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mercoledì 29 maggio 2019

La cucina degli antichi romani

 

La cucina degli antichi romani era assai semplice e con pasti molto frugali: la sua storia sarebbe stata però destinata ad una evoluzione complessa, il cui sostanziale metro di paragone sta nel confronto delle TEORIE GASTRONOMICHE DI CATONE E DI APICIO, come dire tra la semplicità ormai vetusta del primo e la sontuosità alimentare patrocinata dal secondo.
Il nutrimento essenziale era rappresentato dalla polenta di frumento (puls o pulmentus), da legumi (fave, ceci, lenticchie), da farro e da ortaggi.
Nella preparazione della polenta, veniva utilizzato principalmente il farro (far) che era in linea di massima il cereale più coltivato in quel periodo; più tardi vennero utilizzati anche miglio, panico, orzo, la farina di fave o di ceci. In ogni caso il prodotto più utilizzato restava il farro che poteva essere cotto sia in grani interi, sia macinato o frantumato nel mortaio e ridotto in polvere assumendo l'aspetto di ciò che noi chiamiamo farina (da far, farro).
La polenta era preparata in un contenitore di terracotta detto pultarium dove al farro trattato si aggiungeva acqua, sale e un po' di latte e a seconda dei gusti veniva arricchito con fave (puls fabata), cavoli, cipolle, formaggio (puls caseata) ed anche con alcuni pezzi di carne o di pesce; tutto ciò per darle un sapore più ricco, fino ad arrivare ad un vero e proprio miscuglio che conteneva un'infinità di ingredienti chiamato satura o satira ( da cui l'utilizzo moderno di queste due parole: saturazione e satira nel senso di battute o scherzi pesanti), che portava in breve tempo alla sazietà di chi lo mangiava.
Con l'arrivo del pane sulle tavole, la polenta, che era stata l'alimento base per molto tempo, vide diminuire la sua importanza. Vi erano tre tipi di pane: il pane nero o pane dei poveri (panis plebeius o rusticus), il pane bianco anche se poco migliore del primo (panis secundarius) e il pane bianco di farina finissima o pane dei ricchi (panis candidus o mundus); il grano con cui era fatto arrivò ad avere un'importanza primaria, e i Romani arrivarono perfino alla promulgazione di leggi che regolavano la corretta distribuzione di questo prodotto (cura annonae, lex Clodia, lex Sempronia frumentaria); furono organizzati speciali servizi di approvvigionamento, facendo arrivare il grano via mare da zone lontane, depositandolo in magazzini speciali per la successiva distribuzione alla popolazione sotto forma di grano in chicchi oppure come avvenne in un secondo momento, direttamente in pani già cotti.
Il pesce era un cibo molto diffuso, sia di fiume che di mare, sia quello allevato in grandi vivai (vivaria).
I pesci utilizzati nella cucina romana erano di circa 150 specie, si andava da quelli delle tavole dei ricchi (orate, triglie, sogliole, dentici, trote ecc.) a quelli delle tavole dei poveri, più piccoli, di basso prezzo, di solito conservati in salamoia (menae, gerres ecc.).
Molto richiesti erano anche aragoste, polpi, datteri, gamberi e ostriche. Le ostriche (ostrea) che Plinio definiva il "vanto delle mense opulente" erano molto ricercate infatti molti ricchi avevano allevamenti personali, in modo che questo prezioso alimento non mancasse mai alla loro mensa; per questo frutti di mare era stato fabbricato uno speciale cucchiaio a punta (cochler) con cui si aprivano e si vuotavano.
Anche se nella mensa romana erano più frequenti piatti a base di pesce, anche la carne aveva una sua importanza.
Le carni più utilizzate erano quelle di bue e di maiale, ma non era raro trovare anche carne di cervo, di asino selvatico (onager), di cinghiale e di ghiro; di quest'ultimo, molto ricercato nelle tavole dei ricchi, esistevano anche alcuni allevamenti (gliraria) e veniva servito di solito disossato e farcito.
Molto utilizzata anche la carne di uccelli.
Oltre alle specie classiche tuttora utilizzate (tordi, piccioni ecc.), venivano cucinati anche alcuni trampolieri in gran parte importati dalle varie regioni dell'impero, come i fenicotteri (se ne gustava in modo particolare la lingua), le cicogne e le grù.
Piatto molto ricercato era quello a base di carne di pavone e di fagiano.
In quanto al pollo, di cui oggi facciamo molto uso, era considerato carne poco pregiata e la si trovava per lo più nell'alimentazione dei poveri.
