domenica 30 aprile 2017

Cneo Giulio Agricola

Statua di Agricola ad Aquae Sulis (Gran Bretagna)- Fonte: Wikipedia
Cneo Giulio Agricola fu un politico ed un generale romano, nato a Forum Iulii ("Frejius") nel 40 d.C. da Giulio Grecino e Giulia Procilla.
Fu educato a Marsiglia per cura dell'intelligentissima madre e prestò servizio militare in Britannia come tribuno nel 59/60.
Tornato a Roma, nel 61 sposò la figlia del senatore Domizio Decidio.
Fu questore in Asia nel 64, Tribuno della plebe nel 66, pretore nel 68.
L'imperatore Vespasiano lo inviò nel 70 in Britannia al comando della legione XX Valeria Victrix e quando egli tornò da conquistatore fu adlectus inter patricios).
Governò poi l'Aquitania dal 74 al 76 e nel 77, console suffectus, diede in isposa sua figlia allo storico TACITO.
Il generale Agricola fu Governatore della Britannia e dal 78 all'84 AMPLIO' LA CONQUISTA DELL'ISOLA fino alla linea costituita dai fiumi Clotia e Bodotria (oggi Clyde e Forth). Sconfisse nell'83 Calgaco sul monte Graupio e fece circumnavigare l'isola dalla flotta romana.
Tornato a Roma ottenne gli "ornamenti trionfali" (84) e condusse vita ritirata sino alla morte (agosto del 94), che qualcuno disse voluta da Domiziano.
La sua vita (compreso il doloroso evento di Albintimilium (Ventimiglia Romana) connessi alla morte cruenta della madre) è narrata nella celebre opera di Tacito: De vita et moribus Iulii Agricolae di cui qui di seguito si riproduce il TESTO INTEGRALE LATINO con un riferimento specifico all'EPISODIO DELLA MORTE IN VENTIMIGLIA ROMANA della madre del generale [parimenti CENNI AL TRAGICO EPISODIO si possono qui trarre dalla letture di HISTORIAE, II, 13].


