martedì 17 luglio 2018

Un romantico ricordo del Visconte di Marcellus


"Aveva veduto le grotte, il teatro, l'antico Melos; aveva in mano la statua della Venere; i miei doveri, la mia curiosità erano stati soddisfatti" scrive Marie-Jean-Louis-Charles-André di Martine Tyrac (1795-1861), Visconte di Marcellus in questo libro qui digitalizzato (ed. Giachetti di Prato, curato da Francesco Costantino Marmocchi), ove tra tante altre cose parla del suo tormentato acquisto per la Francia di Luigi XVIII della leggendaria Venere di Milo con un resoconto assai più esteso...

Il Visconte di Marcellus, segretario dell'ambasciata francese, appreso del rinvenimento, si entusiasmò specie dopo averne visualizzato uno schizzo che il d'Urville aveva fatto della statua di maniera che ottenne di recarsi a Milo per assimilare a pro della Francia quanto rinvenuto pur imbattendosi subito in grosse difficoltà con grave disappunto espresse dal Brest, come scritto già convinto del buon esito dell'acquisizione ma al momento disilluso da imprevisti eventi (stante anche il fatto che dei reperti si era impadronito un monaco greco peraltro convocato sulla questione dal dragomanno dell'arsenale di Costantinopoli, cui con tale dono antiquario intendeva liberarsi dell'accusa di irregolarità). Sì da doversi impegnare in molte avventure prima di riuscire ad acquistare il tutto dalla riunita comunità dei primati di Milo, aggiungendo altro denaro alla somma pattuita per la precedente vendita pattuita dal monaco greco con il dragomanno dell'arsenale di Costantinopoli e poter finalmente ammirare dal vivo quanto avrebbe trasportato giungendo ad esprimere la frase rimasta famosa "....Io non sapeva saziarmi di contemplare quella bellezza sovrumana...."

...

Siffatta relazione del Marcellus è comunque, nella sostanza, molto simile sotto il lato scientifico a quanto, più sinteticamente, risulta redatto nell' Enciclopedia Treccani dell'Arte Antica. 

Tuttavia, nel resoconto di colui, che fu con ragione nominato il "Winckelmann francese", compaiono anche aggiunte estranee alla moderna scientificità, e che sono in bilico tra archeologia, arte, romanticismo, sentimenti, nostalgia e segreti, ma che valgono la pena di essere lette e meditate = "...un capriccio, vò pur confessarlo, mi trattenne alcune ore di più a Castro. Mi rammentava delle belle sembianze d'una giovinetta di Milo della quale il signor Ender pittore tedesco, aveva arricchito il suo portafoglio. Questo bravo artista aveva ottenuto da un pilota imbarcato con lui il permesso di fare il ritratto di sua figlia, celebrata di già per rara bellezza: ma il vecchio greco, per paura dei Turchi e del serraglio" [ove, se ne si fosse vista la grazia estrema, avrebbe potuto esser costretta ad entrare a far parte del Serraglio del Gran Signore] " aveva voluto fare un patto, che quelle sembianze non si dovessero mostrare ad altri che ad Europei..." = così, continuando nella narrazione, il Marcellus precisa che il pittore, onde salvaguardare la fanciulla, l'aveva effigiata contestualmente ai genitori sorprendentemente di sgradevole aspetto. La fanciulla a nome Maritza compare finalmente innanzi al Marcellus rimanendo per un certo tempo in sua compagnia: ed ai suoi occhi risulta davvero davvero splendida. L'esploratore e politico francese ne resta affascinato ed è colpito quando Maritza, per nulla vanitosa, "gli presenta, come di lei ancor più bella, una sua cugina che per quanto affascinante non gli pare però (pag. 310) al livello estetico di colei che ormai chiama la bella di Milo: il tempo tiranno, dopo i convenevoli di rito (che tuttora attestano con quanta malinconia il Marcellus si sia staccato da tal meravigliosa creatura) riporta il visconte francese sulla sua nave di maniera che delle due fanciulle nulla oggi d'altro sapremmo se una casualità non ne avesse propiziato il ricordo in modo più concreto che le parole, per quanto alate possano essere. Alla nota 2 sempre di pagina 310 il Marcellus ricorda infatti di aver contemplato altro quadro segretamente fatto dal pittore Ender e sempre nella stessa pagina, ma alla nota 3, gli editori ammettono, che, per curiosità dei lettori si son fatti premura di far realizzare a loro spese una copia perfetta di quel quadro in cui si vedono, a coronamento del libro e come sopra compare, sia la Maritza che la cugina.

da Cultura-Barocca


sabato 14 luglio 2018

IL REGIO EDITTO PENALE MILITARE (27 AGOSTO 1822) DI CARLO FELICE, RE DI SARDEGNA

"CARLO FELICE PER GRAZIA DI DIO RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME, DUCA DI SAVOIA, DI GENOVA ECC. ECC."
* - TITOLO I
* - CAPITOLO I
* - CAPITOLO II - DELLA ISTRUZIONE PREPARATORIA DEI GIUDIZI E DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - 1 - DELLA ISTRUZIONE PREPARATORIA DEI GIUDIZI, E DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - 2 - DELLE COMMISSIONI D'INCHIESTA
* - CAPITOLO III - DEI CONSIGLI DI GUERRA REGGIMENTALI E DIVISIONARI
* - 1 - MODO IN CUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO IV - DEI CONSIGLI DI GUERRA SUBITANEI
* - 1 - MODO IN CUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO V - DEI CONSIGLI DI GUERRA MISTI
* - 1 - GIURISDIZIONE DI ESSI, E MODO IN DUI DEVONO ESSERE CONVOCATI E COMPOSTI
* - 2 - PROCEDIMENTO
* - CAPITOLO VI - DEL PROCEDIMENTO IN CONTUMACIA
* - CAPITOLO VII - DELL'UDITORE GENERALE, E DEI VICE UDITORI GENERALI, UDITORI, E VICE UDITORI DI GUERRA
* - TITOLO II - DELLE PENE MILITARI E DEI DELITTI A CUI DEVONO APPLICARSI
* - CAPITOLO I - DELLE PENE
* - CAPITOLO II - DELLA DISERZIONE
* - 1 - DI CIO' CHE CONTRIBUISCE ALLA DISERZIONE
* - 2 - DELLE PENE CONTRO LA DISERZIONE
* - 3 - DEI SUBORNATORI, FAUTORI, ED ALTRI REI, CHE PUONNO ESSERE PUNITI PER FATTI RELATIVI ALLA DISERZIONE
* - 4 - DISPOSIZIONI GENERALI
* - CAPITOLO III - DEGLI ALTRI DELITTI CHE DAI TRIBUNALI MILITARI O MISTI SI PUNISCONO
* - 1 - DELITTI CONTRO LA RELIGIONE
* - 2 - DELITTI CHE SI COMMETTONO PER TRADIMENTO O CODARDIA
* - 3 - DELITTI D'INSUBORDINAZIONE
* - 4 - DELITTI CONTRO IL SERVIZIO
* - 5 - DELITTI CONTRO LE PERSONE E LE PROPRIETA' PUBBLICHE O PRIVATE
* - 6 - DISPOSIZIONI GENERALI

