domenica 27 settembre 2015

Sul fuoco greco

IMMAGINE TRATTA DAL CODICE SKYLITZES, MANOSCRITTO BIZANTINO DEL 1300, IN CUI E' RAPPRESENTATO L'UTILIZZO DEL FUOCO GRECO
Con il termine FUOCO GRECO si indicava una miscela incendiaria, una cui formula di composizione doveva essere determinata dalla combinazione di salnitro, zolfo, pece e oli combustibili.
Questa definizione (di Leonardo da Vinci) resta però ancora un pò vaga; né si può dire che questa formula corrisponda esattamente a quella del fuoco greco originario, la cui composizione fu tenuta gelosamente nascosta come un segreto di stato. E la cui potenza distruttrice era indubbia, tanto da rendere a lungo quasi invincibili i vascelli da guerra della flotta di Bisanzio e dell'Impero orientale.
Secondo interpretazioni più recenti non sarebbe infatti possibile etichettare con un'unica procedura la miscela incendiaria greco-bizantina, inventata forse nel VII secolo. Per tale data, che resta comunque discussa, fungono in qualche maniera da discriminanti due opere di STRATEGIA MILITARE NAVALE lo STRATEGICON di Siriano, autore misconosciuto ma vissuto anteriormente al VII secolo; e il DE PROELIO NAVALI dell'imperatore bizantino che, non lontano dalla fine del I millennio dell'era cristiana, fa più volte RIFERIMENTO A TALE ARMA quale dotazione, peraltro oramai convenzionale, della flotta di Bisanzio).
Semmai sarebbe più giusto parlare di diversi tipi di miscele continuamente perfezionate e adattate a diversi scopi bellici.
Di alcuni tipi di miscela usata dai Bizantini si è forse ricostruita la composizione.
La formula della miscela che componeva il "fuoco greco" come sopra in qualche modo anticipato era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto. Il fuoco greco - la cui invenzione per quanto concerne la formula base si attribuisce a un greco originario della città di Eliopolis (oggi Baalbek in Libano), di nome Callinico - oggi si ritiene fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, contenuta in un grande otre di pelle o di terracotta (sìfones) collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini. La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, similmente a mortai di artiglieria.
La caratteristica che rendeva temuti questi primitivi lanciafiamme era che il fuoco greco, a causa della reazione della calce viva, non poteva essere spento con acqua, che anzi ne ravvivava la forza, e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno, coi comenti dello scafo impermeabilizzati tramite calafataggio e con velatura, sartie e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione (il comento è quell'inevitabile interstizio che si crea fra le tavole di legno affiancate che costituiscono il fasciame di una nave; veniva solitamente colmato con pece, eventualmente mista a paglia laddove la maggior larghezza della fessura lo avesse richiesto).
Fu proprio l'utilizzo del fuoco greco che fece fallire il secondo assedio di Costantinopoli, condotto dagli Arabi musulmani fra il 717 e il 718. 
Ma anche in altre occasioni l'arma fornì servigi essenziali a Costantinopoli e ad altre città dell'Impero bizantino per sfuggire ai loro assedianti. 
Per quanto riguarda i conflitti navali è quasi certo che un tipo di miscela incendiaria fosse costituita da calce viva finemente macinata insieme ad una miscela di petrolio: questa composizione avrebbe garantito l'accensione spontanea una volta che la calce viva reagiva nel contatto con l'acqua salina di mare. L'aggiunta di zolfo aveva poi la funzione di produrre fumi densi ed irrespirabili, capaci di danneggiare le vie respiratorie dei nemici.
Altra miscela era usata per scagliare coi mezzi dell'artiglieria nervobalistica un'altra variante di fuoco greco contro i nemici in occasione di battaglie terrestri.
Il principio di Leonardo di un'unica miscela è quasi certamente inesatto: lo scienziato italiano rinascimentale aveva probabilmente individuato una delle tante formule di fuoco greco di cui i Bizantini si servivano in guerra.
Proprio la variabilità dell'arma chimico-incendiaria, la sua applicazione in vari campi bellici, la straordinaria e spettacolare potenza distruttrice, il mistero stesso col quale era custodita dagli scienziati dell'Impero Orientale rese l'arma del fuoco greco o fuoco sacro quasi mitica, se non apocalittica tra i nemici; gli Arabi in particolare, contro cui fu usata con molto successo. Essa per secoli finì per costituire un deterrente importante per la salvaguardia di Costantinopoli, che si ritenne difesa da una forma di fuoco divino: ed ecco il motivo per cui nella tradizione il fuoco greco prese anche nome di fuoco sacro.




