domenica 17 giugno 2018

Problematiche della pregressa emigrazione negli U.S.A.: cenni

Emigranti italiani - Fonte: UCR/California Museum of Photography Ellis Island photographs from Keystone-Mast Collection
Dopo la Guerra Civile si osserva negli Stati Uniti un vero boom economico generato dalla seconda rivoluzione industriale. La colonizzazione del West stimola lo sviluppo. Vengono costruiti oltre 200 mila chilometri di ferrovia. Gli Stati Uniti sorpassano, come potenza industriale, Gran Bretagna Francia e Germania.
Uno dei fattori critici di questo sviluppo fu la disponibilità quasi illimitata di mano d’opera immigrata. Se gli immigrati rappresentavano nel 1910 il 14% della popolazione, contribuivano il 50% dei lavoratori dell’industria.
Gli immigrati prendevano spesso il primo lavoro gli si presentasse. I livelli salariali erano bassi, e consentivano a malapena la sussistenza del nucleo familiare. Questo fino a che il precario equilibrio non veniva rotto da una malattia invalidante o dal licenziamento del capofamiglia.
Questa precarietà porta le diverse comunità a stringersi, per facilitare il mutuo soccorso. Si creano quartieri "etnici" ed anche le professioni ed i settori industriali divengono appannaggio di specifici gruppi nazionali.
Gli Scandinavi andarono verso il Minnesota e si dedicarono all’agricoltura, gli Slavi andarono nelle miniere in Pennsylvania e nei macelli di Chicago.
Gli Ebrei dell’est si orientarono su New York e sul settore tessile. Nel 1897 i tre quarti dei lavoratori edili di New York erano italiani, sostituendo gli Irlandesi che avevano un tempo dominato questo settore.
A New York i napoletani si concentravano attorno a Mulberry Bend mentre i genovesi erano a Baxter St. ed i siciliani a Elisabeth St. In queste oasi gli immigrati potevano parlare la loro lingua, trovare i loro cibi e conservare le loro tradizioni.
Se questi quartieri fornivano un’atmosfera di supporto reciproco e di "comunità", nondimeno le condizioni di vita erano difficili. Sporcizia, sovraffollamento, rumore erano la regola nei "tenements" la base dell’edilizia residenziale ad alta intensità.
La legge sugli alloggi di New York del 1901 prevedeva un gabinetto e acqua corrente per ogni unità ma, prima che venisse fatta rispettare, ogni piano divideva due latrine. Molti inquilini, per aiutare a pagare l’affitto, subaffittavano il proprio appartamento, aggravando il problema del sovra affollamento.
TBC, colera e tifo dilagavano ed a farne le spese erano spesso i più piccoli.
Alcuni emigranti, detti gli "uccelli migratori" lavoravano a contratto per alcuni mesi per poi tornare in patria. Questi come gli altri immigrati erano spesso vittime di intermediari che procuravano posti di lavoro speculando su una serie di servizi che fornivano ai lavoratori (alloggio, trasporto etc.).
Le fabbriche di abbigliamento riducevano il costo di produzione terziarizzando il lavoro a piccoli laboratori familiari. Questi lavori, pagati a cottimo, erano compiuti da ebrei e, dall’inizio del 900, dagli italiani. Quasi sempre in questi lavori venivano impiegati tutti i membri della famiglia, compresi i bambini.
Donne e bambini non si limitavano a lavorare in casa ma erano occupati anche nelle fabbriche, in condizioni terribili. Il tasso di incidenti sul lavoro per i bambini era triplo rispetto a quello degli adulti.
In seguito alla campagna iniziata nel 1904 dal National Child Labor Committee, nel 1914 34 Stati proibirono il lavoro di minori di 14 anni e portarono a 8 ore la giornata di lavoro dei minori di 16 anni.
Le donne lavoravano prevalentemente nelle lavanderie, come domestiche e nelle industri tessili. Al 1923 39 Stati avevano introdotto norme che limitavano l’orario di lavoro delle donne. Questa che voleva essere una conquista si tradusse spesso in un aggravamento delle condizioni di vita in quanto ad un orario di lavoro ridotto equivale una paga minore.
I nuovi arrivati non erano ben visti in quanto considerati in concorrenza con i lavoratori nati o di più antica residenza ñ negli Stati Uniti. Il sindacato vedeva gli immigrati, in particolare gli stagionali, come una grave minaccia.
Nei settori dove gli stranieri erano più numerosi i sindacati dovettero aprirsi alle esigenze di questi immigrati. Non fu facile mettere insieme uomini e donne divisi da lingue e tradizioni secolari. Il sindacato tessile fu uno dei primi a mobilitare gli immigrati, fra cui spiccavano gli italiani. Il disastro dell’incendio del Triangle Shirtwais Company (1911) dove morirono 140 operaie immigrate rafforzò la partecipazione al sindacato. 
Entro gli anni 1930 gli immigrati rappresentavano la spina dorsale del movimento sindacale americano.
Nonostante le difficilissime condizioni, dall’inizio le comunità furono capaci di esprimere una ricca vita culturale e politica. La stampa etnica raggiunse l'apice durante la prima guerra mondiale. Sono oltre 1300 i giornali in lingua stranieri pubblicati negli Stati Uniti. I giornali in italiano avevano una diffusione di 700 mila copie mentre quelli in tedesco, Yiddish e Polacco superavano, ciascuno, il milione di copie vendute.
Lentamente gli immigrati iniziarono a farsi strada nel nuovo paese, raggiungendo in alcuni casi posizioni di prestigio. La progressiva integrazione ed il succedersi delle generazioni tendono a sfumare i caratteri nazionali.

da Cultura-Barocca

giovedì 14 giugno 2018

I Marrani in fuga in Europa

Cattedrale di Bayonne - Fonte: Wikipedia
... nello stesso periodo i marrani cercavano rifugio anche oltre i Pirenei, stabilendosi a Saint-Jean-de-Luz, Tarbes, Bayonne, Bordeaux, Marsiglia e Montpellier.
Essi vivevano in apparenza come cristiani; venivano sposati da preti cattolici; facevano battezzare i propri figli, e si dichiaravano cattolici in pubblico.
In segreto, comunque, circoncidevano i loro bambini, rispettavano come potevano il Sabbath e gli altri giorni di festa, e pregavano assieme.

Re Enrico III di Francia confermò i privilegi loro concessi da Enrico II di Francia, e li protesse contro calunnie ed accuse come quelle che un certo Ponteil mosse contro di loro.
I marrani portoghesi e spagnoli fecero richiesta a Enrico IV di Francia di permettergli di emigrare in Francia, dicendo che se avesse acconsentito, un gran numero dei loro compagni sofferenti, "uomini buoni tutti quanti", avrebbe scelto la Francia come residenza; ma molti neo-cristiani che entrarono in territorio francese furono costretti ad abbandonarlo dopo un breve periodo.
Sotto Luigi XIII di Francia i marrani di Bayonne vennero assegnati al sobborgo di Saint Esprit.
A St. Esprit, così come a Peyrehorade, Bidache, Orthez, Biarritz, e Saint-Jean-de-Luz, essi abbracciarono gradualmente e apertamente il giudaismo.
Nel 1640 diverse centinaia di marrani, considerati essere ebrei, vivevano a St. Jean de Luz; e a St. Esprit esisteva una sinagoga già nel 1660.
I marrani si rivolsero principalmente anche alle Fiandre, attratti dalle sue città fiorenti, come Anversa, dove si insediarono molto presto, e Bruxelles.
Prima della fine del XVI secolo, i marrani portoghesi, sotto la guida di Jacob Tirado, arrivarono ad Amsterdam.

Molti altri li seguirono e la città venne chiamata la nuova Gerusalemme, mentre centinaia di famiglie neo-cristiane si insediarono a Rotterdam.

I marrani delle Fiandre e altri diretti dalla Penisola Pirenaica, si recarono in guisa di cattolici ad Amburgo e Altona (attorno al 1580), dove stabilirono relazioni commerciali con le loro vecchie nazioni.

Cristiano IV di Danimarca invitò alcune famiglie neo-cristiane a stabilirsi a Glückstadt attorno al 1626, garantendo certi privilegi e ai marrani che si recarono a Emden attorno al 1649.
Numerosi marrani, comunque, rimasero in Spagna e Portogallo, nonostante la massiccia emigrazione e il destino di innumerevoli vittime dell'inquisizione.

I neo-cristiani del Portogallo respirarono maggiormente quando Filippo III di Spagna salì al trono e per legge (4 aprile 1601), gli concesse il privilegio della vendita illimitata delle loro proprietà terriere, oltre alla libera partenza dalla nazione per sé, le loro famiglie, e i loro beni.
Molti, avvalendosi di questo permesso, seguirono i propri correligionari in Africa e in Turchia.

Dopo pochi anni, comunque, i privilegi vennero revocati, e l'inquisizione riprese la sua attività.
Ma i portoghesi che non erano stati accecati dal fanatismo percepirono che nessuna misura coercitiva poteva indurre i marrani a lasciare la religione dei loro padri.
Singoli neo-cristiani come Antonio Fernández Carvajal, e diversi altri da Spagna, Amburgo e Amsterdam, si recarono a Londra, altre famiglie si diffusero in Brasile, dove i marrani si erano insediati già in precedenza, e in altre nazioni americane.

La migrazione verso Costantinopoli e Salonicco, dove i rifugiati si erano insediati dopo l'espulsione dalla Spagna, così come verso Serbia, Romania, Bulgaria, e addirittura Vienna e Temesvar, continuò fino alla metà del XVIII secolo.

da Cultura-Barocca

martedì 12 giugno 2018

Il nobile Fregoso, poeta a Colturano

Palazzo Fregoso a Colturano (IM) - Fonte: Pro Loco di Colturano
Antoniotto Fileremo Fregoso nacque intorno al 1460 a Carrara, unico figlio maschio di Spinetta II potente signore della città, prima doge di Genova e successivamente consigliere di Francesco Sforza. Come unico erede il padre gli lasciò, oltre al cognome (Fregoso o Campofregoso ), vaste proprietà e feudi. 

Essendo Antoniotto in giovane età venne nominato come suo tutore Cicco Simonetta, presso il quale si trasferì e visse sino al 1476 acquisendo la cittadinanza milanese. Nel 1478 il giorno in cui Gian Galeazzo Sforza assumeva le insegne ducali, Antoniotto venne solennemente armato cavaliere dando inizio alla sua carriera militare che durò ben poco; infatti dopo soli due anni Ludovico il Moro fece imprigionare e decapitare Cicco Simonetta nel Castello di Pavia con l'accusa di alto tradimento e questo costrinse Antoniotto a trasferirsi a Genova ospite di alcuni parenti. 

Grazie alla sua crescente fama di poeta acquisita nell'ambiente letterario milanese, Antoniotto riprese il suo posto ufficiale alla corte del Moro e di Beatrice d'Este insieme a Nicolò da Correggio ed a Gaspare Visconti e questo gli permise anche di sposare la nobildonna Fiorbellina Visconti dalla quale ebbe due figli (Spinetta e Tiberio). 