da Cultura-Barocca

giovedì 27 aprile 2017

Il primo Presidente dell'Argentina

Bernardino Rivadavia, ritratto nel periodo degli studi a Londra - Fonte: Wikipedia
"Nato a Buenos Aires il 20 maggio 1780, Bernardino Rivadavia s'era distinto, durante la seconda invasione inglese come tenente del Battaglione di Gallegas. Nelle elezioni del maggio 1810 aveva votato per la caduta del Vicerè de Cisneros. Dopo essere stato membro del Triumvirato del 1811, venne chiamato alla Segreteria della Guerra dove svolse un'attività febbrile creando fabbriche militari, organizzando l'amministrazione dell'esercito, soffocando congiure reazionarie. Ritiratosi a vita privata nel 1812 dopo la caduta del Triumvirato si recò in Europa per la prima volta nel 1814 e rimase sopra tutto, in Francia sino al 1821. In Inghilterra aveva stretto intima amicizia con il Bentham, che era il filosofo alla moda della Spagna, dove ne aveva diffuse le idee il Tovellanos, e nell'America Latina dove l'aveva reso noto il generale venezueliano Miranda. Il Rivadavia ammirava nel Bentham l'apostolo del liberalismo; il Bentham giudicava il Rivadavia come la più alta personalità dell'America Meridionale. In Francia, s'era incontrato col Lafayette che si adoperava a far riconoscere dal Governo francese l'indipendenza delle nuove repubbliche sudamericane, non solo per essere coerente con l'attività svolta in passato a vantaggio dell'America del Nord, ma perché sperava che questo gesto avrebbe giovato alla Francia nei suoi rapporti commerciali col Nuovo Mondo. Il Lafayette presentò il Rivadavia al conte Destutt de Tracy, che dopo essere stato suo prediletto ufficiale nell'esercito, s'era allora dedicato agli studi filosofici e sociali. Imprigionato durante il Terrore, Destutt de Tracy s'era dato, in carcere, alla lettura di Condillac. La morte di Robespierre l'aveva salvato dalla ghigliottina. Senatore, durante l'Impero, pari di Francia nella Restaurazione, era una figura brillante della vita parigina d'allora. Il suo salotto, quello della Recamier, quello della Stael furono aperti al Rivadavia che diventò d'attualità come rappresentante di un continente in fermento, oggetto della universale attenzione. E mentre al Plata si teme che don Bernardino si lasci lusingare troppo dalle attrattive di Parigi, egli col fascino della sua persona conquista il favore di tutti gli ambienti alla causa della libertà sudamericana… Al Plata, nel frattempo, la guerra civile proseguiva fra capitale e province, e cioè fra portenos e gauchos.
Il nuovo regime, ad onta delle generose promesse, mostrava di seguire nei riguardi dell'immigrazione una politica di diffidenza. Ripreso il programma di Moreno, venivano esonerati dai loro uffici, con decreto del 7 febbraio 1813, tutti gli impiegati governativi spagnoli non naturalizzati. Per gli stranieri, in genere, anzi che disposizioni di favore, venivano emesse, quattro anni piu tardi,norme di restrizione. Così nel 1817 si proibiva ai forestieri il matrimonio con donne nate nel paese; nel 1819 essi venivano interdetti dall'esercizio dell'ufficio tutelare, della curatela e dell'esecuzione testamentaria, imponendo inoltre sulle loro successioni un diritto del 50 %. Queste leggi dimostrano come il nuovo stato di cose, pur essendo preparato da uomini liberali come Moreno e Belgrano, creasse un sistema che, retto ancora da uomini del passato, era libero di nome ma dispotico di fatto. Fu solo nel 1821 che la prima legge permise al Governo d'aprire un credito destinato a favorire l'arrivo di famiglie laboriose per aumentare la popolazione della provincia. Tale legge non abrogava però la predetta generica proibizione che l'Inghilterra combattè per la prima, nel 1825, con un successo quasi completo, consacrato in quel trattato del 2 febbraio dell'anno stesso…
Le terre coloniali sino dal 1813 erano state dichiarate proprietà nazionale (non più regia), libere da maggioraschi, manomorte, corvees e vincoli d'ogni specie. Ma il sistema della alienazione era rimasto quello della gratuità, che provocò favoritismi e sperpero del patrimonio demaniale. Nel 1822, per dare garanzie ipotecarie ai prestiti inglesi di cui aveva bisogno, il Governo del Plata sospese le alienazioni delle pubbliche terre decidendo che a cominciare dal febbraio 1827 i fondi demaniali sarebbero stati concessi soltanto in locazione per vent'anni. Ma la cosa non fu attuata a cagione del disordine interno che doveva condurre di 1ì a poco (1829) alla dittatura del Rosas.
Quanti fossero gl'Italiani, in Buenos Aires, in questo decennio (1820-1830), è difficile conoscere, ma dalle notizie che qua e là ne danno i giornali locali, le guide e gli almanacchi si constata che esso offre già un quadro di una certa ampiezza. I cognomi rivelano la provenienza; le categorie professionali indicano il ceto sociale, la condizione economica, il livello culturale. La maggioranza è ligure, la minoranza è piemontese con qualche toscano, qualche napoletano e qualche sardo. Esclusi i fratelli di Manuel Belgrano di cui, uno Gioacchino, era deputato per Flores e possedeva un deposito di legname, e l'altro, Domenico Stanislao, era canonico in Buenos Aires; esclusi i fratelli Luca, d'origine meridionale, che occupavano buoni posti nella burocrazia (Tommaso era secondo ufficiale al Ministero dell'Interno; Giovanni Emanuele tesoriere generale e, alcuni anni dopo, amministratore generale delle poste) tutti gli altri commerciavano al minuto: erano bottegai, venditori di commestibili, od osti.
Le notizie provenienti dall'Italia erano scarse e solo di tanto in tanto i giornali locali riferivano qualche avvenimento come curiosità di cronaca estera e non come osservazione politica. Così, p. es: il 13 marzo 1815 l'Independient e pubblicava l'estratto d'una lettera da Milano del 5 ottobre 1814 nella quale si narrava l'episodio occorso alla Scala al Maresciallo austriaco Bellegarde, che nella sera genetliaca dell'imperatore Francesco I, ebbe fischi in luogo degli attesi applausi. Cinque anni dopo ?il 9 novembre 1820- la Voz del Pueblo riproduceva tradotta dal Times una lettera da Napoli dell' 11 luglio che descriveva le operazioni dell'esercito costituzionale comandato da Guglielmo Pepe. Buenos Aires era allora una capitale in formazione, priva di tutto quello che si poteva trovare in una città europea. Le case di stile coloniale erano quasi tutte ad un piano. Avevano cortili spaziosi, grandi porte, balconi enormi. Le stanze pavimentate con mattoni; le pareti senza stucco né carta da parato erano imbiancate a calce, il soffitto a tetto lasciava vedere i travi. Le strade erano irregolari, senza marciapiedi, e, generalmente, senza lastricato; quasi sempre impraticabili: polverose d'estate, melmose d'inverno. Gli Spagnoli avevano dato ad intendere agli Argentini che il selciato era cosa de romanos , proprio di quelle strade cioé che servono al transito commerciale.
La città aveva una illuminazione insufficiente e primitiva di candeee di sego. E nelle notti di luna, le candele non venivano nemmeno accese. Gli operai in certa guisa si può dire che non mancassero, ma non vi erano le ditte organizzate per la vendita. Non v'erano bastevoli negozi, alberghi, fabbriche, caffè, pasticcerie, professionisti, artigiani. La società cittadina, detta portena, godeva di un certo benessere, ed ostentava anche lusso, tanto che una buona percentuale di stranieri apriva negozi di gioielleria e tappezzeria. Una Guia de Forasteros del 1830, elencando le professioni, i mestieri ed i generi d'industria e di commercio, cui si dedicavano gli stranieri residenti in Buenos Aires, dimostrava come la città schiudesse l'adito ad ogni sorta di attività, rendesse possibile la molteplicità degli impieghi Sfogliando i giornali argentini del tempo o controllando i listini della dogana, si scoprono nomi d'Italiani dedicati, in questo primo trentennio del secolo scorso, a tutto un po', fortunati negli affari come dimostra il progresso compiuto dalle loro aziende. I Liguri, in genere, aprono botteghe di commestibili e qualcuna di queste, col volgere del tempo, si trasforma in almacen, negozio tipico dell'Argentina così come l'oste, adattatosi agli usi dell'ambiente, diverrà facilmente pulpero. Oppure posseggono farmacie, sale da ballo, liquorerie, confetterie, negozi d'armi, giardini di ritrovo, casa de recreo, fabbriche di paste alimentari, specialmente maccheroni, depositi di vini, di legnami, di zucchero, di tabacco, di lana, di marmi, di caffè, spacci di vini e di liquori, negozi d'attrezzi navali, di cuoi, alberghi, salumerie, drogherie. I Piemontesi condividono il genere d'attività dei Liguri, ma se taluno ha depositi di legnami e di tabacchi la maggior parte conduce bettole. S'hanno notizie di due Toscani: uno, Bartolomeo Sambonini, è fabbricante di stuoie, l'altro, Ristorini, vende stoffe e, se l'occasione lo richiede, fa anche il cavadenti. Un napoletano, Giacomo Antonini, fa l'orologiaio, un sardo, Pietro Sebastiani, è membro della commissione edilizia di Buenos Aires. Fra i professionisti, emergono i farmacisti, tutti liguri e piemontesi. Un raffronto tra le Guide di questi anni dimostra ancora come il trasloco dello stesso negozio da una via all'altra fosse in correlazione con lo spostamento delle sfere d'affari da zona a zona, con la dispersione della popolazione dal centro alla periferia o con la possibilità di sfruttare, stabilendo pulperias sui margini della pampa, i bisogni dei gauchos che si recavano in città a fare provviste. Frequente è il . mutamento di mestiere con altro più lucroso e la combinazione temporanea o permanente di due tipi di commercio e di industria diversi, dei quali l'uno sia già bene avviato e l'altro appena iniziato. Così un negoziante di cuoi apre anche un albergo (Francesco Casanova) creando, con fortuna, l'industria alberghiera; un venditore di stoffe si improvvisa dentista (il citato Ristorini).
Si favorisce l'istinto del lusso provocando i bisogni del marmo (un certo Ottoni); quello dei buongustai svelando abitudini italiane come l'uso del caffé che si cominciava a bere in apposite botteghe (Nicola Fontana, Vittorio Furno); quello dei maccheroni (Lanata Carlo ed Accinelli) che permetteva la fondazione di fabbriche produttive; quello della salumeria (fatta conoscere da un negoziante di prodotti agricoli del paese, Corrado Nicola); quello del vino (Marengo Bartolomeo). Altri sfruttava i prodotti locali e diventava esportatore di tabacco, di legnami, di zucchero, di lana (Virgilio Gianolio, Pietro Casanova, Carlo Bertorelli, Nicola Nocetti). Giuseppe Migoni anticipava il parco dei divertimenti e cotruiva il Prado Espanol, che era un giardino pubblico come ve n'erano già tanti in Italia. In Argentina mancavano. La novità della trovata fruttò molti guadagni al suo autore.
Scomparsi nel 1821 i candillos più temibili -Artigas, Ramirez, Carrera- ed assunto il Governo dal Rodriguez (1821?1824), il Rivadavia ritornò al Plata ed ebbe la carica di Segretario per gli Affari interni ed esteri. L'attività che egli svolse in questo tempo fu così feconda che l'illuminata azione condotta dal governo di Rodriguez si suole chiamare periodo di Rivadavia. Dall'Europa, il Bentham ed il Destutt de Tracy, plaudivano al suo liberalismo organico e costruttivo; i suoi migliori amici d'Europa leggevano con interesse i primi numeri dei giornali che egli fondava ed il vasto programma di riforme preannunziato. Tali giornali erano Argos, la Ahaja Argentina, il Registro estadistico .
Aveva dichiarata inviolabile la proprietà, proclamata la libertà di stampa, consentito il ritorno in patria degli esuli politici (Ley de olvido, legge dell'oblio), iniziata la fondamentale riforma ecclesiastica che egli fece trionfare superando fiera opposizione e che ammetteva la libertà di coscienza, aboliva la manomorta, secolarizzava gli ordini monastici ed i cimiteri, sopprimeva i fori personali e le decime. Da Parigi, un altro suo amico, il finanziere Dufresne de Saint?Leon, consigliere di Stato, cavaliere del Re, direttore generale del Debito pubblico e membro della Legion d'onore, gli inviava incoraggiamenti e consigli. In una lettera scrittagli il 30 dicembre 1821, il Dufresne, constatando che l'Inghilterra faceva delle ottime speculazioni in Argentina, lamentava che fossero accordati ad una potenza vantaggi maggiori che ad altre. L'interesse personale avrebbe spinto -secondo il finanziere di Parigi? gli uomini del Plata a piantare le industrie necessarie. Ma bisognava istruirli, fondando delle scuole tecniche, mandando la gioventù argentina in Europa ad imparare l'ingagneria civile ed idraulica, la meccanica, la medicina, la chirurgia, la geometria, la chimica, la storia naturale. Occorreva, inoltre, favorire la stampa, far conoscere i principi fondamentali del Codice Napoleonico. Se avete dei debiti -scriveva il Dufresne- ipotecate le vostre rendite; se non avete debiti, contraetene per costruire ponti, strade, canali cd edifici pubblici. I debiti nazionali hanno i loro inconvenienti ma se non sono esagerati offrono dei vantaggi perché legano il creditore, con l'interesse personale, al mantenimento della forma di governo voluta dallo Stato debitore; perché consentono la formazione di una classe di cittadini che, godendo di una rendita loro assicurata senza lavoro, possono dedicarsi alla cultura delle scienze, dello spirito e dell'arte; perché permettono la moltiplicazione della ricchezza dato che i capitali prestati allo Stato e da questo impiegati, continuano a, circolare mentre il contratto che li rappresenta è una proprietà di più fra le proprietà generali... Se Buenos Aires intendeva diventare uno dei centri del commercio mondiale, doveva fondare un Banco di depositi ed uno di circolazione .
Facendo tesoro di questi consigli, il Rivadavia, decretava il 17 aprile 1822 che non fosse otorgada ni rematada tierra alguna no solo para garantir la deuda publica, sino para hacerse de recurso en necesidades extraordinarias.
Qualche anno dopo, quando la presidenza dello Stato (assunta il 7 febbraio 1826) gli permise di nazionalizzare le enfiteusi, tutte le terre ed i beni immobili furono ipotecati per garantire il debito pubblico.
Il prestito fu introdotto nella vita amministrativa. Nel luglio 1822 il Ministro delle finanze Manuel J. Garcia avvertiva il banchiere di Londra Bary d'essere disposto a sottoscrivere un prestito di due o più milioni di pesos per costruire il porto, fondare villaggi e provvedere d'acqua Buenos Aires. Consolidato il debito e creata la Oficina del Credito publico, s'intensificarono i vari rami dell'industria. La protezione accordata ad una classe di cittadini dediti alla cultura si rese evidente, ...il Banco de Descuentos fu una prospera istituzione; l'attività edilizia cd urbana divento una realtà attraverso le riparazioni apportate alla Cattedrale, alla Casa de Gobierno, al quartiere dell'Artiglieria. Le strade aperte lungo la costa, il cimitero, il canale di San Fernando, il molo di Barracas, l ' Hospital de Hombres, l' Hospicio de Santa Lucia, l'assaggio delle acque correnti furono da Rivadavia compiuti.
Manuel I. Garcia, frattanto, organizzava il sistema delle imposte, fomentava lo sviluppo del commercio e delle industrie, mostrandosi favorevole all'immigrazione europea. Contemporaneamente, il generale Cruz iniziava la riforma dell'esercito e della marina. Ma, nel maggio del '24, al Rodriguez era succeduto il generale Las Heras. Rivadavia si era dimesso. Il Garcia, che lo sostituì agli esteri, ed il Cruz che rimase al suo posto, proseguirono l'opera di risanamento economico e di riforma delle forze armate. Ma la legge fondamentale approvata nel 1825 da una nuova Costituente aveva accordata l'autonomia alle province. Contro questo provvedimento insorsero gli unitari, che, provocando l'agitazione parlamentare, obbligarono il Congresso a deporre (con decisione anticostituzionale) il presidente Las Heras, ad abolire il regime provinciale e ad eleggere presidente Rivadavia (7 febbraio 1826). La guerra civile condotta da caudillos esasperati dal ritiro delle autonomie concesse nel 1825, divampò più violenta. Al regime presidenziale di Buenos Aires si opponevano le legislature provinciali dell'interno, cd il Rivadavia, perduta la partita, era costretto a dimettersi il 27 maggio 1827 [nel 1829 fece un nuovo viaggio inn Europa e ritornò in Argentina solo per difendersi dalle colunnie mossegli. Negatagli però ogni difesa il Rivadavia s'imbarcò sfiduciato per il brasile e quindi proseguì verso Cadice ove morì il 2 settembre 1845]
A governatore di Buenos Aires, sostenuto dai caudillos delle province, venne eletto, dopo la caduta del Rivadavia, il colonnello Dorrego, federalista. Ma gli unitari, con l'esercito a loro fedele, riuscivano a deporre, nel dicembre 1828, il Dorrego ed a sostituirlo col generale unitario Lavalle, che, inseguito il vinto ritiratosi nell'interno, lo raggiunse, lo sconfisse, lo fece prigioniero e lo fucilò. Ma il successo del Lavalle fu di breve durata che, colto, a sua volta, di sorpresa dai federalisti, veniva sconfitto al Ponte di Marquez. Juan Manuel Rosas, nel frattempo, penetrava nella capitale, deponeva il generale Viamonte succeduto al Lavalle, ed il 6 dicembre 1829 si faceva nominare governatore e capitano generale" [così N. CUNEO, Storia dell'emigrazione in Argentina (1810-1870), Milano, 1940, cap. II]

