domenica 11 novembre 2018

Il Piccolissimo, uno dei tanti periodici propagandistici della Grande guerra

   
Mentre con la conclusione della PRIMA GUERRA MONDIALE venivano poste le basi per il nuovo assetto d'Europa, in Italia, seppur lentamente, sfumavano le enfatizzazioni della retorica di guerra,  semmai si cercava internamente la soluzione di PROBLEMI ANNOSI e spesso dolorosi ch'avevano contrapposto le genti come quello della QUESTIONE ROMANA, CIOE' DEI RAPPORTI TRA LO STATO ITALIANO E LA CHIESA, e si andava creando un clima di attese anche preoccupate onde vedere realizzate tutte le aspettative sancite dal patto di Londra.

Ed è interessante seguire la portata di siffatti eventi scorrendoli sulle pagine dei numeri del 1919 del il PICCOLISSIMO, uno dei tanti "periodici propagandistici di guerra", la cui peculiarità consiste però nel parlare ad un pubblico minimo, di scolari e giovanissimi studenti (era infatti edito dal Comitato laziale dell'Unione Insegnanti).
 

Dopo i clamorosi accenti patriottici dei NUMERI DEL 1918 culminati nell'anche giusta e giustificata retorica d'amor patrio del NUMERO DELLA VITTORIA (Anno II, n.23, del 15 novembre 1918) dal 1919, 


nell'ansiosa aspettativa della Conferenza di pace e di fronte a voci più o meno attendibili di qualche penalizzazione italiana, i nuovi NUMERI (Anno III, 1 , 2, 3, 4) 

 
andarono a soffermarsi piuttosto sulle grandi calamità della guerra, sull'Europa e sull'Italia prostrate, sul ritorno dei reduci, per lo più agricoltori, e la loro vitale esigenza non solo di esser compensati in linea con le promesse a monte dell'intervento bellico ma quantomeno sulla loro possibilità di un costruttivo reinserimento nel mondo del lavoro.



da Cultura-Barocca

mercoledì 7 novembre 2018

Il Teatro alla Moda

 Occorre sottolineare che nel Seicento, nonostante i successi e la frequentazione di un pubblico sempre più vasto, il Teatro fosse spesso visto con sospetto dai conservatori, ecclesiastici e non, e che non pochi ne caldeggiassero una moralizzazione anche in merito al comportamento, in scena, ma soprattutto nella vita privata, degli artisti e delle artiste in particolare. 

In effetti non mancavano e ancor più con lo scorrere del tempo non sarebbero mancate attrici spregiudicate e primedonne capricciose come si evince da un letterato, Benedetto Giacomo Marcello (Venezia, 24 luglio 1686 - Brescia, 24 luglio 1739, che è stato un compositore, poeta, scrittore, avvocato, magistrato e insegnante italiano, cui è stato dedicato il Conservatorio di Venezia.
Ai tempi dell'Autore il Teatro stava subendo un'involuzione che sarebbe diventata un fatto così eclatante nel '700 proprio per i capricci di tanti suoi protagonisti, da avere poi diversi autori satirici che misero in evidenza siffatta situazione, tra cui indubbiamente spicca Benedetto Marcello con il suo Teatro alla Moda.

Tra gli autori che presero in satira i difetti del teatro moderno i nomi risultano numerosi e importanti (compare anche il giovane Goldoni) e specie in merito al predominio in esso dei "Capricci di Compositori di Musica, di Virtuose e Virtuosi" (cioè Attori e Attrici) si possono rammentare letterati di grido quali l'Algarotti, il Pianelli e l'Artenga, il Gravina, il Muratori, il Crescimbeni, il Maffei, il Baretti, il Gozzi, l'Albergati ed il Parini, Jacopo Martello, Simeon Sogràfi, Filippo Pananti: molto spesso comunque debitori del Marcello.

Anche se non si possono non menzionare, specie a scapito delle donne operanti sulle scene, già dal tardo '600 casi limite opposti, rappresentati, per esempio, da Lodovico Adimari e dalla "Basilissa" o ex Regina di Svezia Maria Cristina.



