sabato 27 febbraio 2016

Quelle scarpe a zoccolo di mucca

 Ai primi decenni del XV secolo in Venezia si diffuse un tipo di calzatura destinato ad affermarsi per lungo tempo a livello europeo. Ed a suscitare non poche controversie ed osservazioni satiriche avverso tale audacia femmile. Si trattava di pianelle o pantofole montate su suole estremamente alte, confezionate in legno o sughero e non di rado ornate di pietre preziose o dipinte e rivestite in cuoio e tessuto.
Si trattava degli zoppeggi o sopei (altrove nominati calcagnini) ed in Francia detti chopines.
 

I detrattori di questo modello lo denominavano con evidente allusione antifemminea a zoccolo di mucca. 

Per alcuni sarebbe stato introdotto nella città lagunare, imitando una calzatura medio orientale, al fine di salvaguardare i piedi femminili dal contatto con i pavimenti caldi e scivolosi dei bagni turchi mentre a più condivisibile giudizio d'altri sarebbero penetrati dalla Spagna e comunque sarebbero stati realizzati allo scopo di salvaguardare le donne nel corso dei loro movimenti in città spesso infestate da impaludamenti o fenomeni alluvionali per la minima cura degli argini fluviali e con le pubbliche vie così poco curate da essere spesso invase da scarichi fognari.

 

 

Il fenomeno ebbe risonanza a Venezia per la convenienza di tali calzature contro l'imprevedibilità dell'acqua alta nelle calli ma in effetti raggiunse notevole diffusione panitaliana: e non a caso in due delle celebri rappresentazioni di Abiti antichi e moderni di Cesare Vecellio sono effigiate una donna moderna genovese ed una nobile genovese che, come ben si può notare, indossano un tipo di queste discusse calzature. Occorre dire che le donne, che non cavalcavano, per le vie dell'età intermedia, in gran parte trascurate, o si spostavano con le seggette o "portantine" oppure, se di condizione meno abbiente, ricorrevano a scarpe alte sempre che al pari delle antiche donne popolane non volessero o dovessero correre rischi non comuni, facili nel condurre, praticando luoghi davvero insalubri a gravi infezioni, tetano compreso.

La degenerazione della moda (maggiore era l'altezza delle suole, maggiore dovevano essere la ricchezza e il prestigio di chi le indossava e col passar del tempo e soprattutto nel XVII secolo tali calzature raggiunsero "altezze vertiginose", sino ai i 60 cm., sì che le donne dovevano sorreggersi su due accompagnatori) originò un luogo comune di trattazioni misogine fra parecchi scrittori di morale.


domenica 14 febbraio 2016

Dopo la desertificazione di IX e X secolo

Milano: colonne di San Lorenzo
Uno dei temi sommersi della storiografia ligure e pedemontana, talora intuito, ma in fondo non mai compiutamente svelto, se non procedendo a settori e compartimenti (come invero è difetto strutturale della ricerca nel Ponente italiano) è dato dal tema della DESERTIFICAZIONE, fisica e morale, di siffatte regioni dopo gli eventi drammatici di IX e X secolo.
 
La storiografia tradizionale ha sempre privilegiato l'analisi della crisi socio-economica di queste contrade e, senza sbagliare, l'ha connessa prioritariamente agli sfondamenti dei Saraceni cui, senza dubbio, era da addebitare un ruolo di primo piano nel degrado ambientale ed economico oltre che nella catastrofica interruzione dei rinati processi di comunicazione su antichi tragitti interregionali.
 
La Chiesa si trovò comunque nella necessità di affrontare un problema in qualche modo connesso al disordine morale e ideologico genericamente insorto e per certi aspetti consequenziale, per logia e cronologia, al disordine istituzionale ed ambientale attribuibile all'alluvione del Frassineto" come allora si soleva ribadire.
 
Le masse popolari [che peraltro erano state faticosamente consegnate e talora anche restituite, contro ritorni idolatrici al paganesimo già vigorosamente combattuti da Papa Gregorio Magno ed i Benedettini, oltre che certe "più attuali" devianze ereticali, all'ortodossia cattolica] erano rimaste sconcertate di fronte all'impotenza della Cristianità nei riguardi dell'espansionismo arabo.
 
Alle sconfitte militari, e quindi alle profanazioni religiose, era così seguita (tra X e XI secolo) una crescente delusione nei confronti di tutto l'apparato, temporale e spirituale, su cui l'intero complesso del medioevo feudale reggeva il suo stesso esistere.

