venerdì 22 febbraio 2019

Sulle tremende, storiche malattie della vite


Coltivazione della vite del Rossese in Località Rouchin di Dolceacqua (IM)
Nei periodi molto umidi la malattia dovuta al fungo Peronospera fa la sua comparsa sulle foglie e, in modo particolarmente pericoloso sul peduncolo dei fiori, con macchie irregolari di colore violaceo allo stadio iniziale che tendono a divenire bruno e marrone con l'evolversi dell'infezione disseccate al centro dell'infezione. Essa determina un rapido appassimento delle parti colpite e la loro prematura caduta con indebolimento generale della pianta. Si combatte efficacemente con prodotti ditiocarbammati, ossicloruri di rame o con fungicidi sistemi del tipo cymoxanil.
La Peronospora fece la sua prima comparsa in Francia tra il 1878 e in 1880, probabilmente introdotta tramite il materiale di viti americane, utilizzato per la ricostruzione dei vigneti minacciati o distrutti dall'afide Filossera (Filloxera vastatrix). Le problematiche destate da quest'ultima malattia fecero sottovalutare il pericolo della Peronospora fino al punto che nel corso degli anni l'infezione interessò tutte le principali regioni viticole d'Europa, manifestando appieno la sua capacità distruttiva. L'interesse, oltre che degli agricoltori, dei tecnici e degli studiosi per questo minaccioso epifita fu immediato e profondo, tanto che già da allora nacque una vasta gamma di osservazioni, ricerche e sperimentazioni. In Italia la Peronospora è considerata l'avversità crittogamica che arreca i maggiori danni alla viticoltura. Ad annate di medio attacco se ne alternano altre esenti ed altre ancora con manifestazioni particolarmente virulente (nel 1910, 1915 e 1934 si registrò la perdita del 50% della produzione di interi comprensori). In linea di massima, quantunque non si disponga di dati precisi, si stima che la crittogramma provochi la distruzione del 10% della produzione nazionale. L'epoca dell'infezione ed il tipo di danno variano nelle diverse regioni: mentre nell'Italia centro settentrionale si lamentano gravi attacchi primaverili, nell'Italia meridionale ed insulare si hanno soprattutto forti attacchi alla vegetazione autunnale, con gravi filloptosi anticipate. Ai danni della crittogama per la distruzione del prodotto va aggiunto il peso economico dei trattamenti il cui numero varia da 4 a 10, con un onere pari al 15 - 20% del valore del prodotto, e, non ultimo, il danno ecologico.
Quando ancora la scienza moderna non conosceva adeguate difese chimiche, due illustri scienziati, Pio Mantovani e Filippo Cintolesi ( in un testo di Elementi di Scienze Naturali, Livorno, 1894, p. 111 e seguenti) diedero, con le proposte di intervento necessario, la seguente definizione della FILOSSERA o FILLOSSERA (dal greco="foglia secca"): "La FILOSSERA (Philoxera vastatrix) è un insetto piccolissimo, ordinariamente privo d'ali, che vive sotterra sulle radici della vite. E' di colore giallo verdognolo ed alla bocca ha un rostro forte, che infigge nelle radici e da esse, poi, col rostro stesso, succhia il nutrimento. E' dannosissima soprattutto pel suo rapido moltiplicarsi, poiché tutte le filossere prive d'ali, che stanno sotterra, depongono da 30 a 40 uova, che tosto si, schiudono dando altre filossere eguali, atte a riprodursi dopo pochi giorni."

Vitigni di Rossese sulle colline di San Biagio della Cima (IM)
Ci sembra utile qui proporre la STORIA della calamitosa invasione in Europa da parte della FILOSSERA:
"Il mondo del vino ha già conosciuto il suo diluvio. Il flagello arrivò inaspettato nella seconda metà del secolo scorso, proprio al culmine di un periodo di grande floridezza per la viticoltura europea. Il Settecento era stato un secolo di fortuna crescente, con i vini francesi a dominare il mondo (malgrado il sequestro e la messa in vendita di molte delle più importanti proprietà in seguito alla Rivoluzione) e la ripresa, in Germania, dei bianchi del Reno e della Mosella dopo i guasti della guerra dei Trent'anni. Il Secolo dei Lumi per il vino aveva significato inoltre approfondimento delle conoscenze teoriche e miglioramento delle tecniche di vinificazione: nella seconda metà del Settecento gli studi di Lavoisier, il chimico che quantificò la trasformazione dello zucchero in alcol, contribuirono a descrivere i meccanismi della fermentazione, e nelle cantine fecero la loro comparsa torchi con vite di ferro e gabbia, antenati dei più moderni torchi idraulici. Il diciannovesimo secolo si apre dunque all'insegna dell'ottimismo per produttori e commercianti. Le fortune economiche li inducono a chiudere un occhio su fenomeni preoccupanti come la sofisticazione e la crescita indiscriminata degli impianti: per alimentare una produzione che sta assumendo proporzioni abnormi si ricorre spesso a varietà americane, più resistenti e produttive. Saranno proprio queste il veicolo delle malattie che metteranno fine agli anni del benessere spensierato, a causare "i dispiaceri" di cui parla Hugh Johnson nella sua Story of Wine. Una prima avvisaglia si presenta con l'oidio, un fungo che attacca le viti compromettendo la qualità e la quantità dei raccolti. La malattia è sconfitta nel giro di una decina d'anni, quando si scopre nello zolfo un ottimo antidoto contro di essa, ma ecco affacciarsi un pericolo ben più grave, rappresentato da un parassita micidiale, un afide che si nutre delle foglie e delle radici delle viti e che, una volta insediatosi in un vigneto, non lo abbandona prima di averlo distrutto completamente. La fillossera, originaria del continente americano, sbarca in Francia, alle foci del Rodano, negli anni in cui le navi a vapore hanno ridotto il tempo della traversata dell'Atlantico a una decina di giorni, consentendo al parassita di sopravvivere a un viaggio che doveva aver intrapreso molte volte in passato senza riuscire a giungere vivo nel Vecchio Continente. Dal porto di arrivo lo sconosciuto "puceron" si diffonde in tutta Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente e persino in India. Neppure Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica ne saranno esenti. I suoi effetti devastanti sono notati per la prima volta nella zona di Arles nel 1863. Individuata e battezzata nel '68 da Jules-Emile Planchon, agronomo di Montpellier, la Phylloxera vastatrix nel '71 è già attiva in Svizzera e in Portogallo. Nel '75 compare in Austria-Ungheria, e da qui infesterà l'Europa centro-orientale, dalla Grecia alla Russia. Nel '76 è a Bordeaux, due anni dopo a Meursault, in Borgogna, e in Spagna; nel '79 in Italia, nel 1880 in Germania e alla fine del secolo è presente anche in Algeria e nella Champagne. Sono quarant'anni nel corso dei quali i vignaioli, a lungo impotenti, le tentano tutte: scendono in campo studiosi seri insieme a improvvisatori e ciarlatani, attirati dai premi delle organizzazioni di produttori e dalla pubblica amministrazione, proponendo rimedi più fantasiosi che efficaci. Dapprima le sole pratiche valide sono irrorazioni dei vigneti con preparati chimici, ma a prezzo di operazioni abbastanza complicate oltre che costose."