martedì 22 settembre 2015

Genova nel 1647, Compagnia delle Indie

DA ANONIMO, GENOVA NEL XVII SECOLO
Nel XVII secolo a Genova per le guerre, le rivoluzioni, le bancarotte spagnole si soleva, come riporta Claudio Costantini, dire che “chi ha danari non sa dove metterli a frutto“.
In relazione a ciò si erano spalancate le porte per un ritorno di Genova nel commercio internazionale e ” in specie nell’Indie orientali “.
Essendo i portoghesi d’accordo con gli olandesi si potria trafficare senza pericolo ne’ porti di tutti due e da quelli passar nell’America a’ porti de’ Castigliani “.
La guerra alla pirateria che infestava il Mar Ligure era un compito impellente, eppure risultava necessario contemplare il ruolo che i mercanti genovesi avrebbero potuto ricoprire in un’Europa ritornata pacificata.
La Memoria trascritta dal Costantini riportava i vari obiettivi che per un periodo anche di 15 anni avrebbero costituito il nocciolo del confronto politico: l’istituzione di una scuola navale come si usa in Lisbona et Amsterdam, il ritorno dei genovesi in Levante e quindi il ristabilimento di normali relazioni diplomatiche con l’Impero turco, l’impostazione di utili relazioni con l’Inghilterra e l’Olanda, una peculiare attenzione per l’area portoghese che, in forza del distacco dalla Spagna, si apriva all’ influenza genovese.
Questo Memoria, senza le fantasie di consimili e priori scritti, guardava al concreto e ipotizzava un programma operativo che nel 1647 avrebbe trovato fondamento storico nella istituzione della Compagnia genovese delle Indie Orientali.
A siffatta Compagnia sarebbe toccato il compito di “aprire navigatione et traffico di mercantie nelle Indie Orientali, in particolare nel Giappone, suoi vicini et altri luoghi liberi et praticabili“.
Il modello che l’istituzione voleva seguire era quello dell’ Olanda.
Per conseguenza di ciò la Compagnia genovese acquistò in Olanda anche i suoi due vascelli e sempre ad Amsterdam si premurò di far reclutamento di ufficiali e marinai olandesi.
Inoltre si affidò più che all’amicizia quanto meno alla tolleranza delle autorità olandesi la riuscita de1 viaggio nei mari orientali.
La fiducia genovese non venne tuttavia pagata con buona moneta.
Allorquando raggiunsero l’Arcipelago della Sonda, le navi della Compagnia furono catturate e condotte a Batavia.
Anche gli ufficiali e i marinai olandesi non evitarono le violenze dei connazionali sì che furono imbarcati con la forza su bastimenti della loro stessa nazione.
Invece i mercanti e i componenti genovesi dell’equipaggio rispediti in patria.
Nel dicembre del 1650o giunse quindi notizia in Genova che le due navi risultavano esser state fatte miseramente perire.
L’isolamento diplomatico aveva colpito il governo genovese sin da quando aveva fatto intendere di voler lasciare l’onerosa “protezione spagnola”.
Per liberarsi dalla scomoda condizione di isolamento Genova puntò in particolare su quelle potenze emergenti come l’Inghilterra e l’Olanda che avevano inaugurato i modelli del nuovo corso.
Per ridare vigore alla marina genovese sembrava indispensabile ottenere da queste potenze un energico soccorso in termini di navi, marinai, ufficiali capaci.
Le illusioni dei genovesi avevano fatto fin troppa strada ma in effetti a prescindere da una buona corrispondenza con la Repubblica e dai proclami ufficiali di amicizia, olandesi e inglesi non intendevano sbilanciarsi troppo .
L’episodio delle due navi della Compagnia genovese delle Indie catturate proprio dagli olandesi a Batavia per molti versi risultava emblematico.
I favori degli olandesi non avevano valicato i confini della formalità ed in fondo risultavano testimoniati soltanto dal fatto che in tale circostanza i genovesi imbarcati sui due vascelli erano tornati in patria senza aver patito danni fisici.
E risulta parimenti emblematica la vicenda dei quattro vascelli acquistati dalla Repubblica in Olanda.
Nonostante le difficoltà incontrate la Compagnia delle Indie non fu sciolta ma evolse nella Compagnia Marittima di San Giorgio.
La Compagnia di San Giorgio ottenne anzi dal governo e dalla Casa di San Giorgio, nuovi privilegi e ragguardevoli fianziamenti.
Verso la metà esatta del XVII secolo gli stessi personaggi si interscambiarono i ruoli nella gestione della Compagnia e delle magistrature navali della Repubblica.
Nella Compagnia di San Giorgio, si riscontravano tutti i simpatizzanti della fazione navalista e dei gruppi sociali che la sostenevano.
Già i capitoli istitutivi della Compagnia genovese presupponevano un intimo legame dell’istituzione con le scelte governative.
Su ciò risultavano palesi segnali i riferimenti alla lotta anticorsara, alla primaria funzione della Compagnia per la reintroduzione dell’ arte marinaresca in Genova, grazie soprattutto all’istituzione di scuole nautiche per li ufficiali, e all’importanza di curare la riqualificazione della gente di mare.
Inoltre i progetti iniziali della Compagnia prevedevano l’uso congiunto dei propri vascelli e di quelli che la Repubblica stava procurandosi in Olanda.
Se la Compagnia delle Indie aveva tentato di innestarsi nell’area coloniale olandese, quella di San Giorgio tentò di esperimentare, avvalendosi dell’ausilio di fidati padri gesuiti, le possibilità concesse dal Portogallo, cui erano carenti sia navi che danari al fine di potenziare i traffici con le colonie.
I genovesi erano in grado di fornire le une e gli altri e così inserirsi in un ricco settore degli indiani commerzi.
Nel 1655 scrissero alcuni dirigenti della Compagnia ai loro agenti di residenza a Lisbona: “Gia si è dato principio ad ordinare la compra di cinque navi … et havendo anco la Republica Serenissima armato quattro galeoni da guerra che giaà sono in Genova per convoiare et assicurare quelle navi di mercantia che ne havessero per loro securezza di bisogno, potranno detti galeoni servire ancora per augumentare il numero delle navi della Compagnia. Se di Portogallo donque vi fusse pari disposizione, si potrebbe qui far capitali per adesso di 6 in 8 navi ben corredate e di maggior numero in avvenire“.
Anche in questa circostanza molte speranze alimentate sarebbero andate disattese.
Infatti gli inglesi controllavano quasi tutte le opportunità sperate, mentre i genovesi dovevano scontare la propria inesperienza.
Le navi della Compagnia, mandate alla ventura, senza effetti, né crediti e senza ordini bastanti si consumavano nella snervante attesa di carichi destinati a mai giungere.
Dopo tanti audaci progetti sopravvisse appena la partecipazione di due navi della Compagnia ad un convoglio per il Brasile, che si concluse per altro con un notevole passivo.
La Compagnia tuttavia sopravvisse a lungo, pur se più per la difficoltà di liquidare in modo decoroso l’impresa, che per la speranza di risanarla.
Alla fine la Casa di San Giorgio prese distanza da quella che nonostante tutto era da giudicarsi (come scrive il Costantini) “una sua creatura“.
I vascelli della Repubblica, nel quadro del generale ripiegamento sulle vecchie rotte mediterranee, seguito all’insuccesso portoghese, furono impiegati prevalentemente nei viaggi di Spagna, parzialmente in sostituzione delle galee.
La loro storia si identificò quindi in definitiva con l’esperienza della navigazione convogliata che la Repubblica pose finalmente in atto a protezione di alcune vitali, ma tradizionali correnti del traffico genovese.

da Cultura-Barocca

 

mercoledì 16 settembre 2015

Messina, 28 dicembre 1908, lunedì, all’alba

 
Messina, 28 dicembre 1908, lunedì, all’alba.
Tutto è pronto per festeggiare il Capodanno del 1909, cui mancano ormai solo quattro giorni.
Alle ore 05.21 un boato.
Una forte scossa, che raggiunge il decimo grado della scala Mercalli, per ben trentun secondi fa tremare la terra, radendo al suolo centinaia di abitazioni (qui sopra una via devastata: "foto Grita, Catania").
Come effetto del movimento terrestre, inoltre, al porto stesso le acque si aprono, lasciando che il mare si ritiri di oltre duecento metri. In seguito, nello spazio di mezz’ora, quattro colossali ondate si abbattono sulla spianata di San Ranieri, sommergendo con le proprie acque ciò che ancora il terremoto non ha abbattuto.

