mercoledì 31 gennaio 2018

Puccinotti, il medico che diede una peculiare interpretazione tra Leopardi, i suoi mali e le fatiche, irrinunciabili

Storico della Medicina, Francesco Puccinotti fu docente e ricercatore illuminato il cui nome in particolare spicca di luce propria quale criminologo e redattore di basilari e rivoluzionarie opere di medicina legale oltre che di storia della medicina. Vide la luce ad Urbino nel 1794 (si spense nel 1872) ma risulta celebre anche per l'amicizia che lo avrebbe legato a Giacomo Leopardi (fu del resto medico comprimario a Recanati) sì che da alcuni, ma non universalmente, venne considerato come l'unico allievo filosofico che Leopardi abbia avuto = come attestano le lettere di G. Leopardi l'amicizia era profonda e la perdita dell'amico trasferitosi a Macerata per insegnare all'Università causò evidente dolore nel grande poeta [ è nella lettera scritta da Bologna al Puccinotti, ancora medico a Recanati, il 17 ottobre 1825 che il poeta prende atto con tristezza ma comprensione, atteso il progresso professionale dell'amico, che il Puccinotti abbia deciso di trasferirsi a Macerata ed è quindi nella lettera scritta dal Leopardi (vedi l'incipit) sempre da Bologna il marzo 1826 che il poeta prende atto dell'avvenuto trasferimento dell'amico che ormai risiede a Macerata ( F. Puccinotti era sodale della famiglia Leopardi oltre che apprezzato medico: Giacomo scrivendo da Milano il 7/IX/1825 al fratello Carlo lo invita a salutare il Puccinotti contestualmente a Natale Prosperi il quale esercitava la chirurgia a Recanati; del pari in una lettera di poco posteriore inviata da Bologna il 19/XII/1825 il poeta invita la sorella Paolina a rammentare al fratello Carlo di salutargli il Puccinotti con l'espressione del suo dispiacere per il fatto che stia per lasciare Recanati) = le non molte lettere scritte dal Leopardi al Puccinotti disegnano però un personale rapporto culturale intercorrente fra i due: interessante la lettera leopardiana del 5 giugno 1826 ove il poeta esterna la sua ammirazione per Byron dimostrandosi invece giudice abbastanza severo per Goethe soffermandosi poi a parlare poi di Caterina Franceschi e lodando la di lei predisposizione per la saggistica e la la filosofia ( contestualmente criticando le troppe poetesse o meglio verseggiatrici italiane che disdegna la Franceschi possa emulare: in effetti l'aveva già encomiata per la traduzione del ciceroniano De Amicitia in questa lettera da Bologna del 14 aprile 1826). Dalla lettera da Pisa del 9 Dicembre 1827 la corrispondenza si concentra sulle pubblicazioni avvenute o in previsione del Leopardi anche se l'ultima epistola -da Recanati 28/XI/1829-, si rivela più personale e patetica, con allusioni alle problematiche fisiche del poeta e al suo desiderio vivissimo di incontrare l'amico resosi abbastanza "latitante nei contatti anche per posta".
A titolo di notazioni personali la voglia di lasciare Recanati è sempre presente quanto greve nell'espressione come in questa lettera del 21 aprile 1827 anche se, mutatis mutandis trovandosi a Firenze il 16 Agosto 1827 e dovendola lasciare, incerto se per recarsi a Roma o Pisa, aggiunge Ma se mi sentirò male assai verrò a Recanati, volendo morire in mezzo ai miei.
Pur dichiarandosi indotto in merito alla scienza medica il grande poeta chiede informazioni al Puccinotti sulla stampa di una sua basilare opera scientifica, in cui la ricerca scientifica si innesta sulla metodologia e sulla filosofia teoretica, contestando primieramente la cultura del solo empirismo e del pirronismo in una lettera da Firenze del 12/VI/1828, avendo peraltro già scritto all'amico in una lettera da Firenze del 16/VIII/1827 = "Tu non mi dici nulla degli studi tuoi. Pensi tu alla tua opera sui temperamenti? (è da precisare che la teoria dei temperamenti deriva dal medico classico Galeno, sopravvivendo nei secoli tra mille discussioni).
Del pari risulta interessante che il Puccinotti, molto competente nel contesto epocale di fronte alla malattie mentali e o di origine nervosa come scrive in una lettera da Pisa del 11/I/1828
un Leopardi pensoso ma non incredulo risulti l'unico medico decisissimo nel sostenere che per il poeta lo studio e l'impegno intellettuale sono vitali o comunque irrinunciabile a fronte dell'inerzia, e quindi dei danni, che in una mente vulcanica come la sua sarebbe in grado di produrre l'un ozio non costruttivo, spesso destinato a portare alla depressione estrema, sì che il poeta, forse dopo aver già meditato su possibili interazioni -per i suoi problemi di salute- tra nervi e disturbi fisici, chiede altresì notizie in relazione agli studi indubbiamente innovatori e di avanguardia del Puccinotti sulla "Patologia" o meglio sulla "Patologia induttiva".
[tutto questo detto, e qui ribadito per evitare equivoci, senza aver la pretesa il Puccinotti di presupporre, cosa impossibile date anche le epocali conoscenze mediche, le ragioni reali dei
tanti mali tormentanti Giacomo Leopardi: argomento peraltro su cui si continua tuttora a discutere].
Il Servizio Bibliotecario nazionale cita siffatta opera come edita per la I volta con la seguente descrizione Patologia Induttiva del professor Francesco Puccinotti s.l. : s.n.!, edita dopo il 1832! - 216 p. (data per presente solo in "Biblioteca di Filosofia e scienze umane del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università degli studi di Macerata - Macerata" = cui segue Patologia induttiva : proposta come nuovo organo della scienza clinica / [da] Francesco Puccinotti Urbinate Napoli, Di Simone, 22 cm. (quale edizione napoletana si ricorda poi la Patologia induttiva proposta come nuovo organo della scienza clinica / [da] Francesco Puccinotti Urbinate Edizione Nuova ed. arricchita di molte aggiunte e correzioni somministrate / dall'Autore, Napoli, Del Vecchio, 1840, 163 [i.e. 263] p. ; 23 cm.) = questa nostra digitalizzata (parzialmente) Patologia Induttiva pisana (p. 216, cm. 26) risulta inserita in un volume intitolato Opere di Francesco Puccinotti Urbinate (edizione pisana del 1839) in cui si contengono le Lezioni di Medicina Legale del professore Francesco Puccinotti seguite da "6 consulti medici legali" qui leggibili digitalizzati e leggibili autonomamente anche consultando l'indice specifico. Oltre il valore scientifico non possono in siffatto cotesto non citarsi alcuni aspetti che emergono dalle dedicatorie poetiche e che riflettono con le tragedie in famiglia del Puccinotti le problematiche di un'epoca ancora pervasa da sventure per malattie incurabili anche in famiglie di eccelsa condizione e specifica professionalità. Fa tenerezza leggere in questa lettera, da Bologna del 14 aprile 1826, le complimentazioni leopardiane per il primo (prima) nascituro del Puccinotti quanto ben presto avvilisce la constatazione della precoce perdita della moglie Rosalia Franchini Puccinotti a soli 35 anni e quindi della figlioletta Virginia di soli 6 anni] .
Per i suoi studi il Puccinotti ottenne poi la cattedra di Anatomia e fisiologia ad Urbino, per poi insegnare Patologia e medicina legale a Macerata fino al 1831 anno in cui, dopo aver preso parte ai moti delle Legazioni, venne allontanato dalla città e gli fu impedito di esercitare la professione medica. Si spostò quindi nella più liberale Toscana dove, nel 1838 ottenne la cattedra di Igiene nell'Università di Pisa. Qui approfondì il suo studio sulla medicina civile e si rese protagonista di molti dibattiti culturali e scientifici presso la locale Università = fu inoltre segretario della sezione di medicina già del I congresso scientifico di Pisa del 1839.
Nel 1843 il Granduca Leopoldo II di Toscana lo inserì in una commissione incaricata di studiare l'ipotesi di introdurre sul litorale pisano le risaie dal punto di vista della medicina civile. Espose le sue analisi nel saggio Sulle risaie in Italia e sulla loro introduzione in Toscana dello stesso anno: conclusioni che saranno alla base del Regolamento sulla cultura del riso in Toscana del settembre 1849. Negli ultimi anni trascorsi a Pisa ottenne la cattedra di Storia della medicina, che mantenne anche al suo trasferimento a Firenze. In questi anni conobbe Pietro Siciliani, suo allievo, col quale mantenne un costante rapporto di amicizia e collaborazione. Morì a Firenze nell'ottobre del 1872 e per i suoi meriti fu sepolto nella Basilica di Santa Croce.