da Cultura-Barocca


martedì 19 febbraio 2019

Il Maglio degli Eretici

 Girolamo Muzio, "Il Maglio degli Eretici", autore delle MENTITE OCHINIANE, giunse nel 1542 a Nizza, città dalla storia affascinante ma complessa, appartenente allo Stato Sabaudo, nella quale si temeva l'opera predicatoria dell'"apostata" Bernardino Ochino.

 

 
Per agevolare le riflessioni degli studiosi dell'argomento generale (non trascurando il significato "localistico e ligure" della presenza del MUZIO in NIZZA, città sabauda dove fu inviato dal governatore di Milano don Alfonso d'Avalos marchese del Vasto, temendo che in essa si rafforzasse oltremodo il pensiero riformato e l'azione dell'Ochino determinasse un proselitismo dall'area transalpina verso l'Italia: vedi qui DOCUMENTO II) si è pensato giovevole riprodurre l'intiero articolo di Benedetto Nicolini (GIROLAMO MUZIO E BERNARDINO OCHINO/ STORIA DI UNA POLEMICA RELIGIOSA CINQUECENTESCA), suddividendolo, tramite collegamenti informatici attivabili dai collegamenti che qui si fanno seguire, con le stesse intitolature che a suo tempo furono date dal filologo e critico condirettore di "BIBLION":


da Cultura-Barocca

martedì 12 febbraio 2019

Samuel Morse e l'invenzione del telegrafo

Samuel Morse mentre indossa tutte le onorificenze di cui fu insignito - Fonte: Wikipedia
Il telegrafo di Morse (1837), esemplare alla Cité des télécoms di Pleumeur-Bodou - Fonte: Wikipedia
Samuel Finley Breese Morse era un inventore e pittore statunitense; si laureò presso il collegio di Yale nel 1810 e l'anno dopo si recò a Londra dove studiò pittura.
Nel 1815 ritornò negli Stati Uniti e nel 1824/25 con altri artisti fondò la Società di belle arti successivamente la National Accademy of Design.
Tornò in Europa nel 1829 dove visitò Francia e Italia (1830), dipinse parecchi quadri durante il suo soggiorno italiano.
Mentre rientrava negli Stati Uniti nel 1832 a bordo della nave bastimento Sully, durante la traversata iniziò a pensare di usare l'elettromagnetismo per la telegrafia e, alcune settimane dopo essere sbarcato, si mise a costruire l'apparato telegrafico che era composto inizialmente da una cornice di un quadro recuperata dal suo studio di pittura, alcune ruote in legno ricavate da un vecchio orologio e da un'elettrocalamita donatagli dal professor Torrey. Solamente nel 1835 il suddetto telegrafo fu ultimato e sperimentato.
Nello stesso anno Morse entrò a far parte del corpo insegnante dell'Università di New York come professore di storia dell'arte e andò ad abitare in una casa a Washington Square.
Qui egli installò un laboratorio e progettò un trasmettitore automatico con il quale sperimentò il prototipo del codice che poi prese il suo nome.
Il 24 Maggio 1844 fu inaugurata la prima linea telegrafica che collegava Washington con Baltimora.
In quell'anno proprio a Baltimora si teneva la Convenzione del Partito Whig e in quelle circostanze la sua ideazione ebbe un successo enorme, in quanto telegrafando i risultati di detta convenzione a Washington, arrivarono due ore prima del treno che ne portava le notizie.
In ITALIA la prima linea di comunicazione secondo i principi del TELEGRAFO DI MORSE fu realizzata nel 1847 e collegava Livorno con Pisa. Successivamente l'applicazione della scoperta si diffuse in tutto il Paese (divenendo particolarmente utile in zone conme la LIGURIA COSTIERA in cui le comunicazioni stradali presentavano spesso problemi a causa della difficoltà di spostamento dei CORRIERI) sino a diventare un problema giurisdizionale dopo l'UNITA' D'ITALIA allorquando l'UFFICIO CENTRALE del SENATO DEL REGNO esibì in occasione di una SESSIONE PARLAMENTARE DEL del 1859 una sua negativa RELAZIONE avverso un PROGETTO DI LEGGE PORTANTE INDENNITA' AL SIGNOR MORSE PER L'APPARECCHIO TELEGRAFICO DI SUA INVENZIONE (valutazione negativa che comunque nulla tolse al pubblico riconoscimento dei grandi meriti della sua invenzione).