I primi soccorsi vengono subito organizzati, ma risultano lentissimi ed improvvisati, anche per la difficoltà di far pervenire aiuti dalla penisola.

Insieme a Messina, infatti, il terremoto abbatte anche Reggio Calabria, rendendo estremamente ardui i collegamenti e le comunicazioni con Roma, ove della tragedia si viene a conoscenza tra mille difficoltà solo cinque ore più tardi.

Da tutte le parti del mondo scatta comunque una gara di solidarietà per i terremotati.

In primo luogo arrivano alcune unità della Real Marina le cui truppe si impegnarono nel portare i primi soccorsi: tra i componenti degli equipaggi furono moltissimi i liguri ed al fine di onorare il loro impegno verrà coniata, a titolo commemorativo, una medaglia d'argento.

Il Re stesso andrà poi tra la popolazione; papa Pio X elargirà un milione; mentre da Montecarlo arriveranno gli incassi del casinò, da Berlino, donati da Guglielmo II, i primi ricoveri in legno e da Washington centomila dollari, chiesti dal presidente Roosevelt al Congresso degli Stati Uniti.
Il governo italiano stanzierà invece complessivamente quasi cento milioni, di cui sessantasette ricavati dall’inasprimento delle tasse e dall’aumento delle tariffe ferroviarie.

Il bilancio complessivo, comunque, sarà pesantissimo, con 86.926 morti, di cui sessantamila nella sola Messina.



