ragionata scelta dello pseudonimo Antonio Aniante in sostituzione della legale nominazione di Antonio Rapisarda e via via di seguito. E sulla scorta della moderna ricercatrice sarà anche fattibile rivedere, diacronicamente, singolari aspetti della personalità dello scrittore esplicitatasi attraverso i ritmi di una vita segnata dal tema della peregrinazione, (momentaneamente interrotto da un significativo soggiorno romano caratterizzato sia da una corposa attività teatrale che dall' adesione al gruppo di M. Bontempelli del gruppo "900").
Con il conforto della Valguarnera non sono difficili da identificare i connotati di un'esistenza peraltro complicata da un rapporto divenuto improvvisamente difficile con il regime fascista con la conseguenza di una sorta di una sorta di volontario esilio parigino che tra tante difficoltà tuttavia esalta Aniante in forza del contatto con tanti artisti celeberrimi [un esilio che, peraltro, permette allo scrittore catanese di dimensionare la sua postazione quale letterato , quindi, seppur tra opposizioni e difficoltà, di affermarsi anche quale scrittore in lingua francese: e sempre a Parigi l'esperienza terrena di Aniante si polverizza altresì in un'infinità di espressioni, sostanzialmente caratterizzate dall'impegno culturale, dalle difficoltà economiche, dall'attività di gallerista e dal tormentato amore con la pittrice turca Halé Asaf].

Come ancora scrive Roberta Valguarnera la morte dell'amata e delicata pittrice turca segnerà una svolta nella vita, anche culturale di Aniante che lascerà Parigi per Bercke e che poi si recherà, con la futura moglie, sulla Costa Azzurra dove nei tempi cupi di guerra e persecuzioni si adopererà a favore di molti bambini ebrei.

Dalla Costa Azzurra lo scrittore si trasferirà quindi a Latte frazione di Ventimiglia donde, da pendolare, raggiungerà prima Nizza e quindi Monaco per espletare le mansioni di addetto culturale ai Consolati Generali d'Italia presso le due importanti località.

Suggestive sono altresì le pagine che l'autrice di questo lavoro dedica al rapporto di Antonio Aniante con la Costa Azzurra ed in particolare con "La baja degli angioli" ed il contesto culturale ed umano di Nizza. E sempre oculata oltre che emotivamente partecipe è Roberta Valguarnera, nel descrivere il crepuscolo della complessa esistenza di Aniante, destreggiandosi, con agilità intellettuale, dalle riflessioni su alcune significative produzioni del catanese, alla segnalazione critica della graduale riduzione della sua attività letteraria, alla motivazione di siffatto irreversibile processo per giungere alla trattazione della sua morte nel 1983, passata sotto silenzio tra le recriminazioni della vedova che, donati i libri del marito all'intemelia Biblioteca Aprosiana, si trova, per questioni d'eredità, depauperata delle carte personali dell'autore che aveva invece trattenuto per sè.