da Cultura-Barocca



mercoledì 6 febbraio 2019

Favorino di Arles, il geniale criptorchide (di Pietro Loi)

 
 
 
 

 
 

 
 
Pietro Loi [di Ventimiglia (IM): fu anche un valoroso patriota nella Resistenza], che fu veterinario e naturalista (ricordiamo alcuni suoi importanti contributi in seminari, nazionali e non, alle contaminazioni del pesce ad opera del mercurio), con lo pseudonimo di Pier delle Ville scrisse vari contributi (notevoli ed usati in varie parti di Cultura-Barocca) nel contesto dell'Aprosiana, più specificamente con il nome di "Quaderni dell'Aprosiana" [sempre di Ventimiglia (IM)], rivista di "Studi Barocchi", a lungo diretta da Bartolomeo Durante. Autore, inoltre, di un volume, quale ideale culmine di una serie di altri articoli e monografie, su Matteo da Viterbo, pittore dei papi avignonesi, con osservazioni pregnanti su Petrarca, Laura de Noves e naturalmente Valchiusa.
In merito alla rivista Aprosiana  è da dire che spiccano, editi postumi nel numero del 1995 per la sua repentina scomparsa, alcuni altri saggi di Pietro Loi assai interessanti, in gran parte digitalizzati o ampiamente citati qui su Cultura-Barocca.

da  Cultura-Barocca

domenica 3 febbraio 2019

Persecuzioni contro le streghe nel Cuneese a fine Quattrocento

Bernezzo (CN): Cappella della Maddalena (Fonte: bernezzo.diocesicuneo.it)
Tra la metà e la fine del secolo XV, in quell’area che ora corrisponde alla Provincia di Cuneo, una cinquantina di persone furono consegnate dall’Inquisizione al Braccio Secolare (istituzione che eseguiva materialmente le pene) e arse vive: e del resto il Basso Piemonte, oltre ad esser permeato di interventi contro le streghe che lo avrebbero infestato, diede i natali ad inquisitori più o meno noti come il cinquecentesco Silvestro Mazzolini.
Nella sola città di Cuneo, in un giorno non precisato dell’anno 1445, vennero arse vive ventidue persone, solo perché considerate eretiche (l’esecuzione avvenne nei pressi dell’attuale l’ospedale S. Croce); i ventidue sfortunati facevano parte di una cospicua comunità valdese dimorante in e nei pressi di Bernezzo, erano chiamati "poveri di Lugano, Gazari o Valdesi", dopo l’esecuzione i loro beni furono confiscati. Gli inquisitori furono frate Giovanni Fiamma e Pietro Bertramo. Il fatto è menzionato da Marco Aurelio Rorengo, in un antico libro di memorie citato da Pietro Gioffredo nel 1650: "…namque tunc pullulabat super Bernecium haeresis pauperum de Lugdano, qui a quibusdam appellabantur Gazari, ab aliquibus Valdenses, et intitulati a Magistris Johanne Fiamma et Bertramo Pere Inquisitoribus haereticae pravitatis; et in summa reperti fuerint XXII relapsi, et in Cuneo condemnati igne cremati sunt, et eorum bona praefatio Domino confiscata… ".
Nel 1497, altri documenti, pubblicati da Ferdinando Gabotto nel 1898, ci informano che anche Verzuolo invoca l’Inquisizione contro eretici e streghe (masche): " Verzuolo, 26 maggio 1497…si scelgano tre o quattro persone che vadano dall’illustre signore e marchese ad ottenere il permesso per gli uomini di Verzuolo di recarsi a colloquio dall’Inquisitore e giudice delle false teorie eretiche al fine di ricercare gli eretici e le dottrine errate (…) per il bene della Comunità si stabilì che venissero scelte tre o quattro persone per andare a Saluzzo a chiedere all’illustre signor Marchese fino a che punto volesse concedere la facoltà alla Comunità ed alla gente verzuolese di portare a Verzuolo l’Inquisitore delle falsità eretiche per ricercare i sospetti di eresia o gli eretici e le masche ed altre simili persone che sono fuori della religione cattolica, poiché arrecano molto danno nel suddetto paese e nel territorio di questa località… ".
" Verzuolo, 13 luglio 1497…si conviene di scegliere due persone che vadano a Saluzzo a concordare i provvedimenti da stabilirsi col reverendo Signor Inquisitore (…) si diedero disposizioni che venissero scelti… ".
" Verzuolo, 5 agosto 1497…si conviene di predisporre le spese relative al reverendo Signor Inquisitore ed al suo collaboratore che devono svolgere l’incarico di giudici delle false dottrine eretiche nel paese di Verzuolo. Si stabilì che le spese per il reverendo Signor Inquisitore ed il suo collaboratore vengano ascritte alle spese pubbliche per otto giorni e non oltre e che i giudici cerchino due testimoni per procurarsi informazioni dal segretario del reverendo Signor Inquisitore di Savigliano. Parimenti si scelgano tre o quattro persone che saranno sempre presenti e parteciperanno quindi alle indagini da compiersi circa le persone incarcerate o da incarcerare, riguardo alle false teorie delle masche e degli eretici… ".
" Verzuolo, 21 agosto 1497…si convenne che la Comunità si impegnava a sostenere le spese per il reverendo Signor Inquisitore e per il suo collaboratore e ciò fino a che non si trovassero colore che erano caduti nell’errore dell’eresia e si stabilì che ai prigionieri e ai condannati venissero pagati i debiti; e il nostro illustre padrone Signor Marchese promise di aiutare la Comunità e di pagare le spese relative ai suddetti debiti… ".
L’Inquisizione venne istituita alla fine del secolo XII da Papa Gregorio IX, alle sue dirette dipendenze, con la costituzione di tribunali ecclesiastici operanti al sol fine di reprimere l’eresia (deviazione dalla retta dottrinale cattolica cristiana che soprattutto nel medioevo, comportò l’inammissibilità da parte della Chiesa di interpretazioni, anche politiche, che costrinsero gruppi a sé stanti in confronto alla Chiesa ufficiale, la quale giustificò per estinguerli l’uso di metodi anche violenti tipo il rogo) tutelando il patrimonio dottrinale della fede cristiana. I primi giudici inquisitoriali furono i frati Domenicani, poi anche Francescani. I Domenicani, fondati dallo spagnolo Domenico da Guzman (1170 – 1221), erano dei predicatori erranti che operavano per lo più nella conversione degli eretici. Il paradosso di questo Ordine, era la loro organizzazione simile a quella degli stessi eretici per la quale si batteva: contatto con il popolo, predicazione errante e povertà.
Gli Inquisitori, per la maggior parte, non erano, come qualcuno potrebbe credere, un clan di monaci fanatici, bensì erano spesso una componente delle alte gerarchie ecclesiastiche, per le quali destinavano la loro educazione e le loro qualità. In prevalenza erano eminenti giuristi ed applicavano le leggi religiose come nell’esercizio di una professione. Per alcuni, la carica inquisitoriale era considerata solamente una tappa del loro "cursum honorum", cioè arrivisti, orgogliosi ed ambiziosi; alcuni di questi giunsero anche a capo della Chiesa romana.
Le paure di Roma per il diffondersi dell’eresia, non furono soltanto per le idee che l’eretico sosteneva e professava, ma anche per le cause che da esse potevano scaturire intaccando il potere politico economico, che Roma rischiava di perdere se non sradicava al più presto l’eresia (non per nulla nelle condanne per eresia seguiva sempre la confisca dei beni). Gli eretici, nella maggior parte dei casi, non erano altro che cristiani con una tendenza comune a criticare la ricchezza della Chiesa (la "critica" a volte era anche sanguinaria, anche loro, quando potevano non erano meno crudeli dei loro persecutori - vedi i Dolciniani - ) una ricchezza arrogante che si dimostrava paradossale e in netto contrasto con l’idea prima del Cristianesimo, in un periodo in cui al contrario la miseria era a livelli esasperanti. 
Come strumento debellativo a salvaguardia della purezza della fede venne istituita l’Inquisizione, così denominata per la procedura usata di tipo "inquisitorio", che permetteva l’inchiesta d’ufficio anche senza l’accusa o l’accusato, bastava che il presunto colpevole fosse diffamato dalla voce pubblica, cioè sospettato d’eresia.