domenica 13 settembre 2015

Torino, cenni di storia

In questa immagine "vintage" la Basilica di Superga, uno dei simboli di Torino
Torino è entrata nella storia intorno al 27 a.C, con il nome di colonia Augusta Taurinorum , che, secondo le leggende che circondano sempre la nascita delle città, sorse sull'insediamento di Taurasia, mitica capitale dei Tauri, incendiata da Annibale nella lunga marcia di avvicinamento a Roma. La fondazione di Augusta Taurinorum rientrò nei piani romani di organizzazione amministrativa e logistica del Piemonte appena conquistato. La colonia, ai piedi dei principali valichi alpini e all'estremità occidentale della pianura Padana, doveva essere l'avamposto romano verso le Gallie e al centro delle principali vie di comunicazione dell'epoca verso il mondo transalpino. Alla città venne dato il tradizionale impianto ortogonale delle colonie romane, con isolati quadrati e una struttura muraria quasi quadrata.
Se nei primi secoli della sua storia Augusta Taurinorum prosperò nell'Italia pacificata da Roma, con la crisi dell'Impero la sua posizione strategica assunse maggiore importanza, causandole non pochi danni durante il conflitto tra Costantino e Massenzio e, alla caduta dell'Impero romano, al passaggio degli eserciti barbari. La crisi dell'Impero coincise con la cristianizzazione del territorio: il primo vescovo di Torino fu S. Massimo e la prima cattedrale, del IV secolo, sorse nei pressi dell'attuale Duomo ed al riguardo scavi recenti ne hanno portato in luce le fondamenta.
I secoli seguenti alla caduta dell'Impero furono durissimi per Torino e il suo territorio: primo centro urbano importante incontrato dai barbari nei loro spostamenti, la città fu più volte devastata. L'arrivo dei Longobardi portò relativa quiete: Torino fu capitale di uno dei quattro ducati dell'odierno Piemonte e visse un paio di secoli di sufficiente quiete. Poi l'inevitabile scontro tra Longobardi e Franchi ebbe in Torino uno dei suoi terreni di battaglia. Dopo la sconfitta dei Longobardi e l'ascesa dei Franchi la città divenne sede giudiziaria. In quel periodo la vita cittadina fu dominata dai monasteri e dalle figure carismatiche dei suoi vescovi, tra i quali Claudio, coinvolto anche in spedizioni contro le incursioni saracene che pochi anni dopo, nel X secolo, avrebbero decretato la rovina della potentissima Abbazia di Novalesa, in val di Susa.
Il X secolo determinò anche una delle trasformazioni più importanti del territorio piemontese e Torino divenne il centro principale della marca ceduta da re Berengario II ai conti di Auriate e comprendente la val di Lanzo, l'Astigiano e la costa compresa tra Finale Ligure e l'odierno Principato di Monaco. L'avvento al marchesato di Adelaide spostò gli interessi della famiglia verso la valle di Susa, facendo proprio di Susa il centro più importante del suo territorio. E lo spostamento degli interessi fu sottolineato dal matrimonio di Adelaide con Oddone di Moriana, appartenente alla dinastia che governava l'altro lato del Moncenisio e che avrebbe poi dato vita ai Savoia.
Mentre i Savoia rafforzavano il loro dominio nei territori tra Francia e Italia, Torino viveva l'ultima stagione di libero Comune raccolto intorno al suo vescovo, massima autorità cittadina, essendo Imperatore e marchesi entità piuttosto lontane. Nei conflitti tra Impero e Papato, che videro coinvolti Federico il Barbarossa e gli Ottoni, Torino si schierò via via con chi le garantiva l'indipendenza dal minaccioso potere dei Savoia e si trovò a subire l'egemonia della più ricca Asti. L'avvento degli Angiò e di Guglielmo VII del Monferrato non impedirono, nel 1280, il temuto passaggio della città ai Savoia: era la fine del libero Comune di Torino. L'annessione della città al territorio sabaudo non mutò per lungo tempo il clima politico torinese: le lotte tra i guelfi (filosabaudi) e i ghibellini (filomonferrini e astigiani) continuarono, determinando, con sconfitte e vittorie, le ascese sociali.
Il potere si manifestava attraverso i principi di Acaia, feudatari piemontesi, e il ramo principale della famiglia, quello dei conti di Savoia, ormai potenti sui due versanti delle Alpi. Il confitto tra i due rami raggiunse il culmine nel XIV secolo. Poi, nel 1418, gli Acaia furono costretti a cedere anche il controllo formale del loro territorio ai potenti cugini Savoia. Per la città non ci fu alcun cambiamento traumatico: da 50 anni infatti gli Acaia non avevano più indipendenza politica.
L'avvento dei Savoia coincise, nel Quattrocento, con la trasformazione di Torino da piccola città, al centro di uno dei più importanti crocevia dell'Italia occidentale, in città di dimensione regionale. Nel 1404 i Savoia fondarono l'Università e nel corso del secolo trasformarono la città nel polo amministrativo ed economico dei loro domini italiani. Alla fine del secolo Torino contava 10.000 abitanti, che vivevano in una delle principali città di un ducato in difficile equilibrio tra i due versanti delle Alpi.
Il fatto che i sudditi dei due versanti alpini non parlassero la stessa lingua non facilitò le cose ai Savoia, costretti, di fatto, a una bipartizione nell'organizzazione interna. Chambery, capitale del ducato dei Savoia, e Torino, rivaleggiarono per molto tempo, con quest'ultima che a poco a poco, si trasformò nel vero centro di potere sabaudo, concentrando mano a mano le varie funzioni di capitale dapprima esercitate esclusivamente da Chambery.
Durante il regno di Carlo II, padre di Emanuele Filiberto, Torino diventò, almeno informalmente, la capitale del ducato sabaudo: l'apparato amministrativo e giudiziario torinese avevano dimensioni molto più importanti di quello attivo nella capitale, i duchi, appena saliti al trono entravano a Torino e non a Chambery. Anche per numero di abitanti Torino superava Chambery. La scelta di Emanuele Filiberto di portare la capitale a Torino, nel 1563, dopo il trattato di Chateau-Chambresis, che gli ridava il possesso dei suoi domini, al termine della lunga guerra tra Francia e Spagna, aveva quindi radici antiche. Torino, al di qua delle Alpi, era meno esposta di Chambery agli attacchi della Francia, e rispondeva meglio all'intenzione di Emanuele Filiberto di spostare verso l'Italia gli interessi della dinastia.
Diventata capitale di uno dei più ambiziosi stati assoluti italiani, Torino fu radicalmente trasformata nel giro di pochi anni, per meglio rispondere alle esigenze dei Savoia. Emanuele Filiberto, principe guerriero e vincitore della battaglia di S. Quintino in nome degli alleati spagnoli, dotò immediatamente la sua capitale di una modernissima cittadella, realizzata nel giro di due anni, dal 1564 al 1566 su progetto di Francesco Paciotto. All'inizio degli anni '70 Torino appariva chiusa nel suo antico tracciato romano e protetta dalla formidabile Cittadella, una delle più ammirate dell'Europa del tempo. Emanuele Filiberto impose anche il trasferimento della sede del potere ducale: se negli anni precedenti era sempre stato l'attuale Palazzo Madama la sede dei duchi o di chi per loro esercitava il potere, con lui la corte si trasferì nel Palazzo del Vescovo, che doveva ospitarla solo temporaneamente e che invece fu col tempo trasformato nell'attuale Palazzo Reale.
Se Emanuele Filiberto pose le fondamenta di Torino capitale, fu suo figlio Carlo Emanuele I a dare il via alle trasformazioni urbanistiche: sotto il suo regno fu infatti realizzato il primo ampiamento cittadino, verso sud, con la costruzione dell'attuale via Roma, che conduceva da piazza Castello alla Porta Nuova. Il periodo di pace, dal 1601 al 1613, permise a Carlo Emanuele di trasformare anche il cuore della città, diventato il luogo del potere assolutistico-dinastico, con l'abbellimento del Palazzo Reale e la costruzione della nuova Galleria.