La carne veniva cucinata in moltissimi modi: arrosto, in umido e ripiena, con salse di vario genere.
Le uova , di cui si preferiva la chiara al tuorlo, erano come si è detto molto apprezzate come antipasto o consumate rapidamente durante la giornata (Jentaculum e prandium).
Dal latte si ricavavano formaggi freschi e secchi e dolci con aggiunta di miele, farina e frutta; il burro era poco utilizzato in cucina in quanto era usato come medicinale o come unguento per il corpo.
Nelle mense dei ricchi, in occasione di banchetti i piatti di carne o di pesce, venivano preparati nei modi più fantasiosi; era in queste occasioni che i cuochi sfoderavano la loro arte culinaria, servendo in tavola piatti a base di carne camuffati in modo che avessero l'aspetto di uno stupendo pesce alla griglia o sotto forma di vere e proprie sculture a tema mitologico.
Celebri sono i piatti serviti nell'ormai epica cena di Trimalcione, descritta da Petronio nel Satiricon di cui alcuni secoli parla ancora Macrobio.
Fra le più bizzarre elaborazioni culinarie viene menzionata una lepre con le ali disposte in modo da raffigurare Pegaso, il cavallo alato di Bellerofonte, ed una scrofa di cinghiale ripiena di tordi vivi con tanto di cinghialini, fatti di pasta, nell'atto di succhiare alle mammelle della madre.
GARUM: L'arte del saper cucinare non consisteva solo nel saper mascherare l'aspetto di un cibo, ma anche il suo sapore (anche perchè i cuochi dell'epoca non disponendo dei moderni frigoriferi dovevano mascherare il sapore un po rancido di alcuni cibi non proprio freschi), questo veniva ottenuto con l'utilizzo di varie salse composte con ingredienti che avevano poco a che vedere con la pietanza principale del piatto; ad esempio l'aggiunta di salse di pesce o di frutta spiaccicata su ricette a base di carne.
Fra queste la più importante era il garum (dal greco garon che era la specie di pesce utilizzata) o liquamen, una sorta di salsa ottenuta dalla macerazione sotto sale di interiora di pesce con olio, vino, aceto e pepe; lasciata a riposo per una notte in un recipiente di terracotta e messa all'aperto, al sole, per due o tre mesi, rimescolata ogni tanto in modo da farla fermentare; quando la parte liquida si era ridotta per effetto del sole, si inseriva un cestino, il liquido che filtrava era la parte migliore e cioè il garum, la restante parte, lo scarto, era l'allec, la salsa secondaria. Il garum, avrebbe sicuramente avuto, per i nostri gusti, un odore ed un sapore nauseabondo, anche se questo era già riconosciuto da personaggi dell'epoca, infatti Marziale, per descrivere un certo Papilo, un individuo repellente , in uno dei suoi "Epigrammi" dice: "Unguentum fuerat, quod onyx modo parua gerebat: olfecit postquam Papylus, ecce, garumst"(era un unguento profumato quello contenuto fino a poco fa in un vasetto di onice; dopo che l'ha annusato Papilo, ecco, è garum).
Il garum era di solito un liquido chiaro dall'aspetto dorato, che si conservava bene in anfore e veniva utilizzato per aggiungere un gusto saporito alle pietanze; era presente in quasi tutti i piatti e se saputo d osare, faceva la fortuna di molti cuochi.
L'industria del garum era molto sviluppata nel Mediterraneo, quello più pregiato veniva prodotto in Spagna e aveva un prezzo molto elevato, tanto da essere paragonato al più caro dei profumi nonostante il suo acre o dore; veniva importato via mare in anfore con tanto di marchio del produttore e di anno di produzione. Una grande produzione veniva effettuata anche nella nostra penisola, di prim'ordine era quello prodotto a Pompei (officina del garum degli Ombricii).
FRUTTA E VERDURE: Per quanto riguarda le verdure, si consumavano: lenticchie, fave, ceci, piselli, lattughe, cavoli, carote, rape, cipolle, zucche, carciofi e asparagi (più rari), cetrioli, erbe lassative come malve e bietole, menta e funghi (boleti) i quali erano molto ricercati.
Le olive erano sempre presenti sia sulle tavole dei ricchi che su quelle dei poveri.