Per primo (diventando quasi una fonte cui attingere perpetuamente ma comunque riprendendo un'intuizione del Luppi) in tempi recenti L. Oliveri ha redatto un contributo, che se non può essere esaustivo sull'argomento, risulta emblematico per le linee guida che suggerisce a tutti i ricercatori che si accostano a questo periodo storico ed ai suoi complessissimi problemi.

Semplicisticamente la sua dissertazione riguarda lo sviluppo in Piemonte (e consequenzialmente in Liguria) dei pravi homines: gli "uomini malvagi" (logicamente sotto l'interpretazione cattolico-cristiana) che, a fronte del momentaneo fallimento della cristianità e di rimpetto alle ampie terre effettivamente lasciate deserte dai Saraceni, avevano cercato salvezza, fisica e morale, in un complesso, variegato e spesso anche rozzo, di esperienze eterodosse, ereticali e in definitiva costantemente anticattoliche.
 
A seconda delle postazioni ideologiche la valutazione di questi movimenti sono state diverse: già escludendo i testi di taglio eminentemente storico-religioso, alcuni storici come il Formentini hanno parlato di vere e proprie esperienze rivoluzionarie, altri quali il Settia si sono soffermati maggiormente sull'aspetto collettivo di lotta contro la Chiesa ufficiale, altri ancora - con qualche cedimento alla parzialità filoromana - hanno marcatamente parlato di "apostasia" o di "empietà" come Riberi e Ristorto o come l'Oliveri.
 
La documentazione su queste forme di associazionismo anticattolico nella Cispadana ed in Liguria sono davvero scarne: tuttavia qualche cenno alla diffusione e alla importanza crescente (e proccupante per la Chiesa ufficiale) ci proviene recentemente da quanto scrive A. Vauchez nel suo lavoro Movimenti religiosi fuori dell'ortodossia in Storia dell'Italia religiosa, Baria, 1993, vol. I, pp. 311 - 313.
 
Un utilissimo contributo, appartenente ancora a questa ultima collana citata, è quello di P. Golinelli laddove redige l'utilissimo saggio intitolato Strutture organizzative e vita religiosa (p. 186 in particolare).

Dall'analisi di questi lavori e dallo studio di una spedizione armata del 1034, contro i manichei di Monforte Langhe e dell'Appennino, capeggiata da Olderico Manfredi e del fratello Alrico, vescovo di Asti, si evincono alcune interessanti osservazioni. Gli sconfitti manichei che non vollero prestare alcuna abiura in Milano, dove furono tradotti, vennero condannati al rogo: in definitiva costoro (contro cui si sentì l'esigenza di un intervento tanto pesante nel contesto della ricristianizzazione di queste vaste terre) a fronte dell'istituzione, laica e religiosa, avevano la colpa principale di voler minare alle fondamenta la struttura feudale e teocratica nel nome di un palesato indebolimento dei concetti di proprietà e autorità.
 
Se come scrive il De Moro i pravi homines avevano in comune tale postazione ideologia con i manichei catari di Monforte (che esercitavano la comunione dei beni e rigettavano lo schematismo dogmatico della Chiesa ufficiale) una loro violenta persecuzione rientra nel plausibile come atteggiamento istituzionale per il reinserimento delle collettività nell'ecumene cristiana ortodossa.