Il volto di Torino era dunque quello di una città in pieno fervore costruttivo, ma assolutamente controllata dal suo duca: chiunque volesse costruire nel nuovo ampliamento doveva obbedire alle indicazioni fornite da Carlo di Castellamonte, architetto di corte e autore delle splendide facciate di piazza S. Carlo. Nel nuovo ampliamento, a sottolineare la volontà razionalizzatrice del duca, era stato mantenuto l'antico impianto ortogonale romano. Ma l'ansia costruttiva di Carlo Emanuele si manifestò anche nel territorio, con la realizzazione delle prime deliciae, la splendida Mirafiori e Regio Parco.
Lo sviluppo di Torino conobbe una brusca frenata nel 1630, con la terribile peste che decimò gli abitanti. I regni dei successori di Carlo Emanuele furono deboli, funestati dalle morti precoci dei duchi e caratterizzati dalle reggenze delle Madame Reali, Cristina di Francia prima e Giovanna Battista di Savoia-Nemours poi. Cristina si appoggiò costantemente alla Francia per garantirsi la legittimità della Reggenza, contestata dai potenti cognati Maurizio e Tommaso di Savoia; il risultato del conflitto fu una larvata occupazione dell'esercito francese della città e le interferenze di Francia, accanto alla Madama Reale, e Spagna, accanto ai due fratelli Savoia, nella vita politica del ducato.
Il clima si rasserenò con l'ascesa al trono di Carlo Emanuele II nel 1663 e con la successiva reggenza di sua moglie Giovanna Battista di Savoia-Nempurs. In questi anni fu stabilito il secondo ampliamento cittadino, verso il Po, con la realizzazione dell'odierna via Po, unica via inclinata della perfetta scacchiera romana che continuava a caratterizzare l'urbanistica torinese. Sono di questo periodo altre splendide realizzazioni architettoniche. Nel 1659 iniziarono i lavori della Venaria Reale che, si disse, causò l'invidia dei Francesi, sempre pronti a distruggerla nelle guerre successive. Alla realizzazione della Reggia, nuova delicia extra-moenia, e degli arredi del Palazzo Ducale parteciparono numerosissimi artisti.
Di lì a poco, nel 1666, sarebbe arrivato in città Guarino Guarini, l'architetto che con Filippo Juvarra avrebbe caratterizzato il centro cittadino. La prima opera firmata dal Guarini è la Cappella della Sindone, negli anni seguenti avrebbe realizzato il Collegio dei Nobili (attuale sede del Museo Egizio), il Palazzo dei Savoia-Carignano (sede del primo Parlamento italiano) e la chiesa di S. Lorenzo con la sua splendida cupola.
Nel 1684 salì al trono Vittorio Amedeo II. La crisi economica e l'incertezza politica, dovuta ai conflitti sempre latenti tra Francia e Spagna, caratterizzarono i primi anni del suo regno. Tra il 1701 e il 1714 la guerra di successione spagnola mise a dura prova Torino, che si trovò a lungo assediata dai Francesi (fu in occasione di questo assedio che il duca promise alla Vergine la costruzione di una basilica sul colle di Superga se avesse liberato la città). L'assedio si protrasse dal 1705 al 1706 e fu tolto grazie all'intervento congiunto di Vittorio Amedeo e del cugino Eugenio di Savoia-Soissons, uno più brillanti generali del Settecento. Alle ultime fasi dell'assedio appartiene anche l'eroico gesto di Pietro Micca, che perse consapevolmente la vita per tagliare le strade della Torino sotterranea ai Francesi.
Il Trattato di Utrecht, nel 1713, trasformò il Ducato in Regno e assegnò ai nuovi re anche il dominio della Sicilia, pochi mesi dopo sostituita con la Sardegna: nasceva così quel Regno di Sardegna che tanta parte avrebbe avuto nella storia d'Italia. La capitale del nuovo Regno fu trasformata dal nuovo ambizioso re sotto la sapiente regia di Filippo Juvarra, uno dei maestri del Barocco italiano. L'architetto siciliano firmò alcuni dei capolavori dell'architettura torinese: la nuova facciata di Palazzo Madama, i Quartieri Militari, la Basilica di Superga, voluta dal Re per rispettare il voto fatto alla Vergine, le chiese di S. Filippo Neri e del Carmine, la splendida palazzina di caccia di Stupinigi, insuperato capolavoro del Barocco europeo.
Vittorio Amedeo II e i suoi successori misero mano a una serie di riforme in senso assolutistico che dovevano esautorare i poteri delle autorità cittadine e che furono accolte con grande resistenza dalla città.
L'avventura di Napoleone Bonaparte in Italia lasciò sul trono Vittorio Amedeo III, ma, all'ascesa di Carlo Emanuele IV, debole e inetto, portò all'annessione dei territori sabaudi alla Francia. Nel 1799 l'intervento della coalizione austro-russa cacciò provvisoriamente i Francesi, ma, nel 1800, dopo la vittoria di Marengo, le truppe napoleoniche rientrarono a Torino per rimanervi 14 anni. La città fu spogliata della sua cinta muraria e i beni ecclesiastici furono incamerati dallo Stato. La trasformazione urbanistica imposta dai Francesi comportò l'abbattimento dell'antica galleria che, in piazza Castello, univa il Palazzo delle Segreterie a Palazzo Madama.
Nel 1802 il Piemonte fu annesso alla Francia e Torino divenne una delle 25 principali città della Repubblica francese. L'anessione comportò l'adozione dell'organizzazione politico-amministrativa francese e il riordino delle finanze pubbliche.
Il Congresso di Vienna restituì Torino e il Piemonte ai Savoia e con il ritorno di Vittorio Emanuele I la città ritrovò il suo status di capitale. Per salutare la Restaurazione e l'antico regime il re fece costruire la chiesa della Gran Madre di Dio, sull'altro lato del Po, di fronte all'odierna piazza Vittorio Veneto. Ma l'ancien regime non poteva essere più quello di prima: le inquietudini romantiche, le aspirazioni all'unità d'Italia, i movimenti carbonari e poi mazziniani erano i primi segni del Risorgimento.
E alla morte di Carlo Felice, con l'estinzione del ramo principale dei Savoia, il trono passò al ramo cadetto dei Savoia-Carignano: divenne re Carlo Alberto, che in gioventù aveva acceso le speranze di patroti e liberali. Negli anni '30 il re si dedicò allo svecchiamento dello Stato: la sua azione riformatrice si muoveva però nel solco della tradizione. Nel 1848 concesse la libertà di culto ai valdesi e, finalmente, lo Statuto. Ma il 1848 fu soprattutto l'anno in cui la dinastia sabauda si pose alla testa del movimento unitario italiano: Carlo Alberto, spinto dall'entusiasmo popolare e per controbilanciare le aspirazioni repubblicane presenti in settori influenti dei patrioti, dichiarò guerra all'Austria. La sconfitta di Novara, nel 1849, pose fine al suo regno.
Salì al trono il figlio, Vittorio Emanuele II, e con lui iniziò la stagione risorgimentale. Il suo primo ministro, Camillo Benso di Cavour, grazie a un'astuta tela di rapporti diplomatici seppe avvicinare la Francia alla causa italiana, contro l'Austria asburgica. Torino divenne il faro e il porto di tutti gli esuli e i liberali italiani, che anteposero alla causa repubblicana quella dell'unità d'Italia, da ottenere con la collaborazione del Re di Sardegna. La Seconda Guerra d'Indipendenza, e la Spedizione dei Mille permisero, nel 1861, di inaugurare a Torino il primo Parlamento italiano: vi sedevano gli eroi dell'Unità d'Italia, da Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Mazzini, da Alessandro Manzoni a Giuseppe Verdi. Torino, ornata a festa, accolse le genti di ogni parte d'Italia, accorse a celebrare la conquistata unità.