Nel 1500, dopo la cattura del Moro da parte dei Francesi, è costretto a giurare fedeltà ai nuovi signori di Milano. La grave crisi politica e sociale, con la fine del dominio sforzesco, aveva provocato anche il crollo di tutto il mondo culturale ed artistico. Questo ebbe un effetto traumatico sull'animo del poeta cortigiano che decise di ritirarsi in esilio volontario nel suo feudo a Colturano dove visse per il resto della sua vita, seguendo l'esempio dei grandi umanisti come il Petrarca e Boccaccio. 

Così il poeta cortigiano protagonista delle feste mondane si trasformò in un saggio e solitario "citadin de boschi" intento a meditare sulla fragilità della condizione umana. Proprio a causa della sua propensione alla quiete agreste, il Fregoso finì per l'essere soprannominato "Fileremo" che significa "amante, amico della solitudine". Il 15 novembre 1505 compone l'opera "ex villa Culturani" ma la produzione più originale del Fregoso è rappresentata da una serie di poemetti allegorici e filosofici composti in questa seconda fase della sua vita, tra i quali "Riso di Democrito" , "I doi filosofi" (1506), "La contentione di Pluto et Iro" ( 1507), "Dialogo sulla musica" (1508), "La cerva bianca" (1510) e "Il dialogo de la fortuna" (1519). 

Tutte opere che incontrarono un notevole successo perché si trattava di una poesia umanistica assai raffinata, nutrita di riferimenti alla cultura antica , che dal punto di vista linguistico e stilistico si ispirava ai modelli aulici di Dante e Petrarca. In alcune di queste opere non mancano riferimenti diretti e affettuosi al " suo Culturano", come Antonio amava riferirsi alla nuova residenza agreste. 

[Nella Cerva Bianca, poemetto allegorico in ottave diviso in sette canti, pubblicato per la prima volta a Milano nel 1510, 26 il Fregoso racconta la vicenda della ninfa Mirina tramutata da Diana in fiera e del cacciatore Fileremo (cioè il poeta stesso) lanciato al suo inseguimento con i cani Desio e Pensiero, nel tentativo di restituirle figura umana, attraverso i regni di Diana, d'Antero e d'Amore. Antero viene impiegato dal Fregoso per indicare, sulla scorta di un passo del cicerioniano "De natura deorum" (III 23, 59-60), il figlio adulterino di Venere e Marte. L'opera del Fregoso comporta una connotazione fortemente negativa attribuita ad Antero, tutto marziale e furibondo e fiero, gran tiranno, irriducibile avversario di Amore, a cui con la forza ha sottratto una gran parte del suo originario dominio. Nel regno del crudo Antero, dove i reggitori sono Furore, Sdegno e Gelosia, gli abitanti son furibondi e insani (V 61, 5).
Il dominio di Antero è descritto quindi come il dominio delle passioni irrazionali. I regni di Antero e di Amore sono inoltre divisi da un fiume che trae la sua origine dalle lacrime degli infelici sudditi del crudo Antero: Nel regno di Amore ha invece sede Erotopoli sul cui vertice si trova il tempio del divo Amore creato nellaceleste sede (VII 65, 6 e 8), all'interno del quale il cacciatore (Fileremo, cioè il Fregoso) è introdotto dalla Ragione ("Cerva Bianca", VII 72-74). La descrizione del vero Amor sincero e netto privo di faretra, arco e strali, con una fiaccola nella mano destra e quattro corone nella sinistra serba evidente memoria dell'epigramma dell'"Anthologia Graeca" attribuito a Mariano Scolastico. Robert V. Merrill, sviluppò le diverse funzioni e i contraddittori significati che in epoca umanistico-rinascimentale sono stati attribuiti a questa figura sfuggente e intrigante che, del resto, già nella mitologia e nella tradizione classica risultava priva di una univoca caratterizzazione. In esse, infatti, poteva rappresentare sia il vendicatore dell'amore disprezzato, sia il patrono dell'amore reciproco, sia il distruttore dell'amore, anche se, nella maggior parte dei casi, la funzione dell'Anteros classico era stata quella di garantire la reciprocità nelle relazioni amorose.
Nei secoli XV e XVI, come ha scoperto Erwin Panofsky, si assiste a una moralizzazione di Anteros: i moralisti e gli umanisti di tendenza platonica erano propensi a interpretare la preposizione antì come ‘contro', anziché ‘in cambio di', trasformando così il Dio dell'amore reciproco in una personificazione di virtuosa purezza e la coppia Eros-Anteros nella contrapposizione tra due tipi di amore, l'Amore terreno e l'Amore celeste. Il tema dei due amori, l'uno terreno e sensuale, l'altro divino e virtuoso è collegato a quello della della duplicità di Venere ("Ouranìa" e "Pandemos") che si trova espressa nel "Simposio" di Platone (180c-181c) e da qui ripresa nel "Simposio" di Senofonte (VIII 9-10).
Afferma Leandro Ventura che nella teoria d'amore dell'Umanesimo viene ampiamente recuperata e discussa l'idea platonica della duplicità di Venere e della conseguente duplicità di Amore.]

Il legame di Fregoso con Colturano (IM) è un aspetto importante nella sua vicenda umana e poetica. Le sue opere più importanti furono ideate, composte ed ambientate nella sua villa, nelle selve circostanti, nel paese stesso dove decise di ritirarsi provocando scandalo e incomprensioni tra i suoi vecchi amici nobili. 

Antonio non interruppe i suoi rapporti sociali e culturali con i salotti più raffinati di Milano, ad esempio intorno al 1510 egli era spesso ospite della contessa Cecilia Gallerani (ex favorita del Moro e amica di Leonardo da Vinci ) e della nobildonna Ippolita Sforza Bentivoglio. Presso di lei fece la conoscenza del novelliere Matteo Bandello frate domenicano nel convento di Santa Maria delle Grazie. Quest'ultimo, nelle sue opere, definì il Fregoso uno dei "famosi spiriti" del suo tempo e dedicandogli una delle sue novelle. Nel 1525 pubblicò "Opera nova". 

Nel 1532 il Fregoso morì lasciando ai suoi eredi oltre al feudo di Colturano una immensa fortuna in beni e terreni. 

Tra i tanti ammiratori del poeta di Colturano possiamo annoverare personaggi famosi come il Poliziano, il Pulci, il Boiardo e perfino Ludovico Ariosto, che nell'Orlando Furioso menzionò "Anton Fulgoso" tra i poeti che lo accolsero , meravigliati, al termine del suo fantastico viaggio cavalleresco.

da Cultura-Barocca

giovedì 7 giugno 2018

Sui Marrani e sui Conversos

 La Fonte Capurro cui è debitrice questa immagine annota: "Ebreo - dettaglio di affresco del XIV sec. - Notare il distintivo rotondo che gli ebrei erano costretti a portare, altro elemento e non il peggiore della persecuzione che gli ebrei subivano dalla chiesa cattolica."

La persecuzione contro gli ebrei si sarebbe formalizzata nella Bolla papale Cum Nimis Absurdum di Paolo IV...

I marrani come vennero detti in Italia [in spagnolo "marranos", probabilmente dall'arabo moharrama, muharram, che significa "cosa proibita") erano ebrei sefarditi (ebrei della Penisola iberica), che vennero costretti ad abbracciare la religione cristiana, sia con la coercizione come conseguenza della persecuzione degli ebrei da parte dell'inquisizione spagnola, sia per "libera" scelta, per una questione formale. Molti marrani mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli al giudaismo.
Con il termine" haram" (vietato) si indicava tra l'altro la carne di maiale, che ebrei e musulmani non potevano mangiare; in spagnolo e in portoghese viene usato come epiteto ingiurioso nei confronti degli ebrei.  Questi "conversos" (convertiti), come venivano alternativamente chiamati in Spagna, ammontavano a oltre 100.000.
Erano noti anche come "Cristianos Nuevos" in Spagna, "Cristãos Novos" (Neo-Cristiani) in Portogallo, "Xuetes" ("Xua", un termine catalano che faceva riferimento ad una mistura di carne di porco che si dice venisse consumata in pubblico dai Xuetes per dimostrare la sincerità del loro cattolicesimo) nelle Isole Baleari, e "Anusim" (costretti) dagli ebrei.
Con essi la storia della Penisola Iberica, e indirettamente quella degli ebrei, entra in una nuova fase, poiché furono la causa immediata dell'introduzione dell'inquisizione spagnola e dell'espulsione degli ebrei da tale nazione.
I marrani benestanti, che erano intensamente impegnati nel commercio, nelle manifatture e nell'agricoltura, si sposarono con appartenenti a famiglie della vecchia nobiltà; conti e marchesi impoveriti si sposarono senza esitazione con ebree facoltose; e accadde anche che conti o nobili di sangue reale si infatuarono di belle ragazze ebree.
A partire dalla seconda generazione, i neo-cristiani si sposavano tipicamente con donne del loro gruppo sociale.
Essi divennero molto influenti grazie alla loro ricchezza ed alla loro educazione, e vennero chiamati a importanti incarichi a palazzo, nei circoli governativi, e nelle Cortes; praticavano la medicina e il diritto e insegnavano nelle università; mentre i loro figli giungevano spesso ad alte cariche ecclesiastiche.