martedì 9 febbraio 2016

Spigolature su Palazzo Ducale di Genova

Fonte: Fondazione Palazzo Ducale
I Capitani del popolo Oberto Spinola e Corrado Doria fanno edificare il Palazzo degli Abati sull'area urbana preesistente fra le chiese di S. Lorenzo e S. Matteo (1291). Nella nuova costruzione viene inglobato anche l'attiguo Palazzo con torre di Alberto Fieschi, acquistato dalla Repubblica di Genova nel 1294. 
Da questo nucleo si sviluppa il Palazzo, che viene detto "Ducale" dal 1339, quando diviene sede del primo Doge genovese, Simon Boccanegra.
Parte della costruzione medievale é oggi ancora visibile. Alla prima fase edilizia dell'edificio appartiene anche la "Torre del popolo", sopraelevata poi nel 1539, che domina tuttora sul centro storico genovese. Nel corso del XIV - XV secolo il Palazzo viene progressivamente ampliato con l'aggiunta di nuove costruzioni, fino a chiudere sui quattro lati la piazza antistante.
La struttura medievale scompare con i lavori del XVI secolo, quando viene conferita al Palazzo una nuova fisionomia, più adeguata all'importanza e al cerimoniale della nuova Repubblica oligarchica.
La TORRE GRIMALDINA era occupata - salvo la gabbia superiore - dalle CARCERI e dai pochi vani scelti per realizzarvi la CAMERA DI INVESTIGAZIONE E TORTURA INQUISITORIALE essenziale ai fini della CONFESSIONE, "momento cardine" del DIRITTO INTERMEDIO.
Nei CAMERONI A VOLTA i DETENUTI stavano in comune, spesso incatenati.
Lungo i ripiani della ripida scala c'erano anche alcune SEGRETE per la costrizione di alcuni particolari REI.
Le CARCERI DELLA TORRE GRIMALDINA, almeno fino ai primi decenni del XIX secolo, ospitavano DETENUTI PER RAGIONI POLITICHE o INDIVIDUI REI DI GRAVISSIMI CRIMINI.
Peraltro le più comode parti superiori della TORRE risultavano in pratica riservate ai privilegiati ESPONENTI DELLA NOBILTA' - in attesa che dalla famiglia venisse pagato allo Stato il loro RISCATTO - e che comunque anche nel caso estremo di una condanna, capitale o non, potevano fruire di una FORMA DI PUNIZIONE DIVERSIFICATA E MENO UMILIANTE, rispetto a quella applicata ai DETENUTI COMUNI DEI CETI INFERIORI
Tra i detenuti più "celebri" rinchiusi fra le mura della Torre Grimaldina si possono citare il nobile Domenico Della Chiesa (fu incarcerato senza processo per compiacere il fratello senatore), Giulio Cesare Antonio Vachero (cospiratore nel 1628 di una delle più gravi congiure, avvenute contro la Repubblica di Genova, ed appoggiata dai Savoia) ed  il patriota mazziniano Jacopo Ruffini (che in cella si suicidò per tema di tradire i confratelli).
Orlando Grosso (Genova 1882-1968) durante i lavori di restauro del 1935-1940 pose la costruzione della Torre in una fase cronologica intermedia della strutturazione del Palazzo del Comune: la Torre sarebbe stata costruita non prima del 1298 e non molto oltre il 1307 dopo il completamento del portico e del primo piano del Palazzo di Alberto Fieschi; ad essa sarebbe stato poi addossato l'edificio di ponente, ed infine un altro piano si sarebbe aggiunto al Palazzo Fieschi. 
Alcuni fatti e dati fanno pensare che la Torre non solo fosse anteriore all'edificio del 1291, ma addirittura che preesistesse allo stesso Palazzo Fieschi.
Principale assertore di quest'ultima tesi è il Poggi che si allinea alle teorie del Banchero e in certo qual modo a quelle del Giustiniani.
"La torre - egli dice - può essere una delle antiche torri di difesa della città dalla parte di Serravalle. E' stato obbiettato che la torre ha carattere di costruzione civile e non militare. Senonché l'osservazione è messa in dubbio dal fatto che la cinta del secolo XI e X fu una difesa apprestata in fretta dagli abitanti di San Lorenzo e dai milanesi di S. Ambrogio per chiudersi, per coprirsi le spalle dal colle di S. Andrea di Banchi. Le torri furono probabilmente apprestate in fretta dove erano le case, e la popolazione concorse nell'elevare le mura fra torre e torre. Ed ogni torre ebbe il suo proprietario."
Entrambi le teorie, in mancanza di documenti certi, hanno un loro fondamento, tuttavia l'origine viscontile prospettata dal Poggi appare più mitica che storica. Quel che comunque appare certo è il fatto che la Torre faceva sicuramente parte del Palazzo di Alberto Fieschi. Dal secolo XVI fino a gran parte del XVII la Torre subì modifiche interne considerevoli, in seguito alla sua trasformazione in carcere: ebbe i piani dimezzati e notevoli variazioni nelle aperture.
In particolare la cella - sottostante alla triplice fila di archetti - ebbe le primitive monofore trasformate in bifore per esigenze statiche dopo l'innalzamento cinquecentesco.
La muratura perimetrale è rimasta in sostanza quella originaria. Fin dal Medioevo la campana nella Torre del Palazzo del Comune, poi Palazzo Ducale, aveva molteplici funzioni.
Da essa partivano i segnali di convocazione delle magistrature, quelli relativi agli esiti delle guerre in corso ed anche quelli per il coprifuoco e gli allarmi in generale.
La campana veniva però anche usata nelle ricorrenze solenni, nei festeggiamenti o per dare il benvenuto alle personalità politiche e religiose che facevano visita ai Dogi ed al Senato.
La storia di queste campane parte con la nascita stessa di Palazzo Ducale; infatti nei pressi della rampa d'accesso a Palazzo Ducale sono stati ritrovati i resti di una fornace da campane databile al XIV secolo.
"E già per due anni avevano fatto fabbricare per mano di Guglielmo di Montalto la campana grossa del Comune la quale fecero riporre nella torre del palazzo nuovo".
Così l'annalista Giustiniani ci informa dell'esistenza di una campana nella torre già a partire dal 1291, anzi, la torre sarebbe stata edificata appositamente per questo scopo. La campana fusa da Giuliano di Montaldo durò "... per spazio di più di 230 anni", dice ancora il Giustiniani. "E poi al tempo della ricuperata libertà la campana si è rinnovata e non è di tanta bontà come la prima". L'anno della "ricuperata libertà" è il 1528, anno in cui la vecchia campana fu rifusa.