da Cultura-Barocca


giovedì 12 luglio 2018

Aquincum

Il Transdanubio fu conquistato dall'IMPERO ROMANO verso la fine del I secolo a.C.: con il tempo il confine del DOMINIO fu tracciato proprio lungo le rive del Danubio.
Nel territorio su cui sorge ora BUDAPEST all'epoca era stanziata la schiatta celtica degli Eravisci.
La "capitale tribale" sorgeva sul monte Gellért e la sua influenza si estendeva nella propinqua area dei Tabán: l'organizzato, primigenio insediamento dei conquistatori romani assunse quindi il toponimo celtico del complesso demico tribale, latinizzandone l'esito.
La romano-imperiale AQUINCUM fu qindi caratterizzata dall'interazione fra insediamenti militari e civili di distinto ordiname giuridico.
Infatti sulla sponda destra del Danubio verso metà dei sec. I d.C., stavano cinque se non sei campi militari, ognuno fornito di una guarnigione con circa cinquecento cavalieri.
Le basi eravische nelle zone confinarie furono evacuate ed buon numero dei loro residenti venne dislocato pressoi castra in modo da esser facilmente controllato e contestualmente di servire in varie maniere le esigenze delle truppe romane.
Alla conclusione del sec. I, la provincia era però ormai pacificamente inserita nell'ecumene romano: in conseguenza di ciò si smantellarono i castra strategicamente eretti lungo le vie primarie.
Contemporaneamente fu rafforzato l'esercito lungo il confine. L'Ansa del Danubio, difficile da difendere a causa delle sue caratteristiche geografiche, ed il tratto pannonico del limes lungo circa 300 km che arrivava al fiume Dráva ebbero per secoli un ruolo particolarmente importante, visto che dovevano arrestare l'avanzata dei popoli nomadi a cavallo che abitavano la Grande Pianura e le terre tra il Danubio ed il Tibisco. Su questo tratto del limes i nemici dei romani furono prima gli iazigi, poi i sannati, infine gli unni e gli alani. Óbuda fu quindi istituita a principale base militare dell'esercito impiegato nella salvaguardia del limite pannonico sul Danubio: nell'89 d.C. fu quindi eretto un castrum destinato quale quartiere per una legione di 6000 uomini in Piazza Flórián, accanto al sito tattico del ponte Árpád.
Nelle prossimità furono quindi stanziati artigiani e commercianti destinati a rifornire le milizie.
Il complesso demico di AQUINCUM ebbe una sua peculiare caratterizzazione in dipendenza anche del fatto che del 106 d.C., in funzione della creazione della provincia dacica, Traiano revisionò l'amministrazione della Pannonia.
L'imperatore smembrò infatti in due parti la provincia ed eresse AQUINCUM a capoluogo della Pannonia Inferiore, all'uopo trasferendosi l'ufficio del luogotenente.
Il palazzo residenziale del luogotenente, il futuro imperatore Adriano, venne costruito nella periferia della città militare: ma con esso, a testimonianza di un fervore edilizio conseguente alla pace ed all'incremento demografico, si realizzarono molti altri edifici di valenza pubblica, militare e civile.
Queste celeri trasformazioni contribuirono ad alterare positivamente il tessuto socio-economico dei residenti.
Anche il villaggio degli artigiani eravischi, sito ad appena km. verso settentrione rispetto al campo della legione, risentì di un fruttuoso sviluppo, di maniera che verso il 124 d.C. fu eretto a municipium.
Alla popolazione libera venne di conseguenza concessa la cittadinanza romana e i cittadini più abbienti, peraltro membri del "senato municipale", avevano diritto di partecipare alla gestione delle cose pubbliche.
La città era il capoluogo della regione circonvicina, assumendone anche la funzione di polmone politico, economico e culturale: non a caso proprio ad AQUINCUM vennero locate tutte le scuole superiori della provincia.
Gli opifici della città ed i loro commercianti rifornivano l'areale di merci che giungevano al mercato e al porto danubiano.
I secoli II-III d.C. costituirono il momento di estrema fortuna AQUINCUM.
La popolazione guadagnava molto dalle caratteristiche militari tipiche di AQUINCUM: il lavoro infatti non veniva mai meno sia per le attività di supporto dei militari che per i tanti lavori di fortificazione resi necessari, dalle contingenze storiche, nelle aree di confine.
Quando la situazione divenne critica al confine danubiano o limes, il governo potenziò i siti di rilevanza strategica con grandi sforzi economici.
Le esigenze di ingenti opere indussero a trasferirsi in AQUINCUM tantissimi imprenditori e commercianti che la crisi di altre province aveva invece condotto sulla soglia del collasso o del fallimento.
AQUINCUM mantenne le peculiarità urbane, ad alta valenza militare, per un periodo abbastanza protratto proprio in funzione della sua dislocazione in una controversa ma essenziale area limitanea.
A sottolineare l'importanza di questa base demica soccorre la notizia che verso i sec. II-III gli imperatori si portarono ad AQUINCUM con decennale periodicità: essi di persona si posero alla guida delle spedizioni contro i nemici provenienti dalla sponda destra del Danubio, promulgando nell'occasione documenti basilari per i destini dell'impero.
Nei secoli III-IV d.C. AQUINCUM patì vari saccheggi ma dopo la riscossa delle forze romane venne sistematicamente restaurata e rinvigorita.
Nel V secolo d.C. le forze imperiali non furono più in grado di respingere l'ondata aggressiva degli unni e i altri popoli si stirpe germanica.
Allora i ceti benestanti preferirono emigrare in zone meno rischiose mentre quanti non poterono lasciare le zone soggette ai pericoli scelsero una sistemazione meno a rischio nelle prossimità del castrum od in alternativa tra le solide mura cittadine.
I magiari che alla fine del sec. IX fecero ingresso nel bacino dei Carpazi dovettero ancora fronteggiare nella zona dell’odierna Budapest le tenaci resistenze di una popolazione derivata dalla commistione tra individui autoctoni ed immigrati dalle più varie regioni dell'antico impero di Roma.
Dopo secoli di storia, all'attuale situazione, non è fattibile visualizzare le piene caratteristiche demiche di AQUINCUM atteso che l'area del campo legionario e della città militare, nel centro di Óbuda, furono occupati da insediamenti medievali sì che gli edifici, via via erettivi nel corso dei secoli, finiscono per celare le rovine romane peraltro individuate presso Piazza Flórián ed al ponte Árpád.
I reperti del municipium sono al contrario meglio studiabili ed ai giorni odierni risulta fattibile passeggiare per strade antiche di duemila anni fa, recandosi ad ammirare quanto rimane di edifici pubblici e di complessi residenziali.
Dell'epoca romana sopravvivono oltre di mille iscrizioni e frammenti di centinaia di migliaia di oggetti di uso quotidiano rinvenuti dalle campagne archeologiche.
Il maggior corpo delle iscrizioni data ad un'epoca oscillante fra II-III secc. d.C.: un periodo di grande fervore socio-economico cui del resto risalgono quasi tutte le costruzioni esumate.
Le iscrizioni, assai varie, si trovano su monumenti architettonici, su steli funerarie, pietre miliari, altari votivi, insegne di bottega ecc., epermettono di vagliare molteplici lati della vita urbana.
Proprio nel lapidario della città archeologica si conserva un'iscrizione particolarmente suggestiva che contribuisce ad integrare non solo la storia di AQUINCUM ma soprattutto quella del forse più importante suo reperto archeologico e museale, vale a dire il giustamente famoso ORGANO PORTATILE.
Non si può affatto escludere che siffatto strumento sia stato anche suonato dalla CANTANTE il cui sarcofago fu scoperto durante una campagna di scavi.
L'iscrizione funeraria, redatta in versi, al riguardo detta:
Sabina, pia e cara sposa, giace sotto la pietra.
Edotta nelle arti, fu la sola a superare il marito.
La sua voce fu dolce,
e suonava col pollice le corde.
Ma essa è morta improvvisamente,
ed ora tace per sempre.
Visse trent'anni, aimé, meno di cinque,
anzi solo tre mesi e quindici giorni.
Essa vivrà per sempre
nella memoria della gente,
perché soleva suonare l'organo frequentemente.
Sii felice tu che leggi queste parole,
sii protetto dagli dèi, e con pia voce canta:
Sia lode a Aelia Sabina
Titus Aelius lustus suonatore d'organo salariato della legione II ausiliaria ne fa dono in memoria della moglie
(traduzione museale: il sarcofago è custodito nel lapidario del Museo Archeologico).

da Cultura-Barocca

domenica 8 luglio 2018

Garibaldi: documenti non usuali

Giuseppe Garibaldi nasce a NIZZA il 4 luglio 1807 in una casa sulle sponde del mare come lui stesso scrive nelle sue Memorie