martedì 25 aprile 2017

Raffaele Rubattino

Genova, Piazza Caricamento: statua di Raffaele Rubattino; scultore, Augusto Rivalta (Fonte: Wikipedia)
Raffaele Rubattino (Genova, 1809-1881), perso il padre, fu obbligato a lasciare gli studi per impegnarsi nell'attività commerciale.
Dotato di notevole spirito imprenditoriale realizzò un importante servizio pubblico di OMNIBUS in Genova ed alla CORRIERA che collegava la grande città ligure con Milano.
Verso il 1840 progettò e finalizzò la realizzazione di una prima COMPAGNIA DI NAVIGAZIONE A VAPORE che conobbe significativo sviluppo, superando peraltro due importanti crisi, quella del biennio 1848-'49 e soprattutto quella del 1857-'60 (dopo che il Rubattino si era impeganto nella realizzazione della COMPAGNIA TRANSATLANTICA DI NAVIGAZIONE (*), impegnandosi poi vanamente allo spasimo per salvarla dal FALLIMENTO).
Il Rubattino aveva coltivato ideali di matrice liberale e, pur senza farsi apertamente coinvolgere, mise a disposizione dei patrioti i suoi vascelli.
Per esempio nel 1849 agevolò il trasporto di vettovaglie, armi e volontari a vantaggio della Repubblica romana: alla sua flottiglia appartenne altresì il piroscafo Cagliari col quale Carlo Pisacane tentò di realizzare la sua sfortunata impresa nel Meridione: a Sapri, dove questa fu spenta nel sangue il 25 luglio del 1857, il vascello venne poi posto sotto sequestro dalle navi militari della marina borbonica.
Ancora nel 1859 molti volontari della II guerra di indipendenza nazionale fruirono delle navi del Rubattino onde finalizzare i loro spostamenti: con lo scorrere è diventato poi celebrrimo il soccorso dato dall'armatore genovese all'impresa garibaldina dei "Mille" che si valsero dei suoi bastimenti Piemonte e Lombardo per raggiungere la Sicilia.
In effetti l'uso delle navi fu dapprima "diplomaticamente" contrabbandato sotto la forma di un piratesco "sequestro" condotto nel porto di Genova dal luogotenente di Garibaldi Nino Bixio che, a mano armata e a capo di parecchi uomini, si sarebbe impadronito dei vascelli la sera del 5 maggio 1860: in effetti tutta l'operazione fu eseguita tramite opportuni accordi preventivamente presi non tanto con il Rubattino (tenutosi apparentemente estraneo alla vicenda) quanto con il suo procuratore generale G. B. Fauché il quale sin dal 10 aprile si era accordato con Garibaldi allo scopo di trasportare via mare i suoi volontari in Sicilia.
Raggiunta l'unità d'Italia, il Rubattino si impegnò nel potenziamento della sua Società e si premurò di surrogare le navi obsolete o perse con altre, migliori e più grandi, di costruzione inglese.
In seguito stipulò delle convenzioni con il governo ai fini di un instaurando servizio postale: la fortuna in questo perido gli arrise e la flotta giunse a contare ben 15 piroscafi.
Dopo che nel 1869 venne aperto il Canale di Suez, il Rubattino organizzò la linea di navigazione Genova-Alessandria.
Nel medesimo anno trattò l'acquisto della baia africana di Assab volendola trasformare in un nodo fondamentale per i traffici navali e mercantili con l'Oriente: la baia, ponendo le basi per l'esperienza coloniale italiana, fu quindi ceduta nel 1879 al governo italiano.
In seguito il Rubattino organizzò una linea per Tunisi ed un'altra alla volta di Tripoli (1874-'75): indotto da opportune scelte imprenditoriali acquistò quindi nel 1880 la lineaferroviaria che da Tunisi portava a Goletta e tutto ciò in vista di quell'ideato intervento colonizzatore italiano in Tunisia che venne meno per l'intervento della Francia.
Di poi il Rubattino trattò la fusione della COMPAGNIA NAVALE con la società Florio di Palermo: ne derivò l'istituzione della NAVIGAZIONE GENERALE ITALIANA che andò a rappresentare una fra le principali ditte armatrici del periodo.
Il Rubattino ricoprì altresì cariche politiche, venendo eletto consigliere comunale in Genova, nel periodo 1849-1860: poi, in seguito alla caduta della DESTRA STORICA, nel 1876 venne nominato deputato a Genova anche se, prima ancora della conclusione della XIII legislatura (2 maggio 1880) si dimise ottemperando al divieto, dipendente dalla legge sulle incompatibilità parlamentari.


*la sorte della COMPAGNIA TRANSATLANTICA era stata minata al suo sorgere, dalle limitazioni che il Governo sardo, concedendo le sovvenzioni, le aveva imposto in momenti critici.
S'è visto come essa dovesse iniziare, nei primi sei mesi, la costruzione di sette bastimenti; come nell'anno successivo dovesse attivare il servizio delle due linee verso il Nord ed il Sud dell'America; come la Società fosse sottoposta a pene pecuniarie gravose se i vapori avessero compiuta la traversata in ritardo; come il naufragio obbligasse la Compagnia a sostituire immediatamente il piroscafo perduto ed a pagare, ogni giorno, novemila lire d'ammenda.
Il Consiglio d'Amministrazione era stato quasi posto, dalle circostanze esterne e dalle restrizioni governative, nella necessità d'accogliere favorevolmente l'offerta della banca inglese Draper Pietroni e C. di sottoscrivere un determinato numero d'azioni.
Si ordinarono due vapori nei cantieri inglesi e ciascuno di questi veniva a costare 1.300.000 lire.
Durante la loro costruzione moriva, ancora giovane, l'11 maggio 1854, uno dei direttori della COmpagnia, Giacomo Filippo Penco.
In sua vece fu eletto RAFFAELE RUBATTINO (nomina convalidata dall'assemblea dei soci del 30 gennaio 1855) che dovette affrontare una situazione estremamente difficile, sia a cagione della guerra d'Oriente che limitava la costruzione dei vapori ­nei cantieri inglesi requisiti dal Governo, sia per la "sopravvenuta crisi monetaria che influiva, come dichiarava G. Lanza alla Camera dei Deputati il 1° aprile 1856, non solo sul credito delle azioni della TRANSATLANTICA ma su tutti i titoli commerciali ed industriali non esclusi quelli dello Stato".
In quattro anni circa, dal 1853 al 1857, nel pieno sviluppo della guerra di Crimea, la Compag­nia, era invitata a mettere in linea oltre l'Italia ed il Vittorio Emanuele, il Conte di Cavour di 1685 tonnellate di stazza e di 450 di portata, varato nel 1855, il Genova ed il Torino, con 1856 tonnellate di stazza e 450 di portata l'uno, varati nel 1856.
Ma se la Società voleva essere in grado di gestire i servizi transatlantici ed iniziare la linea con l'Oriente, doveva trasformarsi totalmente: assorbire le compagnie di navigazione già esistenti in Genova, la società metallurgica Ansaldo, e creare cantieri e bacini d’ancoraggio.
Bisognava perciò ottenere dal Governo una proroga aumentare il capitale sociale.
La proroga di un anno, dopo violenta opposizione parlamentare, fu concessa il 23 maggio 1856 e la COMPAGNIA TRANSATLANTICA fu anche sciolta dalla clausola di dovere varare tre vapori in legno sui sette per cui s'era impegnata.
Quanto all’aumento del capitale da dieci a venticinque milioni, il provvedimento sarebbe stato ottimo se gli industriali genovesi avessero avuta davvero tale somma; sarebbe stato discutibile se le banche inglesi, e precisamente quella banca Draper Pietroni e C. che già posse­deva tremila azioni della TRANSATLANTICA, avessero offerto, come difatti fece, il denaro richiesto.
Si comprende, quindi, come il Cavour che s'era mostrato tanto favorevole alla COMPAGNIA, mentre non era contrario al suo ampliamento se questo si fosse effettuato con le risorse genovesi, vi s'opponesse invece quando questo si raggiungeva col concorso delle sterline inglesi.
L'esercizio di un pubblico servizio del Regno Sardo non doveva, secondo lui, dipendere dalle speculazioni di Borsa di una nazione estera, quando la finanza della patria poteva intervenire.
Il Rubattino che non aveva trovata in Genova quell'adesione che Cavour attendeva, pur misurando la gravità del pericolo cui andava incontro, fu costretto a sottoscrivere con la Banca Draper PIetroni e C. una convenzione ed a porre così, il Governo di Torino dinanzi al fatto compiuto.
In virtù di questa convenzione (che fu votata all'unanimità il 1° agosto 1856, dal Consiglio d'Amministrazione) la Banca inglese versava otto milioni di lire a favore della COMPAGNIA TRANSATLANTICA ma venivano contemporaneamente modificate le linee di navigazione e le condizioni d'appalto già stabilite e stipulate col Governo.
Difatti alla linea dell'America del Nord che non si prevedeva redditizia si sostituiva quella da Genova a Trebisonda ed il Governo Sardo avrebbe dovuto, a sua volta, aumentare la sovvenzione alla Società.
L'impegno assunto dalla Banca Draper Petroni e C. avrebbe avuto immediata esecuzione solamente se la deliberazione consigliare fosse stata approvata dal Governo entro il 30 settembre dello stesso anno.
Ma il Cavour che conosceva, da quell'esperto finanziere che era, il mercato internazionale degli affari, intuì i rischi al quali la convenzione esponeva i soci della TRANSATLANTICA.
Il termine del 30 settembre trascorse, quindi, senza che il Governo Sardo, nonostante le insistenze del Rubattino, approvasse la deliberazione consigliare del 1° agosto.
L'intransigenza del Cavour provocò, da parte inglese, l'audacia del colpo di mano.
La TRANSATLANTICA aveva, difatti, un debito con la Banca Draper di un milione e seicento mila lire che il Rubattino riteneva non superasse, invece, un milione e 352.500 lire.
La notevole differenza delle due cifre - scrive il Codignola - si sarebbe probabilmente risolta nella revisione dei reciproci registri di contabilità se vi fosse stato tra la Banca e la Compagnia uno spirito di collaborazione mentre, invece, il Pietroni ricorse, in modo assai disinvolto, a mezzi tali che sarebbero incredibili se non vi fossero documenti che non lasciano dubbi su l'accaduto.
I banchieri inglesi, perduta la speranza, dopo il 30 settembre, che la convenzione fosse ratificata dal Governo-Sardo; avuta la certezza che i Genovesi non sarebbero stati in grado di procurarsi quasi all’improvviso la somma richiesta, tanto più che molti azionisti non avevano ancora eseguito il versamento del decimo, avver­tirono, il 23 ottobre, per mezzo dell'Alberti, il Ribattino -mentre il piroscafo Torino stava per iniziare i viaggi verso l'America Meridionale- che non avrebbero lasciato partire il vapore se, prima, la Società non avesse pagato un milione e seicentomila lire.
E richiamandosi alla legislazione vigente in Inghilterra, minacciavano il sequestro e, quindi, la vendita all' incanto di tre piroscafi della TRANSATLANTICA.
Tale minaccia sarebbe stata eseguita se, in poche ore il Rubattino, con la garanzia di quattro consiglieri, non avesse trovato la somma di un milione e 100 mila lire che fu immediatamente versata.
Fallito il tentativo, la Banca inglese, e sopra tutto l’Alberti ed il Pietroni riversarono, particolarmente, la propria ira sul Rubattino.
S'intensificò, cioé, il gioco di borsa sulle azioni della Società che si cercava di far crollare per altra via.
Sulla COMPAGNIA TRANSATLANTICA si gettava il discredito proprio pochi mesi dopo che essa aveva iniziato -il 20 ottobre 1856- il servizio regolare tra Genova e l'America del Sud.
Sollecitato dal Rubattino che vedeva la Società in condizioni pressoché disperate, il Cavour si decise per sollevare il prestigio dell' armatore genovese e della COMPAGNIA a firmare, il 23 maggio 1857, ma con l'esplicita riserva dell’approvazione di essa da parte del Parlamento, quella convenzione che sino allora aveva disapprovata.
Era troppo tardi.
Il Rubattino persuasosi che non fosse ormai più possibile ampliare su basi solide la Compagnia e temendo che le speculazioni di Borsa della Banca Draper e Pietroni potessero condurla alla rovina, aveva chiesto sin dal gennaio del 1857 di ritirarsi ed abbandonò difatti il suo posto il 7 aprile.
Le sue dimissioni provocarono l'allontanamento, dalla Società, di tutto il gruppo dei vecchi azionisti con lui solidali.
Rubattino e Pietroni, s'accusarono a vicenda di prevaricazione, d'incompetenza ed aggiotaggio.
Quando il l° luglio 1857 -nello svolgimento del gioco di borsa più azzardato sulle azioni sociali e nello sviluppo della polemica più violenta fra gli amministratori- il disegno di legge fu presentato al Parlamento, esso venne, per la brillante difesa che ne fece il Cavour approvato con riserva della Camera ma respinto decisamente dal Senato.
Questo voto significava il fallimento della Società a breve scadenza.
E difatti il 12 maggio 1859, i cinque piroscafi della TRANSATLANTICA che erano costati otto milioni, venivano messi all'asta per poco più di un milione di lire e per tale prezzo furono aggiudicati in parte al Credito Mobiliare di Torino, ed in parte allo Stato: la SOCIETA' RUBATTINO riacquistò il vapore Italia.