Ancora molto giovane, all'epoca del I Conflitto Mondiale e nello stesso dopoguerra, Aniante diede il via ad un'esperienza errabonda di vita, con viaggi che lo portarono nei centri istituzionali della cultura italiana e non solo. Fu così che raggiunse, soggiornandovi proficuamente, Napoli, Roma, Milano, Parigi, Firenze. Fu proprio nella grande città toscana che approfondì le sue competenze ponendosi diligentemente nella scia culturale di un singolare maestro, il "teosofo" Arrigo Levasti. Ma Milano rappresentò per lui un vero e primo significativo punto d'arrivo, infatti nel 1926 vi coseguì la laurea in lettere previo una discussione, con Pietro Martinetti, in merito ad una sua tesi sull'allora in auge "bergsonismo".
Espletato questo impegno si trasferì, sempre nel '26, a Roma dimorandovi per tre anni: l'occasione fu ghiotta, non dal lato accademico ma sotto il profilo delle frequentazioni culturali. La sorte gli diede il destro per entrare in confidenza con Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte ponendosi in modo abbastanza originale nel contesto della produzione letteraria e narrativa del tempo: oltre a ciò non lesinò le esperienze teatrali ed in particolare si adoprò intensamente presso il teatro di Bragaglia ove portò in scena diverse proprie commedie, caratterizzate da buona accoglienza sia da parte del pubblico che della critica. Inoltre, e pressapoco nello stesso arco di tempo, si associò al cenacolo di quelli che definiva "novecentieri" e che avevano il loro "nume" in Massimo Bontempelli: la varietà degli impegni e la molteplicità dei contatti, peraltro, lo indussero celermente ad accettare la proposta di seguire la via della critica giornalistica e più estesamente del giornalismo.
Ma proprio nel 1929 si andava preparando per Aniante una decisiva svolta esistenziale, l'abbandono dell'Italia e la permanenza a Parigi dal Natale di quell'anno medesimo e ne derivò una stagione narrativa piuttosto feconda i cui risultati, in qualche modo, si sublimarono nel romanzo "Un jour très calme".
La saggistica, le biografie e le opere di carattere storico-documentario furono invece da lui stese immettendosi sulla linea del percorso culturale già disegnato da Splenger e Benda: simile postazione critica, in qualche modo alterò le relazioni con la cultura ufficiale dominante nell'Italia del ventennio, ed Aniante venne in qualche maniera etichettato con l'appellativo, non del tutto rassicurante, di "scrittore fascista dissenziente".
Ma a Parigi, cosa di cui e su cui fra poco più doviziosamente si parlerà, ebbe soprattutto il destro per forgiarsi quale critico d'arte e contestualmente entrare in strettissimo contatto con tanti talenti artisti, pittori ma non solo, che sarebbero di lì a non molto diventati celeberrimi e sui quali avrebbe poi steso pagine interessantissime quale critico d'arte e forse ancor più quale biografo e narratore.
Nel 1938 morì la sua compagna (dopo un amore tormentato e tormentante come altre esperienze passionali dell'autore siciliano) ed Aniante, di rimpetto anche all'inevitabilità del II Conflitto Mondiale, riprese la sua vita errabonda: da Berck a Parigi ancora e finalmente ai paesini della Provenza e della Costa Azzurra per poi approdare nell'amata Nizza proprio quando furoreggiava la guerra totale.
Ma il suo itinerare non si arrestò mai, fu ancora a Peira Cava poi, terminato il grande olocausto, si sistemò con la francese moglie Simone a Latte, tra Ventimiglia e Mentone, nella villa de "I Pini".
Le sue collaborazioni non vennero affatto meno, nonostante i problemi di un'incerta salute: continuò a lavorare come pubblista, narratore, biografo ed anche autobiografo. Talora il suo stato fisico gli imponeva di stare a lungo disteso, ma nemmeno in questo caso si fermava dall'operare e contestualmente da intrattenere relazioni con i suoi corrispondenti culturali.
Autore prolificissimo, magari dispersivo nelle tematiche, ha spesso suscitato interessi critici che si sono spesso arrestati sulla soglia del dare un ordine esaustivo alla sua produzione, opera indubbiamente non facile: ma per intendere a fondo e con coerenza critica le ragioni della sostanziale e soprattutto contemporanea incomprensione dell'opera di Aniante vale ancora la pena di leggere quanto in merito ha scritto Domenico Denzuso.