L'olio di oliva fu una delle maggiori componenti dell'alimentazione dei Romani, usato anche per la medicina e per l'illuminazione; se ne trovava di varie qualità: L'olio vergine di prima spremitura (oleum flos), l'olio di seconda qualità (oleum sequens) e l'olio comunemente usato (oleum cibarium). Il consumo medio di olio di un cittadino romano era di circa 2 litri in un mese: Roma faceva la parte del leone in quanto è stato verificato che il Monte Testaccio ( un'autentica montagna artificiale formata da frammenti di anfore) è composta essenzialmente da resti di anfore olearie, in gran parte provenienti dalla regione della Betica (Spagna meridionale) che era il più grande esportatore di olio dell'epoca.
La frutta era costituita da mele (mala), pere (pira), ciliege (cerasa), susine (pruna), noci, mandorle (nux amygdala), castagne, uva (fresca e passa) e pesche.
Dall'Armenia giungevano le albicocche che venivano utilizzate spesso spiaccicate, ricavandone una salsa che accompagnava molti piatti di carne.
Dall'Africa arrivavano i datteri (dactyli).
La frutta oltre che consumata fresca veniva utilizzata anche per ricavarne marmellate ed era un componente importante per la preparazione di dolci.
Il VINO aveva un'importanza particolare per i Romani in quanto era la bevanda più amata e concludeva tutte le cene.
Veniva prodotta sia la qualità rossa (vinum atrum), sia la qualità bianca (vinum candidum), era commerciato in larga scala e addirittura si formarono anche alcune cooperative per la vendita di questa bevanda ( collegia); a Roma è stata verificata l'esistenza di un porto e di un mercato attrezzati essenzialmente per la vendita del vino ( portum vinarium e forum vinarium).
Il vino era raramente limpido e veniva di solito filtrato con un passino (colum), si beveva quasi sempre allungato con acqua calda o fredda (in inverno a volte anche con neve) in modo da ridurne la gradazione alcolica di solito da 15/16 a 5/6 gradi.
I tipi più pregiati erano il Massico e il Falerno (dalla Campania), il Cecubo, il Volturno, l' Albano e il Sabino (dal Lazio) e il Setino; i più scadenti erano il Veietano (come tutti i vini dell'Etruria era considerato di qualità scadente), quello del Vaticano e quello di Marsiglia ( i vini della Gallia narbonese venivano affumicati e spesso contraffatti ).
Esistevano anche vini resinati, ma considerati di cattiva qualità in quanto la resina si aggiungeva ai vini più scadenti in modo che si conservassero più a lungo.
Sulle anfore utilizzate per il trasporto era impressa in una targhetta (pittacium) l'origine e la data di produzione per tutelare l'acquirente, anche se già in quell'epoca esistevano casi di adulterazione (cosa non rara: per esempio in una ricetta di Apicio si insegna a trasformare il vino rosso in bianco.
I vini aromatizzati sono indicati sotto il nome di Aromatites, di Mirris, uno dei più apprezzati.
Si aveva infatti l'abitudine di fare un vino aromatico, preparato all'incirca come i profumi, prima con mirra poi canna, giunco, cannella, zafferano e palma.
Il Gustaticium era un vino aperitivo da assaporare prima del pasto e che si addollciva con l'aggiunta di miele.
Infine erano ricchi di vini medicinali, si mescolava vino e miele e il prodotto era chiamato Mulsum.
Il Passum era un vino fatto con uve secche ma che serviva per i malati.
Certe famiglie pompeiane si erano specializzate nella viticoltura e facevano invecchiare nelle cantine le anfore di mulsum.I vini invecchiati (quelli che avevano passato l'estate successiva alla data di produzione) erano di grande pregio sulle tavole dei ricchi Romani, i quali li ostentavano nei loro banchetti.
Esistevano anche surrogati del vino come la lora, ottenuta dalla fermentazione delle vinacce con acqua subito dopo la vendemmia e la posca, formata da acqua e vino inacidito (acetum).
Il consumo del vino ebbe la sua espansione in epoca imperiale per lo più nelle zone di produzione e nelle grandi città come Roma dove per le enormi esigenze dovute all'alta densità della popolazione portarono anche ad una distribuzione gratuita di questa bevanda (imperatore Aureliano, ultimi decenni del III sec. d.C.) e al conseguente afflusso di grandi quantità di vino sia italico che di importazione. I prezzi andavano dai 30 denari al sestiario (0,54 l) per i vini pregiati (Falernum, Sorrentinum, Tiburtinum), ai 16 denari al sestiario per i vini di media qualità, agli 8 denari per i vini di basso pregio.
Il consumo medio di vino in un anno è stato calcolato in 140 - 180 litri a persona: questo grande consumo si pensa fosse dovuto anche al grande apporto calorifero che dava alla dieta romana, costituita in gran parte da cereali e vegetali.