[Roma maggio 1825]
Eminentissimo e Reverendissimo Signore
Il Capitan Domenico Garibaldi di Nizza qui venuto con carico di vino ebbe un tiro dei bufali che servì per trasportare il suo bastimento, e quello di un siciliano. Quantunque piccolo Legno di 29 Tonnellate ebbe hisogno di allegire 16 caratelli di tre barili l'uno sopra un Navicello che veniva con carico di calce per San Paolo.
L'Appaltatore per quest'alleggio pretende il pagamento di scudi 5.25 che la legge prescrive per i legni vacanti o per i Navicelli carichi.
Ma l'articolo 25 della legge esprime che quest'ulteriore pagamento si debba quando il conduttore è obbligato ad attaccare due diversi tiri: il che non è il caso dell'oratore, perché l'Appaltatore ha dato, ed esatto il tiro dovuto dal Navicello della calce. Prega quindi Vostra Eminenza Reverendissima a far desistere l'Appaltatore da tal pretenzione.
A Sua Eminenza Reverendissima
Il Signor Cardinal Galeffi
Camerlengo di Santa Chiesa
Delle sue gesta i libri di storia sono zeppi: qualche dato biografico in più merita forse la giovinezza, con le prime esperienze politiche, e il complesso periodo di soggiorno (e di imprese) in Sud America (imprese che congiuntamente a quelle italiane ed europee gli meriteranno l'appellativo di "eroe dei due mondi").
Nel 1825 il giovane GIUSEPPE segue a Roma il padre DOMENICO GARIBALDI sulla tartana "Santa Reparata" che trasporta verso lo Stato della Chiesa, come apprendiamo dai DOCUMENTI D'ARCHIVIO un certo quantitativo di VINO LIGURE PROVENZALE.
Per quanto nizzardo e quindi suddito sabaudo GIUSEPPE GARIBALDI appartiene alla tradizione marinaresca e commerciale tipicamente ligure: in tale contesto egli si segnala per lo svolgimento di un'attività tipica della marineria ligure come quello del TRAFFICO MERCANTILE VIA MARE DEL VINO.
Contestualmente da siffatta esperienza matura una peculiare padronanza nell'arte marinara onde poter aspirare ad impegni propri della MARINA DA GUERRA o per esser precisi nella gestione dell'attività di CORSARO durante il suo soggiorno in SUD AMERICA, previa l'acquisizione di PATENTI DI CORSA (CORSARO - CORSARI) ad opera dell'AUTORITA' PER CUI OPERA.
L'animo avventuroso di Garibaldi non poteva però esser stato influenzato dalle gesta di navi corsare contro i Francesi, data la sua condizione di nizzardo e suddito sabaudo e nonostante le sue ancora in nuce ideee libertatarie: la leggenda aveva peralro contribuito ad esaltare le gesta dei CORSARI FILOSABAUDI DI ONEGLIA emblematicamente detti le TIGRI DI ONEGLIA impegnati contro i VASCELLI FRANCESI e parimenti il giovine marinaio destinato ad un futuro glorioso non poteva non esser stato affascinato dalla vita degli approdi di Nizza, precisamente quelli di VILLAFRANCA E LIMPIA, siti dai mille incontri dove i commercianti eran spesso mescolati agli avventurieri dediti alla GUERRA DI CORSA.
Nel 1833 si succedono comunque due fatti essenziali per le future opzioni di vita di GIUSEPPE GARIBALDI: Emile Barrault lo avvicina al socialismo utopistico di Saint-Simon, con tutte le sue valenze filosofiche e internazionalistiche basate sull'idea di progresso sociale e democratico, mentre colui che Garibaldi stesso, senza sbilanciarsi, mantiene nelle sue Memorie sotto un sorprendente anonimato (lo chiama soltanto il Credente) lo inizia alla conoscenza del pensiero di Mazzini. Assunto il nome di battaglia di Cleombroto il giovane si arruola quindi nella Marina Militare per essere di aiuto alla causa rivoluzionaria e repubblicana da lui pienamente condivisa: tanto che nel 1834 partecipa attivamente ad azioni cospirative. La spedizione nella Savoia ideata da Mazzini però fallisce e Garibaldi deve prendere presto la via dell'esilio, seguito dalla condanna a morte comminata ai contumaci. Si reca nella nativa Nizza, quindi a Marsiglia (dove sotto il falso nome di Borel riprende i collegamenti coi democratici) e poi ancora a Costantinopoli e Odessa.
ELENCO DEGLI ADERENTI ALLA "GIOVINE ITALIA" IN RIO DE JANEIRO, TRASMESSO DAL VICE LEGATO DI POLIZIA IN VELLETRI AL GOVERNATORE DI CORI. TRA I VARI NOMINATIVI COMPARE ANCHE QUELLO DI GARIBALDI. VELLETRI, 17 NOVEMBRE 1838 (DOCUMENTO IN ARCHIVIO DI STATO DI LATINA, GOVERNO DI CORI, SERIE VII, ATTI DI POLIZIA, B. 222, FASC.16920, N.6/2)
La sua fuga dalla polizia sabauda si conclude in Brasile verso il 1835: si stabilisce infatti a Rio de Janeiro entrando a far parte della COLONIA MAZZINIANA capeggiata da GIOVANNI BATTISTA CUNEO DI ONEGLIA: ed a questo proposito è sempre da rammentare come il "NUOVO MONDO" od "AMERICA" costituì un punto di riferimento irrinunicabile per tanti Patrioti che vi trovarono riparo ed in particola per la GRANDE EMIGRAZIONE LIGURE quella dei GRINGOS GENOVESI come si soleva dire usando il termine in senso lato per LIGURI tra cui, come qui si vede tantissimi furono i LIGURI PONENTINI che variamente operarono ora contribuendo al progresso ed alla civilizzazione di terre ancora inesplorate ora svolgendo un ruolo importante nella vita politica sudamericana portando un alto contributo ideologico e democratico a pro di UNA TERRA CHE SI ANDAVA LENTAMENTE RICOSTRUENDO SUI RUDERI DEL CROLLATO IMPERO COLONIALE SPAGNOLO.
Lettera Patente di Corsaro
Bento Gongalves da Silva,
Generale e Presidente della Repubblica
Rio Grandese
Il Governo della Repubblica Riograndese, insediatosi nella città di Piratinim nel giorno 6 del mese di novembre del 1836, opponendo forza alla forza e facendo valere i propri diritti più sacri contro gli arbitri del Governo del Brasile, il quale, dopo aver trascurato i piu giusti reclami del Popolo Riograndese garantiti dal Diritto Costituzionale vigente nelle provincie del Brasile e ancora di più, abusando del potere conferito dalla Costituzione, ci ha dichiarati fuori legge:
Pertanto ordino e decreto la presente PATENTE DI CORSARO acciocché la Zumaca Farropilha del peso di 120 tonnellate escluso l'equipaggiamento possa percorrere liberamente tutti i mari e i fiumi dove transitano navi da guerra e mercantili del Governo del Brasile e dei suoi sudditi, che, se presi con la forza delle armi, saranno considerati bottino di guerra come prescritto dall'Autorità legittima e competente. Si raccomanda il Capitano Giuseppe Garibaldi, comandante della detta nave corsara e tutti i suoi subalterni di rispettare e di fare rispettare le bandiere, i sudditi e gli interessi delle altre Nazioni, e di trattarli con la massima urbanità e delicatezza; augurandoci che il Governo di questa Repubblica contraccambi i Capi ed i Sudditi delle altre Nazioni, ai quali chiedo di concedere alla detta nave corsara tutta la protezione in caso di pericolo comune per naufragio, incendio, fame e peste. Lo stesso capitano e, in sua vece, qualsiasi tenente darà a questo Governo l'aiuto necessario ricevuto sia per mare che per terra, per tributare ai rispettivi Governi gli onori dovuti a tale degna filantropia. In conseguenza ordino a tutti i Capi e Sudditi della Repubblica Riograndese che abitano i porti e le spiagge del suo territorio di offrire e dare a tutte le navi corsare e alle persone da loro dipendenti la più attenta e devota protezione in caso di bisogno e in caso contrario sotto la più grave responsabilità. Nella medesima forma ordino al Capitano Giuseppe Garibaldi comandante della detta nave corsara in ragione del fatto che, per ora, in questo Stato non esiste nessun porto adatto all'attracco e nel quale si possa raccogliere e conservare i bottini fatti, di servirsi dei porti dello Stato della Repubblica di Bahia, considerando le relazioni di amicizia e di alleanza offensiva e difensiva che hanno contratto i due Stati contro il Governo di Rio de Janeiro; avendo la certezza di trovare nelle Autorità Repubblicane costituite in quello Stato, tutta la protezione ed il favore; nella stessa forma saranno trattate le loro navi nelle medesime situazioni. In fede che così si adempierà, ed al fine di dare a questa lettera patente tutto il suo valore e forza, preteso dal diritto delle genti per potere navigare liberamente su una nave corsara o mercantile, mando a registrare la presente nella Segreteria della Marina, la quale è da me firmata e controfirmata dal Ministro della Ripartizione competente.
Serafin Gongalves Ufficiale Maggiore Supplente della Segreteria avendo apposto il sigillo della Repubblica.
Data dalla Segreteria dello Stato di Affari di Guerra e Marina nella città di Piratinim nel primo giorno del mese di Aprile dell'anno milleottocentotrentotto, terzo dell'Indipendenza e della Repubblica Riograndese.
Bento Gonçalves da Silva
Josè da Silva
I rapporti di Garibaldi con Mazzini non riescono mai a solidificare veramente: le "lettere di marca", in pratica le patenti di corsaro internazionale che lui desidera ardentemente cadono sempre nel buio.
Per vivere si dedica allora al commercio, utilizzando una barca originariamente destinata alla pesca.
Intanto il RIO GRANDE DO SUL, una provinca meridionale, si "pronuncia" nel 1835, cioè si ribella alle angherie dell'Impero brasiliano cui appartiene.