Categorie di Marrani, in un'ottica religiosa ebraica.
I Marrani e i loro discendenti possono essere divisi in tre categorie.
Convertiti per opportunismo
La prima di queste era composta da coloro i quali, privi di qualsiasi vero attaccamento al giudaismo e indifferenti a qualsiasi forma di religione, abbracciarono volentieri l'opportunità di cambiare la loro condizione oppressa di ebrei, in vista delle brillanti carriere che si aprivano loro davanti grazie all'accettazione del cristianesimo.
Essi simulavano la fede cristiana, quando ciò tornava a loro vantaggio, e deridevano gli ebrei e il giudaismo.
Diversi poeti spagnoli appartengono a questa categoria, come Pero Ferrus, Juan de Valladolid, Rodrigo Cota, e Juan de España di Toledo, chiamato anche "El Viejo" (il vecchio), che era considerato un brillante Talmudista, e che, come Diego de Valencia, anch'esso ebreo battezzato, introdusse nelle sue pasquinate termini ebraici o talmudici per deridere gli ebrei.
Ci furono anche molti che, per mostrare il loro nuovo zelo, perseguitarono i loro ex correligionari, scrivendo libri contro di loro e denunciando alle autorità quelli che desideravano tornare alla fede dei loro padri, come avvenne frequentemente a Valencia, Barcellona, e in molte altre città (Isaac b. Sheshet, Responsa, No. 11).
Convertiti solo esteriormente, per necessità
La seconda categoria consisteva di coloro, i quali conservarono come cosa preziosa l'amore per la fede giudaica, nella quale erano cresciuti.
Essi preservarono le tradizioni dei loro padri e, nonostante le importanti posizioni che occupavano, frequentavano in segreto la sinagoga e combatterono e soffrirono per la religione degli avi.
Molti dei marrani più facoltosi di Aragona appartenevano a questa categoria, compresi: gli Zaporta di Monzón, che erano imparentati per matrimonio alla casa reale d'Aragona; i Sánchez, figli di Alazar Yusuf di Saragozza, che si sposarono con i Caballeria e i Santángel; i ricchissimi Espe; i Paternoy, che giunsero dalle vicinanze di Verdun per stabilirsi in Aragona; i Clemente, figli di Moses Chamoro; i Villanova di Calatayud; i Coscón; i Bruno; i Cartiglia(no); i Brondo; e altri.
Convertiti solo formalmente, per forza maggiore
La terza categoria, che era di gran lunga anche la più numerosa, comprendeva quelli che cedettero alle circostanze, ma nella vita privata rimasero ebrei e colsero la prima opportunità di affermare apertamente la loro vera fede.
Essi non portarono volontariamente i loro figli al fonte battesimale; e, se obbligati a fare ciò, al ritorno a casa lavavano il punto in cui era stata versata l'acqua del battesimo.
Non mangiavano carne di maiale, celebravano la Pasqua ebraica e portavano l'olio alla sinagoga.
Nella città di Siviglia un inquisitore disse al reggente: "Mio signore, se desidera sapere come i Marrani rispettano il Sabbath, saliamo sulla torre".
Quando raggiunsero la cima, il primo disse al secondo: "Sollevi gli occhi e guardi. Quella casa è l'abitazione di un marrano; lì eccone una che appartiene ad un altro; e là molte altre ancora. Non vedrà fumo uscire da alcuna di esse, nonostante il freddo rigido; non hanno fuoco perché è il Sabbath".
Pretendendo che il pane lievitato non gli piaccia, un marrano ha mangiato pane non lievitato per tutto l'anno, allo scopo di essere in grado di consumarlo durante la Pasqua ebraica senza destare sospetti. Nelle feste in cui gli ebrei suonano il shofar, i marrani si recano fuori città e rimangono sui monti e nelle vallate, così che il suono non raggiunga la città.
Impiegano un uomo col compito di macellare gli animali, dissanguandoli, e consegnargli la carne a casa, e un altro per eseguire in segreto la circoncisione.
Critiche al criptogiudaismo.
Il criptogiudaismo dei conversos è stato messo in dubbio dalla storiografia più recente.
Lo storico statunitense Norman Roth nel suo Conversos, Inquisition, and the Expulsion of the Jews from Spain ha dimostrato la falsità di questa accusa ed ha ribaltato completamente la visione classica che si ha dei conversos: essi in maggioranza si sarebbero convertiti sinceramente al Cristianesimo.
I motivi per cui i conversos sarebbero stati perseguiti sono da ricercare nel fatto che spesso molti di loro trassero vantaggio dalla nuova condizione di cristianos nuevos.
Alcuni, grazie alla conversione, poterono accedere alle alte cariche ecclesiastiche (si veda il caso di Pablo de Santa María, arcivescovo di Toledo).
Il successo dei conversos e l'arroganza di una parte di essi attirò l'odio dei "vecchi cristiani", che iniziarono ad elaborare delle teorie sulla purezza del sangue (base ideologica degli statuti di limpiezza de sangre promulgati agli inizi del XVI secolo in Spagna) per poter distinguere i "veri" cristiani dai "falsi" (di qui il nomignolo di marranos).
La posizione degli ebrei nei confronti dei conversos .
La storiografia ha offerto due posizioni contrastanti degli ebrei riguardo ai conversos:
La prima vuole che gli ebrei abbiano solidarizzato con i marrani, giudicandoli con indulgenza; in Italia una speciale preghiera veniva offerta per loro ogni Sabbath, chiedendo che "Dio onnipotente li guidi dall'oppressione alla libertà, dal buio alla luce della religione".
Ai marrani che vivevano in segreta conformità alla legge ebraica, i Rabbini applicavano il passaggio talmudico: "Anche se ha peccato, deve essere ancora considerato un ebreo"; e un Anusim, che avesse colto la prima opportunità di recarsi in una nazione straniera e professare apertamente il giudaismo, poteva agire come testimone in questioni religiose in base alla legge rabbinica.
La econda, invece, ribalta totalmente il precedente punto di vista; infatti gli ebrei collaborarono attivamente alla persecuzione dei conversos.
Essi etichettarono i cristianos nuevos come meshumadim (ossia Ebrei apostati), e iniziarono a contrastarli, non tanto perché rei di aver abbandonato l'ebraismo, ma per aver tradito tutto il popolo ebraico.



lunedì 4 giugno 2018

Quelle confetterie create dai liguri in Buenos Aires

N. Cuneo, nel suo volume sulla Storia dell'emigrazione italiana in Argentina (1810-1870) [Milano, 1940], più volte sottolinea l'abilità imprenditoriale degli immigrati italiani, destinati spesso ad affermarsi celermente come imprenditori, artigiani, commercianti ed anche quali liberi professionisti.
L'autore, che sempre sottolinea la precocità storica dell'immigrazione genovese, mette, tra l'altro, in evidenza la particolare ingegnosità ligure nel cogliere l'importanza dell'iniziativa imprenditoriale nel settore terziario di un paese indubbiamente in grande espansione, come l'Argentina, ma in cui, oltre che di adeguati pubblici ritrovi, si avevano ignoranza od imperizia, addirittura, delle tecniche basilari onde realizzare in loco (senza cioè ricorrere, come da vecchissima e costosa consuetudine, all'importazione dal Vecchio Continente) di pasticcini, confetti, leccornie e bevande voluttuarie di qualità, compresi il caffè ed il latte.
Al riguardo il Cuneo scrisse: "Poiché s'é sparsa la voce che i confettieri siano ricercati, un altro genovese, il Costa, compie un gesto di coraggio, ed apre [in Buenos Aires] nel 1855, tra le vie Cangallo e Bartolomé Mitre, in via Florida, una confette­ria: la Confiteria del Aguila [di cui si vede sopra un'immagine antiquaria conservata nell'archivio del "Museo della canzone di Vallecrosia (IM)"], che diverrà celebre. I fratelli Roverano, liguri anch'essi, aprono la Confiteria del Gas che sarà il più elegante dei ritrovi".
Siffatti ritrovi diverranno presto punti di riferimento mondano, dove non sarà difficile coniugare con la tradizione autoctona e l'egemone cultura spagnola esperienze mondane ed artistiche di matrice ligure dapprima e quindi più estesamente italiana: molti artisti italiani e parecchi teatranti passeranno per questi locali e fra le loro mura più volte echeggeranno tanto le melodie colte quanto i canti patriottici ed ancora le note delle più celebri canzoni popolari di svariate estrazioni regionali italiane.

da Cultura-Barocca

venerdì 1 giugno 2018

Orazio

Fonte: Wikipedia

La vita di Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. - Roma 8 a.C. ) è ricostruibile in maniera sufficientemente facile attraverso la biografia a lui dedicata da Svetonio e l'opera stessa del poeta, che continuamente ha parlato di sé (anche se le sue "confidenze" col lettore mai si aprono a vere "confessioni": in questo "gettare l'esca" alla curiosità del lettore sul conto della propria vita è, secondo I. Lana, uno dei maggiori motivi di fascino delle opere del venosiano, e soprattutto delle "Odi").
Come vedremo, questa stessa vita, così inscindibilmente legata all'attività poetica e culturale, "così scarsa in generale di vistosi eventi esteriori e così piena di intimità, di raccoglimento, di appartata contemplazione e meditazione, di semplicità, di gusto raffinato del bello, riflette pienamente il tono e l'accento vero della poesia oraziana" [Alfonsi].
Origini umili, ma studi eccellenti. Figlio di un liberto, ch’era riuscito a racimolare un piccolo patrimonio col mestiere di "coactor exactionum" (esattore delle pubbliche aste), O. fu portato a studiare proprio dal padre (quello ch’egli stesso definirà "il migliore dei padri", suo maestro di vita e di morale) nelle migliori scuole di grammatica e retorica di Roma (fu allievo, tra gli altri, del severo grammatico Orbilio), andando a perfezionarsi persino ad Atene versi i vent'anni (ma il nostro poeta avrebbe sempre sofferto del complesso d'inferiorità derivatogli dalle sue umili origini).
Il fervore repubblicano e la triste esperienza di reduce sconfitto. Lì O. aderì all'ideologia repubblicana dei giovani patrizi romani che vi studiavano, anche perché suggestionato dai temi delle scuole di retorica: fu coinvolto, così, dalla guerra dei "tirannicidi" Bruto e Cassio, ai cui comandi si arruolò come "tribunus militum", combattendo nella storica battaglia di Filippi (42). Si salvò miracolosamente (come lui stesso racconta, gettò lo scudo e si diede alla fuga: ma si tratta di una reminiscenza archilochea?), e riuscì a tornare a Roma durante un armistizio (41), profittando del condono politico di Ottaviano, ma senza protezioni politiche. Le sostanze lasciategli dal padre erano state inoltre confiscate: così, dopo aver sperimentato anche la povertà, per vivere s’impiegò come contabile nell’amministrazione statale ("scriba quaestorius").
L'incontro con Virgilio e Mecenate. In seguito, frequentò a Napoli la scuola epicurea di Sirone in compagnia di Virgilio. Iniziata l’attività poetica con gli "Epodi" e le "Satire", nel 39 fu presentato proprio da Virgilio a Mecenate, che ben presto lo legò a sé come amico e gli donò (33?) un podere nella Sabina: un'amicizia che non poté non alimentare le invidie e le malelingue dei ricchi romani del tempo.
La svolta cesarista: O. intellettuale "allineato". Il nostro poeta, così, tradendo la sua giovanile fede politica, fini con l'abbracciare, con sempre più convinzione e dedizione, le cause del cesarismo: Augusto gli offrì addirittura un lusinghiero posto di segretario, ma O. declinò l’invito, con molto garbo ma con altrettanta fermezza, assecondando tuttavia il programma del princeps sia sul piano politico sia su quello letterario: fu un intellettuale, dunque, sostanzialmente "allineato", se non addirittura "poeta vate". Nel 17 fu inoltre incaricato di scrivere il "Carmen saeculare" in onore di Apollo e Diana, da cantare appunto durante i "ludi saeculares": occasione, questa, particolarmente solenne, dato che quei ludi in quell'anno sancivano ufficialmente l'inizio della "Pax Augusta". Nel 20, O. iniziò a pubblicare le "Epistole"; nell’8 a.C. scrisse 4 libri di Odi.
La morte. Ma nel sett. dell’8 a.C., Mecenate moriva: O. si sentì perduto, tanto che anche lui di lì a poco si spense, forse a causa di un'emorragia cerebrale. Già da 5 o 6 anni, tuttavia, non componeva o pubblicava quasi più nulla, preferendo un completo "otium" di riflessione e di ricerca puramente speculativa. Fu sepolto proprio accanto alla tomba dell'amico e protettore, "la metà dell’anima sua", com'egli stesso lo definì.