da  Cultura-Barocca


mercoledì 15 maggio 2019

Domenico di Giovanni, detto Burchiello, poeta

Fonte: Wikipedia
Burchiello era il pseudonimo usato da Domenico di Giovanni, nato a Firenze nel 1404.
Era figlio di un legnaiolo.

Esercitò la professione di barbiere.
Nella sua bottega convenivano pittori, poeti, ma anche molti cittadini anti-medicei: per questo Burchiello fu costretto ad andare esule a Siena nel 1434.

Imprigionato più volte per reati comuni, nel 1455 andò a Roma per cercare di aprirvi una bottega.
Morì a Roma nel 1449 nella più squallida miseria.
Con Burchiello siamo davanti a un tipo di composizione particolare.
Poetare "alla burchia" significò presto comporre sonetti, per lo più caudati, di bizzarra fattura, in cui le parole e le immagini si susseguono e si incalzano senza un nesso apparente.
I contemporanei forse avvertivano, dietro l'accumulo e le strane combinazioni, riferimenti ormai perduti.

Con Burchiello, al di là del gioco, dell'assurdo, del gratuito, siamo davanti al tentativo e alla ricerca di vie poetiche nuove e diverse.
Una ricerca di forme nuove e di più ampia libertà psicologica e contenutistica, ma con attenzione verso la tradizione.
Una poesia popolare, ricca di significato storico.
Testimonianza della complessità del mondo culturale toscano e fiorentino in particolare.
Tanto più che questa poesia popolare fu ascoltata e imitata anche da uomini di cultura, architetti, pittori, come ad esempio Alberti.

La strampalata ricchezza dei sonetti di Burchiello non fu un episodio breve, ma ebbe vasta fortuna e diede vigore a una tradizione anti-petrarchesca di grande importanza per la ricerca espressiva in volgare.

I sonetti di Burchiello e dei suoi seguaci sono raccolti in un'edizione purtroppo inattendibile dal punto di vista testuale e attributivo, i "Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d'altri poeti fiorentini alla burchiellesca" (1757).

da Cultura-Barocca


mercoledì 8 maggio 2019

Teatro e spettacoli ludici avversati dal trionfante Cristianesimo


Con il Cristianesimo la "Vita del Teatro", al pari di quella di altri spettacoli ludici, in particolare i giochi sportivi e soprattutto quelli gladiatori, venne meno.

A questo proposito si possono citare due testi fondamentali e cioè il "De Spectaculis" dell'autore cristiano Tertulliano [opera in cui i Capitoli XVII (I teatri sono sentine d'impurità e di disonestà) e XVIII (Le tragedie, le commedie hanno in loro qualcosa d'illecito e di empio) assieme al Capitolo XXVI. Il teatro è cosa che ha in sé carattere demoniaco sembrano davvero "tuonare" come una condanna totale ed ergersi a profetico epitaffio per un genere d'arte che dai Greci ai Romani conobbe opere e autori di straordinaria grandezza] e, per quanto concerne la sanzione legislativa, il Libro XV al punto trattante 5.10, De Spectaculis precisamente al Capo 7.10 del "Codice dell'Imperatore Teodosio" colui che in definitiva concluse l'opera di Costantino il Grande (e conseguentemente del I Concilio di Nicea con la basilare sanzione del Simbolo Niceno) determinando a pro del Cristianesimo "Religione Ufficiale dell'Impero" una graduale ma ineluttabile cancellazione del Paganesimo.
In questo formidabile processo di "moralizzazione secondo i dettami della Cristianità" le donne perdettero tutto quanto avevano ottenuto in tema di diritti civili e naturalmente le "Donne dello Spettacolo" scomparvero nel nulla, divenendo un pallido ricordo: ed è sempre di Tertulliano, ancora per la sua versione quasi profetica e fatta in tempi in cui il Paganesimo era la Religione ufficiale, la sanzione più terribile su di esse contenuta nel citato Capitoli XVII (I teatri sono sentine d'impurità e di disonestà) laddove appunto scrive in merito ad Attrici, Mime, Cantanti ecc. = ....Quello che fa riscuotere al teatro, il favore più grande, risulta da tutto un insieme di immoralità: ogni cosa è basata su di esse: uno di Atella s'abbandona a gesti ridicoli ed immorali; ecco una rappresentazione mimica; vi sono anche donne che recitano, portando proprio fino all'ultimo gradino quel senso di dignità e di pudore che è pure proprio della donna: è più facile che una arrossisca in casa... ma sulla scena non sarà mai. Il pantomimo finalmente ha vissuto sulla propria persona l'onta della vergogna più turpe, ancora fanciullo, per poi esser capace di rappresentarla sulla scena in un modo, così efficace. Si portano sulla scena donne da trivio, avanzi della corruzione e del pubblico più bestiale capriccio; più disgraziate lì, sotto gli occhi stessi delle matrone alle quali sole erano rimaste forse nascoste: eccole lì, ora, portate in bocca di tutti: gente d'ogni età e di ogni qualità e grado: si sa il luogo della loro vergogna, il prezzo del loro disonore, le loro abilità e i loro pregi!... sono proclamati... anche a chi non li vorrebbe sapere. Non dico nulla poi di tutto il resto che bisognerebbe tenere gelosamente nascosto nei più solitari recessi e sotto la cortina più densa di tenebre, perché tante vergogne non riescano ad inquinare e ad offuscare la luce del giorno. Provate vergogna, o senatori, e così pure o cittadini, di ogni ordine, arrossite! E quelle donne che ormai hanno infranto il senso e il principio del loro onore e della loro dignità, nel timore che esse hanno di presentarsi in piena luce al cospetto di tutto un popolo, arrossiscano di vergogna, per quei loro gesti immorali, almeno una volta in un anno. Se ogni forma di volgarità e di bassezza deve esser colpita dalla nostra maggiore esplicita esecrazione, come potrebbe esser lecito udire ciò che non ci è possibile di dire?".
La "distruzione ufficiale del Teatro" ad opera del Cristianesimo data però almeno ufficialmente dal Sinodo d'Elvira del IV secolo, inducendo anche gli spettatori oltre che gli attori - sia con la partecipazione che con la visione di spettacoli osceni - a perpetrare il gravissimo peccato della lussuria: anche se con il trascorrere dei secoli il rischio venne parzialmente ridimensionato. Il "Problema del Teatro e dei Teatranti" in effetti però non venne mai meno attraverso i secoli ed anzi i millenni, pur attraversando postazioni ondivaghe, ora più severe, ora maggiormente tolleranti, ma con un'impostazione, quasi immutabile nella sostanza, della Chiesa.