giovedì 20 aprile 2017

Sulla crocifissione

La crocifissione era, al tempo dei romani, una modalità di esecuzione della pena capitale e una tortura terribile. La pena della crocifissione era tanto atroce e umiliante che non poteva essere comminata a un cittadino romano. Era applicata agli schiavi e agli stranieri. Normalmente la crocifissione era preceduta dalla flagellazione.
La croce consisteva di due pali, uno verticale e l'altro orizzontale: ma il tutto poteva variare anche con la crocifissione ad un SEMPLICE PALO (come nell'immagine sopra proposta: Justus Lipsius, Crux Simplex, 1629) .
Normalmente sul luogo delle crocifissioni c'era già, saldamente piantato per terra, il palo verticale (lo stipes). Il condannato si avviava al luogo dell'esecuzione portando sulle sue spalle il palo orizzontale, detto in latino patibulum (da qui la parola italiana "patibolo"), al quale sarebbe stato confisso. Il patibulum aveva normalmente a metà un foro con cui veniva infisso sullo stipes. Vi sono testimonianze che indicano come a volte venisse usato come patibulum la spranga della porta. Pare che il patibulum fosse legato alle braccia del condannato, e in questo modo (se cadeva durante il tragitto) avrebbe urtato il suolo con la faccia.
Per inchiodare gli arti superiori, i carnefici sapevano bene che conficcando il chiodo nel palmo della mano, il peso del corpo avrebbe immediatamente lacerato la mano stessa. Perciò il chiodo veniva posto in un punto del polso dove la struttura articolare riesce ad esercitare lo sforzo di sostenere il peso del condannato.
L'agonia del condannato era abbastanza lenta, potendo durare ore o anche molti giorni.
Non tutti sono unanimi sulle cause della morte: sopravveniva per per collasso cardiocircolatorio (dovuto anche all'ipovolemia causata dalla perdita di sangue e di liquidi) o asfissia. Infatti, per respirare, il condannato doveva fare leva sulle gambe; quando, per la stanchezza, o per il freddo, o per il dissanguamento, il condannato non poteva più reggersi sulle gambe, rimaneva penzoloni sulle braccia, con conseguente difficoltà per respirare oppure tutti questi movimenti dolorosissimi portavano al cedimento del cuore.
I carnefici lo sapevano, e quando dovevano accelerare la morte rompevano con un bastone le gambe del condannato, in maniera che il soffocamento arrivasse in breve.
Presso le civiltà antiche la crocifissione era molto diffusa. Il primo documento che vi fa riferimento si trova nella letteratura sumerica. A Roma questo supplizio appare attorno al 200 a.C. e si distingue per l’atrocità e il vilipendio che vi è associato; i Romani punivano con quest’esecuzione il brigantaggio e la ribellione degli schiavi.
La crocifissione era relativamente frequente, ma le testimonianze iconografiche e i reperti archeologici sono scarsi. Data l’estensione dell’Impero, le applicazioni potevano variare da zona a zona e in relazione al delitto, al personaggio, all’ammonimento che si voleva dare.
Il giudice, riconosciuta la colpevolezza e pronunciata la condanna sia messo in croce, dettava il titulus, cioè la motivazione della sentenza, e indicava le modalità d’esecuzione, compiuta poi dai carnefici, o, nelle province, dai soldati.
Il condannato, dinanzi al magistrato, veniva prima sottoposto ad una flagellazione affidata ai tortores, che operavano in coppia. Denudato e legato ad un palo o ad una colonna, veniva colpito con strumenti diversi a seconda della condizione sociale. Per gli schiavi e i provinciali c’era il flagrum o flagellum, formato da due o tre strisce di cuoio o corda (lora) intrecciate con schegge di legno oppure ossicini di pecora che provocavano serie lacerazioni ed abbondanti versamenti di sangue.
La flagellazione poteva essere una punizione esemplare fine a sé stessa, seguita dalla liberazione, oppure una condanna mortale: in questo caso produceva lacerazioni così profonde da mettere allo scoperto le ossa. Se veniva inflitta come preambolo alla crocifissione, il numero di colpi doveva essere limitato ad una ventina perché la vittima non doveva morire prima di finire in croce.
Il condannato veniva poi rivestito e condotto al supplizio. Il titulus, appesogli al collo o portato da un banditore, aveva la funzione d’informare i passanti sulle sue generalità, sul delitto e sulla sentenza. I responsabili d’efferati delitti erano caricati del patibulum (probabilmente legati). Se i malcapitati erano più di uno, venivano legati tra loro con una lunga corda che poteva passare intorno al collo, ai piedi o ad un’estremità del patibulum.
Sul luogo dell’esecuzione, situato sempre fuori dalle mura cittadine, erano spesso già piantati i pali verticali, gli stipes, su cui fissare i patibulum. La crux patibulata o crux compacta risultava a forma di T, il tau greco.
Il cruciario veniva spogliato e i suoi vestiti diventavano proprietà dei carnefici, quale prezzo della loro prestazione; Probabilmente il crocefisso era nudo. E' possibile ritenere l'aggiunta dello straccio nelle rappresentazioni dei crocifissi come una consuetudine di origine cristiana per le immagini sacre. Altre fonti riferiscono come le donne, spesso, venissero crocifisse con il viso rivolto verso il legno: in questo modo le parti più "oscene" erano coperte ed inoltre, non potendo piegare le ginocchia, morivano più rapidamente, soffrendo meno.
Veniva poi appeso alla croce per le braccia con chiodi, anelli di ferro o corde, come pure i piedi, che talvolta però venivano lasciati liberi.
Con la crocifissione si voleva provocare una morte lenta, dolorosa e terrificante, esemplare per chi ne era testimone: per stillicidia emittere animam, lasciare la vita goccia a goccia. Origene scrive: Vivono con sommo spasimo talora l’intera notte e ancora l’intero giorno. Per questo si adottava una serie d’accorgimenti che ritardavano la morte anche per giorni: per esempio un sedile o un corno, posto nel centro del palo verticale.
Lungo il cammino essi subivano strattoni e venivano oltraggiati, maltrattati, pungolati e feriti per indebolirne la resistenza. Bevande drogate (mirra e vino) e la posca (miscela d’acqua e aceto) servivano a dissetare, tamponare emorragie, far riprendere i sensi, resistere alla sofferenza, mantenere sveglio il crocifisso perché confessasse le sue colpe.
Raramente la morte veniva accelerata; se ciò accadeva era per motivi d’ordine pubblico, per interventi d’amici del condannato, per usanze locali. Si provocava la morte in due modi: col colpo di lancia al cuore o col crurifragium, cioè la rottura delle gambe, che privava il condannato d’ogni punto d’appoggio con conseguente soffocamento per l'iperestensione della cassa toracica (non è possibile espirare completamente e viene meno quindi l'apporto di aria ossigenata all'organismo).
La vigilanza presso la croce era severa per impedire interventi di parenti o amici; l’incarico di sorveglianza era affidato ai soldati e durava sino alla consegna del cadavere o alla sua decomposizione.
In Occidente, all’inizio del IV sec., l’Imperatore Costantino il Grande vietò ai tribunali pubblici di condannare alla crocifissione. Ma questa pratica durò molto più a lungo in Oriente .