Opere.
Premessa. L'attività poetica di O. si svolge su piani diversi e paralleli, coagulandosi essenzialmente su tre generi: satira esametrica, poesia giambica e poesia lirica. A tal proposito, si usa generalmente distinguere 3 fasi, "in prospettiva con l'evoluzione culturale dell'uomo e con la condizione politica di Roma:
1. la I fase (43-30 a.C. ca) appartiene all'età giovanile del poeta: è il tempo degli "Epòdi" e delle "Satire" più antiche, in cui emerge lo stato di agitazione e di sconforto del poeta, ed irrompe il suo risentimento verso i nemici politici dopo Filippi.
2. la II fase (30-23 ca) coincide praticamente con la composizione delle "Odi", e più esattamente dei primi 3 libri: è il momento in cui vengono a ridimensionarsi la dialettica e la lotta politica, e quasi di conseguenza il poeta, che aveva già cominciato ad usare nelle satire ultime (ossia nella maggior parte di quelle del II libro) un tono più moderato e bonario, si dedica decisamente alla lirica. E' così che egli scopre se stesso, e la sua tecnica si fa soggettiva ed introspettiva; lasciati da parte odii personali e contingenze particolari, eleva il tono universale della sua poesia, tripudiando per il successo di Ottaviano ad Azio, che pone fine alle lacerazioni delle guerre civili;
3. la III fase (23-13 ca), infine, è quella della piena maturità del poeta, emulo, come già Virgilio nell' "Eneide", della composizione di versi paradigmatici per i fasti della sospirata Pace augustea. Appartengono a questo periodo i 2 libri delle "Epistole", il "Carme secolare" e il IV libro delle "Odi". " [libero adattamento da Fiordelisi]
Per una migliore presentazione delle opere, dei loro contenuti e delle loro considerazioni in chiave umana e poetica, preferisco tuttavia procedere per mero ordine cronologico di composizione o di pubblicazione, esponendo le stesse opere in brevi monografie singole. Abbiamo, così:
Epòdi. Gli "Epòdi" (41-30 a.C.) sono 17 componimenti (O. li chiama "iambi"), ordinati metricamente, secondo la consuetudine alessandrina e neoterica. Il nome di "epodon liber", o più brevemente "Epòdi" (come appare nei manoscritti, ma forse solo dal III sec. d.C.), fu loro assegnato dagli antichi evidentemente per il fatto che, nelle strofe distiche dei primi dieci carmi, ad ogni trimetro segue un dimetro giambico detto, appunto, "epodo".
O. emula i giambografi greci, Ipponatte e soprattutto Archiloco (ma ne mutua - in modo peraltro decisamente originale - più che altro i metri e l’ispirazione aggressiva, non già i contenuti), anche se il suo "furor" è, in verità, talvolta alquanto o soltanto letterario. Tuttavia, gli "Epòdi", malgrado una certa ridondanza stilistica, sono fondamentalmente più violenti delle "Satire" (come vedremo), e più amari: il poeta vi deplora le disgrazie della patria e afferma la propria indignazione per alcuni scandali derivati dalle guerre civili (lo "scelus", la "culpa", il delitto originario, che diviene nella sua epoca la colpa di tutta una generazione). Il tutto tradisce, come dire, la matrice e l'ispirazione ancora giovanili di questa poesia.
Ora, quindi, sono appunto le ansie per il pericolo della guerra civile (epòdi VII e XVI); ora invettiva contro un abietto tribuno militare (IV), contro un ringhioso codardo (VI), contro un poetastro (X), contro una vecchia libidinosa (VIII e XII), contro una strega (V e XVII).
Tuttavia, in fondo, anche qui affiora la proverbiale "mitezza" di O.: timidamente in I e IX, indirizzati a Mecenate (il massimo ed unico dedicatario della sua poesia) al tempo di Azio e oscillanti tra ansia e fiduciosa serenità; più decisamente nei rimanenti, e soprattutto nel II, dove malgrado l’ironia finale c’è un forte gusto per la vita agreste; infine, nel XIII compare, forse per la prima volta, un altro tema caratteristico della sua poesia: quello della fugacità della vita.
In questi carmi, sono usati vari metri: strofe giambica, alcmania, archilochea, piziambica.

Satire. 
Le "Satire", dette dal poeta stesso "Sermones" (ovvero propriamente "conversazioni", e dunque scritte con stile e lingua studiatamente quotidiani), composte in esametri dattilici, sono divise in 2 libri: il I (35-33 a.C.) ne comprende 10, il II (30 a.C.) 8. Difficile ne è la cronologia interna.
Abbandonate le inquietudini e il disadattamento degli "Epòdi", attraverso certo i temi della predicazione filosofica (in specie, quelli della diàtriba cinico-stoica, ma stemperati dal loro rigido moralismo) e la lettura di poeti quali Lucilio (di cui vuol essere versione moderna, ma altresì originale: satire I4 e I10), O. cerca di elaborare in forma piana e discorsiva (si tratta di componimenti misurati, caso mai vivaci, ma come detto non sfoghi moralistici) un suo ideale di misura (il cosiddetto "giusto mezzo", I1 e I2) che lo salvi dalle tensioni interne e non gli precluda il godimento della vita ("autàrkeia" ["bastare a se stessi"] e "metriòtes" ["misura"]).
Il poeta insomma ricerca una morale di autosufficienza e di libertà interiore, valendosi di uno straordinario senso critico e autocritico, oltre che del suo tatto e della sua conoscenza del mondo: il ragionamento si mantiene sempre sul piano psicologico-umano, e la polemica non è tanto contro i vizi in sé, quanto contro la loro vera radice, ovvero l’eccesso: come dire che egli si propone non certo di cambiare la società romana ed il modello etico di riferimento, ma almeno di fornire qualche utile elemento di riflessione per intervenire sulla coscienza dei singoli.
Inoltre, nelle prime "Satire", O. si sforza di dimostrare che la morale epicurea non è in disaccordo con i valori tradizionali di Roma: moderazione, saggezza, rispetto dei costumi, eccetera. Insiste anche sulla semplicità dell’esistenza rurale quale condizione della felicità, parlando, in questo senso, un linguaggio simile a quello di Virgilio e precisamente nello stesso periodo, all’incirca, in cui questi componeva le sue "Georgiche". Affinità vi sono anche col linguaggio di Tibullo. Inoltre, l’amicizia da lui spesso elogiata non è scambio di favori, e ancor meno schiavitù (come spesso avveniva a Roma quando gli amici erano di condizioni ineguali), ma una comunione profondamente spirituale o, anche, ideale.
Appare chiaro, insomma, che i "Sermones" toccano una straordinaria pluralità di temi, che non si lasciano imbrigliare in una sterile didascalia; mi limito, così, a ricordare le satire ritenute dai più le più rappresentative, oltre quelle già accennate. Così, ad es., un'altra satira programmatica è la II1, dove O. risponde alle critiche rivolte a se stesso e al genere satirico. Spunti autobiografici, invece, si riscontrano nelle satire: I4 (sul padre adorato); I6 (sulla presentazione a Mecenate); I5 (sull'avventuroso viaggio a Brindisi al seguito di Ottaviano); II6 (in cui esprime la gioia per la villa donatagli). Satire più propriamente etico-filosofiche sono invece: I2 (sull’adulterio; vigorosa); II3 (sulla pazzia degli uomini, eccetto il filosofo; briosa); II6 (vi si trova l’apologo del topos campagnolo e del topos urbano, con cui il poeta esprime simbolicamente l'angoscia che prova in città ed il desiderio di rifugiarsi nella tranquillità della campagna).
"Dunque, le satire di O. non sono un'astrazione teorica, ma una proiezione della realtà, sia rispetto alla vitae ratio seguita dal poeta, sia rispetto alle sue dottrine letterarie, sia infine come quadro d'ambiente, che ci riporta al "Satyricon" di Petronio e agli "Epigrammi" di Marziale: hanno un valore di trasmissione culturale dei vizi sociali" [Fiordelisi].

Odi.
Le "Odi" (titolo secondo i grammatici, "Carmina" per O.) constano in tutto di 4 libri: i primi 3 (88 odi), dedicati a Mecenate, furono pubblicati nel 23 a.C., il IV (15 odi: quindi, in tutto 103 odi) nel 14-13 a.C.. O. aggiunse il IV libro dopo molti anni, su richiesta di Augusto, per celebrare la vittoria di Druso e Tiberio su Reti e Vindelici.
Il criterio d’organizzazione del libro sembra essere quello della "variatio": sia dal punto di vista metrico-formale (ben 13 sono i metri usati, dall'alcaico al saffico all'asclepiadeo), sia per tono e contenuti (alternanza di temi politici e temi privati, di stile alto e stile leggero).
L’ispirazione oraziana qui si modifica e purifica in composizioni raffinatissime, chiuse nel giro di strofe perfette (il modello è nei poeti classici greci: Alceo, Saffo, ma anche Anacreonte, Bacchilide, Pindaro…): in questo senso, potremmo dire che le "Odi" si caratterizzano come un riuscito tentativo di trasferire a Roma i ritmi della poesia eolica e rappresentano, per molti versi, l'opera più matura del nostro poeta. Del resto, lo stesso O. altrove aveva precisato la distinzione, all'interno della sua produzione, tra poesia giambica e poesia lirica (una distinzione che evidentemente trascendeva il canone meramente metrico-formale), attribuendo proprio a quest'ultima il merito della sua gloria di poeta.
Lo stile diventa così esteriormente asciutto, la forma è rigorosa, quasi fredda; il tutto, insomma, caratterizzato da un lato dalla sapienza tecnica (la declamata "callida iunctura", cioè l’accorta disposizione delle parole e l’accurata articolazione del periodo) e dall’altro dal controllo di impressioni e sentimenti: O. si presenta come discepolo dei "poeti nuovi", alla ricerca anch’egli della perfezione formale e delle soddisfazioni derivanti dal superamento delle difficoltà.
Se O. nei "Sermones" era apparso, così, poeta e narratore, nelle "Odi" si rivela nelle vesti di un sublime "moralista": non perché vada (neanche qui) predicando una morale, ma perché eccelle nel cogliere e nell’esprimere in un ritmo, in un accostamento di parole, nella suggestione di un’immagine, un’ "esperienza" privilegiata che illumina l’anima e la rivela a se stessa.
La causticità polemica è allora qui abbandonata come giovanile intemperanza (I16): è invece insistente l’idea della "misura" ("aurea mediocritas", II10). Essa assume una dimensione nuova: da una parte viene ancorata saldamente al concetto di felicità con motivi tradizionali e stilizzazioni (modestia, parsimonia, campagna contro città, etc…: ad es., I18, II2-3-15-18, III1 e 16), ma con l’aggiunta del motivo - riflesso certamente autobiografico - della felicità di chi, oltre che saggio, è anche poeta (II16, III14…); dall’altra, sul piano della meditazione, è associata all’idea della morte, che tutto rilivella (II3 e 8, III1 e 24). Il senso della fugacità della vita acquista qui massimo rilievo e ispira tra le "odi" più celebrate: I11 (v’è il famoso motivo del "carpe diem"), I24 (in morte del poeta Q. Varo), I28 (sulla tomba del pitagoreo Archita), II14 (a Postumo), ecc…
Attinto alle correnti filosofiche dell’epoca (in special modo, l’epicureismo), ma filtrato dalla sensibilità dei lirici greci (ad es., Mimnermo), tale senso di fugacità aleggia come malinconia leggera su questa poesia, che è pure sostanzialmente limpida e serena. Di nuovo, dappertutto traspare la bonaria umanità, che si esprime soprattutto in un trepido senso dell’amicizia, nel gusto della compagnia (le cosiddette "odi conviviali"), nel controllo stesso delle passioni nelle non poche odi dedicate a donne i cui modi (Lidia, Làlaga, Cloe, Mirtale…) celano quasi certamente persone (e forse financo vicende) reali (O. aveva già manifestato a Mecenate la necessità di una poesia che cantasse l'amore: chiede infatti proprio all'amico di porlo tra i poeti lirici [I 35]).