da Cultura-Barocca

venerdì 26 gennaio 2018

La normativa sui duelli tra Cinquecento e Seicento

 Il capitolo sui "DUELLI" ("LV, libro II") degli "Statuti genovesi" ha molti punti in comune colla condanna dei "Duelli pubblici" registrata nel "cap. XIX" ("sessione XXV- 3/4 dicembre 1563" = ALBERIGO, pp.745-746) dei "Deliberati" del "Concilio di Trento", pur se in ambito ecclesiastico si insiste sull'origine demoniaca della pratica e la pena pei duellanti non comporta la morte sul patibolo ma scomunica, proscrizione e confisca dei beni mentre in chiave criminalistica, oltre al suppizio estremo dei rei e la menzione critica avverso le vendette private mascherate sotto forma di duelli, si allude ancor più apertamente all'esasperazione della criminale usanza, ricorrendo in sovrappiù da metà Cinquecento non solo l'abuso di messaggeri di morte, "padrini" e consiglieri di vario tipo (funzione condannata colla scomunica, la proscrizione e l'infamia perpetua nel capitolo conciliare) ma anche l'innovazione di sfide lanciate per via di lettere se non addirittura con "cartelli" ed "iscrizioni offensive di sfida" disposte in mostra per le pubbliche vie all'attenzione non solo dei contendenti ma anche della morbosità popolare (vedi in "Bibliografia" l'opera contemporanea del SUSIO). 

Lettera o cartello di sfida a duello. rinvenuta - a seguito di processo giudiziario - in una filza
datata 1624-1625
Il "duello", di cui esistevano tra l'altro molte codificazioni letterarie, anche per gesuitico accondiscendimento, non venne estirpato mai del tutto nel genovesato: visto anche quanto ancora detta 150 anni dopo questo capitolo criminale, il "capo 13" della "P.I" degli "Istituti Militari" dello ZIGNAGO: "Chi sfiderà, chiamerà a duello sarà condannato per due anni in Galera, e chi chiamato vi anderà, vi sarà condannato per un anno e seguendo per cagione di detto duello qualche ferita, saranno condannati alla Galera in vita, tanto il Ferito che il Feritore, e se succedesse la morte d'uno di quelli due, quello che sopravviverà, se cadrà nelle forze della Giustizia, sarà archibugiato" (fucilato)".> 

Un guanto del Seicento, addotto a prova testimoniale in un processo per una sfida a duello, di cui si é già detto
Peraltro la Chiesa di Roma si trovò quasi subito nella condizione di vanificare un espediente escogitato per aggirare la proibizione "contro i duelli" del "Concilio di Trento", ricorrendo i contendenti al "Duello privato" cioè svolto fuori della codificazione storica (per esempio senza la pubblica dichiarazione di sfida o l'uso di padrini) attraverso la "Bolla pontificia" di Gregorio XIII, "Ad tollendum detestabilem" del Dicembre 1582, con cui le pene della scomunica, della proscrizione e della confisca dei beni venivano estese a quanti ricorrevano a tal forma di "Duello", come ad eventuali complici ed a quanti concedessero uno spazio di loro proprietà per "duellare" (il "DELRIO" però - Lib. IV, Cap.IV, Quest. IV, Sez. II - ritiene che i Principi o comunque lo Stato non siano tenuti a reprimere od impedire i "Duelli" tra "Pagani" visto che i dettati del "Concilio di Trento" condannano questa forma di contesa solo nel caso che avvenga tra Cristiani: argomento comunque sottile e controverso per ogni Stato, che non poteva sul suo territorio far simili distinzioni, come si intuisce leggendo il "capitolo sui duelli" degli ""Statuti Criminali Genovesi".
Un po' ovunque nel mondo occidentale l'usanza del "duellare" finì quindi per resistere magari tra mille espedienti, sin alla fine del XIX secolo: nel '700 , nonostante gli "editti di morte" contro chiunque accettasse un "duello", come scrisse il "Beccaria" nel "capo X" del suo "Dei Delitti e delle Pene", la contesa trovava energia e fondamento "in ciò che alcuni uomini temono più che la morte" (il disonore) "di maniera che l'uomo d'onore si prevede esposto a divenire un essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, overo a divenire" (cosa peraltro vera)" il bersaglio degl'insulti e dell'infamia che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena" [a prescindere dal fatto che la persecuzione del "Duello" si è rivelata di fatto molto difficile per le legislazioni criminali (non ovunque, neppure tuttora e specie in aree depresse del meridione italiano, si sono disperse le competenze "procedurali" del feroce duello rusticano) vista la radicatezza della costumanza, la risposta del "Beccaria" non pare esente da una diffusasi giustificazione gesuitica del "Duello" e che comporta una soluzione giuridica abbastanza fragile (potendo i duellanti giustificarsi in giudizio - generando dispersione e confusione di prove con relativa vanificazione del procedimento - col testimoniare sia l'uno che l'altro, quasi sempre in perfetto accordo, preordinato sulla scorta dei pareri di legulei e confessori gesuiti, "d'esser stato aggredito proditoriamente una volta giunto sul posto scelto per lo scontro - recando armi ma solo per difesa - onde trovare piuttosto un accomodamento verbale onorifico"): "il miglior modo di prevenire questo delitto è di punire l'aggressore, cioé chi ha dato occasione al "duello", dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l'opinione, ed ha dovuto mostrare a' suoi concittadini ch'egli teme le sole leggi e non gli uomini"].



venerdì 19 gennaio 2018

Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi?