da  Cultura-Barocca



giovedì 18 aprile 2019

Su Esiodo

Gustave Moreau, Esiodo e una Musa (1891) - Fonte: Wikipedia
Esiodo (in greco antico Esiodos, in latino Hesiodus), poeta greco, le cui opere sono fatte risalire al periodo tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del VII secolo a.C,  nacque ad Ascra, in Beozia. Per quanto riguarda la data di nascita, fin dall'antichità non si sa con precisione se porlo come precedente, contemporaneo o posteriore a Omero. Erodoto lo crede di 4 secoli più antico di lui, un'indicazione che riporterebbe la nascita di Esiodo intorno al VIII secolo prima di Cristo. Egli tuttavia partecipò alle feste in onore di Amfidamante, dove partecipò ad un agone in cui ottenne la vittoria ed un tripode in premio, la cui datazione oscilla di qualche decennio a cavallo del 700 a.C. È quindi riconosciuta dai critici moderni la collocazione di Esiodo intorno al principio del VII secolo a.C. Un Agone dà invece una testimonianza del tutto sospetta della contemporaneità con Omero.

I dati biografici ci vengono invece dati dalle sue stesse opere. Figlio di un commerciante marittimo, originario della Cuma eolica, costretto a trasferirsi in Beozia per la fallita attività, dice egli stesso di non intendersi di mare, perché fece una sola traversata nella sua vita, quella da Aulide a Calcide in Eubea per le feste di Amfidamante. Per questo motivo i critici ritengono impossibile la nascita nella città di origine del padre (non avendo fatto che quell'attraversata e non il passaggio da Cuma ad Ascra), e vedono come città natale Ascra stessa, anche se l'affermazione di Esiodo non sarebbe in contraddizione con una sua nascita nella Cuma eolica (la traversata infatti sarebbe stata fatta dall'Esiodo ancora bambino al seguito del padre).

Trasferitosi quindi in Beozia, il padre dovette diventare un agricoltore e sulle sue orme lo divenne pure Esiodo, tanto che la sua Le opere e i giorni da una dettagliata descrizione della vita contadina del tempo.

Alla morte del padre, il patrimonio viene diviso tra lui e il fratello, Perse, che dopo avere dilapidato tutta la sua parte riuscì tramite raggiro ad impossessarsi della parte di Esiodo (dopo un processo giudiziario in cui corruppe i giudici). Plutarco ci riporta della sua morte violenta, ucciso dai fratelli di una donna che sedusse o tentò di sedurre.

Si narra che alle feste in onore di Amfidamante, dove vinse, Esiodo avesse superato in bravura Omero stesso. Questo dato non è più di tanto attendibile, poiché il certamen che lo attesta sembra un invenzione del sofista Alcidamante .