GARIBALDI dà subito il proprio appoggio ai ribelli: ottenuta la PATENTE DI CORSA combatte con la nave Mazzini.
Dopo il successo del pronunciamento del Rio Grande do Sul in Stato indipendente, Garibaldi resta coinvolto nel 1841 nella guerra civile dell'URUGUAY tra Oribe e Rivera.
Gli eventi bellici sconfinano in Argentina, coinvolgendo altri patrioti italiani colà rifugiatisi: sul mare Garibaldi continua quindi le sue gesta pur dovendo spesso impegnarsi in attracchi avventurosi e in dure fughe per terra.
Durante l'assedio di Montevideo (1842) egli dà prova delle sue capacità capeggiando la "Legione Italiana".
L'eco delle sue gesta di condottiero giungono però in Italia dopo la grande vittoria di Sant'Antonio del dicembre 1846: quindi gli si apre la via del ritorno in Italia, in cui i progressi democratici sono stati evidenti sin alla concessione degli "Statuti", specialmente con l'aggravarsi dell'instabilità politica nella turbolenta Montevideo.
Il ritorno a Nizza di GARIBALDI, nel giugno 1848, viene presto sottolineato dal dissidio con Mazzini e dal rifiuto di Carlo Alberto, nell'incontro di Roverbella, all'offerta di collaborazione.
Garibaldi viene inviato lontano dal fronte ove si combatte la guerra austro-piemontese: la guerriglia in Lombardia, il proclama di Castelletto e la successiva ritirata verso la Svizzera, resa possibile dal superamento dell'accerchiamento a Morazzone, riassumono e concludono la partecipazione di Garibaldi alla guerra.
Si apre allora per lui un ventaglio di opzioni che vengono però una dopo l'altra a cadere e che lo conducono all'ultima pagina eroica del movimento rivoluzionario del biennio 1848-'49, la Repubblica Romana.
Palestrina e Velletri, se sono tra i più noti episodi della Repubblica legati al nome di Garibaldi, sono anche i segni di una progressiva e definitiva maturazione etico-politica, oltre che militare del personaggio. Dopo la ritirata da Roma e la disperata marcia verso Venezia per le campagne di Ravenna in compagnia di Anita morente, si profila per Garibaldi la caduta nelle mani degli austriaci guidati da Gorzkowsky.
"GARIBALDI A NUOVA YORK NELLA FABBRICA DI CANDELE STEARICHE DI ANTONIO MEUCCI (MUSEO MAZZINIANO, GENOVA)": CON QUESTA DIDASCALIA NICCOLO' CUNEO DESCRISSE IL CIMELIO NEL SUO VOLUME STORIA DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA IN ARGENTINA (1810-1870) [MILANO, 1940] DA UN CUI ESEMPLARE, CUSTODITO PRESSO LA BIBLIOTECA DEL "MUSEO DELLA CANZONE DI VALLECROSIA (IM)", E' TRATTA L'IMMAGINE SOPRA PROPOSTA
Ma la fitta rete di aiuti della popolazione romagnola lo salva e lo conduce in Toscana, dove a Cala Martina, nella baia di Follonica, con una barca tenta la via di Genova.
L'arrivo a Portovenere e l'arresto di Chiavari lo pongono dinanzi ad un difficile rapporto con il Regno Sardo, che con legge ha stabilito la chiusura delle frontiere ai compromessi eon la Repubblica Romana.
Uno spiraglio, tuttavia, per la futura collaborazione si concreta nell'erogazione di sussidi che Garibaldi riceve dallo Stato all'atto della sua espulsione.
L'espulsione dal Regno Sardo pone Garibaldi dinanzi alla scelta di una meta: dapprima si delinea Tunisi, dove ha qualche amico, ma il bey non concede l'autorizzazione; si pensa a Malta, ma poi Garibaldi sosta a Cagliari e alla Maddalena da dove compie le prime escursioni a Caprera.
L'inattività lo spinge a Gibilterra: il governatore della Rocca ripete l'atteggiamento del bey di Tunisi.
A Tangeri finalmente, ospite del console sardo Giovan Battista Carpenetti, Garibaldi rimane sei mesi e inizia a stendere le sue memorie, tentando il primo bilancio di un anno e mezzo di esperienze tumultuose, ma di non molte gratificazioni.
Il progetto di istituire un servizio di linea Genova-New York, avvalendosi della qualifica di Capitano di seconda classe, induce Garibaldi, nonostante l'asprezza delle traversie passate, nuovamente alla partenza.
Da Liverpool giunge a New York alla fine del luglio 1850.
GIORNALE DI BORDO DEL BASTIMENTO GEORGIA E DEL BRIGANTINO CARMEN COMPILATO DA GARIBALDI E DA GIOVANNI BASSO (1850-1856): DOCUMENTO CUSTODITO IN ARCHIVIO DI STATO DI PALERMO, MISCELLANEA ARCHIVISTICA, I SERIE, DOC. N.202
Tramontata ben presto la possibilità di comperare una nave e di trovare in alternativa altre occupazioni, accetta di lavorare per alcuni mesi nella FABBRICA DI CANDELE di Antonio Meucci a Staten Island.
A1 soggiorno nordamericano è legata la prima stesura delle Memorie, che Garibaldi compila per l'editore Theodore Dwight: sono per il momento brevi ritratti dei suoi compagni e spunti di ricordi.
La prima edizione uscirà solo nel 1859.
La sua condizione subisce una improvvisa svolta quando una serie di viaggi, che lo vedono comandante sul bastimento GEORGIA e sul brigantino CARMEN, lo portano a toccare il Perù, la Cina, a percorrere la rotta australiana, per poi di nuovo giungere a Boston e di lì a New York.
Poco dopo, sulla via del ritorno in Europa, è a Londra.
Ha modo di ritrovare i referenti del suo recente passato e di incontrarsi con i capi della sinistra europea.
Il distacco da Mazzini è ormai profondo, mentre l'interesse di Garibaldi comincia a volgersi verso la politica piemontese.
Del resto nulla sembra impedire un suo rientro nel Regno, nei cui confini è gia nel maggio di quello stesso 1854.
Benché fuori della politica per un periodo non brevissimo, Garibaldi verifica la sua distanza dai mazziniani.
Gli infelici conati della Lunigiana e, successivamente, la spedizione di Crimea lo fanno uscire allo scoperto.
Si va perfezionando l'avvicinamento alle scelte di Cavour e al compromesso monarchico; la sua adesione inoltre alla Società Nazionale nel 1857, in qualità di vice-presidente, salda il suo nome da quel momento con le vicende del Regno.
Se Mazzini continua a progettare moti insurrezionali, Garibaldi ricevuto da Cavour più volte nei mesi che precedono la guerra del '59 e informato dell'evolversi della politica anti-austriaca.
La spola fra Caprera, Torino, Cuneo e Savigliano porta a Garibaldi la nomina a comandante del Corpo dei Cacciatori delle Alpi: è quanto il Regno di Sardegna è disposto a concedere alla rivoluzione italiana .
La guerra del '59 impegna Garibaldi e gli offre anche l'occasione di mettere a prova e di forgiare gli uomini su cui potrà contare l'anno successivo per la grande impresa meridionale.
Mentre il Regno Sardo fa i conti con il dopo Villafranca, l'attenzione di Garibaldi si sposta verso i governi provvisori dell'Italia centrale: Ricasoli lo invita ad assumere il comando delle forze toscane.
La fusione delle forze armate dei territori liberati e la nomina in capo di Manfredo Fanti, generale dell'Armata Sarda, pongono Garibaldi in posizione subordinata.
Si vede puntualmente rifiutare le proposte che avanza, mentre si approfondisce il solco tra lui e Fanti sulla questione dell'insurrezione delle Marche.
L'inevitabile sbocco sono le dimissioni dal servizio e il ritiro dall'Italia centrale. 
Verso il novembre del 1860, carico di gloria, Garibaldi ha preso stanza a Caprera: la sua esistenza da novello "Cincinnato" non è tuttavia quieta. Un fremito attraversa l'Italia e sono tante le lettere che lo raggiungono, sia da parte di singoli cittadini, che di organizzazioni operaie che di intiere città.
La copertina dell'opera di Domenico Guaitioli
A celebrarlo concorrono molteplici letterati di varia estrazione ed anche di tempi diversi: nell'immagine sopra è riprodotto da Biblioteca privata di Ventimiglia un raro OPUSCOLO in cui DOMENICO GUAITIOLI (poeta della Compagnia filodrammatica veneta) celebrando con un proprio CANTO, e con un INNO di Vincenzo Defrancesco sottotenente della "Divisione calabro-siculo-avezzana", l'onomastico di Garibaldi trasse occasione per caldeggiare un suo intervento anche a favore del Triveneto: in forme diverse, da quelle più pensose sino ad una autentica venerazione, si manifestò quel moto popolare cui fu dato il nome di GARIBALDINISMO, moto sincero che, nella sua onesta spontaneità, riponeva nell'"eroe" la capacità di risolvere qualsiasi problematica.
Il generale, forse suggestionato più che lusingato da tanta umana fiducia, finisce per alimentare nel suo animo un grande progetto, che tuttavia non può non riuscire sospetto al governo torinese della Destra Storica di Cavour (che mira soprattutto a consolidare e piemontizzare il nuovo e complesso stato italiano): proprio mentre Cavour e consensualmente Vittorio Emanuele II si propongono di dimensionare ed inquadrare (anche attraverso un sottile lavoro politico di epurazione dei quadri ufficiali più apertamente legati a Garibaldi o comunque volti a ideali democratici) l'ESERCITO MERIDIONALE che ha debellato al Volturno le armate borboniche di Francesco II, Garibaldi nutre il contrastante ideale di mobilitare le imponenti forze che già furono al suo seguito nell'impresa dei "Mille" sotto l'insegna dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia.