   "Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi? I monumenti scolpiti nei monti stessi hanno resistito all'opera distruggitrice del tempo e dell'uomo, i templi costruiti di blocchi sono caduti anche essi. Quelli scavati nella rocca, quei monti cesellati a facciate di palazzi e tombe sono ancora in piedi. Per distruggere Petra ci vorrebbe un cataclisma. Ma la città è vuota e deserta, il Foro è vuoto e silenzioso, i templi, i palazzi, il teatro, l'arena son vuoti e muti. L'impressione che produce nell'anima cotesta città, muta come una città di tombe, è grandiosia e triste...": "Johann Ludwig Burckhardt e Giammartino Arconati Visconti ovvero lo scopritore di Petra dei Nabatei e colui che, in seguito ad un viaggio nel 1865, ne pubblicò altre meraviglie dopo la splendida opera del Laborde ( di cui qui si riportano alcune stampe). 

V'è molto romanticismo e tanta nostalgia nelle parole sopra trascritte dell'Arconati-Visconti, di cui qui si propone il Diario del Viaggio nell'Arabia Petrea, e certo è da riconoscere che molte altre scoperte ed approfondimenti sin all'oggi sono stati fatti su Petra dei Nabatei. 

Ma il fascino che promana dalle descrizioni di questi primi esploratori è per certi aspetti imparagonabili alle scoperte scientifiche moderne: e del resto Cultura-Barocca -che non è sito archeologico ma principalmente biblioteconomico- si propone di informare il più possibile su questi, spesso dimenticati resoconti, talora pregni di un coinvolgimento emotivo che magari attutisce l'esattezza scientifica, specie a fronte di esplorazioni future e recenti, ma certo rende interessantissima l'analisi dell'esplosione di emozioni in questi "antichi" vaiggiatori-esploratori coi loro resoconti di rimpetto al rinvenimento di tante archeologiche meraviglie.


"Johann Ludwig Burckhardt [vedine qui un ritratto] (Losanna, 24 novembre 1784 – Il Cairo, 15 ottobre 1817) è stato un esploratore e orientalista svizzero, noto anche con il nome francese di Jean Louis (da lui preferito) e con quello inglese di John Lewis. Di origini basilesi, la famiglia, dopo la rivoluzione francese nel 1789, fuggì in Germania e Austria. Dopo avere terminato gli studi universitari a Lipsia e Gottinga, ritornò a Basilea nel 1805 dove, però, per i suoi sentimenti anti-francesi, non poté esercitare alcuna professione. Si trasferì a Londra nel 1806 grazie ad una raccomandazione del naturalista Johann Friedrich Blumenbach a sir Joseph Banks della African Association. Nel 1809 ottenne il beneplacito per il suo progetto di scoprire le fonti del fiume Niger. Nel frattempo, Burckhardt si specializzò ulteriormente all'Università di Cambridge studiando Arabo, Astronomia, Medicina, Chimica e Mineralogia, rafforzandosi anche fisicamente per resistere meglio alle difficoltà del viaggio. Il 14 febbraio 1809, a capo della spedizione, salpò per Malta.

Il Burckhardt sotto le spoglie di un mercante arabo [cosa non inusuale anche per ragioni di sicurezza o di scelte esistenziali come nei casi di Alessandro Burnes e di Lady Hester Lucy Stanhope (1776 - 1839) una straordinaria nobildonna inglese da viaggiatrice fattasi avventuriera ed esploratrice, solita cavalcare all'uso maschile e girare armata (leggi qui per vari approfondimenti sul personaggio) e tanto anticonformista da non usare abiti medio-orientali alla foggia delle donne, che reputava scomodi, bensì quelli propri degli uomini, che qui, nella sua dimora in un areale isolato del Libano, troviamo a cordiale colloquio con il Winkelmann francese, cioè Luigi Augusto di Thivac visconte di Marcellus che conoscendone le abitudini e sapendo quanto fosse difficile essere da Lei ricevuto Le inviò una lettera quasi enigmatica ma tale -se possibile- da incuriosirLa e cui la donna, che riconobbe poi al Marcellus di esserne stata in effetti incuriosita rispose, con un'epistola da trasmettere al Console Francese, aprendogli, in un ventaglio di soluzioni, uno spiraglio per l'incontro, che subito il giovane francese raccolse = il nobile transalpino partito senza indugio alcuno e giunto quasi a destinazione, avvicinandosi alla di Lei dimora, non faticò a scoprire che la donna lo stava aspettavando, quasi parendo un beduino dai vestiti e dall'atteggiamento

GiuntoLe vicino però il Marcellus potè apprezzare la qualità superiore dei suoi vestiti e poi anche la sua indubbia bellezza per quanto non fosse più giovanissima] con lo pseudonimo Sheikh Ibrahim ibn Abd Allah, si fermò ad Aleppo in Siria [ come farà dato il tempo invernale G. Robinson -che seguì spesso le tracce del Burckhardt- descrivendo il proprio soggiorno in tale città nel suo Viaggio in Siria e in Palestina... (1830 - 1831)] per conoscere l'Islam (religione che abbracciò), perfezionare l'arabo e studiare il Vicino Oriente. Lì tradusse il romanzo Robinson Crusoe in arabo. Divenne grande conoscitore del Corano e del diritto islamico, tanto da essere spesso coinvolto nel dirimere questioni religiose dagli stessi indigeni. Nei due anni trascorsi in Siria, Burckhardt fece numerosi viaggi di esplorazione visitando Palmira, Damasco e il Libano. Ma fu il 22 agosto 1812 che fece la storica scoperta di PETRA, capitale dei Nabatei (sito archeologico della Giordania, posto a circa 250 km a sud della capitale Amman, in un bacino tra le montagne ad Est del Wadi Araba, la grande valle che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba del mar Rosso. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu "la Variopinta").
 
Per la morte precoce l'esploratore svizzero non poté dare alle stampe i suoi appunti ed anche se altri orientalisti si spinsero fino a Petra visitandola pur tra varie insofferenze delle popolazioni locali è utile ricordare qui il nobile Giammartino Arconati-Visconti (Pau-Francia 1839-Firenze 1876) figlio del Marchese Giuseppe Arconati-Visconti la cui intensa vita di politico e sostenitore del Risorgimento fu gravemente rattristata dalla morte della amata moglie e dalla cattiva salute del figlio come visto morto precocemente, poco dopo il padre).