domenica 16 aprile 2017

Medici militari nell'Impero di Roma

Sono scarni i dati documentari sulla medicina militare nell' epoca repubblicana di Roma. Dalle fonti si apprende che prima di Augusto, secondo Tito Livio, quanti venissero feriti e potessero venir soccorsi sarebbero stati condotti nei villaggi nei villaggi limitrofi per le possibili cure.
Naturalmente la celerità nei soccorsi era basilare sia per arrestare eventuale emorragie che per cauterizzare ferite altrimenti destinate a qualche letale infezione.
Augusto approntando una riforma dell'esercito introdusse la
figure dei medici militari per cui al contrario di quelli civili la dote basilare risiedeva eminentemente -sfruttando una raffinata strumentazione- nella formazione chirurgica accompagnata da una capacità professionale -anche di formazione letteraria (vedi testi digitalizzati)- di individuare le condizioni ottimali teraputiche contestualmente alle ottimali dislocazioni di alloggiamento a fine igienica onde garantire una buona condizione generale dei soldati = era tanto sofisticata la strutturazione dei valetudinaria che sarebbero occorsi molti secoli prima che opportuni regolamenti dei "nuovi eserciti", qui proposti digitalizzati, ne proponessero gli organigrammi e l'organizzazione di base (come in un contesto più generale , oltre che la regolamentazione della disciplina delle truppe, la classificazione dei militi secondo graduatorie di merito e specialmente di specializzazioni oltre che, come più genericamente nell'età mediana, di gerarchie). Tra i tanti compiti dei diversi specialisti di un ospedale militare rmano era anche dovere dei loro medici quello appurare che gli accampamenti permanenti o castra stativa venissero locati in prossimità di corsi d'acqua ma lungi da acque stagnati e quindi malsane, sì da costituire alla fine paludi malariche (contro cui l'Impero di Roma combattè più di ogni altra civiltà fino a tempi relativamente recenti (vedi) come comprova l'enorme sforzo di bonificazione delle Paludi Pontine su cui ha scritto pagine importanti G. B. Casali nel '600 (leggi qui); avevano essi del pari cura d'evitare l'impianto degli accampamenti in regioni aride, non ombreggiate da alberi o cui fosse arduo portare vettovaglie ed accedere con carriaggi.
In ogni castrum legionario o ausiliario i medici supervisionavano poi l'erezione degli ospedali militari (valetudinaria da valetudinarium) = vedi Pseudo-Igino, De Munitionibus Castrorum, 4 e 35; Vegezio, Epitoma rei militaris, II, 10; III, 2..
Relativamente alla professione in se stessa ai medici miltari era richiesta una grande esperienza pratica certo eminentemente se non esclusivamente empirica forgiata in maniera diretta sui campi di battaglia.
E nell'agone della battaglia sia i medici che i loro inservienti stavano in numero considerevole proprio dietro le prime linee sì da curare i soldati feriti sul posto. Per gli interventi si avvalevano di una
varietà di strumenti chirurgici notevolmente sofisticati per l'epoca atti a rimuovere celermente frecce, lance e dardi, pulire e disinfettare le ferite con acqua pulita per poi se necessario applicare punti di sutura. Agli inservienti spettava tra l'altro l'obbligo di bendare le ferite.
La rapidità era basilare nella pulizia, chiusura e bendaggio della ferita, soprattutto quando se profonda, in mancanza di antibiotici, sì dai prevenire un'infezione che potesse condurre poi ad una morte lenta e agonizzante per gangrena = in effetti i Romani come scrive Amatus Lustanus conoscevano l'Usnea barbata (gergalmente detta "barba di Bosco") sotto vari nomi bryum o muscus od usnea cui riconoscevano varie proprietà ma non quella che ne fece un prodotto quasi inconsapevolmente basilare di certe guarigioni da infezioni apparentemente incurabili = dal seicento -pur senza intuirne la specificità medicamentosa- essa sarebbe infatti rientrata come componente essenziale dell' "Unguento Armario" cioè dell'"Unguento ad uso delle ferite di guerra" secondo una determinata scuola medica : a prescindere dalle controversie su questa specifica teoria l'Usnea o Barba di Bosco (Usnea barbata), famiglia usneacee, è un lichene, che propriamente contiene acido usnico batteriostatico, atto ad arrestare, con buoni risultati, i processi infettivi; in particolare gli estratti di "Usnea barbata" coadiuvano le naturali difese contro le infezioni batteriche e micotiche sì che l' Alexandrian, Storia della filosofia occulta, a cura di D. Chioatto, Milano 1996, P. 342 giunse a definirla un "oscuro presentimento della penicillina" (del resto l'assenza di strumenti di investigazione approfondita ad iniziare dal microscopio e l'ignoranza che le infezioni potessero esser scatenate da microorganismi, batteri e germi era e sarebbe stato per secoli un antemurale gnoseologico anche a fronte di altre piante potenzialmente battericide ed utilizzate empiricamente come nel caso dell'aglio).
Dalla medicina greca che si era vieppiù fatto spazio nell'ecumene romano con l'arrivo a Roma di esimi specialisti, anche i medici dell'esercito romano trassero svariati giovamenti ed in particolare ereditarono una vasta conoscenza delle proprietà curative di piante ed erbe medicinali (vedi indici) = si trattava di una scienza più complessa di quanto creduto comunemente e soprattutto in continua evoluzione al segno che dai Rizotomi dell'epoca romana in forza anche della scienza araba che del sapere romano fu apertamente debitrice si trasmisero ulteriori competenze che raggiunsero la Cristianità e si ramificarono nell'opera degli Aromatari e degli Erboristi oltre che di quelle che in tempi meno tormentati dalla superstizione furono dette le "Donne Savie", "Donne Rimedianti", "Buone Donne" ma anche risultarono gratificate dell'appelativo vero e proprio di "Medichesse".
Molti erano i medicamenti del mondo vegetale che offrirono valide soluzioni terapeutiche ai medici romani e tra queste primeggiò spesso la Centaurea anche se a scorrere un indice che giammai potrà esser esaustivo e pur calcolando le nuove acquisizioni degli erboristi si può già intendere leggendo qui partendo a leggere in ordine alfabetico dall'"Abrotano" (pressoché venerato dai Greci per le potenzialità farmaceutiche) si scopre di quanti medicamenti potessero fruire i medici romani.
Resti di almeno 5 piante medicinali sono stati trovati nei siti di un forte, suggerendo che tali erbe erano coltivate all'interno del forte in veri e propri giardini da giudicare per molti aspetti anticipatori dei monastici Giardini dei Semplici. Il Praefectus castrorum [Davies (1989), p. 214. ] era a capo dell'intiero organigramma sanitario: sotto stava immedatamente l'Optio valetudinarii, o direttore dell'ospedale militare della fortezza legionaria, che fungeva da responsabile amministrativo [Holder (1982), p. 78. ] .
Ai vertici del servizio clinico oprava un "medico-capo" detto Medicus: specialmente nella parte orientale dell'Impero, il Medicus era generalmente persona qualificata ed esperta, occasionalmente perfino anche un accademico ed in merito è esemplificativo il caso di Pedanio Dioscoride, un chirurgo militare dell'epoca di Nerone, il quale pubblicò un trattato (De Medicinali Materia libri sex), che rimase per secoli come libro base dei testi di medicina.[Davies (1989), p. 214. = Il greco Ippocrate non apprezzava particolarmente la chirurgia specie per l'assenza di anestetici, antidolorifici e antibatterici enormi limiti tuttavia non impedirono la messa a punto di tecniche operatorie sofisticate e valide, né il posto di rilievo che occupò la chirurgia, soprattutto quella traumatologica di guerra. Si trattava tuttavia di una pratica cruenta, violenta, straziante, subita con terrore e quindi delegata a figure alternative obbligate ad indossare abiti corti per essere meglio distinte dai medici che invece vestivano lunghe tuniche drappeggiate.
A Roma, in un tempio eretto sull'isola Tiberina, era venerato il dio, Esculapio il cui culto fu importato dalla Grecia nel 293 a.C. a seguito di una epidemia di peste. I romani, pur tenendole in gran conto, non amavano praticare personalmente alcune attività e così affidavano agli schiavi, spesso greci o alessandrini, l'educazione culturale dei propri figli ed anche la loro salute. I più eminenti medici della Roma augustea provenivano per lo più dalla periferia dell'Impero. Uno di questi fu Aulo Cornelio Celso un enciclopedista vissuto nel I secolo e originario forse della Gallia che nell'ultimo volume del suo De Medicina tratta lo stato dell'arte chirurgica ai suoi tempi fornendoci utili informazioni. Descrive perfettamente molti interventi da quello per cataratta a quello di tonsillectomia alla craniotomia, alla incisione degli ascessi, alla litotomia, alla cura delle fratture, alle manovre ostetriche più complesse. Celso dimostra una buona conoscenza dell'anatomia e anche degli oppioidi, che usa per lenire il dolore. A lui si deve la individuazione (notae vero inflammationis sunt quattuor: rubor et tumor cum calor et dolor) dei quattro sintomi dell'infiammazione: arrossamento, tumefazione, calore e dolore. Quintiliano lo definisce mediocri vir ingenii mettendo in discussione anche il fatto che fosse un medico ma in realtà Celso fu uno dei più autorevoli esponenti della medicina, molto apprezzato dai contemporanei e colpevolmente dimenticato dai posteri, che gli preferirono il quasi contemporaneo, Galeno.
In realtà Galeno di Pergamo (131-201 d.C.) visse un secolo dopo. In quanto medico dei gladiatori ebbe la possibilità di fare molta esperienza in campo traumatologico e chirurgico praticando tutti gli interventi usuali a quell'epoca. In ciò l'aiutava anche una buona conoscenza dell'anatomia per la consuetudine di eseguire autopsie sui cadaveri dei morti nell'arena ma soprattutto vivisezioni sul maiale (che considerava l'animale più simile all'uomo) e sulla scimmia. Contribuirono ad accrescerne la fama ed il prestigio i risultati eccellenti dei suoi interventi chirurgici, legati all'utilizzo degli oppiodi per lenire il dolore e soprattutto all'adozione di alcune elementari norme igieniche. L'igiene, momento essenziale della cura del corpo (mens sana in corpore sano) fu molto importante nel mondo romano come testimonia il gran numero di terme, di acquedotti e di fognature costruite in tutto l'Impero, ma anche dei Valetudinaria anticipazione dei moderni ospedali che furono costruiti a Roma, e sulla cui concezione si basarono le prime strutture mobili, da campo, che seguivano le legioni e nelle quali operavano i chirurghi militari = alcune piante erano utilizzate per supposte proprietà contro le infezioni (dell'aglio si è detto sopra) anche se con l'affermazione del cristianesimo accanto ai rizotomi ed aromatari (erboristi/fitoterapisti) sorse una leggenda nera che li coinvolgeva con quelle che un tempo eran dette savie donne o donne medicanti poi relegate al ruolo di streghe = non è del tutto noto se i medici romani usassero l'usnea, ritenuta non senza ragione, un vago presentimento della penicillina].
Il grado di Medicus è incerto, ma probabilmente era paragonabile al tribuno militare di rango equestre. In molti casi il Medicus serviva una breve commissione, nel ruolo di "medico senior", tornando poi alla vita civile [Holder (1982), p. 78 ].
A capo dell'infermeria di ciascun accampamento (valetudinarium) c'era poi il "Medicus castrensis", esentato da ogni altro servizio, assistito nelle strutture più grandi da tutta una serie di medici specialistici (come il Medicus chirurgus ovvero il chirurgo,[CIL XI, 5400; AE 2001, 263; CIL VI, 3986; AE 1945, 62. ] il Medicus clinicus ovvero l'internista comunque inibito nell'applicazione di terapie opportune dalla mancata conoscenza di battericidi o batteriostatici[AE 1951, 201; CIL XI, 5400.] il Medicus ocularius ovvero l'oculista,[AE 1979, 572; CIL XI, 742. ] il Marsus specialista in morsi di serpenti [quindi esperto per l'asportazione di veleni inoculati da animali selvatici ed al riguardo una notazione utile può derivare dalla Historia naturalis di Plinio il Vecchio come qui si può leggere] non era obbligatoriamente affatto conoscitore, secondo le svariate interpretazioni mediche ( nell'impossibilità di realizzare il mitico "Antidoto universale" detto Mithridatium antidoton) della "Triaca - Teriaca" (su cui comunque vista l'esperienza nei "semplici" avrebbe anche potuto esser consultato): ma sempre al Clinicus sarebbe spettata la fruizione dell'antidoto e della "Teriaca/Triaca" eventualmente in dotazione e che comunque ebbe grande rilevanza nei secoli atteso che il suo uso in varie formule e composizioni sarebbe durato sino al XIX secolo (si riportano qui osservazioni e ricette sugli antidoti di Sammonico e Plinio e, a titolo documentario di ciò che si è appena detto, quanto della Triaca - Teriaca scriverà lo speziale veneziano Giorgio Melichio citando piante dai nomi astrusi e decifrabili leggendo il cinquecentesco medico veneto Zefiriele Bovio nel suo Melampigo = nel Melampigo (vedi indice) il medico paracelsiano Bovio (vedi) aveva sviluppato il tema dell'acqua teriacale e poi ancora in altra opera o Flagello si era poi espresso sulla sulla quasi leggendaria Quinta Essenza Teriacale)] ed infine il Medicus veterinarius [ CIL VI, 37194; CIL V, 2183. ] per la cura dei cavalli o degli animali da soma [G.Cascarino, L'esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. II - Da Augusto ai Severi, Rimini 2008, p.225. ], oltre a Capsarii (infermieri guardarobieri, da capsa = scatola dove si tenevano i bendaggi), Frictores (massaggiatori), Unguentarii, curatores operis (addetti al servizio farmaceutico), optiones valetudinarii [CIL XIII, 8011 dalla fortezza legionaria di Bonna; CIL VIII, 18047 e AE 1987, 1058 dalla fortezza di Lambaesis; AE 1937, 181 e AE 1955, 13 da quella di Aquincum (vedi) ] addetti al vitto e all'amministrazione.
La cavalleria possedeva propri medici detti Medici alarum [ CIL III, 6205.]) così come nella marina vi era poi un Medicus triremis (o un Medicus duplicarius per nave[CIL XI, 29; AE 1995, 1350. ]). Vi era anche una gradazione dei medici militari in Medicus legionarius di grado superiore al Medicus coortis,[CIL XIII, 7415; CIL XIII, 6621; CIL XIII, 11767; CIL III, 7490; AE 1903, 290; CIL III, 10854; AE 1945, 141; CIL VI, 20 (p 3755). ] ed infine il Medicus ordinariius [RIB 1618. ] che aveva il grado corrispondente a quello di centurione, ma senza un comando effettivo sui soldati.
Le unità ausiliarie avevano anch'essi dei propri medici, benché in numero più limitato di quelli delle legioni. E proprio perché si trattava di unità di dimensioni più ridotte, non esisteva un capo-medico di rango equestre, ma semplicemente un Medicus ordinarius. Vi erano poi altri medici con il grado di principales, incluso il Medicus veterinarius per la salute degli animali, così come altri con il grado di immunes sotto di loro.[Davies (1989), p. 214. ]
 