DOCUMENTO ORIGINALE IN "MUSEO DELLA CANZONE" DI VALLECROSIA (IM) - SI TRATTA TECNICAMENTE DI UN'AZIONE COREOGRAFICA IN CINQUE QUADRI DI G. P. ANNONI INTITOLATA GARIBALDI A NAPOLI 1860 E MUSICATA DA G. MERIGGIOLI (*).
E' UNA GRANDE PARTITURA MANOSCRITTA COMPLETATA NEL 1916 (ENTRO VOLUME IN FOLIO DI CIRCA 300 PAGINE RACCHIUDENTE DANZE, POLKE, MAZURKE, VALZER, DIVERSE MARCE E MUSICA DEL TRICOLORE) FIRMATA E DATATA DALL'AUTORE AL TERMINE DEL PRIMO, SECONDO, QUARTO E QUINTO QUADRO. 

Frontespizio di "Garibaldi a Napoli 1860"
La delusione di Garibaldi, di fronte alla realizzazione del piano governativo, diventa alla fine estrema.
L'"Esercito Meridionale" (data la sua eterogeneità e la pericolosa valenza rivoluzionaria) come detto ha finito per diventare invece un problema secondo gli intendimenti di Cavour e per questo -sorprendendo un impreparato Garibaldi- lo Stato porta celermente avanti la liquidazione della Nazione Armata e l'assimilazione delle forze giudicate fedeli e sicure -dopo la citata aspra selezione soprattutto dei quadri ufficiali- che finisce per essere assorbita entro l'Esercito REGOLARE.
E' quindi inevitabile che il ritorno di Garibaldi a Torino verso i primi di aprile del 1861 (in qualità di deputato per il Collegio di San Ferdinando di Napoli) coincida con un suo aperto scontro nei confronti del Primo Ministro proprio sul tema del Corpo dei Volontari Italiani e conseguentemente sul problema del riarmo e della guerra liberatrice del Veneto e di Roma.
La seduta parlamentare del 18 aprile, prima, l'incontro con Cavour presso Vittorio Emanuele II, dopo, ed infine la lettera di Garibaldi a Cavour del 18 maggio successivo scandiscono le tappe ravvicinate di uno scontro che non ha possibilità di giungere ad un credibile compromesso: Cavour muore improvvisamente il 6 giugno 1861.
Tornato a Caprera Garibaldi vive momenti personali di estrema delusione nonostante il continuare delle epistole di apprezzamento da ogni parte del mondo.
Mentre il nuovo ministro Bettino Ricasoli aspira a cercare una qualsiasi soluzione diplomatica e pacifica della QUESTIONE ROMANA, Garibaldi punta la sua attenzione di accanito interventista verso Venezia, il Friuli e , genericamente, l'est d'Europa.
Il suo esercito ha patito le liquidazioni e le assimilazioni di cui si è detto ma il generale non disdegna di procedere ad un reclutamento analogo a quello che fu possibile per l'impresa dei "Mille": anche per questa ragione guarda con estrema simpatia all'istituzione di una Società Nazionale per il Tiro a Segno, ritenendola una palestra ottimale per la formazione bellica di una gioventù mediamente non avvezza all'uso delle armi (e per questa ragione accetta la vicepresidenza di siffatta Società).
Dalle basi della Società e del suo processo di diffusione panitaliano, nella primavera del 1862 Garibaldi fa prendere il via ad una chiarissima campagna propagandistica per un nuovo reclutamento.
L'idea di un intervento nel TIROLO non coglie impreparato nessuno, anche perchè tutte le attività avvengono alla luce del sole, visto anche -giova dirlo- una presa di posizione governativa decisamente contraddittoria sin dall'inizio della propaganda di tale progetto.
La diplomazia entra però velocemente in azione, viste soprattutto le posizioni contrarie della Francia e della Confederazione germanica (della Prussia in particolare): dalla blandizie e da un sostanziale disinteressamento, a fronte delle pressioni diplomatiche, il Governo della Destra (come detto preoccuopato eminentemente di conferire stabilità al nuovo Stato) procede velocemente ad arresti ed alla soppressione di ogni preparativo bellico contro il Tirolo sino al momento finale dei sanguinosi scontri di piazza a Brescia: e proprio in merito a ciò si PRONUNCIA E PUBBLICA l'onorevole Boggio.
Garibaldi sta comunque divenendo un "problema" per la politica della Destra Storica.
Fallite le operazioni contro il Tirolo, Garibaldi sposta la sua attenzione verso il meridione, dove l'annessione ha finito per assumere i tratti dell'occupazione e dove sa di poter contare sull'appoggio di tanti suoi antichi sostenitori.
Egli non ha in vero nessun programma sovversivo: vuole piuttosto riprende in pieno la QUESTIONE ROMANA.
Le proteste della Francia non frenano la volontà garibaldina di interventismo e nel contempo il ministro Rattazzi, anche per evitare uno scontro diretto ed impopolare con l'"eroe dei due mondi", preferisce -sbagliando- attendere, come sembrano far presagire i tempi e le notizie diplomatiche, un'insurrezione popolare a Roma, che tuttavia ritarda.
Tale ritardo induce Garibaldi a lasciare la Sicilia ma non per ritirarsi a Caprera (come vanamente suggeritogli da emissari governativi) ma per raggiungere il continente e, risalendo il Meridione, assalire lo Stato Pontificio.
Temendo le ritorsioni francesi (ma anche per salvaguardare la propria autonomia) il Governo giunge allo scontro armato.
Il colonnello Emilio Pallavicini, cui è affidata l'impresa, manda ad ASPROMONTE in realtà un solo battaglione: ma tale forza è sufficiente, il 29 agosto 1862, per aver ragione della debole formazione capeggiata da Garibaldi, che peraltro resta ferito.
Il generale è quindi arrestato e imprigionato nella fortezza del Varignano dove rimane sino al 5 ottobre 1862, allorché può tornare libero in forza di un'amnistia e quindi sottoporsi ad un'operazione per risolvere i problemi datigli dalla mai risolta ferita patita nello scontro di Aspromonte...