Giammartino Arconati-Visconti , sulla scia di altri illustri personaggi di cui parlò nella Premessa raggiunse la misteriosa città e nella sua opera principale Diario di un Viaggio in Arabia Petrea (1865) diede una descrizione edita di Petra di cui qui con gli indici originali dell'intiera opera si può leggere da pagina 316 la parte concernente la descrizione di come era Petra a metà del XIX secolo [l'opera qui digitalizzata solo per l'esplorazione di Petra (e non per l'intiero viaggio) risulta integrata da un altro scritto vale a dire = Arconati Visconti, Giammartino Atlante per servire al diario di un viaggio in Arabia Petrea / di Giammartino Arconati Visconti, Torino : Bona, 1872 - Descrizione fisica 46 p., 6 c. di tav. : ill. ; 31 cm.].

Giammartino Arconati-Visconti, in merito a Petra, ferma restando la sequenza di successive scoperte e di valutazioni decisamente più scientifiche delle sue, svolge un'opera altamente meritoria = il giorno dell'arrivo a Petra Arconati-Visconti ed i compagni si avventurano per un tragitto improbo e superano quelli che al viaggiatore, anche su postulazioni altrui, paiono i resti d'una torre araba dei tempi delle Crociate cui, di seguito, di seguito succedono altre consimili strutture finché non giungono in un luogo adatto al loro stanziamento in un accampamento: il giorno dopo Arconati-Visconti esce presto (1 aprile 1865) e solitario dall'accampamento e contempla quanto gli è possibile dando libero sfogo ad una sua romantica esternazione "Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi? I monumenti scolpiti nei monti stessi hanno resistito all'opera distruggitrice del tempo e dell'uomo, i templi costruiti di blocchi sono caduti anche essi. Quelli scavati nella rocca, quei monti cesellati a facciate di palazzi e tombe sono ancora in piedi. Per distruggere Petra ci vorrebbe un cataclisma. Ma la città è vuota e deserta, il Foro è vuoto e silenzioso, i templi, i palazzi, il teatro, l'arena son vuoti e muti. L'impressione che produce nell'anima cotesta città, muta come una città di tombe, è grandiosia e triste...".

L'esplorazione vera e propria inizia comunque non molto dopo e il viaggiatore-esploratore rimane oltremodo meravigliato dei reperti architettonici e ad ogni angolo lo stupore si accresce come di fronte al grande tempio detto "il Tesoro di Faraone" od a quella che è detta la "Tomba ornata di Piramidi" mentre alla vista scorrono altre tombe già segnalate dal Burckardt e quindi la "Tomba a cortile" e pure il teatro (le ricerche archeologiche hanno appurata l'esistenza di due teatri, il più grande e scavato nella roccia di 33 scalini e in grado di ospitare 4000 persone: esistevano anche ninfei, ginnasi, un palazzo reale, terme, un arco trionfale a tre fornici sulla strada d'accesso alla città). Eppure le meraviglie non si esauriscono (da cui però i beduini che in qualche modo proliferano intorno all'Arconati - Visconti si tengono lontani, specie non soggiornando la notte nei grandi antichi ma deserti e temuti palazzi: vedi qui alcune "Nozioni Preliminari intorno allo Stato Politico e Morale della Turchia necessarie" per la completa intelligenza delle "Rimembranze" del Visconte di Marcellus e di qualunque opera relativa all'Oriente = Capitolo estratto dal Viaggio in Siria ed in Egitto del Conte F. C. Volney = inoltre cliccando in questa parte leggi altre "note integrative" ed al riguardo una "Idea degli Arabi beduini") ma sembrano procedere come in un moderno documentario ed ecco apparire un Tempio grandioso per raggiungere il supposto Foro circondato dalle splendide rovine ove si individuano sia iscrizioni greche che iscrizioni nabatee ed inoltre iscrizioni latine ed ancora, a testimoniare l'alto grado di sviluppo della città nel suo fiorire, tracce di acquedotti e di selciato stradale addirittura i resti di un Ponte e quindi pure un altro grande tempio a parere dell'Arconati-Visconti, ma anche sulla base del Burckardt, consacrato poi al culto cristiano nominato quale Ed - Deir (il Convento) ed oltre a tutto questo graffiti -tra reperti antichissimi- con nomi di uomini d'epoca molto recente ma del tutto ignoti: ma questi sono solo alcuni segnali fra tante meraviglie per cui la lettura integrale dell'ispezione di Petra, non priva di rischi attesa la presenza di beduini, merita di esser svolta integralmente come qui si propone = come già scritto sopra, della città deserta l'autore più volte si chiede dove mai sian finiti gli abitanti di tanto splendore e si sofferma sulle antiche fortune di Petra, a suo parere e giustamente, dipendenti dall'esser la città un nodo commerciale straordinario verso l'Oriente e dall'Oriente anche se con la dominazione romana la decadenza di Petra pur lentamente prese il piede essendo il commercio con l'Oriente via via trasferito nella non lontana base mercantile di Bostra più a Nord di Petra e quindi più prossima a Damasco (nella sua sopra menzionata opera il Robinson descrive sulla linea di tragitti millenari carovane per l'Oriente partenti da Aleppo e Damasco) : a prescindere da ciò forse basta in merito a quest'ultimo argomento esaminare qui le carte proposte per rendersi conto dell'importanza di Petra come antichissimo sito strategico contro incursioni di popolazioni ostili già ai danni dell'Impero di Roma e soprattutto coglierne la valenza in merito alle vie commerciali che conducevano verso l'Oriente o dall'Oriente stesso provenivano). Ritornando specificatamente alle gesta di Johann Ludwig Burckhardt è da menzionare l'intenzione di scoprire le fonti del Niger per cui egli si incamminò per il Cairo: dove però non riuscì a trovare carovane che lo conducessero verso ovest. S'imbarcò allora sul Nilo che risalì fino alla frontiera di Dongola, scoprendo nel 1813, tra le sabbie, il tempio di Abu Simbel. In un secondo viaggio in Nubia, nel 1814, si diresse verso il porto di Suakin sul Mar Rosso che attraversò fino a Gedda per poi raggiungere la città santa della Mecca, dove rimase per tre mesi fino al novembre del 1814, al fine di effettuare il pellegrinaggio. Infine si spinse verso l'altra città santa di Medina. Rimase a Medina fino ad aprile del 1815, a causa di attacchi di febbre dovuti a parassiti (Entamoeba histolytica). Nella primavera del 1816, dopo il suo ritorno al Cairo nel giugno del 1815, intraprese un viaggio per esplorare la penisola del Sinai. In attesa di ritornare in Europa, Burckhardt ebbe una ricaduta di dissenteria e di febbre alta e morì il 15 ottobre, 1817, a un mese dal suo 33º compleanno. Secondo i suoi desideri fu inumato in un cimitero islamico sotto il nome arabo, e la sua tomba è rimasta intatta fino ad oggi. I suoi scritti, raccolti in 350 volumi, e la sua collezione di 800 manoscritti orientali sono stati lasciati in eredità all'Università di Cambridge, diversi dei quali sono stati raccolti e pubblicati postumi".

da Cultura-Barocca

venerdì 12 gennaio 2018

Ovidio tra storia e leggenda

 

Publio Ovidio Nasone è il più importante personaggio di Sulmona (vedine sopra la mappa).
Nato nel 43 a.C in una famiglia benestante erede di un'antica gens equestre, Ovidio e il fratello Lucio furono mandati a Roma per studiare grammatica e retorica alla scuola di Arellio Fusco e Porcio Latrone.
Lucio, che morirà prematuramente, avrebbe voluto esercitare l'attività forense, mentre Ovidio eccelleva nello scrivere d'istinto versi ingegnosi e brillanti, che ne rispecchiavano il carattere passionale.
Così, dopo un lungo viaggio in Grecia, Asia Minore, Egitto e Sicilia, d'obbligo a quei tempi per perfezionare gli studi, tornò a Roma come poeta, entrando a far parte del circolo letterario di Valerio Messalla, in cui conobbe anche Tibullo e la cui morte lo commosse profondamente.