Oltre alle Opere e giorni, Esiodo è sicuramente anche autore della Teogonia, il primo poema religioso greco che tenta di stabilire un ordine nella genealogia delle divinità adorate in Grecia (teogonia è esattamente questo, cioè la nascita delle divinità). Quest'opera nasce dall'esigenza da parte dell'autore di "definire" e riorganizzare la fluttuante materia mitologica che, a causa delle diverse tradizioni locali dell'Ellade, presentava differenti leggende o addirittura differenti "genealogie" per il medesimo dio o dea. Essa, inoltre, contiene numerose informazioni sulle origini dell'universo e sulle divinità primordiali, che contribuirono alla sua formazione e proprio per tale ragione si ritiene che la Teogonia fu il testo che garantì la vittoria di Esiodo alle feste Calcidiche, e che quindi vada ritenuto precedente alle Opere. Oltre alle due celeberrime opere a noi per intero arrivate, del corpus esiodeo dovevano far parte anche il Catalogo delle donne o Eoie, conservato in forma frammentaria, lo Scudo di Eracle e una serie di opere minori, tutte conservate gravemente frammentate e della cui autenticità gli stessi antichi già dubitavano. Non è per nulla chiaro cosa fossero le Grandi Eoie, di cui sono attestati a malapena il titolo e qualche frammento.

Esiodo è un poeta epico, e quindi la sua lingua è quella dell'epos, condizionata già dall'uso dell'esametro. Esiste tuttavia qualche eccezione, spesso forme che rimandano ai dialettismi locali, più presenti nelle Opere. Ovviamente, data la posizione eolica della Beozia (dove le opere esiodee sono composte), sono più presenti gli eolismi in confronto all'epos omerico. Da parte di quei critici che vogliono Esiodo come un rappresentante di una tradizione poetica indipendente, sono stati ipervalutati quegli aspetti linguistici estranei totalmente ad Omero, come alcuni infiniti brevi e accusativi plurali brevi della prima declinazione. Lo stile formulare invece, è variegato. Molte sono, difatti, le formule prettamente omeriche o costruite su di esse. Omero inoltre non poteva essere presente come modello (a differenza di quello che avvenne nell'epica più tarda) bensì come rappresentante di un genere letterario ancora vivo e attivo, e la cultura a cui apparteneva Esiodo, quella Beotica, era diversa da quella che aveva prodotto l'epos.

Esiodo occupò sempre il primo posto nella poesia epica insieme ad Omero, ed era una grandissima personalità, e come avvenne per Omero attirò a sé una quantità di opere non sue. Si riporta di seguito la lista completa delle opere minori, di cui però spesso girava il sospetto (o la certezza) che si trattassero di apocrifi.

Opere di Esiodo:
· Il catalogo delle donne o Eoie
· Lo scudo di Eracle
· I precetti di Chirone
· L'Astronomia
· L'Aigìmios
· La Melampodia
· La discesa nell'Ade di Pirìtoo
· Le nozze di Ceìce (forse appartente al Catalogo )
· Dattili Idei
· Le Grandi Opere
· L'Ornithomànteia

Le opere e i giorni è un poemetto di Esiodo, scritto nel metro (esametro dattilico) e nella lingua tradizionale dell'epopea.
Il contenuto non è narrativo, ma riflessivo e moraleggiante. Esiodo aveva fin lì scritto opere di contenuto mitologico ed erudito. Il cambiamento fu indotto da un fatto della sua vita personale, citato anche nei primi versi: un'ingiustizia subita nella divisione dell'eredità paterna che lo portò ad una lite con il fratello.
Nella prima parte esprime consigli al fratello, esponendo il pensiero del poeta sul problema della giustizia e del lavoro. La ricchezza è benefica per l'uomo, perché incita al lavoro, ma è facile cadere negli eccessi. C'è un peccato originale che grava sull'umanità, poco basterebbe alla felicità se gli dei non ne nascondessero il segreto. Dal giorno in cui Prometeo diede agli uomini il fuoco e le arti, la necessità del lavoro senza fine è ricaduta sull'umanità, insieme ai dolori e alle malattie. Il pessimismo di Esiodo si ritrova nel mito delle età del mondo, con un decadimento dall'età dell'oro a quella del ferro, e, per il futuro, prevede mali anche peggiori. La salvezza dell'uomo è nella giustizia, nell'onestà e nella prudenza, che possono dare una ricchezza benedetta dagli dei.
L'esortazione al lavoro, che chiude la prima parte, dà l'inizio ai temi della seconda parte: i precetti sull'economia domestica e sul lavoro dei campi in relazione alle stagioni. Successivamente tratta il commercio e la navigazione, anche se più brevemente. Una serie di sentenze morali e precetti pratici diversi segna il passaggio all'ultima parte.
La terza parte dell'opera, consiste in un calendario, suddiviso per mesi, nei quali sono indicati giorni più adatti per le diverse attività. Di questa parte non si ha la certezza che sia stata scritta dallo stesso Esiodo ma si pensa sia stata aggiunta successivamente.
Le opere e i giorni segnano un momento importante della letteratura greca. L'aedo, abituato a divertire le corti con le gesta leggendarie dell'aristocrazia, si rivolge alle attività dell'uomo comune. La coscienza di Esiodo è sorretta da un vivo senso religioso e cerca di elevarsi ad una concezione morale del mondo la saggezza e le superstizioni del tempo. I versi ci riportano una società che ha bisogno del lavoro per vivere: «Non il lavoro ma l'ozio è un disonore». Esiodo è stato chiamato poeta dei contadini, ma non è un poeta contadino: la vita dei campi è vista da uomo colto e la esprime con forme tradizionali. Taluni la considerano un'opera didascalica su lavoro dei campi, mentre deve essere considerata una meditazione sui problemi della vita sociale (in special modo quello della giustizia)