* GUGLIELMO MERIGGIOLI, COMPOSITORE MILANESE, VISSE TRA LA FINE DEL XIX SECOLO E I PRIMI DECENNI DEL NOVECENTO.
TRA LE SUE PIU' IMPORTANTI COMPOSIZIONI SI ANNOVERANO IL PICCOLO CONCERTO PER VIOLINO E PIANO SU MOTIVI OPERA RIGOLETTO, QUINDI LA CAVALLERIZZA (POLKA - CAPRICCIO PER CLARINO E PIANOFORTE DEL 1883) ED ANCORA LA LUCIA DI LAMMERMOOR (DIVERTIMENTO BRILLANTE PER CLARINO E PIANOFORTE DEL 1883 ANCORA).

da Cultura-Barocca

domenica 1 luglio 2018

I Marrani in fuga in Italia


Livorno, Fosso Reale - Fonte: Wikipedia
Molti marrani, sia in gruppi che come singoli rifugiati, fuggirono in Italia, attratti dal clima che ricordava quello della Penisola Iberica, e dalla lingua simile.

Alcuni si insediarono a Ferrara, e il Duca Ercole I d'Este garantì dei privilegi che vennero confermati dal figlio Alfonso I, a ventuno marrani spagnoli, medici, mercanti e altri.

Marrani portoghesi e spagnoli di stabilirono anche a Firenze. Ed i neo-cristiani contribuirono a far di Livorno un importante porto marittimo ove la situazione degli Ebrei era buona in contrasto con quella di Genova e del suo Dominio (si veda in particolare l'atteggiamento dei Grandi Inquisitori genovesi sulla "Questione ebraica" e specificatamente quella dell'Inquisitore Generale Agostino Cermelli).

Ottennero dei privilegi a Venezia, dove vennero protetti dalle persecuzioni dell'Inquisizione.

A Milano portarono materialmente avanti gli interessi della città grazie alle loro arti e commerci, anche se João de la Foya ne catturò e rapinò molti in tale regione.

A Bologna, Pisa, Napoli, Reggio Emilia, e in molte altre città italiane, esercitarono liberamente la loro religione, e furono ben presto così numerosi che Fernando de Goes Loureiro, un abate di Oporto, riempì un intero libro con i nomi dei marrani che avevano ritirato grandi somme dal Portogallo e abbracciato apertamente il giudaismo in Italia.

In Piemonte il duca Emanuele Filiberto di Savoia accolse i marrani di Coimbra, Pablo Hernando, Ruy López, e Rodríguez, assieme alle loro famiglie, e concesse loro dei privilegi sui commerci e sulle manifatture, oltre al libero esercizio della religione.

Roma fu piena di marrani.
Papa Paolo III li ricevette ad Ancona per motivi commerciali, e concesse libertà completa "a tutte le persone dal Portogallo e dall'Algarve, anche se appartenenti alla classe dei neo-cristiani".
Tremila ebrei e marrani portoghesi vivevano ad Ancona nel 1553.
Due anni dopo papa Paolo IV emanò degli ordini per far sì che tutti i marrani venissero gettati nella prigione dell'inquisizione che aveva istituito. Del resto è  questo il Pontefice che ratificò l'antigiudaismo nella sua Cum Nimis Absurdum, verosimilmente una delle più severe Bolle avverso gli Ebrei.
Sessanta di loro, che riconobbero la fede cattolica come penitenti, vennero trasportati sull'isola di Malta; ventiquattro, che aderirono al giudaismo, vennero bruciati al rogo in pubblico (maggio 1556); quelli che sfuggirono all'inquisizione vennero accolti a Pesaro dal duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere.
Il porto di Ancona cadde in disgrazia e grandi furono le perdite economiche per la città tanto che si sentirono le conseguenze anche a Roma, grazie al boicottaggio commerciale organizzato da Grazia Nasi.
Tempo dopo come spesso succedeva in Europa, il Duca, deluso nella sua speranza di vedere tutti gli ebrei e i marrani di Turchia scegliere Pesaro come centro commerciale, espulse (9 luglio 1558) i neo-cristiani da Pesaro e da altri distretti.

Molti marrani vennero attratti da Ragusa in Dalmazia, un tempo notevole porto di mare.
Nel maggio 1544, vi sbarcò una nave carica esclusivamente di rifugiati portoghesi, come Balthasar de Faria riportò a re Giovanni.

da Cultura-Barocca

martedì 26 giugno 2018

Il massacro di Lisbona del 1506

Incisione relativa al Massacro di Lisbona - Fonte: Wikipedia
I portoghesi odiavano i marrani più di quanto odiassero gli ebrei, considerandoli né cristiani, né ebrei, ma atei ed eretici.
Più di un portoghese preferiva la morte piuttosto che essere curato da un medico marrano.
L'odio provato per i marrani, che era stato represso per lungo tempo, esplose a Lisbona.
Il 17 aprile 1506, vennero scoperti diversi marrani che possedevano "alcuni agnelli e pollame preparato secondo gli usi ebraici; oltre a pane non lievitato e erbe amare, secondo le regole della Pasqua ebraica, la cui festività celebravano a notte fonda".
Alcuni di loro vennero catturati, ma rilasciati dopo pochi giorni.
La popolazione, che si aspettava di vederli puniti, giurò vendetta.
Nello stesso giorno in cui i marrani vennero liberati, i domenicani mostrarono in una cappella laterale della loro chiesa, dove erano presenti diversi neo-cristiani, un crocifisso e un reliquiario di vetro dal quale usciva una luce particolare.
Un neo-cristiano, che fu così incauto da spiegare questo miracolo come dovuto a cause naturali, venne trascinato fuori dalla chiesa e ucciso da una donna infuriata.
Un domenicano incitò ulteriormente la popolazione; e altri due, crocifisso alla mano, girarono per le strade della città gridando "Eresia!" e invitando la gente a distruggere i marrani.
Tutti i neo-cristiani trovati nelle strade vennero uccisi, e ne seguì un terribile massacro.
Più di 500 marrani vennero uccisi e bruciati il primo giorno; e le scene di uccisione furono ancor più atroci il giorno seguente.
Le vittime innocenti della furia popolare, giovani e vecchi, vivi e morti, vennero trascinate fuori dalle loro case e gettate sulle pire.
Anche cristiani che in qualche modo somigliavano ai marrani vennero uccisi.
Tra le ultime vittime, è più odiata di tutte, ci fu l'esattore delle tasse João Rodrigo Mascarenhas, uno dei marrani più facoltosi e distinti di Lisbona; la sua casa venne completamente demolita.
In questo modo, almeno 2.000 marrani perirono nel giro di 48 ore.
Re Manuele punì severamente gli abitanti della città.
I capipopolo vennero impiccati o squartati, e i domenicani che avevano dato il via alla rivolta vennero garrotati e arsi.
Tutte le persone condannate per omicidio o saccheggio vennero punite corporalmente, e le loro proprietà confiscate, mentre la libertà di religione venne garantita ai marrani per vent'anni.
I neo-cristiani del Portogallo, che si distinguevano per il loro sapere, i loro commerci, e le loro imprese bancarie, ma erano molto odiati, disprezzati e malignati dai cristiani, furono spinti a serbare migliori speranze per il futuro dall'apparire di un ebreo straniero, David Re'ubeni.
Non solo questi venne invitato da Re Giovanni a visitare il Portogallo, ma come appare da una lettera del 10 ottobre 1528, di Don Martín de Salinas all'infante Don Fernando, fratello dell'imperatore Carlo di Spagna, egli ricevette anche il permesso "di predicare la legge di Mosè" (Boletin Acad.
Hist. xlix, p. 204).
I marrani consideravano Re'ubeni come il loro salvatore e Messia.
Anche i neo-cristiani di Spagna udirono la lieta notizia; e alcuni di essi si misero in viaggio alla sua ricerca.
L'esultanza durò per qualche tempo. L'imperatore Carlo V inviò addirittura diverse lettere al suo reale fratellastro sull'argomento.
Nel 1528, mentre Re'ubeni era ancora in Portogallo, alcuni marrani spagnoli scapparono a Campo Mayor e liberarono con la forza una donna imprigionata dall'inquisizione a Badajoz.
Si sparse improvvisamente la voce che i marrani dell'intero regno si erano uniti per fare causa comune.
Ciò aumentò l'odio della popolazione, e i neo-cristiani vennero attaccati a Gouvea, Alentejo, Olivença, Santarém, e in altri luoghi, mentre nelle Azzorre e sull'isola di Madera vennero massacrati.
Questi eccessi portarono il re a credere che l'inquisizione portoghese fosse il modo più efficace di soddisfare la furia popolare.
I marrani portoghesi condussero una lunga e aspra lotta contro l'introduzione del tribunale, e spesero somme immense, con alcuni risultati soddisfacenti, per portare dalla loro parte la Curia e i cardinali più influenti.
I sacrifici fatti dai neo-cristiani spagnoli e portoghesi furono stupefacenti.
Gli stessi marrani che da Toledo avevano istigato la rivolta dei comuni nel 1515, Alfonso Gutierrez, Garcia Alvarez "el Rico", e gli Zapata, offrirono attraverso i loro rappresentanti 80.000 corone d'oro all'imperatore Carlo V, se egli avesse mitigato la durezza dell'inquisizione (REJ xxxvii, p. 270 et seq.).
Tutti questi sacrifici comunque, in particolare quelli fatti dai Mendes di Lisbona e delle Fiandre, non furono in grado di impedire o ritardare l'introduzione del Sant'Uffizio in Portogallo.
I marrani vennero consegnati alla furia popolare e ai servitori senza cuore dell'inquisizione.
Le loro sofferenze furono indicibili.
A Trancoso e Lamego, dove vivevano molti marrani benestanti, a Miranda, Viseu, Guarda, Braga, e altrove, essi vennero rapinati e uccisi.
A Covilhã la gente progettò il massacro di tutti i neo-cristiani in un giorno, e per ottenere ciò più facilmente, i prelati richiesero alle Cortes, nel 1562, che ai marrani fosse richiesto di indossare uno speciale distintivo, e che agli ebrei delle città e dei villaggi venisse ordinato di tornare a vivere nei ghetti.