da Cultura-Barocca

domenica 27 gennaio 2019

Industrie belliche e marinai di Genova al tempo della guerra di Libia (1911-1912)

Nel 1911, dopo che un ultimatum inviato alla Turchia era stato respinto, le forze da sbarco italiane, comandate dal generale Caneva diedero inizio alle ostilità. Tra i marinai della Regia Flotta molti erano i liguri e genovesi, spesso scelti per la loro competenza di mare o per le capacità professionali come nel caso di entrambi i nonni di chi scrive queste note, fabbro specializzato quello paterno (Bartolomeo Durante) e meccanico già impiegato presso le industrie navali Odero di Sestri Ponente quello materno (Giovanni Aurelio Traverso). Con lo scoppio della I^ Guerra Mondiale molti fra questi marinai, esperti meccanici, non furono richiamati al fronte, ma vennero militarizzati al servizio dell'industria bellica (nel genovese per esempio presso importanti STABILIMENTI, come i cantieri Odero, il grande proiettificio di Sampierdarena od il colosso della siderurgia e dell'industria pesante Ansaldo, sia per prestarvi opera nell'attività cantieristica, che in campo metallurgico che ancora nella realizzazione delle grandi artiglierie ormai necessarie al conflitto) e la cosa, anche per l'inerzia di alcuni sindacati, non giunse gradita, anche perché non compresa, ai tanti contadini che dovevano combattere al fronte (la cosa divenne per conseguenza ragione di future gravi incomprensioni fra le sinistre e i rurali, ritenutisi traditi da queste e spesso restii, anche in forme severe, ad ogni forma di proselitismo).

ALLEGATI:





BARTOLOMEO DURANTE, NONNO PATERNO ED OMONIMO DI CHI SCRIVE QUESTE NOTE,




DOPO AVER PARTECIPATO AI SOCCORSI PER I DANNI DEL TERREMOTO CALABRO-SICULO, SVOLSE IL RESTO DEL SUO LUNGO SERVIZIO MILITARE IN MARINA NELLA SQUADRA DA GUERRA IMPIEGATA NEL CONTROLLO DELLA LIBIA.