In particolare la condanna morale delle donne del mondo dello spettacolo, estremizzazione antifemminista contro le donne teatranti = ....Pudica esser non può Donna vagante,/ La cantatrice è tal, dunque è puttana.... , ovvero il caso del settecentesco nobile e letterato Lodovico Adimari...


da Cultura-Barocca

giovedì 1 novembre 2018

Plinio il Vecchio e la Via dell'Ambra

   Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale ci ha lasciato la più interessante descrizione dell'AMBRA e dei grandi commerci che si intrattenevano ai suoi tempi attraverso la storica VIA DELL'AMBRA anche se del prodotto non aveva grande considerazione ritenendolo solo un'ostentazione vana di lusso e scriveva (libro XXXVII, 11): "Il posto immediatamente seguente tra gli oggetti di lusso, anche se finora solo per le donne, è occupato dall'ambra. Tutti questi materiali godono dello stesso prestigio delle gemme: i primi due, sicuramente, per qualche ragione: i vasi di cristallo si usano per le bevande fredde, quelli di murra per le bevande sia fredde che calde, ma quanto all'ambra, nemmeno il lusso è ancora riuscito a escogitare una ragione per il suo uso".

Tuttavia lo scienziato romano, nonostante il suo moralismo permeato di antifemminismo, non potè far a meno di dedicare un'ampia trattazione ad una sostanza che godeva di un grande commercio e, dopo aver disperso come sciocchezze le leggende mitologiche elaborate soprattutto dai Greci sulla genesi dell'ambra, così scrisse nello stesso libro di seguito dal par. 42:
"E' certo che l'AMBRA si genera nelle isole dell' Oceano settentrionale e che dai Germani è chiamata gleso " [Come anche in un passo della Germania, 45, 4 di Tacito] ", ed è perciò che anche i nostri compatrioti hanno chiamato Glesaria una di queste isole " [Menzionata già da Plinio per identificare una delle isole Frisone, forse Borkum] ", quando Germanico Cesare conduceva colà operazioni con la flotta " [Forse la missione contro la Germania dal Mare del Nord, nel 16 d. C.] "; i barbari la chiamano Austeravia. Si forma, l'ambra, dal midollo che stilla da un tipo di pino, come la gomma nei ciliegi o la resina nei pini fuoriesce per eccesso di liquido " [L'ambra è una resina fossile essudata da un tipo di pino ormai estinto detto Pinus succinifera, nelle foreste del Terziario]. " Si solidifica per il gelo o per le condizioni atmosferiche o per effetto del mare, quando le onde agitandosi la strappano dalle isole. Allora, come che sia, è rigettata sulle rive, ed è trasportata così facilmente che sembra restar sospesa e non calare a fondo. Che si trattasse del succo di un albero lo credettero anche i nostri antenati, che perciò la chiamarono succino " [L'etimologia proposta da Plinio (sucinum da sucus) è inesatta; l'origine della parola è oscura (le sta vicino il lituano sakas = resina). Il termine ambra è di origine araba, da ambar] ". Che poi l'albero sia un tipo di pino lo indica l'odore di pino che l'ambra produce se la si strofina e il fatto che, ad accenderla, brucia allo stesso modo e con le esalazioni di una torcia resinosa " [Vedi pure Tacito, Germania, 45. 