 

martedì 11 aprile 2017

Gladiatori

Foto: Wikipedia
Il GLADIATORE era un particolare lottatore della antica Roma. Il nome deriva dal gladio, una piccola spada corta usata molto spesso nei combattimenti. La pratica dei combattimenti di gladiatori proviene dall'Etruria e, come molti altri aspetti della cultura etrusca, fu subito adottato dai romani.
La sua origine è da ricollegare al cosiddetto munus. Nell'antica Roma, munera (plurale latino) erano le opere pubbliche previste per il bene del popolo romano da soggetti facoltosi e di alto rango.
La parola munera, (munus al singolare - cf. l'italiano "munificenza") significa "dovere", "obbligo", esprimendo la responsabilità individuale di fornire un servizio o un contributo alla sua comunità. I munera eran dovuti quindi alla munificenza privata di un individuo, in contrasto con i Ludi, "giochi", competizioni sportive o spettacoli sponsorizzati dallo Stato.
I munera gladiatoria come detto erano quindi dovuti all'abitudine dei personaggi più facoltosi di offrire al popolo, a proprie spese, pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze, per esempio duelli all'ultimo sangue fra schiavi in occasione del funerale di qualche congiunto. I munera potevano essere ordinaria, previsti cioè in occasione di certe festività, o extraordinaria per celebrare particolari occasioni.
I combattenti potevano essere dei veri professionisti, nuovi gladiatori inesperti, condannati (criminali, schiavi, galeotti, prigionieri di guerra, cristiani, e via dicendo), o degli uomini liberi, senza distinzioni di razza, né di sesso (i combattimenti di gladiatrici, estremamente rari, erano sempre quelli più richiesti).
I galeotti e i prigionieri di guerra, particolarmente agguerriti per essere sopravvissuti ad anni di lotte e di sofferenze, erano molto ricercati. Molto spesso erano originari di terre lontane (per esempio Numidia, Tracia, Germania), e si proponevano volentieri, in modo da poter progredire in questa carriera. Era infatti inconcepibile per un Romano inserire in un combattimento di gladiatori qualcuno che non fosse volontario.

L'addestramento dei gladiatori era ancora più approfondito di quello praticato nelle scuole militari romane. Praticavano la scherma con le spade specifiche, il maneggio di armi particolari, e miglioravano la loro condizione fisica con faticosissimi allenamenti. Durante l'era cristiana, la gladiatura divenne uno sport di alto livello a Roma, e i centri di addestramento rivaleggiavano tra loro nel cercare di produrre i migliori combattenti. 

Le condizioni di vita per i gladiatori erano eccezionali, in quanto essi - nonostante la reputazione morale e professionale come nello stesso caso di attori/attrici non godeva del favore dell'opinione pubblica ed era stata riprovata anche ufficialmente dallo Stato- avevano le porte aperte a tutte le serate mondane organizzate a Roma e nei suoi dintorni, specie dall'alta società, cosa che non si discosta troppo dal costume moderno e non ove personaggi dello spettacolo e sulla "cresta dell'onda del successo" son ricercati per movimentare ed illustrare le feste dei facoltosi: del resto il "tifo" (spesso associato anche ad un personale successo mondano non escluso quello, pur occasionale, di natura erotica e sessuale, per gli atleti e combattenti, specie per i gladiatori ma anche per gli aurighi delle corse) legato all'abitudine di scommettere, era così alto che non mancarono scontri fra singoli e soprattutto fra opposte tifoserie sì da rendere necessario come in questo caso l'intervento della forza pubblica seguito da provvedimenti restrittivi in maniera non dissimile da come può accadere tuttora seppur per altre forme di competizioni: forza pubblica spesso necessaria anche solo per organizzare e dirigere il traffico e lo spostamento di enormi masse di tifosi e spettatori specie in relazione agli spettacoli degli Anfiteatri e dei Circhi.
L'addestramento, avveniva nella cosiddetta "Palestra", collegata al Colosseo tramite un corridoio sotterraneo ed era la loro vera estrema costrizione e occorreva aver cura di questi autentici atleti, dei loro momenti di rilassamento e del prestigio della loro reputazione. 

I nuovi gladiatori non avevano il privilegio dell'accesso alle serate di feste ma questa notorietà faceva parte della vita che inseguivano tanti giovani gladiatori [La rivolta di Spartaco prese corpo nel 73 a.C., in una scuola di gladiatori di Capua ma, all'epoca, questo sport era ancora poco e male regolamentato].
Gli storici studiano ormai con una nuova ottica la gladiatura romana (vedi di L.Jacobelli il volume Gladiatori a Pompei ) in un profilo più "sportivo", rimarcando così, nettamente, una separazione con la storiografia classica, influenzata dalla fede cristiana, molto ostile a certe pratiche.
I Greci adottavano ugualmente sport marziale, ma la gladiatura non era praticata in tutto l'Impero Romano; in Egitto e in Medio Oriente, in particolare, dove ci si contentava delle corse dei carri, lo sport principe dell'antichità.
Secondo la cultura popolare, prima del combattimento i concorrenti si recavano sotto la tribuna dell'Imperatore, quando egli era presente, e urlavano: Ave Caesar, morituri te salutant., ("Ave Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano"). Pare invece che la storiografia recente abbia confermato l'infondatezza di questa "notizia". Si ritiene che la frase sia stata pronunciata da un gruppo di condannati a morte che, tentando di ingraziarselo, la scandirono prima di iniziare a combattere per l'imperatore Claudio. Per nulla intenerito, egli disse semplicemente "Continuate".
I combattimenti opponevano sempre delle coppie di gladiatori differenti: Reziari, Secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri. Ogni categoria di gladiatori aveva le proprie peculiarità, in materia di equipaggiamento e di colpi permessi. Ogni categoria di gladiatori aveva dei vantaggi e degli svantaggi.
Cercando di rendere pari le chances di ogni combattente, i romani dosavano questi vantaggi e questi svantaggi. I combattimenti più classici mettevano di fronte: i Reziari contro i Secutores ed i Traci contro i Mirmilloni.
Si gareggiava poi per trovare idee sempre nuove, traendo ispirazione da episodi mitologici, o ricercando situazioni grottesche, come quella inscenata dell'imperatore Domiziano che, nel 90 fece combattere nani contro donne.
 