 

GIOVANNI AURELIO TRAVERSO (SESTRI PONENTE 1890 - GENOVA VOLTRI 1982) E' IL SECONDO IN PIEDI DA SINISTRA, PER CHI GUARDA: LA FOTOGRAFIA FU SCATTATA PRESSO UN FOTOGRAFO DI NAPOLI E RITRAE UN GRUPPO DI MARINAI DELLA FLOTTA REALE IN PROCINTO DI SALPARE ALLA VOLTA DEL CONFLITTO ITALO-TURCO PER IL POSSESSO DELLA LIBIA. NEL PROSEGUIMENTO DELLA GUERRA LA NAVE DA BATTAGLIA SU CUI ERA IMBARCATO GIOVANNI AURELIO TRAVERSO SI PORTO' CON ALTRE UNITA' AD ATTACCARE IL DODECANNESO E LE FORZE ITALIANE PRESERO QUARTIERE NELLE ISOLE DELL'EGEO.

  

IL FOGLIO DI IMMATRICOLAZIONE DI GIOVANNI AURELIO TRAVERSO IN PREVISIONE ANCHE DELLA GUERRA PER L'OCCUPAZIONE DELLA LIBIA: ED ECCO ANCHE IL DOCUMENTO DI CERTIFICAZIONE DI COMPETENZE MECCANICHE DELL'INDUSTRIA DI PROVENIENZA, LA ODERO DI SESTRI PONENTE



LA DICHIARAZIONE DELLA SEGRETERIA AMMINISTRATIVA DEL PERSONALE DELLO LO STABILIMENTO NAVALE ODERO DI SESTRI PONENTE A GENOVA AD USO DI GIOVANNI TRAVERSO AURELIO PER IL SERVIZIO MILITARE IN DATA 1911



COME SI EVINCE DAL FOGLIO DI CONGEDO FECE POI PER VARI MESI PARTE DEL CONTINGENTE ITALIANO PREPOSTO AL CONTROLLO DELLA STRATEGICA ISOLA DI RODI.





DA QUESTA SECONDA CERTIFICAZIONE DELLA SEGRETERIA AMMINISTRATIVA DEL PERSONALE DELLO STABILIMENTO NAVALE ODERO DI SESTRI PONENTE A GENOVA SI APPRENDE CHE GIOVANNI TRAVERSO AURELIO FU RIASSUNTO IL 2 GENNAIO 1914 (POI RESO OPERAIO MILITARIZZATO PER I SERVIZI BELLICI DEL 1915-1918)



LO STABILIMENTO NAVALE ODERO DI SESTRI PONENTE A GENOVA (POI LIQUIDATO NEL 1952) IN UNO DEI SUOI MOMENTI DI FULGORE NEGLI ANNI '90 DEL XIX SECOLO: GIOVANNI AURELIO TRAVERSO FU UNO DEI TANTI OPERAI DELLE INDUSTRIE PESANTI DELLE GRANDI CITTA' ITALIANE CHE ARRUOLATO NELLA REALE MARINA DA GUERRA, DOPO AVER COMBATTUTTO NELLA GUERRA DI LIBIA, FU RIASSUNTO DALLA FABBRICA DI PROVENIENZA E NON VENNE RICHIAMATO SUL FRONTE MA AL PARI DI TANTI ALTRI OPERAI IMPEGNATI NELLA REALIZZAZIONE DI ARTIGLIERIE VARIE VENNE SOTTOPOSTO AD UN PROCESSO PARTICOLARE DI COSCRIZIONE OBBLIGATORIA, QUALE OPERAIO MILITARIZZATO, VENENDO IMPIEGATO, DATE ANCHE LE COMPETENZE, NELL'OPERA INDUSTRIALE NECESSARIA PER SOSTENERE IL DURISSIMO SFORZO BELLICO.



CANTIERE NAVALE ANSALDO DI SESTRI PONENTE (GENOVA) IN UNA FOTOGRAFIA DEL 1911.


 

STABILIMENTO FONDERIE E ACCIAIERIE ANSALDO, CORNIGLIANO, 1918


STABILIMENTO FONDERIE E ACCIAIERIE ANSALDO DI CORNIGLIANO (GENOVA) IN UNA FOTOGRAFIA DEL 1918

  

OPERAI MILITARIZZATI VERSO LA FINE DEL CONFLITTO MONDIALE IMPEGNATI NELLA REALIZZAZIONE DI CANNONI DI GROSSO CALIBRO (381/40): STABILIMENTO ARTIGLIERIE ANSALDO, CORNIGLIANO (GENOVA), 1918