6] ". I Germani la portano soprattutto dalla provincia di Pannonia e di là per primi i Veneti, che i Greci hanno chiamato Eneti, ne diffusero la fama, vicini com'erano alla Pannonia e vivendo attorno al mare Adriatico. La storia è certo associata al Po per una ragione evidente: ancora oggi le contadine transpadane portano oggetti d'ambra a mo' di monili, soprattutto per ornamento, ma anche per le sue proprietà medicinali; si crede infatti che l'ambra sia efficace contro le tonsilliti e le malattie della gola, perché la natura delle acque in prossimità delle Alpi provoca infezioni di vario tipo alla gola degli uomini" [Probabile riferimento al fenomeno patologico del gozzo diffuso, comune appunto in determinate regioni montagnose, tra cui le vallate alpine, e anche oggi da molti ricondotto alla presenza particolari sostanze nelle acque potabili].
"La distanza da Carnunto" [scrive ancora Plinio] ", in Pannonia, " [Carnuntum era un'importante roccaforte militare al confine fra Norico e Pannonia (a circa 40 km a sud-est da Vienna sul Danubio, vicino all'odierna cittadina di Petronell). La VIA DELL'AMBRA ( nel fiorire dell'IMPERO DI ROMA e nel contesto del MERCATO IMPERIALE ROMANO ) correva, attraverso Carnuntum, dal Baltico all'Adriatico (Aquileia): la distanza indicata da Plinio (circa 888 km) sembra in effetti corrispondere a questo percorso] " alle coste della Germania, da dove si importa l'ambra, è di circa 600 miglia: il fatto è stato accertato da poco, ed è ancora vivo il cavaliere romano inviato a procurarsela da Giuliano, quando questi fu incaricato di curare lo spettacolo di gladiatori dato dall'imperatore Nerone. Egli attraversò i mercati e le coste e ne riportò una quantità cosi grande che le reti protettive che tenevano lontane le fiere dal podio erano annodate con pezzi d'ambra, e inoltre le armi e le barelle e tutto l'apparato di ciascun giorno (dal momento che lo sfarzoso allestimento ogni giorno cambiava) erano ornati d'ambra. Il blocco maggiore che egli riportò era del peso di 13 libbre " [quindi oltre 4 Kg.] ". E' certo che se ne forma anche in India " [ma secondo alcuni si tratterebbe di una lacca] ". Archelao, che fu re di Cappadocia, racconta che si importa di là allo stato grezzo, con la corteccia di pino ancora aderente, e che si leviga bollendola nel grasso di maiale da latte " [Dal 36 a. C. rimase sotto protezione di Antonio sino al 17 d. C. quando fu annessa da Roma. Archelao fu noto come "il geografo" e risulta citato da Plinio anche ai parr. 95, 104 e 107 di questo libro, fu probabilmente autore anche di scritti sui fiumi].
DETTAGLIO DI UNA COLLANA IN GOCCE D'AMBRA PROVENIENTE DA UNA TOMBA D'EPOCA ROMANO IMPERIALE
 