da Cultura-Barocca

sabato 23 giugno 2018

Su Cristoforo Colombo

Planisferio del Toscanelli, originale del XV secolo custodito presso la Biblioteca Nazionale di Firenze
Venuto ben presto in contatto col geografo fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli ed ereditate dal navigatore portoghese Perestrello (di cui aveva sposato la figlia) alcune mappe e relazioni sui viaggi da lui compiuti, nel 1477 giunse in Portogallo, ma, non essendo riuscito a interessare il re Giovanni II ai suoi progetti di raggiungere le Indie navigando verso occidente, passò in Spagna, dove ebbe dai sovrani Ferdinando e Isabella di Castiglia l'autorizzazione a formare una flotta di tre caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa María.

Partito da Palos il 3 agosto 1492, toccò le Canarie e, dopo un viaggio avventuroso, convinto di aver raggiunto le Indie Orientali, sbarcò nell'isola che denominò San Salvador (l'attuale Watling, nelle Bahama). Proseguendo il suo viaggio (1493-1496) verso ovest, giunse a Cuba e infine ad Haiti che battezzò Hispaniola.
In un secondo viaggio (1493-1496) scoprì le isole Puerto Rico, Dominica, Antigua, Guadalupa e Giamaica, mentre nel terzo (1498-1500), dopo aver toccato Trinidad e Tobago, raggiunse il continente meridionale sbarcando oltre le foci dell'Orinoco.
Avendo preso le difese degli indigeni di Haiti, venne in contrasto con le autorità spagnole e fu destituito dalle sue cariche, incarcerato e rimandato in Spagna dall'inviato governativo Francisco de Bobadilla.
Riottenuta la libertà, intraprese un quarto viaggio (1502-1504) navigando nei mari dell'America Centrale.
Malato, ritornò in Spagna, dove, in miseria e dimenticato da tutti, morì ignorando di aver scoperto un nuovo continente.

1 - FRONTESPIZIO I VOLUME DE LA "NARRAZIONE DEI QUATTRO VIAGGI INTRAPRESI DA CRISTOFORO COLOMBO..." DI M. F. DI NAVARRETE
RITRATTO DI CRISTOFORO COLOMBO
2 - AVVISO DEL COMPILATORE
3 - CENNI BIOGRAFICI INTORNO A CRISTOFORO COLOMBO...A CURA DI F . C. MARMOCCHI (DA P. 37 A P. 81)
3 BIS - CENNI BIOGRAFICI INTORNO A CRISTOFORO COLOMBO...A CURA DI F . C. MARMOCCHI (DA P. 82 A P. 125)
4 - APPENDICE
INTORNO ALLA STIRPE DEL COLOMBO - BREVI CENNI DI WASHINGTON IRVING AMERICANO - VERSIONE DI R. VANNI CON NOTE DELLO SPOTORNO
BORGO DI COGOLETO (INCISIONE)
NOTE CHE SI RIFERISCONO ALL'ALBERO ANTECEDENTE ESTRATTE DALL'OPERETTA DELL'EGREGIO FELICE ISNARDI INTITOLATA NUOVI DOCUMENTI ORIGINALI MERCE' I QUALI E' ACCERTATA LA PATRIA DI CRISTOFORO COLOMBO IL COMUNE DI COGOLETO
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**********PRIMO VIAGGIO (1492 - 1493)**********