I temi maggiori delle odi.
Come già risulta evidente, all'estrema varietà metrica e ritmica di quest'opera si associa un altrettanto straordinaria e variegata sequela di motivi filosofici, personali, amorosi, conviviali, storico-politici ed ideologici, tuttavia trattati in un'espressione sempre molto misurata della propria interiorità di poeta: O. trova, insomma, in quest'opera la sua più alta e completa espressione, con ampiezza di toni e ricchezza di sfumature. E' possibile, tuttavia, estrapolare alcuni temi che sono rimasti particolarmente e giustamente celebri per la profondità del loro insegnamento e per la partecipazione e la chiarezza con cui sono comunicati. Ad es., una delle intuizioni fondamentali dell’epicureismo era il valore proprio di ogni istante: O. se ne impadronisce e ne fa uno dei cardini privilegiati del suo lirismo. Il "carpe diem", nel quale si è pensato di poter riassumere questa sua "saggezza" (immiserendola, in questo modo, in una formula angusta e anche un po’ volgare), è innanzitutto il nucleo di una poetica: non è tanto la ricerca, cioè, fine a se stessa, del piacere, ma il tentativo di scoprirlo nel puro e semplice fatto di vivere. In questa prospettiva, O. canta l' "otium", che è anche e soprattutto quiete dell’intelletto e dell’anima, libertà interiore: il "carmen" prolunga la strada imboccata col "sermo", trasfigurando ciò ch’era stato consiglio obiettivo in scoperta dell’anima. Il pensiero stesso della morte, anziché rivelarsi amaro, dà tutto il suo valore alla rinnovata presenza della vita.
Forse anche il vistoso apparato mitologico presente nelle "odi" va inteso, al di là del richiamo alessandrino o degli agganci alla religione della Roma augustea, come un elemento di voluta fissità, oltre che di pindarica sublimazione della poesia; epicureo, O. non crede davvero all’intervento degli dèi nel mondo: egli ne fa un gioco, allargando la sua sensibilità di poeta alla creazione tutta intera, senza voler scoprire in essa il segno di una trascendenza divina. Ma, in fondo, non è un problema che lo interessi molto. Egli onora le divinità campestri della sua tenuta come presenze familiari che prolungano il suo personale universo interiore, non per manifestare ad esse la propria "adorazione".
Quasi sicuramente, infine, nessun latino ha avuto più di O. la coscienza di essere poeta, di essere cioè in grado di donare l'immortalità con i propri versi: non per nulla, accettò di divenire uno dei vati ufficiali del regime di Augusto: ne fa fede l’importante filone etico-politico che riscontriamo nelle "Odi" (ovvero i 6 componimenti - detti "odi romane", appunto - con cui si apre il III libro, e che vanno dall'iniziale esaltazione delle antiche "virtutes" e della religiosità degli avi alla scansione poetica dei momenti o eventi del mito e della storia di particolare importanza: ma accenni politici attraversano in verità l'opera nella sua interezza), nonché il successivo "carmen saeculare".

Carmen Saeculare.
Come già ricordato, Augusto nel 17 a.C. indìce i "ludi Saeculares", nel momento più adatto, scelto con grande abilità, per celebrare i ludi, testimonianza di un'epoca di guerre e di lotte civili che si chiude e di un'era di pace che si apre.
Morto Virgilio nel 19, nessun altro poeta poteva ricevere l'incarico di comporre l'inno per i ludi, perché nessuno più di O. aveva dimostrato, specialmente con le odi romane, di saper interpretare l'essenza della grandezza di Roma. O. accettò l'incarico, che significava per lui riconoscimento del suo ruolo di poeta nazionale e, più ancora, consacrazione della sua attività lirica, che appunto dalla composizione del "Carmen saeculare" trasse nuova linfa e riprese sostanza.
Così, il poeta affida al canto di due cori di giovani, l’uno maschile e l’altro femminile, il compito di invocare la protezione degli dèi su Roma.
Il "Carmen" presenta, ovviamente, i difetti propri delle composizioni eseguite su commissione, ma, se non è sorretto da altissima ispirazione, è tuttavia opera di altissima dignità artistica e, soprattutto, di profonda sincerità. Inoltre, in tutti quei luoghi in cui il poeta può liberarsi dagli obblighi impostigli dalle circostanze o dalla liturgia e dispiegare liberamente la sua fantasia, egli raggiunge "l'intensità poetica delle sue liriche più felici, interpretando con severità e serietà il mito storico di Roma e di Ilio, ma soprattutto esprimendo un ideale quasi ieratico di potenza e di predominio" [Turolla].

Epistole.
Le "Epistole" sono in esametri e si compongono di 2 libri: il I (di 20 componimenti) dedicato a Mecenate, uscì nel 20 a.C.; delle 2 epistole del II libro, quella ad Augusto è del 14 o 13, quella a Floro è del 18 ca.
L’epistola in esametri è probabilmente una sperimentazione originale: O. non si richiama, del resto, ad un inventore del genere. Con essa (di cui si discute il carattere "reale" o semplicemente "letterario"), il poeta cerca un dialogo più intimo e raccolto con sé stesso: c’è un bisogno di calma e di tolleranza, in cui si annida tanta esperienza umana, interiorizzata in una sorta di ascesi laica (e il tutto presuppone lo spostamento verso una periferia agreste, che risuona di memorie filosofiche: quasi un "angulus", insomma, di meritato "otium"): è il frutto della migliore lezione del suo epicureismo (non vi è dunque "svolta" in senso stoico, come taluno ha voluto supporre).
Le lettere, così, sono dirette ad una pluralità di personaggi, umili e potenti, giovani ed adulti, che rappresentano tutto il mondo relazionale ed affettivo del poeta; esse forniscono uno spaccato del suo mondo interiore, un punto di sintesi delle sue riflessioni sulla vita, sugli uomini, sulla filosofia; esprimono, insomma, la voce più matura di O., che vive con bonario distacco le vicende dell'esistenza e che attribuisce ai fragori ed alle inquietudini del vivere un valore ormai relativo: l'ammonimento a conseguire la saggezza, unico rimedio ai mali che affliggono l'uomo, è - sotto questo aspetto - il vero e genuino elemento che percorre tutta la raccolta.

Ars poetica.
Infine, al II libro è aggiunta l’epistola ai Pisoni, nota come "Ars poetica" (17 o 13 a.C.) in base alla definizione di Quintiliano, in 475 esametri (ma sin dall'antichità, essa andò separata dalle altre epistole, per la sua natura particolare e anche perché, data la sua lunghezza, costituiva un volumetto a parte): se ne veda qui il testo latino integrale.
Ricca di riferimenti a Neottolemo di Pario e ancor più ad Aristotele, l' "Ars" è impostata sul problema dell’unità dell’opera d’arte e del rapporto tra contenuto e forma, esaminato prendendo come principale punto di riferimento il dramma.
Molto si è discusso, e si continua a discutere, se considerare quest'opera un vero e proprio trattato sull'arte poetica oppure semplicemente un insieme di riflessioni senza un progetto unitario (il tono è quello di una conversazione dotta, ma altresì amabile e confidenziale): comunque, sostanzialmente, essa è composta di due ben definiti nuclei concettuali, che trattano questioni relative all'arte del poetare ed alla figura del poeta.
Riguardo il primo punto, due tesi, in particolare, sono rimaste celebri: la necessità di fondere la spontaneità e l'immediatezza dell’ispirazione con lo studio metodico e il paziente lavoro di lima; e il noto principio dell’ "utile dulci", della fusione cioè, diremmo oggi, fra utile e dilettevole.
Riguardo, invece, la seconda questione (l'"artifex" della poesia), O. insiste molto sulla conquista della "sapientia": per lui, innanzitutto, il poeta - come uomo - deve raggiungere un alto grado di consapevolezza e di conoscenza, erudita e soprattutto interiore; è questo, infatti, essenzialmente, il presupposto l'inizio e la fonte dello scrivere bene. A ben vedere, una sorta di testamento umano e letterario che il nostro poeta ha lasciato ai posteri.

Conclusione.
Infine, questa breve ma icastica considerazione mutuata da I. Lana, che - volendo - compendia tutto quanto detto finora: "nella dotta Atene O. poco più che adolescente cercava di apprendere cosa fosse il vero ed il bene; nella quiete sabina degli ultimi suoi anni cercava ancora che cosa fossero il vero e il bene; questi, l'aspirazione di tutta la sua vita, e la sua poesia, la traccia lasciata da un'anima sorridente sì, ma inquieta".

da Cultura-Barocca

giovedì 31 maggio 2018

Cenni sull'utilizzo delle mandorle nei secoli


 PRENDENDOSI A SEGUIRE I DETTAMI DEL GRANDE ASTRONOMO APICIO nell'antica Roma piuttosto che quelli della ormai superata vecchia tradizione alimentare strutturata sulle RICETTE GASTRONOMICHE DI CATONE "IL CENSORE" TEORICAMENTE REDATTE PER LA FAMILIA DELLA VILLA RUSTICA MA IN EFFETTI FORMULATE ANCHE COME ESPRESSIONE IDEALE DI VITA FRUGALE D'UNA PRISCA E GUERRIERA CIVILTA' - specie tra i ceti benestanti (peraltro influenzati pure dalla penetrazione culturale greca, cioè di una civiltà estremamente raffinata) comparvero cibi sempre più pregiati ed elaborati in cui e specie nei dolciumi o bellaria non mancava certo, come qui si vede, un uso elaborato e sapiente delle MANDORLE


 Garzoni nella sua Piazza di tutte le Professioni del Mondo =
LEGGI QUI IN PARTICOLARE TESTO DIGITALIZZATO DE
DE' FORNARI, O' PANATIERI, O' CONFERTINARI, ZAMBELLARI, OFFELARI, & CIALDONARI, DISC. CXXXIII

[in merito ai FACITORI DI DOLCIUMI vedi qui ZAMBELLARI e OFFELARI ed ancora i CIALDONARI creatori fra l'altro del CHONO FATTO D'UVA PASSA, & AMANDOLE (per espressa indicazione dell'autore ascritti a RICETTE PROPRIE DEGLI ANTICHI, INTENDENDOSI PER ANTICHI. COME SI LEGGE DA RIGA VI DAL BASSO, PRINCIPALMENTE GRECI E POI ROMANI ) = visualizza poi anche, per quanto scrive l'autore, le PENE COMMINABILI A FORNAI FURFANTI (a titolo integrativo e con molta cautela sembrano esservi convergenze sostanziali tra ciò che il Garzoni chiama Chono e qualche alimento prossimo al "pangiallo", meglio noto come "pangiallo romano" un dolce, citato anche da Apicio, che ha la sua origine nell'antica Roma e più precisamente nell'età imperiale. Era, infatti, un'usanza di quei tempi distribuire questi dolci dorati, durante la festa del solstizio d'inverno, in modo da favorire il ritorno del sole. Il tipico "pangiallo romano", ha subito numerose trasformazioni durante i secoli a causa dell'espansione dei confini territoriali e dell'incremento nella comunicazione tra le varie regioni italiane. Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d'uovo. Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva - prugne e albicocche - opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole, che avrebbero però dovuto costituire l'elemento portante)].