Nell'immagine di F. M. Carpenter si vede un blocco di AMBRA che contiene una MOSCA FOSSILE: la resina ha conservato perfettamente l'insetto (Pseudosphegina carpenteri): siffatti ritrovamenti, rari nel mondo, sono invece piuttosto frequenti nelle AMBRE dei terreni sedimentari dell'Oligocene del Mar Baltico.
"Che l'ambra stilli in origine come liquido " [continua nella sua dissertazione Plinio il Vecchio] " lo provano alcuni corpi che si vedono all'interno in trasparenza, come formiche zanzare e lucertole, che evidentemente si sono attaccati alla sostanza fresca e poi ne sono rimasti prigionieri quando si è solidificata " [Medesima considerazione si trova in Tacito, Germania , 45.6: GIOIELLI e nei casi più sofisticati o raffinati anche MONILI CONFEZIONATI CON PEZZI D'AMBRA CHE INCLUDEVANO ANIMALETTI erano frequenti...

"Le varietà di ambra sono numerose". "Di esse la bianca ha l'odore migliore, ma né essa né quella color cera ha pregio; la rossiccia è più pregiata, e piu ancora se è trasparente, purché la luminosità non sia eccessiva: ciò che in essa piace è un'immagine del fuoco, non il fuoco vero e proprio profumo e generazione di calore erano caratteristica dell'ambra molto apprezzate come si deduce dall'uso delle donne di tenere oggetti di questo materiale fra le mani per scaldarle e sentirne il profumo (cfr. ad esempio Giovenale 6, 573; Marziale III 65, 5)] ".
La varietà più stimata è il Falerno, detta così dal colore del vino " [Vino campano, molto robusto che spesso si beveva sciogliendovi dentro miele (la bevanda ottenuta era detta mulsum)] " : e trasparente nella sua dolce luminosità, e in essa si apprezza anche la morbida tinta del miele cotto. Ma anche questo bisogna che si sappia, che l'ambra si tinge in qualunque colore si voglia, col sego dei capretti e la radice della borragine; ora anzi si tinge anche con la porpora. D'altra parte, quando lo sfregamento delle dita introduce in essa un soffio di calore, l'ambra attrae a sè paglie, foglie secche e fili di tiglio, come la pietra magnetica il ferro " [Plinio segue qui da vicino un passo del trattato teofrasteo De lapidibus 28. Sul magnetismo cfr. Plinio, XXXVI, 12 7 ].
"Inoltre i trucioli d'ambra bagnati nell'olio bruciano più luminosi e più a lungo che il midollo del lino."
La sua valutazione tra gli oggetti di lusso è così alta che una statuetta d'uomo in ambra, per quanto piccola, supera il costo di uomini viventi e in forze; sicché non basta certo un solo biasimo: nei vasi di Corinto si ammira il bronzo mescolato all'argento e all'oro; nei vasi cesellati, l'arte e l'ingegno; dei vasi di mirra " [La myrrha, murrha o murra è forse da identificare con la fluorite, un minerale incolore e di lucentezza vitrea] " e di cristallo abbiamo già detto la bellezza; le perle si portano attorno alla testa, le gemme al dito; insomma, in tutti gli altri oggetti preziosi per i quali abbiamo un debole ci piace o il metterli in mostra o l' uso pratico, negli oggetti d' ambra solo la consapevolezza del lusso. Tra le altre bizzarrie della sua vita, Domizio Nerone aveva adottato questo nome perfino per i capelli di sua moglie Poppea, chiamandoli anche in un suo poema ambrati, giacché non mancano mai nomi ricercati per designare i difetti; da allora, le signore hanno cominciato a volere questa specie di terzo colore per i loro capelli. Un qualche uso dell' ambra si trova tuttavia in medicina, ma non è per questo che essa piace alle donne; è di giovamento ai bambini che la portano a mo' di amuleto. Callistratoto dice che, ingerita liquida o portata come amuleto, è utile, a ogni età, anche contro gli attacchi di delirio e la stranguria. Egli ha anche introdotto una nuova varietà definendo criselettro un tipo di ambra che è del colore dell'oro e la mattina ha un aspetto delizioso, ma che, se c'è fuoco vicino, vi si attacca immediatamente e brucia in un attimo. Portata al collo come amuleto quest'ambra curerebbe le febbri e le malattie; tritata invece e mescolata a miele e olio di rose sarebbe un rimedio contro le malattie delle orecchie e, se tritata con miele dell' Attica , anche contro l'oscuramento della vista, e ancora contro le malattie dello stomaco, sia presa da sola in polvere sia bevuta in acqua con mastice. L'ambra ha un ruolo importante anche nella creazione delle false gemme trasparenti, in particolare delle ametiste, anche se, come abbiamo detto, la si tinge in tutti i colori ".

da Cultura-Barocca

mercoledì 24 ottobre 2018

1856: progetto di ferrovia da Savona a Fossano

 

    

"Estratto della Gazzetta Piemontese" del 25 luglio 1856, n. 181 contenente l'Appendice alla Relazione letta al Consiglio delle Strade ferrate il 12 giugno 1856 intorno al progetto della strada ferrata da Savona a Fossano: il documento è importante in quanto vi è motivata con dettagli di particolari la scelta di realizzare un TRONCO FERROVIARIO MARE-MONTI che congiungesse TORINO-SAVONA e non TORINO-ONEGLIA (PORTO MAURIZIO) come da parecchi caldeggiato. La scelta fu notevole per la storia della viabilità del Ponente Ligure, che solo molto tempo dopo, e sempre perigliosamente, avrebbe avuta una sua linea ferrata, passando per Tenda, verso il cuore del Piemonte: conseguenza ciò, senza dubbio, di interferenze negative sull'evoluzione industriale (con penalizzazioni pure di tipo commerciale-mercantile) delle CITTA' PONENTINE a fronte di SAVONA, indubbiamente privilegiata da questa pur ponderata scelta del Governo Sabaudo