martedì 2 febbraio 2016

La novella Zenobia

 
 
Hesther Lucy Stanhope (1776-1839) è stata una nobile viaggiatrice (anche avventuriera), britannica, divenuta famosa per le movimentate vicende della sua vita in Medio Oriente, una terra straordinaria che solo da tempi recenti e soprattutto da fine '700 e primi '800 cominciò a rivelare ai suoi primi scientifici esploratori il suo fascino leggendario e lo splendore dei suoi reperti archeologici. 
 
Lady Esther Stanhope fu proclamata regina di Palmira, l'antica Tadmor, da alcune tribù di beduini; prima di divenire una sorta di profetessa tra le comunità druse in Libano. 
 
La "Revue des Deux Mondes", nel 1845, la descrisse come "regina di Tadmor, maga, profetessa, patriarca, capo arabo, morta nel 1839 sotto il tetto del suo palazzo sgangherato e in rovina a Djîhoun, in Libano". 
 
Esther Stanhope era figlia dello scienziato Charles Stanhope, III conte di Stanhope e di Hester Pitt, sorella del primo ministro britannico William Pitt il giovane. 
 
"Giovane, bella e ricca", secondo la descrizione di Lamartine in "Le Voyage en Orient", ella viaggiò in Europa a partire dal 1806 prima di visitare il Medio Oriente: quindi, Gerusalemme, Damasco, Aleppo, Homs (che è poi da identificare con l'antica Emesa in Siria, celebre per il culto solare del Dio El Gabal) e in particolare Baalbeck (Baalbek l'antica Eliopoli o "città del sole" di cui il Robinson  ha lasciato un'esaustiva descrizione in dettaglio, soffermandosi sulla descrizione del "Gran Tempio del Sole"); e soprattutto Palmira, dal nome originario di Tadmor, la grande città sita, con sua fortuna economica, al crocevia dei grandi commerci tra l'Impero di Roma, quello dei Parti e l'Estremo Oriente. 
 
Il celebre letterato francese Lamartine di lei scrisse: ... numerose tribù erranti di arabi che avevano facile accesso a queste rovine, si sono riuniti intorno alla sua tenda, in numero di quaranta o cinquanta mila, e incantati dalla sua bellezza, dalla sua grazia e magnificenza, la proclamarono regina di Palmira, ed ella in cambio sottoscrisse un documento secondo il quale ogni europeo, sotto la sua protezione, avrebbe potuto tranquillamente venire a visitare il deserto e le rovine di Baalbek e di Palmira, a condizione di impegnarsi a pagare un tributo di mille piastre". 
 
Come regina di Palmira fu considerata una novella Zenobia. 
 
Dopo molti viaggi e avventure, Lady Esther si stabilì nel paese dei drusi. Secondo Lamartine (Le Voyage en Orient, 1835), il Pasha di San Giovanni d'Acri, Abdala Pasha, le concesse il villaggio di Joun/Djîhoun, dove, sulle cime solitarie delle montagne del Libano, ella si fece costruire un palazzo con giardino. A seguito delle folli spese fatte, finì in rovina, ma acquisì presso i drusi fama di "profetessa". Lamartine descrive il suo dialogo con lei, durante il quale ella raccontò della sua fede, una miscela di cristianesimo e di tradizioni orientali: una sorta di sincretismo, argomento su cui in una sua lettera al Lamartine concordò anche un altro celebre visitatore della donna, Luigi Augusto di Thivac, Visconte di Marcellus, che le dedicò un intero capitolo delle sue "Rimembranze intorno all'Oriente". 
 
Lady Ester Stanhope morì - come sopra accennato - in miseria, nel suo palazzo diroccato, nel giugno del 1839.  Fu in seguito la fonte di ispirazione esplicita del personaggio di Althestane Orlof nel romanzo di Pierre Benoît La Châtelaine du Liban (1924).