... molti dei prodotti erano ritenuti in campo fitoterapico e nel contesto della tradizione popolare come forme più preservative che medicamentose contro il contagio pestilenziale (clicca e vedi) = compreso il vino, componente base di tanti medicamenti pressoché tutti i prodotti qui citati entravano infatti nel campo, pressoché infinito quanto inefficace, e trattato in tanti libri dei rimedi proposti contro la peste

Una significativa proprietà medicinale era attribuita anche alle mandorle o più precisamente all'olio di mandorle: vedi qui per esempio come col il contributo anche dell'olio di mandorle dolci sarebbero stati curati un uomo ed una donna colpiti dalla sifilide (o "infranciosati" come al tempo anche si diceva) secondo quanto scrisse nel suo Fulmine de' Medici Putatitij rationali di zefiriele Tomaso Bovio Nobile Veronese, interlocutore Marsiglia, Zefiriele, Filologo (vedi qui per individuare anche altri esempi tutte le opere digitalizzate di Zefiriele Tomaso Bovio (1521-1609) medico empirico, alchimista e cabalista veronese, anche attivo tra Genova - Savona - Ponente Ligure. .
In merito a ciò risulta utile qui proporre un particolare testo, che essendo del XIX secolo dimostra quante credenze fossero destinate a sopravvivere. il testo in questione e qui multimedializzato porta un titolo emblematico = Dell'Olio preservativo sicuro e Rimedio contro la Peste e della causa della Peste, se di natura animale: lettera del Cons. A. A. Frari al Cons. Pezzoni a Costantinopoli, per Gio: Cecchini, Venezia, 1847 (la citazione dell'olio di mandorle rimanda a terapie antiche, specie in un libro come questo di metà 1800 = per esempio nel precedente Manoscritto Wenzel qui digitalizzato il dimensionamento delle proprietà farmacologiche dell'olio di mandorle che qui, pur trattandosi di malattie e terapie importanti, risulta ristretto ad un campo quasi solo estetico in merito alla caduta dei capelli)] ...

da Cultura-Barocca


Il poeta di "Addio al Giardino di Boboli"

San Biagio della Cima (IM)
GIUSEPPE LUIGI BIAMONTI, illustre classicista, docente, tragediografo e poeta vissuto a cavallo tra '700 (peraltro quasi omonimo del moderno illustre concittadino Francesco Biamonti) di San Biagio della Cima (borgo ligure al centro di un'area incredibilmente percorsa da tensioni culturali, spirituali ed intellettuali) nella PARTE FINALE della sua ODE un tempo giustamente famosa (ADDIO AL GIARDINO DI BOBOLI) in qualche modo influenzò UGO FOSCOLO (PERALTRO BUON CONOSCITORE DELLE LIGURI CONTRADE) che nel suo capolavoro, il carme neoclassico DEI SEPOLCRI fece dell'UPUPA un VOLATILE ORRIBILE E LUGUBRO, FAMIGLIO DELLE FORZE DEL MALE tragico frequentatore dei CIMITERI E DELLE ROVINE che, con una natura selvaggia, parevano caratterizzare queste CONTRADE su cui ad onta della GIUSTA FAMA DI SPLENDORE NATURALISTICO E SERENITA' AMBIENTALE FORTUNATAMENTE ESORCIZZATA DALLA ESPERIENZA DEL "GRAND TOUR" A PARTIRE DAL XIX SECOLO data anche la peculiarità dell'AREALE SOSPESO TRA FRANCIA E ITALIA e così pure dall'urto atavico tra RELITTI DI PAGANESIMO E RICONSACRAZIONI CRISTIANE non mancavano connessioni a manfestazioni di STREGONERIA.

GIUSEPPE LUIGI BIAMONTI fu all'epoca una vera e propria celebrità ( tra le altre cose fu "maestro di greco antico di Vincenzo Monti"), anche se oggi nella profluvie di nomi e tendenze è abbastanza dimenticato. Alla sua opera un altro dimenticato letterato genovese" - come altri qui proposti - all'epoca illustre qual fu Ambrogio Balbi in questa ormai rara ma preziosa silloge "Versi scelti de' Poeti Liguri viventi nell'anno 1789" (scorri gli indici moderni) dedicò questa importante sezione, che al pari di tutta l'opera del Balbi merita comunque un recupero anche per riscoprire i tanti poeti che fiorivano viventi in Liguria all'epoca in cui si avvicinavano quei "Nuovi Tempi Napoleonici" nel cui contesto ebbe parte non irrilevante Ugo Foscolo. 

Ne Il Raccoglitore ossia Archivj di Geografia, di Viagi e di Filosofia, di Economia, politica, di Istoria, di Eloquenza, di Poesia, di Critica, di Archeologia, di Novelle, di Belle Arti, di Teatri e Feste, di Bibliografie e di Miscellanee, Volume XXIV, Milano, Dalla Società Tipografica de' Classici Italiani, 1824, il compilatore ovvero il prolifico Davide Bertolotti scrisse queste note a guisa di necrologio e di accompagnamento alla proposizione dell' Addio al Giardino di Boboli del Biamonti reputato da moltissimi l'opera migliore del Biamonti ma ormai quasi introvabile ignorando il Bertolotti che la stessa come qui si vede era stata proposta da Ambrogio Balbi nella sua opera appena sopra citata = a tutto questo il Bertolotti riporta il testo della lapide realizzata dal Borda a celebrazione del Biamonti ove si registra un'imprecisione, che già il Bertolotti commise ad inizio della sua nota, facendo il letterato nativo di Ventimiglia (IM) e non di San Biagio della Cima (IM).