[Per la guerra in Libia era stato allestito un corpo di spedizione di 34.000 uomini ma la guerra non fu così semplice come si era sperato.
La popolazione araba si alleò con i Turchi che, scacciati da Tripoli, mantennero il controllo di buona parte del territorio dell'interno, impedendo alle truppe italiane di uscire dalle ristrette teste di ponte costruite al momento dello sbarco.
Le ostilità si protrassero a lungo costringendo il governo italiano ad aumentare il corpo di spedizione e ad allargare il conflitto.
Nel 1911 si era costituita in Italia una flottiglia aeroplani e proprio questi vennero impiegati per la prima volta nella guerra di Libia: è cosa poco nota ma proprio durante questo conflitto si esperimentarono molte delle tecnologie belliche che sarebbero divenute abituali nella Grande Guerra, dalla fotografia del territorio nemico al bombardamento, al tiro antiaereo.
Inoltre nel luglio del 1912 la marina italiana occupò Rodi e le isole del Dodecanneso appartenenti alla Turchia.
La Turchia fu ben presto costretta alla resa e la pace fu firmata nell'ottobre del 1912 a Losanna.
In base ad essa la Turchia riconosceva all'Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica e si impegnava a far cessare la guerriglia.
A garanzia di tale impegno l'Italia conservava il Dodecanneso.
L'occupazione della nuova colonia, cui fu mantenuto l'antico nome romano di Libia, non portò all'economia italiana grossi vantaggi.
Quell'ampia fascia di territorio africano era infatti prevalentemente desertica e assai povera di materie prime ad eccezione di vastissimi giacimenti di petrolio, che però furono scoperti soltanto successivamente all'indipendenza del Paese (1952).
In campo politico per i partiti dello schieramento nazionale l'impresa costituì il "pomo della discordia".
Esaltata dai nazionalisti essa li incoraggiò spingendoli sempre più apertamente contro il governo.
In campo socialista l'impresa portò alla spaccatura del partito: da una parte i riformisti, che avevano appoggiato la spedizione attratti dalle promesse -poi mantenute- del suffragio universale (1912); dall'altra la maggioranza del partito, che l'aveva fieramente combattuta in nome del pacifismo.
La spaccatura divenne irreparabile quando il Congresso di Reggio Emilia espulse i riformisti i quali successivamente dettero vita al Partito Socialista Riformista Italiano.
Il PSI rimase guidato da Benito Mussolini.
Giolitti ne uscì indebolito e fu costretto a cercare nuove alleanze tra i cattolici, stringendo un accordo elettorale con essi (patto Gentiloni).
La sua leadership era tuttavia indebolita e dopo le elezioni a suffragio universale tenute nel 1913 fu costretto alle dimissioni lasciando il posto ad Antonio Salandra.]


di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

lunedì 21 gennaio 2019

Antonio Aniante, un grande intellettuale errabondo

 
Nel contesto di un approccio con la figura di Antonio Aniante, come detta il manifesto di un  convegno svoltosi a Ventimiglia (IM) qualche anno fa, le conquiste culturali di Roberta Valguarnera potrebbero stornare, proprio per la loro efficace competenza, l'attenzione dal tema scelto, vale a dire la relazione di Aniante con l'arte e gli artisti, anche filtrata attraverso il rapporto amicale, verso i suoi ultimi anni, con lo scultore maestro Elio Lentini.
In funzione di ciò, e, come detto, rimandando ad un più corposo intervento futuro su un Aniante, valutato nella poliedricità delle sue qualità letterarie e critiche, la proposizione integrale dell'opera di Roberta Valguarnera sostanzialmente centrata sulla figura dello scrittore, è parso qui opportuno snellire le riflessioni critiche, utilizzando la meno poderosa opera di un autore quale A. Danzuso (che pur tra qualche svista, come in merito agli estremi della nascita) ha redatto un quadro sintetico quanto efficace, per esser qui proposto, sulla figura di Aniante partendo già dalla sua fanciullezza ed adolescenza.

E proprio sulla scorta del Danzuso si possono qui enucleare alcuni passi salienti della vita di Aniante, ferma restando, per un eventuale approfondimento, la necessità di compulsare il lavoro di Roberta Valguarnera.
La formazione del giovane siciliano integrata da autonomi interessi culturali che portano il giovane a cimentarsi con diverse espressioni di, anche contrastanti, temperie culturali: in siffatto contesto restano comunque evidenti quegli interessi per D'Annunzio, il futurismo ed il simbolismo francese che a più riprese emergono dall'analisi della sua produzione.
Le "Memorie di Francia" nell'edizione di pregio di 1200 esemplari del 1973
DA RACCOLTA PRIVATA ELIO LENTINI
Non è invece semplice giustificare fin a qual punto abbia effettivamente inciso sullo sviluppo intellettuale il carisma di quel controverso e comunque carismatico intellettuale catanese, praticamente suo omonimo, che nelle autobiografiche Memorie di Francia del 1973 chiamerà con ossequio, e si potrebbe anche dire con reverente timore, il "vate Rapisardi": forse il dodicenne Aniante non fu in grado di accogliere il grande afflato intellettuale del suo concittadino, tutto si fermò sulla soglia di una quasi mitica e tutta catanese contemplazione del "vate" o forse qualcosa di quest'ultimo rimase nel futuro dello scrittore Aniante, ad esempio l'attivismo mentale, l'aspirazione a più moderne esperienze culturali, l'anticlericalismo...obbiettivamente, leggendo tra i barlumi di questi lontani ricordi, si ricava principalmente un'impressione un poco agiografica, che cioè il fanciullo, e poi l'uomo, più che dalle idee sia stato colto dal destino terreno dell'uomo, perseguito -al suo pari (ma Aniante mirava in effetti alla mancanza di riconoscenza anche economica degli artisti che aveva protetto)- da troppe incomprensioni e claunnie attese le nobili idee che portava fieramente avanti, mai beneficiato al modo che lui beneficò ed alla fine come lui -tormentato da una disfunzione osseo-scheletrica che ne imprigionava il fragile corpo in una sorta d'"armatura"- devastato nel fisico si che "da gigante qual fu...era diventato un nano".