In poco tempo diventò il poeta preferito dai giovani e dagli ambienti eleganti.
Scrisse, come prima opera, una raccolta di elegie amorose intitolata Amores a cui seguì le Heroides, lettere d'amore in versi ad eroi degli antichi miti, scritte dalle loro amanti.
Ma il libro che lo rende in poco tempo famoso e chiacchierato è la scandalosa, per l'epoca, Ars Amatoria, scritta in distici elegiaci.
Nei primi due libri Ovidio suggerisce agli uomini come conquistare le donne, nell'ultimo insegna alle donne come sedurre gli uomini.
Insieme ai Remedia Amoris, ossia i consigli per guarire dall'ossessione dell'innamoramento, e ai Medicamina Faciei Foeminae, consigli al gentil sesso su come truccarsi, si chiude il primo periodo della produzione poetica di Ovidio.
La seconda parte, invece, è quella più impegnata e più aderente ai motivi cari all'imperatore Augusto, ossia la moralizzazione della società, l'idealizzazione della storia romana e la salvaguardia degli antichi costumi.

Nascerà così il poema capolavoro della produzione ovidiana: le Metamorfosi .
Composto da ben 15 libri scritti in esametro, raccoglie la gran parte dei miti di tradizione greco-romana attraverso un susseguirsi di racconti e vicende tutte intrecciate tra loro.
Si tratta di un'opera che ha influenzato gran parte della nostra letteratura, da Dante a D'Annunzio.
L'altra opera dedicata alla valorizzazione dei costumi romani si intitola I Fasti.
In sei libri di distici elegiaci, Ovidio voleva illustrare il calendario romano, con tutte le feste e i riti religiosi che venivano svolti nel corso dell'anno a Roma.
I libri dovevano essere dodici, uno per ogni mese, ma al sesto libro Ovidio decise di non continuare l'opera lasciandola interrotta.

Nel 8 d.C., infatti, l'imperatore Augusto emanò un editto col quale veniva ingiunto ad Ovidio di lasciare l'Italia per Tomi, l'odierna Costanza, alle foci del Danubio.
Le cause dell'esilio verranno accennate in un'elegia dallo stesso Ovidio: le due ipotesi riguardano un Carmen, forse l'Ars Amatoria che non era opera gradita all'imperatore, e un Error, ossia un episodio imprudente o riprovevole di cui fu protagonista.
L'editto, nonostante le numerose richieste da parte del poeta, non verrà mai ritirato, neanche da Tiberio.
Dal 9 al 18 d.C. Ovidio rimarrà a Costanza scrivendo elegie sulla nostalgia per Sulmona e sulla tristezza dell'esilio: saranno raccolte nei Tristia, in cinque libri, e nelle Epistulae ex Ponto, in quattro libri.
Opere minori sono l'Ibis, poemetto di invettive contro un amico che lo abbandonò in occasione dell'editto, il cui titolo allude ad un uccello egiziano che secondo gli antichi aveva immondi costumi (si cibava di rettili e di rifiuti) e Halieutica, poemetto sulla pesca e sui pesci del Mar Nero, di cui sono rimasti solo 135 esametri.
La morte lo colse a Tomi nel 18 d.C. e lì venne sepolto.

La gente di Sulmona, nel corso dei secoli, tramandò oralmente una serie di notizie sulla vita del poeta dell'amore che si mescolano fra realtà e fantasia.
Nel Medioevo si tramandava di Ovidio mago e della sua villa piena di trappole e meraviglie per allontanare i curiosi e al cui interno vi era un pozzo dentro cui Ovidio, dannato, parlava col demonio in persona.
Avendo scritto opere considerate licenziose se non scandalose, era considerato un donnaiolo e l'artefice di un infallibile filtro afrodisiaco (grazie ai suoi noti poteri magici), capace di risvegliare gli ardori, di unire o separare gli innamorati.

Tuttavia la grandezza e il prestigio di Ovidio presso la gente peligna erano così sentiti che si tramandava pure che, nell'ultima parte della sua vita, il poeta abbandonò la magia e fece penitenza sul Morrone, diventando un perfetto cristiano.

La Villa, come già detto, è stata da sempre al centro delle leggende popolari.
Il luogo in cui si pensava sorgesse è la zona di Fonte d'Amore, alle pendici del Morrone, dove sono stati scoperti i resti del Tempio di Ercole Curino.
Naturalmente all'interno di questa fantomatica villa era presente un immenso tesoro che sarebbe stato trovato, secoli dopo, da Celestino V.
Il Papa eremita lo avrebbe in parte utilizzato per la costruzione della Badia di Santo Spirito: il resto del tesoro sarebbe poi sprofondato sottoterra e nessuno l'avrebbe più ritrovato.
Infine si tramanda che Ovidio "leggeva con i piedi"! Nella statua del Cortile della S.S. Annunziata , infatti, il sommo poeta viene rappresentato con corona d'alloro, abito fratesco e un grosso libro sotto i piedi.
Si tratta della statua più antica, risale al 1474, e fu voluto da Polidoro Tiberti da Cesena, lo stesso capitano della città che fece realizzare la Fontana del Vecchio.