da Cultura-Barocca

mercoledì 30 maggio 2018

Rifornirsi d'acqua nell'antichità e nel Medio Evo

Istanbul, Cisterna Basilica - Fonte: Wikipedia
I primi dati di fornitura organizzata dell'acqua risalgono a tempi remotissimi.
Nella prima età del bronzo, le sorgenti che rifornivano le comunità dell'Europa erano spesso racchiuse in un rivestimento di legno.
Talvolta si raccoglieva l'acqua piovana e si scavavano cisterne in strati di argilla impermeabile, rivestendoli poi con una struttura di legno.
Oltre a scavarle nella roccia, i Greci e i Romani costruivano le loro cisterne in mattoni o cemento con volte a botte e pilastri, aggiungendovi spesso vasche più piccole di decantazione.
Ai tempi ellenistici e durante l'Impero Romano le grandi città, come Alessandria e Bisanzio, costruirono enormi cisterne.
A Bisanzio la più grande misurava 141x73 metri e aveva 420 colonne.
Ancor oggi le grandiose cisterne di Valente (364-78) e di Giustiniano (527-65) riforniscono d'acqua Istanbul.
Per raccogliere, accumulare e conservare l'acqua delle precipitazioni atmosferiche, furono realizzate in tutte le regioni e in tutti i periodi dell'antichità opere importanti (cisterne teatrali, ipogee, ecc.), che però sono state messe in ombra dalle successive costruzioni di grandi acquedotti.
Né è conferma il fatto che fino a oggi non è stato portato a termine nessun restauro sistematico delle antiche cisterne.
Questa lacuna di conoscenza e di impegno nel campo specifico delle cisterne per cui non ci si rende conto dell'effettivo utilizzo, molto diffuso nell'antichità, dell'acqua piovana, è dovuta a una causa precisa: l'unica funzione delle cisterne era quella della raccolta e della riserva sotterranea dell'acqua e, di conseguenza, non furono stabilite norme particolari relative al loro aspetto esteriore.
Le forme delle cisterne potevano essere infatti molto diverse; la gamma delle varianti ha più interesse storico che estetico.
"Benché espressioni come "cisterne teatrali", limitate a situazioni particolari, o "cisterne navali", inducano a supporre che le cisterne avessero più funzioni, le cisterne vere e proprie servivano soltanto alla raccolta dell'acqua. Dal punto di vista della tecnica idraulica, tutti i bacini di raccolta posti al termine di una conduttura vanno distinti dalle cisterne e sono in realtà dei semplici serbatoi, come ad esempio la cosiddetta Piscina Mirabilis o i famosi serbatoi d'acqua di Costantinopoli, che nonostante le loro dimensioni vengono sempre qualificati come cisterne" (R. T. Kastenbein, 1990).
Gli autori antichi sono concordi nel considerare buona la qualità dell'acqua piovana. All'acqua "mandata da Zeus" si attribuivano infatti varie proprietà benefiche, compresa quella di giovare alla salute.
La buona qualità dell'acqua di una cisterna, d'altro canto, dipendeva anche dalla cura dell'impianto; se poi l'acqua di una cisterna non era solo per gli usi comuni, ma anche per l'alimentazione, si consigliava di bollirla.
Secondo Aristotele, una città ben progettata deve avere: "specialmente una naturale abbondanza di acque e di fonti e, in caso contrario, vi si deve far fronte predisponendo serbatoi per l'acqua piovana, capienti e numerosi".
Benché oggi le cisterne richiamino più l'idea dell'acqua d'uso comune che di quella potabile, specialmente perché si tratta di acqua ferma, nell'antichità l'acqua delle cisterne veniva impiegata anche per bere.
Questo accadeva soprattutto quando ancora mancavano i grandi acquedotti, e cioè in qualche grande città prima della fine del VI secolo a.C., in numerose città fino all'inizio dell'età imperiale e in molte altre località per l'intera storia della città.
Ciò poteva accadere inoltre in periodi di guerra o di altre contingenze.
Conformemente alla raccomandazione di Aristotele, le cisterne sulla rocca di Pergamo (attuale Bergama in Turchia), ad esempio, dovevano essere sorvegliate secondo le ordinanze con grande attenzione, anche quando veniva garantito un soddisfacente approvvigionamento idrico attraverso le tubazioni.
In periodi normali, tutte le fattorie, tutti i poderi, tutti gli allevamenti di bestiame, tutte le ville dovevano disporre di una o più cisterne, per non lasciare disperdere le precipitazioni atmosferiche che cadevano in quantità diverse a seconda del periodo e del luogo, e che si sarebbero rivelate preziose nei periodi di siccità. Su questo principio di compensazione tra i periodi di grande abbondanza e quelli di siccità si regolavano soprattutto le isole prive di sorgenti, prime fra tutte quelle di origine vulcanica come Tera/Santorino, e molte altre delle Cicladi.
Ventotene col suo complesso sistema di captazione mediante cisterne rappresenta un significativo modello di circolazione delle acque che collega tutti gli insediamenti principali dell’isola portando l’acqua alla fine del percorso in una piscina con annessa peschiera localizzata nel porto.
Tutto il sistema di captazione e di accumulo tramite cisterne contribuiva a rendere l’isola autonoma dal punto di vista idrico.
Delo, notoriamente povera di sorgenti, presenta quindi numerose cisterne, e così Nasso, che fino all'inizio del nostro secolo ha vissuto esclusivamente di acqua di cisterne.
Anche alcune città di terraferma, dove la falda freatica era troppo profonda per essere raggiunta da pozzi, come ad esempio la città mineraria di Laurio in Attica (Regione della Grecia) o alcune piccole città siciliane, si rifornivano soltanto di acqua di cisterne.
Per gli abitanti delle zone aride dell'Africa settentrionale, che una sola volta all'anno godevano di un periodo di pioggia breve ma abbondante, l'acqua piovana era un bene così prezioso che essi costruirono grandi terrazze lastricate per raccoglierla al meglio.
Il metodo più semplice per raccogliere l'acqua piovana era quello di sfruttare i tetti delle case: una superficie modesta, ma sufficiente con un pratico sistema di raccolta in grandi pithoi come a Olinto (Regione Calcidica della Grecia) o a Priene (in Turchia).
La pianta delle case signorili greche e romane, con i due cortili interni, (atrio e peristilio), era straordinariamente adatta alla raccolta dell'acqua piovana.
Ci si può quindi domandare se il tipo comune di casa sviluppato dai Greci e dai Romani non fosse proprio conseguenza del largo bisogno di acqua piovana.
Dai tetti relativamente piatti e pendenti verso il cortile interno (compluvium), l'acqua piovana fluiva, direttamente oppure attraverso grondaie e doccioni, in una vasca al centro, del cortile stesso, ossia nell'impluvium.
Da qui l'acqua scorreva in cisterne sotterranee, per depurarsi in bacini di sedimentazione.
Parallelamente al costante miglioramento del rifornimento idrico grazie alla costruzione di condutture, aumentò anche, in generale, il numero delle cisterne private.
Questo accadeva soprattutto per la volontà della gente di essere indipendente evitando di recarsi ogni volta ai punti pubblici di distribuzione.
La maggior quantità di acqua piovana veniva raccolta sui tetti: si pensi, oltre alle case private, anche alle sedi di lavoro, agli edifici pubblici di ogni genere o alle superfici di copertura dei templi, talvolta gigantesche, che spesso erano collegate con cisterne. I grandi edifici, con cisterne di raccolta per singole zone della città, oppure costruzioni particolari, come teatri, che si prestavano ottimamente alla raccolta dell'acqua piovana, erano collegati con l'imboccatura delle cisterne mediante grondaie, tubature in terracotta o canalette.
Le cisterne poste in superficie, erano piuttosto infrequenti, perché troppo esposte all'azione del calore.
In alcune località, come a Pompei, c'erano invece delle cisterne sopraelevate, da non confondere con gli impianti di raccolta idrica con cisterne sotterranee.
Questi contenitori sopraelevati assolvevano a una doppia funzione: oltre a immagazzinare acqua dai tetti, posti ancora più in alto, servivano contemporaneamente all'immediata distribuzione.
Una via di mezzo tra le cisterne di superficie e quelle sotterranee è rappresentata dalle camere di riserva scavate nella roccia, come le cisterne in pietra presso il tempio di Apollo Maleatas vicino a Epidauro (nel Peloponneso in Grecia), risalente all'età imperiale.
Normalmente si preferiva immagazzinare l'acqua piovana in impianti sotterranei (lacus, cisterna), che erano protetti dal calore, dalla sporcizia e da sgraditi agenti esterni.
Per conservare l'acqua fresca e pulita, le cisterne greche e romane più antiche venivano scavate nel terreno con il fondo a forma di pera o di bottiglia, e avevano soltanto una piccola apertura verso l'alto.
Già nell'età cretese-micenea, le cisterne interrate vennero rivestite di intonaco, per ridurre e più tardi per bloccare completamente le perdite per drenaggio.
Molte cisterne arcaiche del Pireo vennero costruite, in un primo momento, a forma di pera e, nel corso del tempo, furono notevolmente ampliate con camere sotterranee e, in alcuni casi, collegate l'una all'altra mediante gallerie praticabili.
Queste costruzioni con gallerie, tipiche di Atene, ritornano nell'Alessandria ellenistica, dove però non venivano sfruttate per l'acqua piovana, bensì per l'acqua portata da un canale del Nilo.
Le cisterne sotterranee non murate non sono legate a particolari periodi storici, ma si presentano in ogni secolo dell'antichità, sulla rocca di Pergamo (profondità media di 7-9 m, capacità 50-70 Mc) come sull'acropoli della città di Samo, dove un vecchio pozzo venne sostituito con una cisterna originariamente piccola, più tardi ampliata con alcune camere laterali.
Nell'età arcaica non sono documentate cisterne completamente murate, e nell'età classica sono una rarità: nella colonia milesia di Olbia nel Ponto c'era invece una cisterna con una classica muratura a conci, che poteva contenere circa 22 Mc di acqua piovana.
Nel corso dell'età ellenistica e repubblicana, la capacità media della cisterna aumenta sensibilmente e, in seguito all'impiego della pietra da taglio come materiale edile, vengono preferite le piante rettangolari a quelle rotonde, e ci si preoccupa sempre più di mantenere pulita l'acqua delle cisterne.
Il criterio sperimentale fissato dal Palladio, secondo cui una cisterna deve essere più lunga che larga, veniva rispettato ad esempio nella Perachora ellenistica.
Si trattava ancora di una cisterna a navata unica: i piloni mediani riducevano solamente la campata delle travi in pietra, che sostenevano la copertura orizzontale della cisterna.
Se in età tarda le cisterne venivano impiegate prevalentemente per l'acqua d'uso comune, all'inizio, invece delle camere comunicanti separate da filtri, doveva essere stato realizzato qualche sistema sconosciuto di purificazione soprattutto per l'acqua potabile.
Le cisterne più antiche, che non possedevano ancora nessun dispositivo di depurazione, furono dotate in seguito, come la cisterna di Dictinna a Creta, di un bacino di sedimentazione.
Dall'età ellenistica in poi si moltiplicarono le strutture edili e le tecniche di muratura. In particolare, la tecnica degli archi a cunei si dimostrò molto promettente per la costruzione dei ponti d'acquedotto e delle cisterne.
La cisterna di Delo, datata al III secolo a.C., che raccoglieva l'acqua dalla cavea del teatro, si distingue, nella sua epoca, per le dimensioni (circa 200 mq di superficie di base) e per gli otto archi in granito, collocati a regola d'arte, che sorreggono una volta a botte.
Nel periodo successivo, ebbe grande importanza l'introduzione della malta e della muratura a gettata, la tecnica di costruzione in mattoni e il continuo miglioramento della tecnica degli archi anche nelle cisterne.
Tutte queste tecniche edilizie romane sono presenti negli impianti di deposito sotterranei.
Il sistema di camere con volta a botte e a crociera viene realizzato anche con sei o sette locali adiacenti o con combinazioni di locali più grandi e più piccoli, più alti e più bassi, collegati l'uno all'altro.
Vengono costruite perfino cisterne a due piani (Leptis Magna).
Soltanto alcune cisterne grezze, prive della muratura in malta, non avevano intonaco.
In genere le pareti delle cisterne venivano intonacate con opus signinum, mentre il suolo veniva rivestito con pavimentum testaceum (ammattonato), per smussarne le asperità.
Alcuni o molti strati di intonaco o di pavimentazione in mattoni testimoniano un uso più o meno prolungato della cisterna.
L'intonaco impermeabile, che veniva applicato sulle superfici ruvide, come in diversi casi a Delo, caratterizzata da rocce scistose, necessitava in particolar modo di manutenzione.
L'acqua piovana veniva attinta dalle imboccature chiudibili delle cisterne nello stesso modo e utilizzando gli stessi mezzi che servivano per attingere l'acqua dei pozzi.
Nell'antichità, il metodo del prelievo rappresenta un elemento che collega molti e diversi impianti di approvvigionamento d'acqua.
I medici e gli ingegneri antichi insistevano concordemente sulla necessità di avere un'acqua pura.
Galeno, Vitruvio e altri denunciarono l'uso del piombo per i rivestimenti delle cisterne o per fare tubi, ma nonostante alcune precauzioni sebbene l'incrostazione prodotta dal carbonato di calcio e di piombo sulla superficie interna dei tubi ne riducesse il pericolo continuarono, sorprendentemente, a manifestarsi casi di avvelenamento da piombo sì da far ipotizzare qualche altra indecifrabile ragione del malessere.
Vitruvio raccomanda i seguenti metodi per provare la purezza dell'acqua: "l'acqua, spruzzata su un recipiente di bronzo corinzio (una lega di oro-argento-rame) o su qualsiasi altro bronzo buono, non dovrebbe lasciare traccia. Se si fa bollire dell'acqua in un recipiente di rame e dopo averla fatta riposare la si versa, essa sarà soddisfacente se non lascerà tracce di sabbia o di fango sul fondo del recipiente di rame. Inoltre, se i legumi bolliti nel recipiente cuociono presto, vuol dire che l'acqua è buona".