da Cultura-Barocca

sabato 20 ottobre 2018

I Longobardi

Le principali tappe della migrazione dei Longobardi - Fonte: Wikipedia
Fibula longobarda, 600 circa - Fonte: Wikipedia
I LONGOBARDI  erano una popolazione germanica forse proveniente dall'area inferiore dell'Elba: esiste un breve testo del VII secolo che tratta dell'ORIGO (ORIGINE) di queste genti e che qui viene proposto nell'originale.
Il nome alludeva probabilmente alle lunghe barbe. Forse sotto la spinta d'altri invasori nel II sec. questo popolo prese a premere sempre più sui confini della Pannonia.
In questa regione, ai tempi del re Audoino, il cui figlio ALBOINO sconfisse i Gepidi, guidò i Longobardi alla conquista dell'Italia (peraltro provata da un'epidemia che non aveva affatto risparmiata la Liguria come scrisse Paolo Diacono in H.L., II,4) ma forse anche per sottrarsi all'incalzare degli Avari.
Figure di sante in stucco nel Tempietto longobardo di Cividale del Friuli, VIII secolo. Il Tempietto costituisce una delle meglio conservate testimonianze del fiorire artistico proprio della Rinascenza liutprandea - Fonte: Wikipedia
L'invasione dell'Italia iniziò nel 568 portando alla presa di Forum Iulii (Cividale del Friuli) ed alla seguente conquista dell'Italia settentrionale, della Toscana (Tuscia), dei ducati di Spoleto e Benevento: ma, come sempre si apprende da Paolo Diacono, ALBOINO non riuscì a sottrarre ai Bizantini né l'Esarcato né la Pentapoli né la LIGURIA COSTIERA.
Il territorio conquistato fu diviso in ducati e Pavia fu fatta capitale.
L'invasione longobarda, avvenuta a differenza di quella ostrogota, contro l'Impero d'Oriente ebbe pesanti ripercussioni sulla popolazione italica assoggettata a costumanze germaniche (anche per gli effetti dell'applicazione di LEGGI BARBARICHE) e privata degli apparati superstiti del sistema amministrativo tardo romano.
Ad Alboino nel 572 succedette Clefi poi ucciso con una congiura nel 574. Da questo periodo, per 10 anni, i duchi longobardi non elessero più un Sovrano e scelsero la via d'una autonomia che spesso si tramutò in anarchia. Furono questi gli anni più pesanti per gli Italici, per quanto si può ricavare dalla lettura della Storia dei Longobardi di PAOLO DIACONO.
Poi nel 584 venne fatto re Autari, figlio di Clefi, che organizzò una sorta di tesoro della corona esigendo dai duchi metà delle terre loro assegnate preponendovi come governatori dei gastaldi da lui stesso nominati. Per gli Italici, questa forma di governo, fu un vantaggio in quanto la stabilizzazione del potere condusse ad una graduale cessazione degli abusi e ad un lento accostarsi della popolazione "romana" a quella "germanica".
La Corona Ferrea - Fonte: Wikipedia
Alla morte di Autari la vedova Teodolinda, cattolica e figlia del duca di Baviera Garibaldo, sposò AGILULFO che, divenuto re, continuò le gesta del predecessore con nuove conquiste nel Veneto ed un'ulteriore accentrazione del potere. 

Croce di Agilulfo (inizio VII secolo): Monza, Museo e tesoro del Duomo - Fonte: Wikipedia
Agilulfo non abbandonò la religione dei padri ma permise che un figlio fosse battezzato con rito cattolico e che grazie all'opera di Teodolinda, assistita da Papa Gregorio I Magno, procedesse una graduale conversione del popolo dall' arianesimo al cattolicesimo. 

Il processo di integrazione fra Longobardi ed Italici continuò nonostante l'opposizione di alcuni duchi ed una prova ne è costituita dall'EDITTO (643) del re Rotari che fu scritto in latino ed impostato sui fondamenti del diritto romano-giustinianeo.
Il re ROTARI (636-'52) fu colui che estese la dominazione sin alle coste liguri e ai territori del Veneto ancora in mano a Bisanzio, che era in estrema difficoltà per dover fronteggiare altre invasioni ai suoi vasti confini settentrionali: ed in ciò la fonte basilare resta ancora Paolo Diacono che ne descrisse l'impresa nel LIBRO IV della sua H. L. (sempre dalla stessa fonte e dallo stesso libro apprendiamo poi della menzionata e importante opera legislativa e giuridica, appunto l'EDITTO DI ROTARI, palesemente volta alla ricerca di una conciliazione superiore fra leggi romane e diritto dei barbari). 

L'opera dei BENEDETTINI portò quindi ad un ulteriore avvicinamento tra Longobardi e Italici.

L'espansionismo militare di LIUTPRANDO in forza di una serie di fortunate campagne militari e di ripetuti successi respinse i greci dell'Esarcato entro uno spazio estremamente ristretto cui, all'importante base di Ravenna, non restava che il centro di Faenza (così nel 744, alla morte di Liutprando la dominazione greca in Italia poteva dirsi pressoché soppressa).
L'incivilimento della popolazione germanica e il forte accostamento alla chiesa romana è confermato altresì dal fatto che quando LEONE III L'ISAURICO, imperatore di Bisanzio bandì la guerra iconoclasta, il re longobardo LIUTPRANDO (712-'44) si propose come difensore del Pontefice romano.
Tremisse aureo di Liutprando: al dritto (sinistra) il busto del re; al rovescio (destra), l'arcangelo Michele - Fonte: Wikipedia
Liutprando, anche per cautelarsi con nuove basi militari, dai preoccupanti avanzamenti dei Saraceni, si spinse allora, come si legge in VI, 48-450 della H.L. di Paolo Diacono, ... fin al confine gallico approfittando del momentaneo impegno dei FRANCHI sul fronte spagnolo.