da Cultura-Barocca

mercoledì 3 gennaio 2018

Palmira

Rovine di Palmira: stampa antiquaria custodita nel TOMO XIII (1844) della "Raccolta di Viaggi" curata nel XIX sec. da F.C. Marmocchi per l'editore Giachetti di Prato
Palmira fu in tempi antichi un'importante città della Siria, posta in una oasi 240 km a nord-est di Damasco e 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Zor, che si trova sul fiume Eufrate.
È stata per lungo tempo un vitale centro carovaniero, tanto da essere soprannominata la Sposa del deserto, per i viaggiatori ed i mercanti che attraversavano il deserto siriaco per collegare l'Occidente (Roma e le principali città dell'impero) con l'Oriente (la Mesopotamia, la Persia, fino all'India e alla Cina), che ebbe un notevole sviluppo tra il I ed III secolo d.C.
Il nome greco della città, Palmyra, è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.
La città, col nome di Tadmor, nel II millennio a.C., è menzionata per la prima volta in documenti provenienti dagli archivi assiri di Kanech, in Cappadocia, nel XIX secolo a.C. e poi è citata più volte negli archivi di Mari, nel XVIII secolo a.C.
Poi viene citata ancora negli archivi assiri, nell'XI secolo a.C., come Tadmor del deserto.
A quel tempo era solo una città commerciale nella estesa rete commerciale che univa la Mesopotamia e la Siria settentrionale.
Tadmor è citata anche nella Bibbia ("Secondo libro delle Cronache" 8.4) come una città del deserto fortificata da Salomone.
La città di Tamar è menzionata nel "Primo libro dei Re" (9.18), anch'essa fondata e fortificata da Salomone.
Dopo queste citazioni su Palmira cala il silenzio per circa un millennio, e solo nel I secolo a.C. la città viene citata col nuovo nome, che gli è stato dato durante il regno dei Seleucidi (IV - I secolo a.C.) è l'attuale nome della cittadina sorta in prossimità delle rovine, che dipende molto dal turismo. Comunque, anche se la fonte sulfurea che alimentava l'oasi di Palmira sembra esaurita, oggi Tadmor, con un sistema di irrigazione del terreno, riesce a mantenere viva una fiorente oasi che permette ai 45.000 abitanti di vivere non solo di turismo ma anche di agricoltura.
In seguito Palmira fu annessa ufficialmente alla provincia romana di Siria, verso il 19 d.C., durante il regno di Tiberio (14-37), e con Nerone (54-68), fu integrata nella provincia.
In quegli anni lo scrittore Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, descrive Palmira, mettendone in rilievo la ricchezza del suolo e la sua importanza per il ruolo che ricopriva come principale via di commercio tra Persia, India, Cina e l'impero romano.
E sotto Tiberio era già così ricca che costruì il santuario di Baal, col tempio dedicato a Baal, a Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna) e con la cooperazione degli sceicchi nomadi l'autorità di Palmira fu riconosciuta dalle oasi del deserto, tanto di renderla un vero e proprio stato (nel 24, avevano fondato una colonia sull'Eufrate e avevano un fondaco a Vologasia, città del regno dei Parti, da dove raggiungevano le coste del golfo persico, dove arrivavano la navi provenienti dall'India).
Sotto il regno di Traiano, la città fu annessa all'impero, ma, nel 129, Adriano visitò Palmira e la proclamò città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana.
Tra la fine del II e l'inizio del III secolo, Settimio Severo oppure il suo successore, il figlio, Caracalla, concesse a Palmira lo statuto di città libera.
Benché fosse di fronte all'impero partico, Palmira non era mai stata coinvolta nelle guerre che lo avevano opposto a Roma.
Ma, dopo che il fondatore della dinastia sasanide, Ardashir I, nel 224, era asceso al potere, a partire dal 230, il commercio palmireno diminuì a causa dell'occupazione sasanide della Cappadocia (Nisibis cadde nel 237) e della Mesopotamia, il territorio tra il Tigri e l'Eufrate, Carre cadde nel 238.
Negli anni seguenti, le incursioni dei Parti continuarono con continuità anche sotto il regno del successore di Ardashir, Shapur I, che arrivò a mianacciare Antiochia.
In questo contesto si inserì la figura di Odenato.
Odenato, discendente della famiglia gentilizia dei Settimi che ricevette la cittadinanza romana, quando, nel 193, aveva parteggiato per Settimio Severo contro Pescennio Nigro, era stato nominato governatore della provincia di Siria da Valeriano.
Nel 260, dopo che Valeriano, sconfitto a Edessa, era stato catturato, Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando.
Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno, che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto, gli conferì il titolo di dux romanorum.
In seguito, Odenato si proclamò re dei re.
Fu anche per merito di Odenato che i Parti, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni.
Nel 268, a seguito di un complotto politico, Odenato ed il figlio maggiore, Hairan, furono assassinati da Maconio, cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato.
Poco dopo la morte del governatore (re dei re), sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.
Il disinteresse apparente degli imperatori romani e la morte, nel 269, dell'imperatore Claudio II e del fratello Quintiliano, incoraggiarono la regina a ribellarsi all'autorità romana.
Nel 270, infatti Zenobia attaccò l'Arabia, la Palestina e l'Egitto, conquistandole.
L'Egitto aveva una notevole importanza per il fatto che, dopo la chiusura delle vie carovaniere del nord, il commercio con l'India passava proprio da quella regione.
Allora Zenobia si spinse a nord, conquistò la Cappadocia e la Bitinia arrivando sino alla città di Ancira.
Ma Zenobia non aveva l'approvazione del Senato di Roma, inoltre non tutte le legioni di stanza in Oriente la seguirono.
In quello stesso anno (270), Aureliano viene acclamato imperatore dalle legioni del limes danubiano.
All'inizio del 272, Aureliano riconquistò l'Egitto, poi la Bitinia e la Cappadocia, poi dopo aver avuto ragione della cavalleria palmirense ad Antiochia, sconfisse l'esercito palmirense, comandato dal generale Zabdas ad Emesa.
La regina si rifugiò a Palmira, ma prima della fine dell'anno Aureliano raggiunse l'oasi e iniziò delle trattative per la resa della città.
Durante le trattative, Zenobia ed il figlio, Vaballato, fuggirono, ma furono catturati.
Palmira, che non ebbe a soffrire danni in occasione della resa, l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.
Diocleziano, tra il 293 e 303 fortificò la città, per cercare di difendere Palmira dalle mire dei Sasanidi e fece costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.
A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.
Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza.
L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione.
Nonostante ciò la città venne conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid nel 634.
Sotto il dominio degli Arabi la città andò in rovina.
Benché la storia di Palmira fosse nota, il sito e l'oasi vennero visitate, solo nel 1751, da una comitiva di disegnatori (tra cui l'italiano, Giovanni Battista Borra), capeggiati da due inglesi, Robert Wood e James Dawkins, che nel 1753, pubblicarono in inglese e francese "Les Ruines de Palmyra", autrement dite Tadmor au dèsert, che crearono enorme interesse per il sito e l'oasi.