Ancora molto giovane, all'epoca del primo Conflitto Mondiale e nello stesso dopoguerra, Aniante diede il via ad un'esperienza errabonda di vita, con viaggi che lo portarono nei centri istituzionali della cultura italiana e non solo. Fu così che raggiunse, soggiornandovi proficuamente, Napoli, Roma, Milano, Parigi, Firenze. Fu proprio nella grande città toscana che approfondì le sue competenze ponendosi diligentemente nella scia culturale di un singolare maestro, il "teosofo" Arrigo Levasti. Ma Milano rappresentò per lui un vero e primo significativo punto d'arrivo, infatti nel 1926 vi coseguì la laurea in lettere previo una discussione, con Pietro Martinetti, in merito ad una sua tesi sull'allora in auge "bergsonismo".
Espletato questo impegno si trasferì, sempre nel '26, a Roma dimorandovi per tre anni: l'occasione fu ghiotta, non dal lato accademico ma sotto il profilo delle frequentazioni culturali. La sorte gli diede il destro per entrare in confidenza con Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte, ponendosi in modo abbastanza originale nel contesto della produzione letteraria e narrativa del tempo: oltre a ciò non lesinò le esperienze teatrali ed in particolare si adoprò intensamente presso il teatro di Bragaglia ove portò in scena diverse proprie commedie, caratterizzate da buona accoglienza sia da parte del pubblico che della critica. Inoltre, e pressapoco nello stesso arco di tempo, si associò al cenacolo di quelli che definiva "novecentieri" e che avevano il loro "nume" in Massimo Bontempelli: la varietà degli impegni e la molteplicità dei contatti, peraltro, lo indussero celermente ad accettare la proposta di seguire la via della critica giornalistica e più estesamente del giornalismo.
Ma proprio nel 1929 si andava preparando per Aniante una decisiva svolta esistenziale, l'abbandono dell'Italia e la permanenza a Parigi dal Natale di quell'anno medesimo e ne derivò una stagione narrativa piuttosto feconda i cui risultati, in qualche modo, si sublimarono nel romanzo "Un jour très calme".
La saggistica, le biografie e le opere di carattere storico-documentario furono invece da lui stese immettendosi sulla linea del percorso culturale già disegnato da Splenger e Benda: simile postazione critica, in qualche modo alterò le relazioni con la cultura ufficiale dominante nell'Italia del ventennio, ed Aniante venne in qualche maniera etichettato con l'appellativo, non del tutto rassicurante, di "scrittore fascista dissenziente".
Ma a Parigi, cosa di cui e su cui fra poco più doviziosamente si parlerà, ebbe soprattutto il destro per forgiarsi quale critico d'arte e contestualmente entrare in strettissimo contatto con tanti talenti artisti, pittori ma non solo, che sarebbero di lì a non molto diventati celeberrimi e sui quali avrebbe poi steso pagine interessantissime quale critico d'arte e forse ancor più quale biografo e narratore.

Nel 1938 morì la sua compagna (dopo un amore tormentato e tormentante come altre esperienze passionali dell'autore siciliano) ed Aniante, di rimpetto anche all'inevitabilità del II Conflitto Mondiale, riprese la sua vita errabonda: da Berck a Parigi ancora e finalmente ai paesini della Provenza e della Costa Azzurra per poi approdare nell'amata Nizza proprio quando furoreggiava la guerra totale.
Ma il suo itinerare non si arrestò mai, fu ancora a Peira Cava; poi, terminato il grande olocausto, si sistemò con la francese moglie Simone a Latte, tra Ventimiglia (IM) e Mentone, nella villa de "I Pini".
Le sue collaborazioni non vennero affatto meno, nonostante i problemi di un'incerta salute: continuò a lavorare come pubblista, narratore, biografo ed anche autobiografo. Talora il suo stato fisico gli imponeva di stare a lungo disteso, ma nemmeno in questo caso si fermava dall'operare e contestualmente da intrattenere relazioni con i suoi corrispondenti culturali.
Autore prolificissimo, magari dispersivo nelle tematiche, ha spesso suscitato interessi critici che si sono spesso arrestati sulla soglia del dare un ordine esaustivo alla sua produzione, opera indubbiamente non facile: ma per intendere a fondo e con coerenza critica le ragioni della sostanziale e soprattutto contemporanea incomprensione dell'opera di Aniante vale ancora la pena di leggere quanto in merito ha scritto Domenico Danzuso.