... inoltre avvicinandosi minaccioso a Ravenna ed a Roma: il Pontefice temendo che, dall'impresa vittoriosa, potesse perdere la propria autonomia a scapito di un re padrone dell'Italia intera spinse gli autonomisti duchi di Spoleto e Benevento a ribellarsi al loro Sovrano: per evitare un conflitto entrò in atto la diplomazia che portò alla donazione al papa del castello di Sutri che daterebbe l'inizio del potere temporale dei Pontefici. 

Umbone longobardo proveniente da Fornovo San Giovanni (Bergamo), Museo civico archeologico - Fonte: Wikipedia
La politica espansionistica di LIUTPRANDO tuttavia non si fermò ed il papato continuò a temere per la propria autonomia invocando spesso l'intervento dei FRANCHI per un po' impediti ad intervenire in massa nella penisola italiana, avendo dovuto concentrare a occidente le loro armate per fermare l'invasione araba dalla Spagna. 

Superato questo pericolo Pipino il Breve, re dei Franchi compì una prima ed una seconda spedizone contro i Longobardi (che rimandano ad simili esperienze militari più antiche di circa 2 secoli) in Italia su invito di papa Stefano II e costrinse ASTOLFO (m. 756), re longobardo, che aveva occupato l'Esarcato ed era giunto fin sotto le difese di Roma, a riconsegnare al papa i territori strappatigli (Promissio Carisiaca del 754): di molte di queste note si è debitori a FREDEGARIO, (FREDEGARII SCHOLASTICI CHRONICUM CUM SUIS CONTINUATORIBUS, SIVE APPENDIX AD SANCTI GREGORII EPISCOPI TURONENSIS HISTORIAM FRANCORUM, CXXI).
 
Il re DESIDERIO che succedette ad Astolfo tentò di indebolire il papato con una trama di accordi matrimoniali fra le dinastie dei Franchi e dei Longobardi e favorendo ora questa ora quella tra le fazioni di patrizi che si contendevano il controllo di Roma. Morto però il fratello Carlomanno (771), tuttavia Carlo Magno ripudiò la moglie Ermengarda, figlia di desiderio, e riprese la politica filopapale del padre Pipino il Breve. 

Al contrario, tentando di prevenire gli accordi tra il Papato ed il forte regno transalpino, Desiderio invase ancora i territori del soppresso Esarcato e prese a marciare su Roma. A capo d'un formidabile esercito che valicò le Alpi tenendo base al cenobio di Novalesa donde poi mosse, in un'impresa meno facile del previsto, per sbaragliare i Longobardi, peraltro disuniti da defezioni e tradimenti, alle Chiuse sella Dora: la capitale Pavia, dopo un assedio, si consegnò nel 774. 

Carlo Magno assunse allora il titolo di rex Francorum et Langobardorum: ai Longobardi vinti fu concesso di conservare le antiche usanze e le proprie leggi ma presto si assimilarono pacificamente alla popolazione italica ed alle sue usanze (solo il ducato di Benevento ebbe scampo dalla conquista franca).

da Cultura-Barocca

giovedì 11 ottobre 2018

giovedì 4 ottobre 2018

Qualcosa sul Piemonte del Theatrum Sabaudiae

Da Theatrum Statuum Sabaudiae, Amsterdam, 1682, in B. Durante-R. Capaccio "Marciando per le Alpi..." , Cavallermaggiore [Gribaudo-Paravia], 1993


Da Theatrum Statuum Sabaudiae, Amsterdam, 1682, in B. Durante-R. Capaccio "Marciando per le Alpi..." , Cavallermaggiore [Gribaudo-Paravia], 1993
Demonte

Da Theatrum Statuum Sabaudiae, Amsterdam, 1682, in B. Durante-R. Capaccio "Marciando per le Alpi..." , Cavallermaggiore [Gribaudo-Paravia], 1993
Cuneo

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