La Teogonia è un poema mitologico di Esiodo , in cui si raccontano la storia e la genealogia degli dei greci. Si ritiene che sia stato scritto intorno all'anno 700 a.C. , ed è una fonte fondamentale per la mitografia. L'opera è composta da 1022 esametri e ripercorre gli avvenimenti mitologici dal Caos primordiale fino al momento in cui Zeus diviene re degli dei; sembra sia stata scritta verso l'anno 700 a.C. L'ordine introdotto dal poeta non è ben riconoscibile, tanto da far discutere i critici su trasposizione e interpolazioni. Il disegno generale è comunque quello del pensiero esiodeo, quale risulta anche ne Le opere e i giorni. In un ampio proemio iniziale, Esiodo parla delle Muse, citando anche sé stesso. Quindi racconta di come dal Caos si originarono l'Erebo e la Notte e il Giorno. Dalla Terra nacquero Urano (il cielo) e il Mare; da Urano la famiglia dei Titani, l'ultimo dei quali, Crono , mutilò il padre e regnò sugli altri dei, finché non venne sostituito da Zeus.
Il passaggio dalla signoria dei Titani alla monarchia di Zeus viene visto dal poeta come il passaggio dalla violenza e dal disordine all'ordine e alla giustizia. Segue una lunga ridistribuzione della potenza degli dei, con l'indicazione anche delle divinità minori, talora in elenchi che sembrano alberi genealogici. Alla fine viene fatto cenno alle unioni tra gli dei e degli dei con i mortali, che daranno origine alle schiere degli eroi della mitologia greca.
Sicuramente antecedente alle Opere , quest'opera non va probabilmente considerata teologica in senso stretto. La sua funzione non è quella di spiegare razionalmente (o giustificare) la natura del mondo divino, ma solo di descrivere tale mondo e la sua struttura. Esiodo propone quindi una dettagliata genealogia divina, simile a quella degli eroi, che però nell'epica si limita a scarne indicazioni, soprattutto formulari, che servono a integrare la visione complessiva dell'eroe con la sua discendenza. Per Esiodo, la genealogia divina non è un'integrazione, è il soggetto stesso dell'opera, un elemento cioè costitutivo.
Il poema si apre (come di consueto nell'epica greca) con una invocazione alle Muse; ma è una novità di quest'opera è l'"investitura personale" che Esiodo proclama per sé stesso. Non va trascurato che Esiodo è il primo autore occidentale di cui abbiamo una biografia (o almeno dei dati biografici) forniti dall'autore stesso, a differenza di quanto si può dire, per esempio, riguardo a Omero . Esiodo scrive di sé, sa di essere poeta, di inventare, di creare; a differenza dell'aedo tradizionale, egli non è più un mero tramite fra le Muse e gli ascoltatori. Per evidenziare questo, nella Teogonia compare quello che diverrà un importantissimo topos , appunto quello dell'investitura: le Muse, nate da Zeus e Mnemosine (la memoria) e dette eliconie poiché abitano il monte Elicona , si rivolgono a Esiodo stesso mentre pascolava vicino a quel luogo:
"Cominciamo il canto dalle Muse eliconie
che di Elicona possiedono il monte grande e divino
e intorno alla fonte scura, coi teneri piedi
danzano, e all'altare del forte figlio di Crono;
e bagnate le delicate membra nel Permesso
e nell'Ippocrene o nell'Olmeio divino
sul più alto dell'Elicona intrecciavano danze
belle e soavi, e si muovevano con piedi veloci.
Di lì levatesi, nascoste da molta nebbia, notturne andavano, levando la loro bella voce
celebrando l'egioco Zeus e Era signora,
argiva, dagli aurei calzari,
e la figlia dell'egioco Zeus, Atena occhi-azzurri,
e Febo Apollo, e Artemide saettatrice,
e Posidone, signore della terra, scuotitore del suolo,
e Temi veneranda, e Afrodite dagli occhi guizzanti,