Si comprenderà presto che non è questo il luogo per, come spesso accade, parafrasare (se non scimmiottare) le altrui postulazioni arrogandosi merito non propri; rimandando in merito alla sua produzione "in toto" a siffatta pubblicazione gli studiosi basta qui citare gli elementi nucleari della sua immensa e dispersiva produzione.
Oggettivamente, e per unanime consenso, pietre ferme e in qualche modo miliari del suo tragitto intellettuale restano in ambito teatrale le commedie d'avanguardia "Gelsomino d'Arabia" (1926) e "Bob-Taft" (1927); "Carmen Darling" (1929, rappresentata da Carlo Ludovico Bragaglia) ed ancora la sua commedia "La rosa di zolfo" che Domenico Modugno nel 1958 presentò al Festival della Prosa di Venezia con un cast di tutto rilievo.
A livello di narrativa e, nello specifico quale romanziere, sono invece riconosciute tra i suoi primi prodotti opere quali, "Sara Lilas. Romanzo di Montmartre" (1923), "Amore mortale" (1928), "Venere ciprigna. Novelle" (1929), "Il paradiso dei 15 anni" (1929), "Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi" (1939), "La zitellina" (1953), "L'uomo di genio dinnanzi alla morte" (1958), Figlio del sole (1965, che ha vinto il Premio Selezione Campiello).
Eppure nella sua rilevante attività pubblicistica, storica e memorialistica (accanto all'originale "Vita di Bellini" uscita postuma nel 1986), specialmente per le riflessioni che qui si vanno producendo, merita una segnalazione specifica il libro sostanzialmente autobiografico Memorie di Francia del 1973.
La ragione è semplice, il libro costituisce sostanzialmente un "punto della situazione della vita di Aniante", ormai anziano (morirà dieci anni dopo, nel 1983 a Latte nella sua amata villa): forse perchè presago della fuga del tempo e dello spazio sempre più breve concessogli per scrivere Aniante si sofferma sulla soglia dei ricordi, come peraltro era già stato solito fare, e vi scava all'interno, con una scrittura che a volta si scontra col lettore per via di scatti quasi nevrotici che lasciano in sospeso pensieri recuperabili per via di riflessioni, quasi all'interno di un giuoco architettato dallo scrittore.
Nella sua sostanziale brevità il libro è un "poemetto in prosa" sulla vita degli artisti di Montparnasse e poi sulla loro diaspora ed ancora sul loro coagolarsi al sole di Provenza: Aniante è il loro contrappunto, l'intellettuale eternamente in difficoltà economica che da un lato si rode a contemplare il formarsi di autentiche fortune per pittori un tempo miserrimi che ha esaltato coi suoi scritti ma che, dall'altro lato, subito rigettando la cattiveria insita nell'invidia, trova motivo d'esaltarsi al pensiero d'aver potuto fruire dell'amicizia dei talenti più grandi, specialmente in ambito pittorico, che la sua stagione esistenziale potesse concedergli.
Sarebbe improprio negarlo qualcosa di contradittorio caratterizza Aniante in questa serie di riflessioni come in altre analoghe fatte in tempi pregressi: umanamente parlando non deve esser stato facile -come appena detto- assistere a trionfi impensati, cui in tempi ingrati aveva contribuito, senza talora nemmeno ricevere una gratificazione morale se non economica.
Non è difficile scoprire questo lato delente della sua esistenza: più di una volta infatti, raccontandosi in prima persona Aniante ritorna all'epoca controversa, ora fulgida ora disperata e disperante, del suo soggiorno parigino e dei suoi poliedrici contatti con i futuri immortatali, i giovani talenti che avrebbero illuminato della loro arte il mondo intiero.
...
Ma subito, attesa la sua indole fatalista e molto mediterranea, l'autore sa riprendersi ed uscire dalle secchie di cattivi ed impopolari pensieri per recuperare il positivo ed anzi vantarsi del suo stato di uomo non arricchitosi economicamente per l'altrui trionfo ma semmai nobilitato dal contatto spirituale con i genii che quei trionfi hanno saputo perseguire.
...Sondando a tutto campo le "Memorie di Francia" (anche valendosi di un'analisi semantica e strutturalistica per quanto non sempre attendibili in maniera assoluta) si riscontra invece semmai il senso del declino: e non solo del proprio, causato dall'inferma salute, ma di tutti i grandi, specialmente di quelli maggiormente prossimi...parafrasando Aniante si potrebbe dire degli "artisti divini di Costa Azzurra e Provenza".
L'angoscia non è espressa palesemente nell'andamento sostanzialmente giornalistico ed aneddottico della narrazione, ma qualche "lapsus calami", una forma ancora più nevrotizzata del solito, pur nel rispetto della tradizionale efficienza espressiva, paiono segnali d'un abbandono che coinvolge tutto e tutti (in questo, ancora una volta, si potrebbero giudicare emblematiche le stesse sarcine narrative dedicate a Matisse e a Picasso!).
Il tempo scorre e tutto travolge, anche gli "Dei dell'arte" ed i loro "mentori": ma qualche fuga rimane, sempre, e a tutti.
Per lo scrittore, relativamente isolato a Latte di Ventimiglia (un paradiso di clima, luce e natura: occorre sempre rammentarlo) gli incontri gratificanti non mancheranno mai...la sua ottima reputazione e le tante conoscenze maturate in anni di lavoro non hanno prosciugato il pozzo delle relazioni intellettuali!
Ma nel percorso esistenziale di alcuni uomini, di uomini come Aniante perennemente curiosi ed intellettualmente instancabili anche se spesso relegati in un letto, oltre che i GRANDISSIMI ARTISTI CON CUI EBBE GRANDE FAMILIARITA' ED AMICIZIA (ed anche i SEGRETI GRANDI E PICCOLI da lui raccolti in merito a tanti artisti eccelsi, come ad esempio Modigliani) hanno un ruolo eminente i giovani talenti, le figure nuove da scoprire, guidare, segnalare: ed infatti occorre rammentare che Aniante non mascherò mai (contro qualche falsa credenza che lo vuole soltanto "profeta dei sommi") l'aspirazione d'esser SCOPRITORE DI TALENTI.
 
 Le sue innumerevoli "scorribande" tra artisti giovani ed emergenti ma spesso caratterizzati da un comune stato di indigenze hanno fatto sì che Aniante abbia finito anche per raccogliere dati, notizie ed anche "segreti" (spesso racchiusi nelle pagine delle "Memorie di Francia..." rimasti inesplorati per la maggior parte dei critici come nel caso del pittore genovese Enrico Fumi od ancora di Tullio Garbari poeta amicissimo del promettente giovane scrittore Dino Garrone, parimenti conosciuto da Aniante che, a quanto pare nel contesto della critica letteraria, pare il solo ad aver appreso la reale causa della morte di Garrone a Parigi nel 1931, genericamente definita ovunque "misteriosa".
 

Fortunatamente la sorte non si è rivelata sempre così amara nei riguardi del (si passi il termine) "talent scout" catanese.
Continua
E, proprio a consolare la vecchiaia di questa sorta d'avventuriero dell'arte, di pirata o meglio ancora d'esploratore a caccia di sempre nuovi orizzonti le occasioni non mancano, anche nell'individuare giovani artisti destinati ad un futuro luminoso.

da Cultura-Barocca