Nel 1864, in vista del definitivo trasferimento a Roma, la capitale del Regno d'Italia fu portata da Torino a Firenze. La notizia non fu accolta bene dai torinesi, che si riversarono per le strade dando vita a giorni di disordini. Dopo quattro secoli Torino perdeva il suo status di capitale dei Savoia ed era costretta a cercarsi una nuova identità. Il trasferimento della corte e di tutto l'apparato amministrativo aveva provocato una depressione dell'economia locale.
Nel 1884 l'Esposizione Generale, al Valentino, costituì l'occasione per far risvegliare la città dal torpore in cui era caduta: fu costruito il Borgo Medioevale e fu risistemato il Parco del Valentino. Nel 1897, in seguito alla grave crisi economico-finanziaria dei governi Crispi, entrarono nel Consiglio comunale torinese i socialisti. Fu una novità importante: il Comune ebbe una parte di primo piano nella trasformazione dell'ex capitale in città industriale. L'amministrazione locale di quegli anni fu impegnata nel miglioramento dei collegamenti ferroviari, dell'istruzione, dell'assistenza sociale. In quegli anni nasceva anche l'industria automobilistica: la FIAT sorgeva sulla tradizione del piccolo artigianato piemontese, ma con forti spinte innovative, grazie alle intuizioni di Giovanni Agnelli. Accanto alla FIAT nacquero anche la Lancia e l'Itala. La municipalizzazione dei trasporti urbani e la statalizzazione delle ferrovie contribuirono alla nascita di un'industria meccanica torinese.
Torino divenne, al tramonto del secolo, il primo centro italiano in cui si sviluppò la nuova arte: il cinema. Qui furono infatti prodotti i primi film italiani e, nei primi vent'anni del Novecento, il cinema fu una risorsa di grande importanza. Il cinema a Torino coincise infatti con il primo divismo (tra le star lanciate Lydia De Robertis, Maria Jacobini, Lydia Quaranta; tra i film prodotti quelli tratti da Gabriele D'Annunzio) e i primi film di grande successo nazionale e internazionale.
La nuova città industriale attraeva popolazione dalle campagne e, nei primi anni del secolo cresceva al ritmo di 9.000 persone l'anno. Vennero realizzati quartieri operai, fu estesa la rete viaria, furono avviati corsi di formazione professionale. La prima guerra mondiale sorprese una Torino in pieno sviluppo e causò prima una depressione e quindi una ripresa economica. Ma gli unici settori che trovarono reale vantaggio alla fine della guerra furono il siderurgico e l'automobilistico. Gli anni che portarono al fascismo furono anche per Torino anni di crisi sociali: le agitazioni operaie erano seguite dalle repressioni. Nel 1919 furono fondati i Fasci torinesi, nel 1922 fu bruciata la sede di Ordine Nuovo la rivista diretta da Antonio Gramsci; poco dopo Mussolini prendeva il potere e a Torino, a dicembre del 1922, ci fu un ulteriore violento scontro tra fascisti e operai, che terminò con una caccia all'uomo nei quartieri di Nizza e S. Paolo.
Durante il fascismo Torino continuò la sua espansione industriale e accolse immigrati veneti e meridionali. La politica coloniale del regime favorì lo sviluppo della FIAT, che seppe così superare la depressione causata dal crollo di Wall Street. Nacquero, in questi anni, la moda, dalla tradizione delle "sartine" torinesi, e, soprattutto, la radio italiana, che da Torino trasmetteva i suoi programmi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale l'industria torinese si convertì in industria bellica e scoprì il lavoro femminile. I bombardamenti del 1942 causarono una drastica riduzione della produzione; la riduzione del potere d'acquisto degli operai causò, nel 1943, una rivolta. A settembre dello stesso anno ci fu l'occupazione tedesca. La crisi del regime e l'occupazione nazista spinsero molti giovani verso le montagne, per la Resistenza. Il 18 aprile 1945 un grande sciopero paralizzò la città, il 26 aprile i partigiani iniziarono la liberazione di Torino, conclusasi il 30. Il 3 maggio gli Alleati entravano in una città già liberata.
I primi anni del dopoguerra furono drammatici: patrimonio edilizio e fabbriche erano duramente danneggiati. Il Comune divenne costruttore realizzando, primo in Italia, nuove case popolari. La FIAT divenne un vero e proprio centro di potere con cui la città fu costretta a confrontarsi sin dai primi anni '50: la presenza del gigante dell'automobile aveva su Torino grandi ricadute di reddito e ricchezza, ma determinò anche conflitti che solo negli anni seguenti avrebbero trovato soluzione. Negli anni '50, grazie al potente richiamo della FIAT si verificò una nuova ondata di immigrazione, sia dalle altre regioni settentrionali (soprattutto Veneto) che dal Meridione.
La presenza degli immigrati meridionali determinò una serie di drammatici problemi, dall'abitazione ai servizi, a cui Torino era impreparata. Nel giro di un decennio Torino si trovò ad essere la terza città italiana meridionale, subito dopo Napoli e Palermo; l'arrivo disordinato e incontrollato dei nuovi residenti causò a lungo conflitti di mentalità e cultura, che la città ha superato nei decenni successivi, solo con grande difficoltà.
Nel 1961, anno del centenario dell'unità, Torino era una città irriconoscibile. L'antica capitale dei Savoia superava il milione di abitanti, era uno dei maggiori poli d'attrazione industriale d'Italia ed era una vera metropoli economica. Gli anni '60 non sarebbero però stati facili. Al boom economico seguirono infatti tensioni sociali che sfociarono nele proteste sessantottine e nell'autunno caldo degli operai.
All'inizio degli anni '70 i sindacati, che avevano ottenuto dopo l'autunno caldo importanti vittorie contrattuali, si trovavano ad avere posizioni di grande forza nelle fabbriche: nel 1972 l'occupazione di Mirafiori spinse la Confindustria ad accettare le richieste dei sindacati. Nel 1975 salì per la prima volta al potere una Giunta di sinistra, contemporaneamente la crisi petrolifera costrinse la FIAT alle prime cassa integrazioni. Gli anni di piombo costarono a Torino numerose vittime, tra queste, oltre a dirigenti e operai FIAT, Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa. La crisi economica degli anni '70 ebbe il punto di svolta con la marcia dei 40.000 che chiedeva a gran voce la riapertura dei cancelli di Mirafiori, paralizzati da 35 giorni di sciopero.
Gli anni '80 e '90, in cui si sono avvicendate giunte di sinistra, pentapartitiche e di centro-sinistra, sono stati anni di pacificazione sociale: ai conflitti degli anni '70 ha fatto seguito la ripresa della FIAT, arrivata negli anni '80 a utili record grazie anche al lancio di nuovi modelli. Il volto di Torino è ulteriormente cambiato: i processi di ristrutturazione industriale hanno ridimensionato l'impiego nelle industrie a favore del terziario. Le dimensioni delle imprese sono diminuite, la ricerca, i servizi alle imprese, la finanza e la cultura sono i settori in cui Torino sta cercando nuove opportunità di crescita. La popolazione è diminuita: il censimento del 1991 segnala che i torinesi sono oggi meno di un milione.
Tra i nuovi torinesi figurano, nei primi anni del nuovo millennio, decine di migliaia di immigrati provenienti dall'estero, soprattutto Marocco, Senegal, Nigeria, Albania. La loro presenza ha sconvolto la società pacificata degli anni '80 e ha cambiato il volto di interi quartieri come S. Salvario e Porta Palazzo. La sfida di Torino, impegnata a diventare polo d'attrazione culturale, turistico e del terziario, è l'integrazione dei suoi nuovi abitanti, diversi per lingua e religione, ma probabilmente nuova fonte di ricchezza e di scambio. Ed è una sfida che l'antica colonia romana, crocevia di strade e di persone, intende vincere in questo suo terzo millennio di storia.