È da smentire la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla. È probabilmente vero che il pubblico esprimeva il suo gradimento, e forse anche la volontà di vita e di morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere. Soltanto chi si comportava vilmente era "condannato a morte" dal pubblico, il che accadeva comunque raramente: i combattenti di carriera erano esperti nel dare spettacolo e il pubblico non voleva vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo.
L'organizzatore, imperatore compreso, doveva pagare una cifra molto alta per ogni gladiatore ucciso. Non era perciò francamente incline a chiedere spesso la morte. I romani erano molto appassionati di statistiche sportive e si conservavano cimeli della carriera di alcuni gladiatori, dimostrando che essi erano stati sempre “graziati” o, vincitori. Di più, il gladiatore, se fosse stato ferito, poteva in qualsiasi momento interrompere i combattimenti.
Quando comunque un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, gli si avvicinava uno schiavo con la maschera del dio Mercurio, che aveva il compito di accertarne la morte toccandolo con un ferro rovente. 

Sul famoso gesto del "pollice verso", le fonti sono scarse e discordanti. Un passo delle Satire di Giovenale (verso pollice vulgus cum iubet) sembra dare spazio alla circostanza, ma le fonti storiche propriamente dette non ne parlano. Prudenzio, in contra Symmachum 2.1096 usa il verbo convertere: Et, quoties victor ferrum jugulo inserit, illa delicias ait esse suas, pectusque jacentis virgo modesta jubet converso pollice rumpi.
Altre espressioni sono pollicem premere e pollex infestus. In realtà, in tutti i passi latini, il problema verte su quale sia il senso da dare all'espressione "verso pollice" o "converso pollice" o simili, se cioè pollice girato debba intendersi all'insù o all'ingiù. Nell'interpretazione di alcuni appare certo, ad esempio, che il pollice rivolto in basso non significasse la morte per il gladiatore.

Per moderare la virulenza dei cruenti spettacoli del circo che inorridava la parte più moderata dei Romani alcuni imperatori cercarono di temperare il munus rendendolo più umano ricorrendo alla lusio.
Le hoplomachiae infatti potevano essere simulate, con armi adattate per non causare ferite, nel prologo al combattimento vero e proprio con la prolusio o con la lusio nei punti salienti dei munera. Questi duelli simultanei incruenti tra gladiatori disarmati servivano alla loro preparazione per il vero scontro con l'uccisione dell'avversario.
Traiano e Marco Aurelio cercarono di ampliare nelle loro feste la parte dedicata al lusio diminuendo così quella del munus. Dopo i fasti di Ostia, Traiano, il 30 marzo 108 organizzò una lusio della durata di tredici giorni con 350 coppie di gladiatori. Marco Aurelio, il cui figlio Commodo aspirava alla fama di gladiatore, cercò di diminuire, in ottemperanza alla sua filosofia stoica, le spese di bilancio destinate ai munera fuori Roma e quando offrì alla plebe romana le lotte tra gladiatori le organizzò sempre come lusiones.
I Romani continuarono però a preferire alle lusiones le hoplomachiae tanto che in Gallia e in Macedonia dal II secolo in poi furono modificati i teatri affinché potessero servire ai combattimenti tra gladiatori e alle venationes. 


La lavanda, / alta di folte spighe...

"La lavanda, / alta di folte spighe... sovrasta / insultatrice e baldanzosa ai campi " (Bergantini, I, 439).
Così il poeta; ma ciò che è semplice per la lirica lo è meno per la botanica e quanto può sembrare una monade si rivela un artificio di comodo o un'effetto dell'ignoranza sotto la cui illusoria apparenza si celano più entità, diversissime seppure somiglianti.
Sino al XII secolo l'unica specie di lavanda conosciuta in Italia è la Lavandula stoechas probabilmente introdotta dai Focesi nel 600 a.C. Il più antico cenno alla lavanda (non possiamo sapere di quale specie) compare nella Bibbia dove ne è descritto l'uso, in associazione col mirto per profumare gli altari.
Parecchi secoli più tardi il medico latino Pedanio Dioscoride registra in una sua opera alcune considerazioni meno generiche sulla pianta (cfr. P. MATTIOLI, Pedanii Dioscoridis de materia medica libri sex XXVII) e scrive: "Abbiamo ancora in Italia il nostro nardo, il quale chiamiamo spigo, ancor che di più debile virtù").
Nel Medioevo tutte le specie di lavanda sono univocamente denominate Pseudonardus o Spicanardus per distinguerle dal Nardus indica (Nardostachys indica, famiglia delle Laminacee) e dal Nardus celtica (Valeriana celtica, famiglia delle Valerianacee).
Le lavande latifolia e officinalis sono citate specificatamente in un erbario del XII secolo intitolato Hortum sanitatis ed attribuito alla badessa benedettina Santa Ildegarda.
Nel capitolo De Lavandula la latifolia compare sotto il nome di Spica mentre l'officinalis è indicata col lessema Lafander.
Le due specie, che crescono frammiste, sono spesso confuse nel passato, con la conseguenza di grossolani equivoci.
I naturalisti dei secoli XV, XVI, XVII sono però gia consapevoli delle differenze morfologiche esistenti tra le due specie: "lo spigo e quello spigo che si denomina lavanda, son differenti. Questa ha le foglie più morbide e delicate né si distendono i suoi rami frascoluti et il suo fiore è più corto" (cfr. SODERINI, II, 365).
Nel XVIII secolo Linneo definisce la questione sotto il profilo botanico, identificando entrambe le specie come Lavandula spica e distinguendole nelle varietà Alfa (l'officinalis) e Beta (la latifolia).
Nonostante questa illustre precisazione si dovrà attendere l'opera più recente di botanici sistematici per giungere alla denominazione scientifica in precedenza riportata, certo più corretta, esauriente e meno equivoca di quella di Linneo.
La confusione a livello dei fitonimi è anche dovuta al fatto che, quasi ovunque, ai nomi scientifici si preferiscono quelli volgari di spigo e lavanda, con frequenti interferenze dell'uno sull'altro.
Ancora oggi è radicata in Liguria l'usanza di nominare le due più importanti specie di lavanda con nomi arcaici, veicolati in genere a livello di vernacolo.
La latifolia è infatti detta spigu a Genova, sciarmantin a Montalto (IM), busomo ad Alassio (SV) e steccadea a Camporosso (IM); l'officinalis è conosciuta a Savona come spigo di S. Giovanni.
Il lessema lavanda (dal latino lavanda) ha avuto meno fortuna popolare del corrispettivo spica, spicum poi spigo in volgare tramite lenizione settentrionale della C in G.
Eppure la lavanda è nome sicuramente più pertinente con le proprietà e l'uso fatto di tale pianta dall'antichità ad oggi. Questo nome viene attribuito a tale pianta forse per il fatto che "gli antichi la usavano nei loro bagni, o perchè le lavandaie ne mettono ne pannilini imbiancati per farli odorosi "(cfr. TRAMATER s.v.).
Ma il discorso etimologico è estremamente complesso. Rifacendoci sempre a Plinio il Vecchio ed a quanto se ne usò in merito alla complessa evoluzione dell'etimologia del temine Lavanda possiamo registrare in base a ciò che scrisse sul nardo verosimilmente oggetto di una imprevista ed imprevedibile confusione con la pianta che avrebbe assunto la denominazione di Lavanda quanto egli scrisse nel libro da noi usato ma in questo caso al Libro XXI, 135 (pag 231 e sgg.) ove si legge "E siccome certuni, come abbiamo detto, hanno chiamato nardo dei campi la radice del baccaro inseriremo qui anche i medicamenti ricavati dal nardo di Gallia, che nella trattazione degli alberi esotici avevamo rinviato a questo punto. Dunque, contro il morso dei serpenti esso è efficace nella dose di due dracme messe in vino; in acqua, o in vino, giova nei casi di confiore addominale; per il gonfiore del fegato e dei reni, nei casi di travaso di bile e di idropisia, fa bene da solo oppure unito ad assenzio. Fa cessare le mestruazioni troppo violente ed abbondanti. (80) La radice della pianta che nella medesima trattazione abbiamo chiamata phu si somministra, tritata o bollita, in pozione, nei casi di crampi uterini o di dolori al petto o causati dalla pleura. Provoca il flusso mestruale. La si prende insieme con vino".Date queste qualità anche il magismo (XV, XVI, XVII sec.) si impossessa di tale pianta, forse recuperando dai recessi del FOLKLORE e di DIMENTICATE RELIGIOSITA' antichi usi di MATRICE SCIAMANICA.
Come noto il magismo, fuori delle fantasticherie d'uso, è nel passato un modo di vita, una risposta irrazionale ai più negativi stimoli esistenziali. Le streghe sono spesso povere sventurate che apprendono, talora per esigenze personali di sopravvivenza, le proprietà di alcune piante che vendono sotto forma di olii, essenze, decotti, filtri e bevande.
Spesso per insegnamento della MEDICINA POPOLARE si compongono autentiche sozzure ma in alcuni casi si organizzano prodotti terapeutici efficaci: spicca la mistura di rose rosse, violette, melitosio, papavero bianco (2 g), giusquiamo bianco (2 g), finocchio bianco o pseucedano, che viene messa su un telo con cui si benda la fronte di chi e colpito da disturbi nervosi.
Secondo la moderna erboristeria i risultati sono buoni contro le affezioni neurovegetative e la mistura garantisce comunque un sonno tranquillo.
Le "medichesse popolari" sfruttano spesso, per il conforto di se stesse e dei miserabili, piante attive in diversa misura sull'organismo quali il ginepro, il papavero, lo spigo e il cartamo (scient.: Chartamus tinctorius, cfr. P. MATTIOLI, cit., I, 690: "Solve il cartamo la flemma disotto e parimenti per vomito e similmente l'acquosità del corpo".
Quando però elaborano e combinano piante dalle proprietà stimolanti, quali salvia, santoreggia e spigo, con altre dalle qualità soporifere come il papavero (specie il P. somniferum, varietà setigerum, famiglia delle Papaveracee, che cresce spontaneo in Italia), queste EMPIRICHE, ignorando spesso gli opportuni dosaggi, finiscono per combinare pericolosi decotti.
Questi hanno talora le caratteristiche di droghe leggere, capaci di causare ai loro fruitori lievi effetti allucinogeni, caratterizzati da sogni piacevoli o spaventosi con una sensazione di torpore al risveglio.