Solo però verso la fine del XIX secolo vengono iniziate ricerche di carattere scientifico, copiando e decifrando le iscrizioni; ed infine, dopo l'instaurazione del mandato francese sulla Siria, vengono iniziati gli scavi per potare alla luce i vari reperti.Palmira [vedi sopra stampa ottocentesca] fu in tempi antichi un'importante città della Siria, posta in una oasi 240 km a nord-est di Damasco e 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Zor, che si trova sul fiume Eufrate.
È stata per lungo tempo un vitale centro carovaniero, tanto da essere soprannominata la Sposa del deserto, per i viaggiatori ed i mercanti che attraversavano il deserto siriaco per collegare l'Occidente (Roma e le principali città dell'impero) con l'Oriente (la Mesopotamia, la Persia, fino all'India e alla Cina), che ebbe un notevole sviluppo tra il I ed III secolo d.C.
Il nome greco della città, Palmyra , è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.
La città, col nome di Tadmor, nel II millennio a.C., è menzionata per la prima volta in documenti provenienti dagli archivi assiri di Kanech, in Cappadocia, nel XIX secolo a.C. e poi è citata più volte negli archivi di Mari, nel XVIII secolo a.C.
Poi viene citata ancora negli archivi assiri, nell'XI secolo a.C., come Tadmor del deserto.
A quel tempo era solo una città commerciale nella estesa rete commerciale che univa la Mesopotamia e la Siria settentrionale.
Tadmor è citata anche nella Bibbia ("Secondo libro delle Cronache" 8.4) come una città del deserto fortificata da Salomone.
La città di Tamar è menzionata nel "Primo libro dei Re" (9.18), anch'essa fondata e fortificata da Salomone.
Dopo queste citazioni su Palmira cala il silenzio per circa un millennio, e solo nel I secolo a.C. la città viene citata col nuovo nome, che gli è stato dato durante il regno dei Seleucidi (IV - I secolo a.C.) è l'attuale nome della cittadina sorta in prossimità delle rovine, che dipende molto dal turismo. Comunque, anche se la fonte sulfurea che alimentava l'oasi di Palmira sembra esaurita, oggi Tadmor, con un sistema di irrigazione del terreno, riesce a mantenere viva una fiorente oasi che permette ai 45.000 abitanti di vivere non solo di turismo ma anche di agricoltura.
In seguito Palmira fu annessa ufficialmente alla provincia romana di Siria, verso il 19 d.C., durante il regno di Tiberio (14-37), e con Nerone (54-68), fu integrata nella provincia.
In quegli anni lo scrittore Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, descrive Palmira, mettendone in rilievo la ricchezza del suolo e la sua importanza per il ruolo che ricopriva come principale via di commercio tra Persia, India, Cina e l'impero romano.
E sotto Tiberio era già così ricca che costruì il santuario di Baal, col tempio dedicato a Baal, a Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna) e con la cooperazione degli sceicchi nomadi l'autorità di Palmira fu riconosciuta dalle oasi del deserto, tanto di renderla un vero e proprio stato (nel 24, avevano fondato una colonia sull'Eufrate e avevano un fondaco a Vologasia, città del regno dei Parti, da dove raggiungevano le coste del golfo persico, dove arrivavano la navi provenienti dall'India).
Sotto il regno di Traiano, la città fu annessa all'impero, ma, nel 129, Adriano visitò Palmira e la proclamò città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana.
Tra la fine del II e l'inizio del III secolo, Settimio Severo oppure il suo successore, il figlio, Caracalla, concesse a Palmira lo statuto di città libera.
Benché fosse di fronte all'impero partico, Palmira non era mai stata coinvolta nelle guerre che lo avevano opposto a Roma.
Ma, dopo che il fondatore della dinastia sasanide, Ardashir I, nel 224, era asceso al potere, a partire dal 230, il commercio palmireno diminuì a causa dell'occupazione sasanide della Cappadocia (Nisibis cadde nel 237) e della Mesopotamia, il territorio tra il Tigri e l'Eufrate, Carre cadde nel 238.
Negli anni seguenti, le incursioni dei Parti continuarono con continuità anche sotto il regno del successore di Ardashir, Shapur I, che arrivò a mianacciare Antiochia.
In questo contesto si inserì la figura di Odenato.
Odenato, discendente della famiglia gentilizia dei Settimi che ricevette la cittadinanza romana, quando, nel 193, aveva parteggiato per Settimio Severo contro Pescennio Nigro, era stato nominato governatore della provincia di Siria da Valeriano.
Nel 260, dopo che Valeriano, sconfitto a Edessa, era stato catturato, Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando.
Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno, che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto, gli conferì il titolo di dux romanorum.
In seguito, Odenato si proclamò re dei re.
Fu anche per merito di Odenato che i Parti, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni.
Nel 268, a seguito di un complotto politico, Odenato ed il figlio maggiore, Hairan, furono assassinati da Maconio, cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato.
Poco dopo la morte del governatore (re dei re), sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.
Il disinteresse apparente degli imperatori romani e la morte, nel 269, dell'imperatore Claudio II e del fratello Quintiliano, incoraggiarono la regina a ribellarsi all'autorità romana.
Nel 270, infatti Zenobia attaccò l'Arabia, la Palestina e l'Egitto, conquistandole.
L'Egitto aveva una notevole importanza per il fatto che, dopo la chiusura delle vie carovaniere del nord, il commercio con l'India passava proprio da quella regione.
Allora Zenobia si spinse a nord, conquistò la Cappadocia e la Bitinia arrivando sino alla città di Ancira.
Ma Zenobia non aveva l'approvazione del Senato di Roma, inoltre non tutte le legioni di stanza in Oriente la seguirono.
In quello stesso anno (270), Aureliano viene acclamato imperatore dalle legioni del limes danubiano.
All'inizio del 272, Aureliano riconquistò l'Egitto, poi la Bitinia e la Cappadocia, poi dopo aver avuto ragione della cavalleria palmirense ad Antiochia, sconfisse l'esercito palmirense, comandato dal generale Zabdas ad Emesa.
La regina si rifugiò a Palmira, ma prima della fine dell'anno Aureliano raggiunse l'oasi e iniziò delle trattative per la resa della città.
Durante le trattative, Zenobia ed il figlio, Vaballato, fuggirono, ma furono catturati.
Palmira, che non ebbe a soffrire danni in occasione della resa, l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.
Diocleziano, tra il 293 e 303 fortificò la città, per cercare di difendere Palmira dalle mire dei Sasanidi e fece costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.
A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.
Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza.
L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione.
Nonostante ciò la città venne conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid nel 634.
Sotto il dominio degli Arabi la città andò in rovina.
Benché la storia di Palmira fosse nota, il sito e l'oasi vennero visitate, solo nel 1751, da una comitiva di disegnatori (tra cui l'italiano, Giovanni Battista Borra), capeggiati da due inglesi, Robert Wood e James Dawkins, che nel 1753, pubblicarono in inglese e francese "Les Ruines de Palmyra", autrement dite Tadmor au dèsert, che crearono enorme interesse per il sito e l'oasi.