Eppure nella sua rilevante attività pubblicistica, storica e memorialistica (accanto all'originale "Vita di Bellini" uscita postuma nel 1986), specialmente per le riflessioni che qui si vanno producendo, merita una segnalazione specifica il libro sostanzialmente autobiografico Memorie di Francia del 1973.
La ragione è semplice: il libro costituisce sostanzialmente un "punto della situazione della vita di Aniante", ormai anziano (morirà dieci anni dopo, nel 1983 a Latte nella sua amata villa): forse perchè presago della fuga del tempo e dello spazio sempre più breve concessogli per scrivere Aniante si sofferma sulla soglia dei ricordi, come peraltro era già stato solito fare, e vi scava all'interno, con una scrittura che a volta si scontra col lettore per via di scatti quasi nevrotici che lasciano in sospeso pensieri recuperabili per via di riflessioni, quasi all'interno di un giuoco architettato dallo scrittore.
Nella sua sostanziale brevità il libro è un "poemetto in prosa" sulla vita degli artisti di Montparnasse e poi sulla loro diaspora ed ancora sul loro coagolarsi al sole di Provenza: Aniante è il loro contrappunto, l'intellettuale eternamente in difficoltà economica che da un lato si rode a contemplare il formarsi di autentiche fortune per pittori un tempo miserrimi che ha esaltato coi suoi scritti ma che, dall'altro lato, subito rigettando la cattiveria insita nell'invidia, trova motivo d'esaltarsi al pensiero d'aver potuto fruire dell'amicizia dei talenti più grandi, specialmente in ambito pittorico, che la sua stagione esistenziale potesse concedergli.
Sarebbe improprio negarlo qualcosa di contradittorio caratterizza Aniante in questa serie di riflessioni come in altre analoghe fatte in tempi pregressi: umanamente parlando non deve esser stato facile -come appena detto- assistere a trionfi impensati, cui in tempi ingrati aveva contribuito, senza talora nemmeno ricevere una gratificazione morale se non economica.
Non è difficile scoprire questo lato dolente della sua esistenza: più di una volta infatti, raccontandosi in prima persona A. Aniante ritorna all'epoca controversa, ora fulgida ora disperata e disperante, del suo soggiorno parigino e dei suoi poliedrici contatti con i futuri immortatali, i giovani talenti che avrebbero illuminato della loro arte il mondo intiero.
Così in questo saggio autobiografico (emblematicamente intitolato, sulla linea di una frase attribuita a Picasso, "La Boheme è bella purché duri poco" e comparso sul numero 30 -anno 51°- della gloriosa "Fiera Letteraria") Antonio Aniante, magari con qualche eccesso cromatico ma non senza efficacia, rimembra "...la biblica miseria......dei tempi in cui frequentava giovani destinati a un luminoso futuro quali Blais Cendrars, André Gide, Cocteau, Picasso ed altri mostri sacri...".
L'apice del suo malcontento si può forse ravvisare più compiutamente in questo paragrafo delle Memorie di Francia che potremmo intitolare Celebri artisti e pittori = il singolare destino di A. Aniante.
Ma subito, attesa la sua indole fatalista e molto mediterranea, l'autore sa riprendersi ed uscire dalle secchie di cattivi ed impopolari pensieri per recuperare il positivo ed anzi vantarsi del suo stato di uomo non arricchitosi economicamente per l'altrui trionfo ma semmai nobilitato dal contatto spirituale con i genii che quei trionfi hanno saputo perseguire.
Proprio nelle memorie di Francia in merito a ciò spicca il paragrafo intitolato 2 - Al capezzale di Matisse nel suo eremo di Cimiez dove lo scrittore catanese rivede parecchie sue postazioni in nome della grandezza e della saggezza di siffatto gigante, di cui, solo con pochi altri, ha potuto fruire.
E sempre nella stessa opera, accantonata ogni rimostranza, plaude, con accorata preoccupazione per la di lui salute, 4 - Picasso tra ferro e fuoco nella fucina di Vallauris: l'ombra cupa, qua e là aleggiante specie in occasione delle relazioni con artisti scontrosi o sgarbati, qui è completamente svanita...Picasso è solo il grande artiere che in una zona storicamente nevralgica della Francia con altri sommi, quasi alla stregua di un moderno Dio pagano ha portato lo splendore dell'arte non lungi da dove un Dio remoto aveva segnato l'iridescenza del suo dominio terreno.
Sondando a tutto campo le "Memorie di Francia" (anche valendosi di un'analisi semantica e strutturalistica per quanto non sempre attendibili in maniera assoluta) si riscontra invece semmai il senso del declino: e non solo del proprio, causato dall'inferma salute, ma di tutti i grandi, specialmente di quelli maggiormente prossimi...parafrasando Aniante si potrebbe dire degli "artisti divini di Costa Azzurra e Provenza".