giovedì 6 aprile 2017

Risposta al libricciuolo anonimo intitolato errori senza numero tratti a caso dai manuali del Ponza

Don Michele Ponza - Fonte: www.cavour.info
Don Michele Ponza (1772-1846), di nobile famiglia cavourese, dedicò tutta la sua esistenza allo studio della lingua piemontese, pur essendo strenuo difensore del fatto che, in pieno Risorgimento, fosse necessario condividere innanzitutto la stessa lingua per "fare gli italiani". La sua posizione gli creò polemiche non da poco sì da condividere un pensiero di Vincenzo Monti che conserva in ogni campo la sua efficienza dicendo: "Apprezzo il nemico che mi fa guerra a fronte scoperta; lode amplissima a quei Censori che senza timore dell'avversario mostran la faccia; e mettendo "animam pro anima" svelatamente l'attaccano".
Letterato, filologo, favolista dialettale, maestro di grammatica e Prefetto delle Scuole di Porta Nuova a Torino, Ponza compose il Vocabolario Piemontese - Italiano (uno dei quattro dizionari cui si dedicò), che da lui fu detto appunto il Ponza
La sua quinta edizione nel 1859 fu curata della Tipografia Lobetti Bodoni di Pinerolo, e lo stesso autore sottolineò l'importanza del lavoro scrivendo nell'introduzione che "fra le cagioni per cui la lingua italiana non solo non fiorisce, ma è per così dire strapazzata in alcuni paesi ove non è succhiata con latte della nutrice, nè parlata, vuolsi annoverare la mancanza di Vocabolarj di dialetto".
Attese per svariati anni alla compilazione dell'"Annotatore Piemontese, giornale letterario, che ebbe lo scopo di promuovere fra i cittadini lo studio ed il buon uso della lingua italiana.
Molto importante fu altresì il ruolo ricoperto dal PONZA nella realizzazione di MANUALI SCOLASTICI (specificatamente GRAMMATICHE), che comportarono per lui una spiccata POLEMICA di livello nazionale che affrontò, avverso i suoi DETRATTORI, in un volumetto intitolato RISPOSTA AL LIBRICCIUOLO ANONIMO INTITOLATO ERRORI SENZA NUMERO TRATTO A CASO DAI MANUALI DEL PONZA [ANONIMO - PUR SENZA I PERIGLI DEI SECOLI PRECEDENTI, SPECIE QUANDO CENSURA STATALE, INDICE DEI LIBRI PROIBITI E INQUISIZIONE ERANO POSSENTI - (COSA CHE INDUSSE IL PONZA A FAR PRECEDERE L'OPERA SUA DA UNA CONSIDERAZIONE DI VINCENZO MONTI SULL'ONESTA' SCIENTIFICA ED INTELLETTUALE DELLA CRITICA PALESE SOTTO VERI NOME E COGNOME SENZA RICORRERE ALLA PSEUDONIMIA O ALL'ANONIMATO)] MA VEROSIMILMENTE ANCHE  CONNESSO ALLA POLEMICA CON P. BARBIE' E CASIMIRO ZALLI, RISPETTIVAMENTE EDITORE ED AUTORE DI ALTRO VOCABOLARIO) che, data la sua significanza anche per lo sviluppo di una scuola nazionale e di una lingua nazionale, viene qui PROPOSTO NELLA SUA INTIEREZZA.
La qui digitalizzata e rara opera del Ponza Risposta al libricciuolo anonimo intitolato errori senza numero tratti a caso dai manuali del Ponza, Torino, Tipografia dei Fratelli Favale, 1839, si collega in qualche modo ad altri due scritti del Ponza qui non digitalizzati vale a dire  Risposta di Michele Ponza compilatore del nuovo vocab. piem-ital. alla Circolare indiritta il 10 dicembre 1830 dal sig.r I. P. Barbié stampatore in Carmagnola agli associati alla sua 2.a edizione Zalliana e quindi alla Risposta al primo fascicolo delle Osservazioni sulla risposta al libricciuolo Errori senza numero sottomesse dal Professore giubilato di Umane Lettere Rattazzi al retto e imparzial giudizio...


martedì 4 aprile 2017

Legionari, ausiliarii, classiarii

Cavaliere ausiliario - Fonte: Wikipedia
L'esercito dell'antica Roma in epoca imperiale era altamente specializzato, diviso in molteplici unità al fine di massimizzarne l'efficienza e la forza. Una di queste unità era la cosiddetta classe immune. Per definizione, gli immunes erano legionari (legione), ausiliarie (truppe ausiliarie) o classiarii (flotta) che possedevano capacità specializzate, che gli permettevano di svolgere compiti atipici per un qualsiasi altro soldato romano. Queste particolari capacità degli immunes gli permettevano di essere esentati dai più noiosi e pericolosi compiti che gli altri dovevano svolgere, quali lo scavo di un fossato o il pattugliamento dei bastioni.
Prima di diventare un immune, gli uomini dovevano servire come milites (noti anche come munifex), un soldato regolare non specializzato. Si trattava degli uomini che formavano la massa delle legioni, in grado di effettuare guardie, lavori manuali ed altri compiti. I milites dovevano restare in servizio per molti anni prima di avere la possibilità di diventare immunes.
Lo status di "immune" nell'esercito veniva ottenuto o tramite selezione o tramite promozione. Se non si possedevano le qualità che permettevano ad un soldato di venire scelto come "immune", il legionario avrebbe dovuto sottoporsi ad un periodo di addestramento speciale durante il quale veniva chiamato discens.
I discentes ricevevano la stessa paga base dei soldati non specializzati fino al raggiungimento dello status di "immune".
La maggiore o minore specializzazione dei militi era attestata da particolari denominazioni e spesso da distinte retribuzioni: principales (da princeps o "primo tra tanti") erano gli ufficiali di grado inferiore o i sottufficiali della legione romana e delle truppe ausiliarie.
Erano di livello superiore rispetto agli immunes o soldati (miles) esenti da particolari lavori ordinari della vita militare.
Mediamente nel contesto di una legione ammontavano a 480 gli uomini ascritti alla categoria dei principales: erano di tal genere tutte le cariche subordinate al centurione ma esentate da compiti ordinari (munera) nel contesto si singole coorti o centurie.
A costoro spettava una paga di una volta e mezzo se non due rispetto superiore a quella del semplice legionario romano: era in pratica questa la prolusione onde poi divenire centurioni.
I principales erano peraltro classificati in forza dei compiti espletati di maniera da poter avere:
l' Aquilifer o portatore dell'insegna legionaria dell'Aquila, di rango inferiore solo al centurione, e che ricopriva quindi il gradino più elevato tra i principales; il Campidoctor generalmente un veterano decorato se non un evocatus cui spettava l'obbligo delle esercitazioni della truppa; il Cornicularius che dirigeva l'ufficio amministrativo e gli archivi legionari; il Signifer o vexillifer vale a dire colui che portatva le insegna (signa), l' Optio o vice-centurione che chiudeva lo schieramento appunto di una centuria; il Medicus, anche quello imbarcato, poteva essere un duplicarius; il Beneficiarius: o segretario del Legatus legionis o del Tribunus militum, con compiti di polizia; il tesserarius specie di moderno sergente ccui toccava distribuire una tavoletta di legno con sopra scritta la parola d'ordine per entrare nella struttura fortificata.
Il fatto che questa categoria di soldati ricevesse, come detto, paga doppia o pari ad una volta e mezzo, rispetto al semplice miles, comportava per essi la denominazione duplicarius e sesquiplicarius tra sesquiplicarii (stipendi di una volta e mezzo rispetto a quella del soldato ordinario) si annoveravano il cornicen, il bucinator, il tubicen, il tesserarius ed il beneficiarius = tra i duplicarii (stipendio doppio) c'erano l'optio, l'aquilifer, il signifer, l'imaginifer, il vexillarius equitum, il cornicularius ed il campidoctor. Ingegneri, artiglieri, istruttori di armi, polizia militare (frumentarii), falegnami, cacciatori, custodi delle armi (custos armorum) e alcuni tra i responsabili amministrativi (come il curator, il librarius; non invece il curnicularius o il beneficiarius che erano tra i principales), erano alcuni dei compiti che gli immunes svolgevano per l'esercito romano. Gli immunes ricevevano identica paga rispetto alle truppe regolari ma erano esentati dai lavori pesanti.
Questa varietà e tipologia di figure militari offre l'idea di quanto fosse sofisticato l'esercito dell'Impero di Roma; dovranno passare molti e molti secoli prima di imbattersi  - nel contesto delle forze armate (vedi indice - in soldati con queste o consimili prerogative (prossime ora a quelle degli immunes se non dei principales. Il fenomeno si riscontrerà - quale istituzionalizzato all'interno di altri eserciti più moderni- in Italia quando per esempio compariranno dal '700 i Vantaggiati - Avvantaggiati (termine destinato a diventare cognome di mestiere) con privilegi non dissimili tra i genieri, i bombardieri, gli artiglieri, la polizia militare ecc. ecc. (vedi)

da Cultura-Barocca