giovedì 10 settembre 2015

Dilagante criminalità tra '500 e '600

Ruderi di pavimentazione della Iulia Augusta, riposizionati sul cavalcavia di Nervia in Ventimiglia (IM)
E' giusto e bellissimo visitare e proporre lo splendore della Iulia Augusta e delle vie romane, ma poi crollarono, con una civiltà la cui scomparsa molto tolse alla storia dell'uomo.
E le vie divennero isolate, solitarie, pericolose, trascurate.

Ancora tra '500 e '600 furono infestate da una piaga non comune: quella di una dilagante criminalità.
E, nel contesto di questo mondo sospeso tra il fervore delle città e lunghe aree deserte ed abbandonate, comparvero personaggi e figuri pericolosissimi contro cui furono operativi soprattutto - poiché gli organi degli Stati non avevano sufficiente forza per perseguire la dilagante criminalità - i "Cacciatori di Taglie"; che in fondo eran spesso "bravi" di manzoniana memoria ed a Roma dottori, a Napoli ladroni, a Genova scavezzi, a Milano tagliacantoni, a Venezia forestieri, a Firenze scardassieri....figuri insomma sempre ai limiti del lecito, ora al servizio della legge, ora no, mercenari, cacciatori di uomini ....
Nella Liguria dei secoli XVI - XVII, presa qui a campione di uno stato di cose che coinvolgeva tutta l'Italia, da parte dei potenti si prese tuttavia ad abusare di questa eccezionale concessione, magari proteggendosi, ben muniti, entro veri e propri FORTILIZI, guardati da uomini fidati.
Un esempio di fortilizio sopra mentovato (documento in Archivio di Stato di Genova)
Nelle controversie per le più disparate ragioni (controllo delle "terre comuni", "riparto delle imposte", "controllo degli uffici" ed altro ancora) per tutto il '500, e ben oltre, continuò a funzionare il sistema delle parentelle, che si esprimeva nel meccanismo delle fazioni le quali finivano per diventare espressione di potere per alcuni e falsa ragione di speranze per i più.

Appunto le fazioni stavano in un rapporto quasi osmotico col banditismo, di cui si valevano per scontri di potere, specie nelle campagne, ormai superati dalla realtà storica: anche per questo gli Statuti Criminali di Genova (i quali per altro verso usavano a propri fini anche una certa violenza locale) comminavano (e continueranno a comminare nelle successive Riforme periodiche) pesanti sanzioni avverso il banditismo.
Ma ciò dovette servire sempre poco se Andrea Spinola ancora nel Seicento scrisse: "Non è cosa che nel nostro Paese mantenga più la peste de' banditi di quel che fanno le fattioni. Imperoché i partigiani (delle diverse fazioni) danno lor denari, portan loro provvigione da vivere, li avisano delle diligenze che la giustizia fa contro di loro e li tengono nascosti nelle case, nelle cassine et in altre nascondaglie". In termini solo più letterari, ma a distanza di anni, ciò che vanamente avevano tentato di combattere gli Statuti Criminali del 1556.

Ma, ancora, lo Spinola: "Ho conosciuto alcuni i quali professando di dar moto in questa bassezza e miseria di fattione, io non dirò amici fra loro, perché l'amicizia non è se non fra buoni, ma molto domestici, ridendosi della semplicità e balordaggine de lor partiggiani, attendevano d'aiutarsi l'un l'altro in tener ingannati quei meschini, et a spolparli di capretti, di ricotta e di formaggio, giocandone alla palla sotto manto di favorirli" ed aggiunse "...non è cosa che nel nostro Paese mantenga più la peste de' banditi di quel che fanno le fattioni. Imperoché i partigiani danno lor denari, portan lor provvigioni da vivere, li avisano delle diligenze che la giustizia fa contro di loro e li tengono nascosti nelle case, nelle cassine et in altre nascondaglie".
E d'altronde è singolare come a distanza di 50 anni dalla "Riforma doriana del 1528" (che aveva risolto storiche contrapposizioni faziose ) e neppure a venti anni dalle "Leggi Criminali del 1556" nelle campagne o comunque fuori città l' aggressività delle fazioni, in un clima di violenza che sarebbe giusto indagare più approfonditamente, interagisse col banditismo al punto che la val Polcevera e la villa di Sestri Ponente, ed anche tutta la valle del Bisagno sino a Chiavari, per ragioni diverse, ma sempre connesse a rivalità faziose coniugate col banditismo, fossero praticamente avulse dal contesto del Dominio ed occupate, tra il '56 ed il '57, da bande armate di centinaia di ribelli che scorrazzavano a fronte di una tangibile incapacità d'intervento statale. 