Solo però verso la fine del XIX secolo vengono iniziate ricerche di carattere scientifico, copiando e decifrando le iscrizioni; ed infine, dopo l'instaurazione del mandato francese sulla Siria, vengono iniziati gli scavi per potare alla luce i vari reperti.Palmira [vedi sopra stampa ottocentesca] fu in tempi antichi un'importante città della Siria, posta in una oasi 240 km a nord-est di Damasco e 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Zor, che si trova sul fiume Eufrate.
È stata per lungo tempo un vitale centro carovaniero, tanto da essere soprannominata la Sposa del deserto, per i viaggiatori ed i mercanti che attraversavano il deserto siriaco per collegare l'Occidente (Roma e le principali città dell'impero) con l'Oriente (la Mesopotamia, la Persia, fino all'India e alla Cina), che ebbe un notevole sviluppo tra il I ed III secolo d.C.
Il nome greco della città, Palmyra , è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.
La città, col nome di Tadmor, nel II millennio a.C., è menzionata per la prima volta in documenti provenienti dagli archivi assiri di Kanech, in Cappadocia, nel XIX secolo a.C. e poi è citata più volte negli archivi di Mari, nel XVIII secolo a.C.
Poi viene citata ancora negli archivi assiri, nell'XI secolo a.C., come Tadmor del deserto.
A quel tempo era solo una città commerciale nella estesa rete commerciale che univa la Mesopotamia e la Siria settentrionale.
Tadmor è citata anche nella Bibbia ("Secondo libro delle Cronache" 8.4) come una città del deserto fortificata da Salomone.
La città di Tamar è menzionata nel "Primo libro dei Re" (9.18), anch'essa fondata e fortificata da Salomone.
Dopo queste citazioni su Palmira cala il silenzio per circa un millennio, e solo nel I secolo a.C. la città viene citata col nuovo nome, che gli è stato dato durante il regno dei Seleucidi (IV - I secolo a.C.) è l'attuale nome della cittadina sorta in prossimità delle rovine, che dipende molto dal turismo. Comunque, anche se la fonte sulfurea che alimentava l'oasi di Palmira sembra esaurita, oggi Tadmor, con un sistema di irrigazione del terreno, riesce a mantenere viva una fiorente oasi che permette ai 45.000 abitanti di vivere non solo di turismo ma anche di agricoltura.
In seguito Palmira fu annessa ufficialmente alla provincia romana di Siria, verso il 19 d.C., durante il regno di Tiberio (14-37), e con Nerone (54-68), fu integrata nella provincia.
In quegli anni lo scrittore Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, descrive Palmira, mettendone in rilievo la ricchezza del suolo e la sua importanza per il ruolo che ricopriva come principale via di commercio tra Persia, India, Cina e l'impero romano.
E sotto Tiberio era già così ricca che costruì il santuario di Baal, col tempio dedicato a Baal, a Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna) e con la cooperazione degli sceicchi nomadi l'autorità di Palmira fu riconosciuta dalle oasi del deserto, tanto di renderla un vero e proprio stato (nel 24, avevano fondato una colonia sull'Eufrate e avevano un fondaco a Vologasia, città del regno dei Parti, da dove raggiungevano le coste del golfo persico, dove arrivavano la navi provenienti dall'India).
Sotto il regno di Traiano, la città fu annessa all'impero, ma, nel 129, Adriano visitò Palmira e la proclamò città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana.
Tra la fine del II e l'inizio del III secolo, Settimio Severo oppure il suo successore, il figlio, Caracalla, concesse a Palmira lo statuto di città libera.
Benché fosse di fronte all'impero partico, Palmira non era mai stata coinvolta nelle guerre che lo avevano opposto a Roma.
Ma, dopo che il fondatore della dinastia sasanide, Ardashir I, nel 224, era asceso al potere, a partire dal 230, il commercio palmireno diminuì a causa dell'occupazione sasanide della Cappadocia (Nisibis cadde nel 237) e della Mesopotamia, il territorio tra il Tigri e l'Eufrate, Carre cadde nel 238.
Negli anni seguenti, le incursioni dei Parti continuarono con continuità anche sotto il regno del successore di Ardashir, Shapur I, che arrivò a mianacciare Antiochia.
In questo contesto si inserì la figura di Odenato.
Odenato, discendente della famiglia gentilizia dei Settimi che ricevette la cittadinanza romana, quando, nel 193, aveva parteggiato per Settimio Severo contro Pescennio Nigro, era stato nominato governatore della provincia di Siria da Valeriano.
Nel 260, dopo che Valeriano, sconfitto a Edessa, era stato catturato, Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando.
Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno, che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto, gli conferì il titolo di dux romanorum.
In seguito, Odenato si proclamò re dei re.
Fu anche per merito di Odenato che i Parti, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni.
Nel 268, a seguito di un complotto politico, Odenato ed il figlio maggiore, Hairan, furono assassinati da Maconio, cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato.
Poco dopo la morte del governatore (re dei re), sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.
Il disinteresse apparente degli imperatori romani e la morte, nel 269, dell'imperatore Claudio II e del fratello Quintiliano, incoraggiarono la regina a ribellarsi all'autorità romana.
Nel 270, infatti Zenobia attaccò l'Arabia, la Palestina e l'Egitto, conquistandole.
L'Egitto aveva una notevole importanza per il fatto che, dopo la chiusura delle vie carovaniere del nord, il commercio con l'India passava proprio da quella regione.
Allora Zenobia si spinse a nord, conquistò la Cappadocia e la Bitinia arrivando sino alla città di Ancira.
Ma Zenobia non aveva l'approvazione del Senato di Roma, inoltre non tutte le legioni di stanza in Oriente la seguirono.
In quello stesso anno (270), Aureliano viene acclamato imperatore dalle legioni del limes danubiano.
All'inizio del 272, Aureliano riconquistò l'Egitto, poi la Bitinia e la Cappadocia, poi dopo aver avuto ragione della cavalleria palmirense ad Antiochia, sconfisse l'esercito palmirense, comandato dal generale Zabdas ad Emesa.
La regina si rifugiò a Palmira, ma prima della fine dell'anno Aureliano raggiunse l'oasi e iniziò delle trattative per la resa della città.
Durante le trattative, Zenobia ed il figlio, Vaballato, fuggirono, ma furono catturati.
Palmira, che non ebbe a soffrire danni in occasione della resa, l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.
Diocleziano, tra il 293 e 303 fortificò la città, per cercare di difendere Palmira dalle mire dei Sasanidi e fece costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.
A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.
Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza.
L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione.
Nonostante ciò la città venne conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid nel 634.
Sotto il dominio degli Arabi la città andò in rovina.
Benché la storia di Palmira fosse nota, il sito e l'oasi vennero visitate, solo nel 1751, da una comitiva di disegnatori (tra cui l'italiano, Giovanni Battista Borra), capeggiati da due inglesi, Robert Wood e James Dawkins, che nel 1753, pubblicarono in inglese e francese "Les Ruines de Palmyra", autrement dite Tadmor au dèsert, che crearono enorme interesse per il sito e l'oasi.
Solo però verso la fine del XIX secolo vengono iniziate ricerche di carattere scientifico, copiando e decifrando le iscrizioni; ed infine, dopo l'instaurazione del mandato francese sulla Siria, vengono iniziati gli scavi per potare alla luce i vari reperti.
da Cultura-Barocca