Diversi testi antichi riferiscono che certe acque "possono sopportare un po' di vino"; ed è possibile dedurre che, mescolando l'acqua a goccia a goccia con un vino ben colorato, i Romani valutassero il tenore di calce della loro acqua.
Gli antichi consigli per la depurazione dell'acqua vanno dalla semplice esposizione al sole, all'aria e alla filtrazione.
Erodoto segnala che l'acqua del Karkheh (in Iran, il nome originario del fiume era Choaspes), che scorre nei pressi di Susa, veniva bollita e conservata in caraffe d'argento per i re persiani.
Sono stati rinvenuti filtri porosi di tufo, e la filtrazione attraverso la lana o il lino ritorto era ben nota.
Sulla depurazione dell'acqua, Ateneo di Attila scrisse un'opera (50 d.C. circa) dove si parla della filtrazione.
Il filtraggio attraverso strati di sabbia è anche consigliato da Vitruvio.
Per la depurazione dell'acqua gli antichi autori consigliano l'aggiunta di varie sostanze, tra cui la più comune e la più efficace era il vino.
Le coperture dei tetti non dovevano essere di materiale organico (legno) né di lastre di piombo o contenenti comunque piombo.
Da preferirsi erano i tetti in laterizi o in lastre di lavagna.
Tali coperture non dovevano essere comunque a livello inferiore a quelle di contigue abitazioni, dalle quali potevano essere gettate sostanze di rifiuto, né dovevano essere accessibili all'uomo o agli animali.
Le dimensioni delle superfici di raccolta e delle cisterne dovevano essere calcolate in funzione delle necessità.
Se si trattava di località piovose si calcolavano in genere dimensioni tali da sopperire alle necessità di un bimestre, mentre se si trattava di località con piogge scarse ci si riferiva ad almeno un quadrimestre.
Per le cisterne si aumentava del 20% la quantità di acqua calcolata necessaria, al bimestre o al quadrimestre, come quota riservata alla sedimentazione delle sostanze sospese.
Le cisterne dovevano essere installate lontano da qualsiasi fonte di inquinamento (almeno 10 m da pozzi neri e 20 m da depositi di letame); dovevano essere possibilmente interrate per favorire la costante temperatura dell'acqua; non dovevano ricevere luce, altrimenti veniva favorita la formazione di alghe; dovevano avere un'apertura o botola di ispezione, ben protetta dall'eventuale ingresso di animali e contornata da una platea impermeabile con inclinazione verso l'esterno al fine di impedirvi l'infiltrazione di acqua caduta sul suolo circostante.
Infine la loro forma doveva essere preferibilmente a fondo semisferico per favorire la sedimentazione delle sostanze sospese, e la muratura doveva essere rivestita interamente con materiale assolutamente impermeabile (il rivestimento era di solito in malta di cocciopesto ed uno strato finale di olio di cocciopesto). Il sistema di attingimento era dall'alto, attraverso la canna del pozzo. Era inoltre opportuno periodicamente svuotare la cisterna e ripulirla.
Nella domus delle città di provincia troviamo l'essenziale dell'architettura civile romana.
Nelle case più arcaiche l'atrium aveva solo una stretta apertura che fungeva da camino e da lucernaio a un tempo.
Successivamente l'apertura diventò un vero e proprio pozzo di luce, il compluvium, al quale doveva necessariamente corrispondere un bacino a terra, l'impluvium, in cui confluiva l'acqua piovana.
Fu probabilmente a partire dal VI secolo a.C., che le case si dotarono di tali cisterne.
Da qui, tramite un orifizio di presa, la cui ghiera diventerà in seguito un elemento decorativo, l'acqua fluiva nella cisterna sottostante.
Anche gli edifici pubblici (terme) furono dotati di adeguate cisterne.
La più grande fu quella riservata alle terme del Foro, costruite nell'80 a.C., con una lunghezza di 15 metri, una larghezza di 5 e un'altezza di 9; da questa cisterna una macchina elevatrice travasava l'acqua nelle piscine delle sezioni maschile e femminile dell'impianto termale.
Le cisterne destinate a raccogliere l'acqua piovana, anche se innumerevoli, non ci hanno lasciato, se non raramente, la possibilità di rilevare esattamente il loro sistema di alimentazione.
Gli architetti, sempre attenti nel disporre i piani dei tetti inclinati verso l'interno delle case, applicavano sistematicamente il principio del compluvium.
L'impluvium, a parte il suo valore ornamentale, serviva ad una prima decantazione delle acque, che abbandonavano sul fondo di questo bacino le impurità più grosse che avevano raccolto sui tetti.
Nel peristilio, un canaletto, periferico di pietra o di mattoni dotato di pendenza, conduceva l'acqua a una vaschetta di decantazione, nel fondo della quale, si apriva il condotto per la cisterna.
Il prelievo dell'acqua dalla cisterna avveniva attraverso una sorta di pozzo di presa aperto nell'atrium, o talvolta nel peristilio, raramente nella cucina, la cui vera, detta puteal, era un cilindro di marmo o di terracotta, spesso decorato.
Una stagione eccessivamente piovosa poteva provocare la fuoriuscita dell'acqua dalla cisterna; si predispose allora un condotto di troppopieno posto a un livello inferiore a quello dell'alimentazione.
A Pompei, città sprovvista di fognature urbane, questo condotto portava l'acqua in eccesso alla strada, passando sotto i marciapiedi.
Primo esempio significativo di riuso dell’acqua a Pompei si ritrova nella Casa del Poeta tragico dove l’acqua della cucina portata da un tubo di piombo veniva utilizzata come sciacquone nella latrina.
Le dimensioni delle cisterne erano assai variabili in funzione della loro destinazione: nelle case private la cavità, accuratamente rivestita di calce e di cocciopesto, poteva limitarsi a 2 mq, mentre, se si trattava di un edificio termale, doveva contenere decine di migliaia di litri d'acqua.
La villa romana di Russi costituisce una delle ville rustiche più esemplificative e meglio conservate dell'Italia Settentrionale.
Presenta una estensione di almeno 8.000 metri quadrati, un impianto termale e 3 cisterne per la raccolta dell'acqua.
Sul lato est della villa c'è un ambiente scoperto in cui si usava molta acqua, come si può desumere dalle fognature e da un pozzo; particolarmente interessante risulta una vasca sopraelevata, pavimentata in mosaico a tessere appuntite e collegata ad una vaschetta più bassa, con un incavo per la raccolta dei liquidi: probabilmente era destinata alla lavorazione del vino.
L'ingresso principale era a sud del complesso in un altro cortile, od aia, nel quale sono stati scavati solo alcuni ambienti sul lato ovest, una probabile latrina ed una cisterna per acqua.
L'impianto termale serviva un ambiente , con pavimento in marmo e mosaico e con una scala che permetteva di accedere ad altre stanze sopraelevate; vi sono poi una fognatura con pozzetto in marmo traforato, due vasche in mosaico per il bagno, di cui una semicircolare, e altri ambienti con resti di intonaci parietali.
Complicati sistemi di rifornimento idrico furono creati in epoche sbalorditivamente remote.
Nel monastero di Christchurch, a Canterbury, si installò un impianto idraulico completo nel 1150.
Vicino alla sorgente c'era un serbatoio principale, in forma di torre rotonda, dalla quale si dipartiva un tubo sotterraneo di piombo che passava attraverso cinque cisterne di decantazione oblunghe, ciascuna munita di suspirail o apertura per controllare la pressione; di qui, il tubo passava sotto le mura della città ed entrava nel territorio del monastero.
Raggiungeva quindi un lavabo, dove alimentava un serbatoio collocato su un pilastro per creare una centrale di distribuzione.
Da questa si dipartivano due tubi: uno andava al refettorio, al retrocucina e alla cucina; l'altro andava al forno, alla distilleria e alla sala degli ospiti, e infine a un altro lavabo vicino all'infermeria.
Nei lavabi, sottili rivoli d'acqua si riversavano ininterrottamente nelle vaschette.
Altre diramazioni alimentavano il bagno e una cisterna che serviva agli abitanti del luogo.
L'acqua in eccedenza si raccoglieva in una vasca di pietra per i pesci, e di lì passava a una cisterna accanto alla cella del priore e quindi alla "vasca" del priore, dove arrivavano anche l'acqua in eccedenza del bagno e l'acqua piovana dei tetti, in modo da formare un energico flusso purificatore che correva attraverso lo scarico principale sotto le latrine o "retrodormitori".
Inoltre, esisteva una riserva d'emergenza: nel cortile dell'infermeria c'era un pozzo, e accanto a questo una colonna cava collegata al condotto principale, nel quale si poteva così immettere l'acqua del pozzo in modo che l'erogazione non venisse sospesa nei tempi di siccità.
Brevi diramazioni, chiamate purgatoria, servivano per lavare periodicamente le tubazioni.
L'efficienza di questo sistema idraulico può spiegare come mai il monastero rimase immune dalla peste nera nel 1349.
Il tracciato dell'impianto idraulico della Certosa di Londra è indicato dalla "Watercourse Parchment", la "pergamena del corso d'acqua", esposta nella sala-archivio della Certosa stessa.
Nel 1430, un certo John Feriby e sua moglie Margery, concessero al priore e al convento una fountain (sorgente d'acqua) e un tratto di terreno attraverso Irlington per installarvi una conduttura sotterranea.
Dalla sorgente, l'acqua passava in un tubo di piombo e in un canale di pietra, con suspirails come a Canterbury. Da una torre-cisterna nel chiostro principale si dipartivano diramazioni per portare l'acqua al lavabo, alla lavanderia, al caseificio e alla distilleria.
Poiché il certosino viveva quasi isolato, cucinandosi i pasti da sé e coltivando un orticello personale, ogni cella aveva la propria provvista d'acqua.
L'abbazia di Praglia, situata ai piedi del Monte Lonzina nei Colli Euganei (Padova), è dotata di 4 chiostri.
Il chiostro doppio che risale al 1490, ha un pozzo ancora funzionante per l'approvvigionamento idrico.
Il chiostro pensile, che risulta sicuramente il più interessante, risale al 1495, come è attestato da una iscrizione posta sull'architrave del pozzo, attribuito all'architetto Tullio Lombardo.
Esso è ubicato nella stessa posizione del chiostro medievale, di cui ricalca all'incirca la geometria, il pavimento è lastricato con ottima trachite con andamento leggermente convesso, per favorire la raccolta dell'acqua piovana nella sottostante grande cisterna (magnifico spazio funzionale ricavato nella roccia del monte Lonzina e costruito con pilastri e volte).
L'acqua raccolta dai tetti, veniva filtrata attraverso uno strato di sabbia fine, per poi essere prelevata dal pozzo.
Il chiostro botanico risale al 1490 ed è dotato di una fontana, alimentata dalla sorgente del monte Lonzina.
Infine, il chiostro rustico del 1550, sistemato dalla parte del monte Lonzina, serviva come spazio di fattoria.
Il Santuario di S. Maria delle Grazie di Covignano (Rimini), conserva ancora a lato della chiesa, un classico chiostro francescano di stile cinquecentesco.
Rifatto dopo la distruzione bellica, presenta al centro il tradizionale pozzo conventuale con cisterna sotterranea.
Infatti ad una profondità di circa 5 metri, si trova la cisterna dotata di un filtro a carboni, che serviva a captare e depurare le acque raccolte dai tetti.
Nelle fortezze medievali erette per far fronte agli assedi prolungati, il pozzo era un elemento di prima necessità, non solo nella cerchia dei bastioni difensivi, ma all'interno dell'ultimo rifugio, il "mastio" vero e proprio.
Spesso i castelli sorgevano in posizioni elevate e l'approvvigionamento d'acqua era assicurato da cisterne, alla maniera di quanto era stato fatto in ambito greco e romano che raccoglievano la pioggia.
Le superfici di raccolta erano: la corte, i tetti o le terrazze delle torri degli edifici e persino i cammini di ronda.
Usualmente l'acqua veniva filtrata prima di essere ammessa in cisterna con filtro a ghiaia e sabbia.
Nella fortezza normanna, il cannone del pozzo veniva elevato a volte fino al primo piano e anche più su, come protezione accessoria contro gli assedianti, se avessero invaso il pianterreno.
L'acqua si poteva attingere a qualsiasi piano.
A Newcastle, il pozzo si trova in una torre d'angolo del mastio e a entrambi i lati della fonte principale vi sono vaschette o nicchie nelle pareti con tubi e condotti che alimentano le altre parti del forte.
Dalla fine del secolo tredicesimo i masti non si costruirono più, e il pozzo venne situato nella corte centrale, o in una torre speciale come a Carnarvon, dove l'acqua veniva distribuita da una cisterna rivestita di piombo per mezzo di canali di pietra.
Nella Rocca dei Conti Guidi a Modigliana (915 - 1376, Forlì), dove si ritrova un peculiare esempio di tonacatura impermeabile, scavi archeologici hanno portato alla luce un sorprendente impianto di captazione, filtraggio e contenimento dell’acqua piovana.
La superficie interna delle tre cupole sovrapposte e del cilindro che le contiene sono tonacate con uno spesso strato di malta di cocciopesto e rifinite di uno stucco oleoso ancor di cocciopesto.
Questa tecnica, che ricorda le affascinanti rifiniture "sagramate", tipiche di quell’area, non si avvale dell’opera marmorata superficiale. Ciò non toglie che il manufatto non sia stato, a suo tempo, trattato adeguatamente per ottenere che diventasse impenetrabile all’acqua.
Di fatto, un intonaco di cocciopesto, anche se ben battuto ed assodato, ha una porosità superiore a qualsiasi altra crosta marmorata.
Ragione per cui questi manufatti sono molto più avidi d’olio di quanto non lo siano i comuni intonaci di calce e sabbia: anzi, queste materie sembrano non saziarsi mai, ed assorbono l’olio sino a farlo penetrare nelle loro più profonde ed intime vacuità, conferendo allo strato di rifinitura, una volta essiccata, uno straordinario potere di contenimento dei liquidi.
E’ poi riconosciuto, che gli intonaci di calce e cocciopesto, per la loro composizione chimica e la loro struttura, garantiscono le qualità organolettiche dell’acqua.

da Cultura-Barocca