E peraltro le cose, nonostante i tentativi delle autorità, non migliorarono affatto con il tempo: ed ancora nella prima metà del XVIII secolo, specie nel Ponente ligustico, i contrabbandieri del sale finivano per fare il bello ed il cattivo tempo, costituendosi in bande armate così forti da sconfiggere oltre che l' organizzazione di polizia le stesse forze governative.

... e tra tutti, spesso ricoperti da lugubri maschere o avvolti nei mantelli, stavano i Manticularii, misteriosi criminali che aggredivano i viandanti isolati lasciandoli (quando ancora in vita) privi di tutto..

... una storia angosciosa che può tuttavia conservare un suo fascino, specie in occasioni di rievocazioni storiche o di narrazioni al limite 

... eh già perché la triste storia dell'Uomo Nero nasce da loro, da questi uomini senza volto in agguato nelle strade, oramai solo ombre delle arterie che furono ai tempi di Roma, ombre assetate del denaro altrui... e talora della vita stessa...

da Cultura-Barocca


martedì 8 settembre 2015

Da Matisse nel suo eremo di Cimiez


Da sinistra Aniante e Matisse: foto nella raccolta privata dell’artista Elio Lentini di Dolceacqua (IM)
... Non aveva ancora ottanta anni quando lo conobbi nella sua casa di Cimiez, incantevole collina alle porte della città.
Egli amava l’Italia ed era molto sensibile agli elogi dei nostri critici d’arte; ricordo che leggeva con attenzione i ritagli dei giornali italiani che lo riguardavano, e che per lui mi pervenivano da parte del mio amico Umberto Frugiuele nelle bustine grigioverdi dell'”Eco della Stampa”.
Più di una volta ricorsi alla generosità di Matisse in favore dei nostri connazionali; mai si rifiutò di venirmi incontro: per un giovane pittore cremonese, divenuto cieco e caduto in miseria, mi diede un suo disegno inedito; per il padiglione europeo della ceramica moderna del Museo di Faenza mi affidò vari suoi pezzi originali; per gli alluvionati del Polesine mi donò un suo quadro; mi fece pagare centomila franchi appena un suo disegno della “Via Crucis” della cappella di Vence, che acquistai per conto di una personalità italiana. Ai prezzi d’oggi, posso dire che Matisse mise nelle mie mani sue opere che valevano cento e più milioni di franchi.
Come sempre, in mio possesso non è rimasto assolutamente nulla, e se la mia dimora è ricca di qualche dipinto, son tutti omaggi di bravi e modesti artisti.
Ma ancor più che i capolavori e la fortuna, conservo preziosamente, attribuendo ad essi maggior valore, gli insegnamenti che seppi trarre dalle mie conversazioni con Matisse. Quanti scrittori sanno che fu non soltanto un grande pittore ma anche un grande saggio? Colpito da un male inesorabile, era, da diversi anni, immobile nel suo letto...

di Antonio Aniante da Elio Lentini Scultore in Cultura-Barocca



lunedì 7 settembre 2015

Un Liber Abaci di inizio Cinquecento


Il LIBER ABACI, custodito presso la Biblioteca Berio di Genova, costituisce un prezioso esemplare di testo didattico. 
Il codice fu redatto, come si può ricavare da alcune date contenute nel medesimo, tra il 1512-13 ed il 1516-17. Esso si presenta come una sorta di manuale di aritmetica ad uso dei mercanti cinquecenteschi.
L'autore fu forse nativo dell'Italia settentrionale, come pare di poter ricavare dai frequenti accenni alla città di Milano.
Il manuale, comunque, fu scritto ad uso dei mercanti genovesi, come si deduce dall'attenzione dedicata dall'autore alle grandezze di misura caratteristiche della Repubblica di Genova.

Il codice si presenta come una sorta di quaderno in cui si susseguono, alle tavole di computo corredate da sintetiche spiegazioni e poste all'inizio del manuale, vari problemi concernenti i cambi delle monete, la conversione fra diverse unità di misura e di peso, la regula delle tre cosse (cioè del tre semplice), le compagnie, li barati, li prestiti, la regula dell'aligare l'argento. Il testo dei problemi è posto in maniera chiara e viene svolto completamente fino alla soluzione, che non è mai affidata al lettore: al testo segue l'exemplo, costituito dalle operazioni vere e proprie necessarie per la risoluzione del quesito. La scrittura è chiara e ordinata, con scarse abbreviazioni; chi scrive si compiace spesso di ornare gli schemi aritmetici con cornici e fregi di varia fattura, a volte colorati.
Il sistema per la divisione è delineato lungo l'albero maestro di uno stilizzato vascello, mentre i problemi relativi alle compagnie sono introdotte da un disegno a piena pagina in cui è raffigurata, con una certa perizia bozzettistica, la scena di un rendiconto finanziario in uno "scagno". 
("Liber abaci" Cart.; sec. XV o in. XVI (non dopo il 1517); mm 214x155; cc. I, 153, II-III n. num.; ll. irregolari; scrittura gotica di transizione. Qualche titolo in violetto; alcuni fregi calligrafici formano cornici di schemi numerici; a c. 10r disegno a penna raffigurante una galera; a c. 41v due piccoli disegni di mano infantile, raffiguranti un guerriero e una nave; a c. 65v disegno a penna raffigurante un cane che insegue una lepre, ad illustrazione di un problema enunciato nella stessa carta; a c. 82v disegno a penna raffigurante due uomini che contano monete ritti accanto a un tavolo, mentre un terzo seduto consulta un registro; sotto il tavolo, un gatto; a c. 118v abbozzo di disegni di chiglia. Il trattatello termina a c. 145v; nelle cc. seguenti si trovano testi di argomento vario in scritture più tarde. A c. 153r nota di possesso: "Hic liber est mei Justo Butz Alemano di Gamondia di Suuebia civis et post morte di Jeremie filius dilecto". Legatura del sec. XX per la quale è stata riutilizzata una legatura in pergamena molle del sec. XVI. Dono Giuseppe e Amalia Torre (1900). Cf.Arm. 20.)