[1492 - MESE DI AGOSTO]
[1492 - MESE DI SETTEMBRE]
[1492 - MESE DI OTTOBRE - DAL GIORNO 1]
[1492 - MESE DI OTTOBRE - DAL GIORNO 15]
LA SCOPERTA DEL NUOVO MONDO (INCISIONE)
[1492 - MESE DI NOVEMBRE - DAL GIORNO 1]
[1492 - MESE DI NOVEMBRE - DAL GIORNO 15]
CARTA GEOGRAFICA DI CUBA, "SPAGNUOLA", GIAMAICA
"LA TEMPESTA" (INCISIONE)
[1492 - MESE DI DICEMBRE - DAL GIORNO 1]
[1492 - MESE DI DICEMBRE - DAL GIORNO 15]
[1493 - MESE DI GENNAIO - DAL GIORNO 1]
[1493 - MESE DI GENNAIO - DAL GIORNO 15]
[1493 - MESE DI FEBBRAIO - DAL GIORNO 1]
[1493 - MESE DI FEBBRAIO - DAL GIORNO 15]
[1493 - MESE DI MARZO]
NOTA DEL ROQUETTE INTORNO ALL'ISOLA DI GUANAHANI DETTA DA CRISTOFORO COLOMBO SAN SALVADORE
LETTERA DI CRISTOFORO COLOMBO SCRITTA AL SOPRINTENDENTE DEL RE E DELLA REGINA CATTOLICI
LETTERA DI CRISTOFORO COLOMBO DIRETTA AL MAGNIFICO SIGNORE RAFFELLO SANCHEZ, TESORIERE DELLE MEDESIME SERENISSIME ALTEZZE, TRADOTTA DAL LATINO DI LEANDRO COSCO
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**********SECONDO VIAGGIO (1493 - 1496)**********
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* (PARTE I) - CONTINUAZIONE DEL RACCONTO DEL SECONDO VIAGGIO DI CRISTOFORO COLOMBO TRATTA DALLA STORIA DELL'AMMIRAGLIO SCRITTA DA SUO FIGLIO FERDINANDO
* (PARTE II) - CONTINUAZIONE DEL RACCONTO DEL SECONDO VIAGGIO DI CRISTOFORO COLOMBO TRATTA DALLA STORIA DELL'AMMIRAGLIO SCRITTA DA SUO FIGLIO FERDINANDO
CARTA GEOGRAFICA DI GRANDI E PICCOLE ANTILLE
CARTA GEOGRAFICA DELL'ISOLA DI HAITI
MEMORIA SUI RESULTAMENTI DEL SECONDO VIAGGIO ALLE INDIE, DELL'AMMIRAGLIO DON CRISTOFORO COLOMBO, DA LUI COMPILATA PEI SOVRANI CATTOLICI, E CONSEGNATA NELLA CITTA' D'ISABELLA, IL 30 GENNAIO 1494, AD ANTONIO DI TORRES
INDICE DEL PRIMO VOLUME DEI "VIAGGI DI CRISTOFORO COLOMBO
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1 - FRONTESPIZIO II VOLUME DE LA "NARRAZIONE DEI QUATTRO VIAGGI INTRAPRESI DA CRISTOFORO COLOMBO..." DI M. F. DI NAVARRETE
RITRATTI DEI SOVRANI SPAGNOLI
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**********TERZO VIAGGIO (1498)**********
CARTA GEOGRAFICA DELL'ORINOCO
LA PRIGIONIA DI C. COLOMBO (INCISIONE)
* - LETTERA DELL'AMMIRAGLIO CRISTOFORO COLOMBO SCRITTA VERSO LA FINE DELL'ANNO 1500 ALLA BALIA DEL PRINCIPE DON GIOVANNI
* - NARRAZIONE DEL FATTO DEPLORABILE DELLA PRIGIONIA DI CRISTOFORO COLOMBO E DEI SUOI FRATELLI / EPISODIO TRATTO DALLA "STORIA" DI FERDINANDO SUO FIGLIO
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**********QUARTO VIAGGIO (1498)**********
* - NARRAZIONE DEL QUARTO VIAGGIO 1502 - 1504 / LETTERA DEI SOVRANI CATTOLICI ALL'AMMIRAGLIO
[CARTA DELLE NUOVE TERRE SCOPERTE ED ESPLORATE DA C. COLOMBO]
* - ISTRUZIONE PER L'AMMIRAGLIO
* - LETTERA DELLE LORO ALTEZZE PEL CAPITANO DELLA FLOTTA DEL PORTOGALLO
* - RELAZIONE DEL VIAGGIO DELL'AMMIRAGLIO DON CRISTOFORO COLOMBO E DESCRIZIONE DELLA TERRA DA LUI NUOVAMENTE SCOPERTA
* - DESCRIZIONE DELLE VIE TENUTE DALL'AMMIRAGLIO LUNGHESSO LA COSTA DELLA TERRA SCOPERTA
* - NOTIZIA INTORNO ALL'ORO CHE SI OTTENNE IN BARATTO SU TUTTO IL LIDO DELLA TERRA SCOPERTA
* - NOTA DELLE NAVI E DEGLI UOMINI CHE L'AMMIRAGLIO DON CRISTOFORO COLOMBO CONDUSSE SECO NEL QUARTO VIAGGIO DI SCOPERTA
* - LETTERA DI CRISTOFORO COLOMBO...AI SOVRANI DI SPAGNA...[SU] QUANTO GLI E' SUCCESSO NEL SUO VIAGGIO...E [SU] TERRE, PROVINCIE, CITTA' E FIUMI E CIRCA AD ALTRE COSE MERAVIGLIOSE PER LUI VEDUTE...
* - RELAZIONE FATTA DA DIEGO MENDEZ INTORNO AD ALCUNI AVVENIMENTI DELL'ULTIMO VIAGGIO DELL'AMMIRAGLIO DON CRISTOFORO COLOMBO
* - VERA STORIA DEL QUARTO VIAGGIO DELL'AMMIRAGLIO CRISTOFORO COLOMBO SCRITTA DA DON FERDINANDO SUO FIGLIO CHE ACCOMPAGNO' IL PADRE SUO NEL VIAGGIO PREDETTO
1 - Come l'ammiraglio partì di Granata per Siviglia a far l'armata necessaria al suo scoprimento
2 - Come l'ammiraglio partì dalla Spagnuola e seguendo il suo viaggio scoprì le isole Guanazi
3 - Come l'ammiraglio non volle andare alla Spagnuola ma voltar verso Oriente e cercar Beragua e lo stretto della Terra Ferma
4 - Come l'ammiraglio passò la Costa delle Orecchia per lo Capo di Grazie a Dio e giunse a Cariai e quel che quivi fece e vide
5 - Come l'ammiraglio partì di cariai ed andò a Cerabora e Beragua camminando finché giunse a Porto Bello il qual viaggio fu tutto per coste assai fruttuose
6 - Come l'ammiraglio giunse al Porto del Bastimento ed al Nome di Dio e procedette innanzi finché entrò nel Retrete
7 - Come per la forza dei temporali l'ammiraglio tornò verso Occidente per intender delle miniere e per informarsi di Beragua
8 - Come l'ammiraglio coi suoi navigli entrò nel Fiume di Betlem e deliberò di edificar qui una borgata e lasciarvi il Prefetto suo fratello
9 - Come il Prefetto visitò alcune popolazioni della Provincia e come narrò le cose ed i costumi della gente di quella terra
10 - Come per sicurtà della popolazione de' Cristiani fu inprigionato il Quibio con molti uomini principali e come per trascuraggine fuggì per la via
11 - Come partito l'ammiraglio da Betlem per andare alla Spagnuola il Quibio assaltò la popolazione dei Cristiani nel qual conflitto furono molti morti e feriti
12 - Come gli Indiani che nelle navi erano prigioni fuggirono e come l'ammiraglio intese la distruzione di Betlem
13 - Come l'ammiraglio raccolse la gente che lasciava in Betlem e come poi traversò alla Giamaica
14 - Come l'ammiraglio spedì una canoa alla Spagnuola a dare avviso che era perduto colla sua gente alla Giamaica
15 - Come i Porras e gran parte delle genti si sollevarono contra l'ammiraglio dicendo che se ne andavano in Castiglia
16 - Quello che l'ammiraglio fece dopo che i sollevati furono partiti dalla Spagnuola e dell'avviso suo per valersi di uno Eclisse
17 - Come fra coloro che erano con l'ammiraglio restati si fosse suscitata un'altra congiura la quale con la venuta di una caravellina dalla Spagnuola acquetossi
18 - Come si seppe quello che a Diego Mendez ed al Fiesco era nel loro viaggio successo
19 - Come i sollevati si voltarono contra l'ammiraglio nè volevano accordo alcuno
20 - Come giunti i sollevati presso ai navigli il Prefetto uscì per combatterli e li vinse facendo prigione il Porras loro Capitano
21 - Come l'ammiraglio passò alla Spagnuola e quindi in Castiglia
* - LETTERE
1 - Avvertimento
2 - Lettere dell'ammiraglio Don Cristoforo Colombo al fratello Don Gaspero Religioso della Certosa di Cuevas di Siviglia
3 - Lettere di Don Cristoforo Colombo a Don Diego suo figlio
4 - Memora scritta di pugno dell'ammiraglio
**********************
* - APPENDICE
[Al lettore]
Documenti relativi alla dignità di Grande Ammiraglio di Castiglia, alle sue prerogative e alla sua giurisdizione
1 - Copia data a Don Cristoforo Colombo per ordine dei sovrani Cattolici, della grazia accordata a don Alfonso Henriquez del grande Ammiragliato di Castiglia, e delle lettere confermative nelle dignità e privilegi, prerogative e stipendi che da quella carica dipendevano, e che dovevano appartenere all'Ammiragliato delle Indie
2 - Copia di altre patenti reali che nominano Ammiragli di Castiglia, e dichiaranti le loro prerogative e la loro giurisdizione, data agli eredi di don Cristoforo Colombo per la conservazione dei diritti che loro appartenevano come Ammiragli delle Indie
3 - Testamento del Colombo
4 - Lettera del Colombo all'Uffizio di San Giorgio di Genova ed al ligure Niccolò Oderigo, con le risposte, ecc.

da Cultura-Barocca