e Ebe dall'aurea corona, e la bella Dione,
e Leto e Iapeto e Crono dai torti pensieri,
e Aurora, e Sole grande e Luna splendente,
e Gaia, e il grande Oceano, e la nera Notte,
e degli altri immortali, sempre viventi, la sacra stirpe.
Esse una volta a Esiodo insegnarono un canto bello,
mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicona;
questo mythos, per primo, a me dissero le dee,
le Muse d'Olimpo, figlie dell'egioco Zeus:
"O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre,
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare".
Così dissero le figlie del grande Zeus, abili nel parlare
e come scettro mi diedero un ramo d'alloro fiorito,
dopo averlo staccato, meraviglioso; e mi ispirarono il canto
divino, perché cantassi ciò che sarà e ciò che è,
e mi ordinarono di cantare le stirpi dei beati, sempre viventi;
ma esse per prime, e alla fine, sempre.
Ma a che tali discorsi sulla quercia e la roccia?
Orsù, dalle Muse iniziamo, che a Zeus padre
inneggiano col canto rallegrano la mente grande in Olimpo,
dicendo ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu,
con voce concorde; e instancabile scorre la voce
dalle loro bocche, dolce. Ride la casa del padre,
Zeus tonante, delle dee alla voce delicata,
che si diffonde; e risuona la cima dell'Olimpo nevoso
e la dimora degli immortali; esse la divina voce levando
degli dei la venerata stirpe per prima celebrano col canto
fin dall'inizio: quelli che Gaia e Urano ampio generarono
e quegli dei che da loro nacquero, dispensatori di beni,
e dopo, come secondo, Zeus, degli dei padre e degli uomini,
che le dee celebrano cominciando e terminando il canto,
quanto sia il migliore degli dei e per forza il più grande;
poi degli umani la stirpe e dei possenti Giganti,
cantando rallegrano in Olimpo la mente di Zeus,
le Muse olimpie, figlie di Zeus egioco.
Le partorì nella Pieria, unitasi al padre Cronide,
Mnemosyne, dei clivi d'Eleutere regina,
che fossero oblio dei mali e tregua alle cure.
Per nove notti ad essa si unì il prudente Zeus,
lungi dagli immortali, il sacro letto ascendendo;
ma quando fu un anno e si volsero le stagioni,
al decrescer dei mesi, e molti giorni furono compiuti,
allora lei partorì nove fanciulle di uguale sentire, a cui il canto
è caro nel petto, e intatto da cura hanno il thymos,
poco lontano dalla più alta vetta dell'Olimpo nevoso;
e là sono i loro splendidi cori e la bella dimora;
vicino a loro stanno le Grazie e Desiderio
nelle feste; e loro dalla bocca l'amabile voce levando
cantano i nomous e i saggi ethea
degli immortali celebrano, l'amabile voce levando.
Esse allora andarono all'Olimpo, fiere della bella voce,
con l'immortale canto; e attorno risuonava la terra nera
ai loro inni, e amabile sotto i loro piedi un suono si alzava
all'incendere verso il padre che regna in cielo,
lui, signore del tuono e della folgore fiammeggiante
che con la forza vinse il padre Chronos, e bene ogni cosa
fra gli immortali divise ugualmente e distribuì gli onori.
Ciò dunque le Muse cantavano, che abitano le olimpie dimore,
le nove figlie dal grande Zeus generate,
Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,
Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,
e Calliope, che è la più illustre di tutte.
Ella infatti i re venerati accompagna:
quello che onorano le figlie di Zeus grande.
e quando nasce lo guardano, fra i re nutriti da Zeus,
a lui sulla lingua versano dolce rugiada,
e dalla sua bocca scorrono dolci parole; le genti
tutte guardano a lui che giustizia amministra
con retti giudizi; mentre lui parla sicuro,
subito, anche una grande contesa, placa sapientemente;
perché è per questo che i re sono saggi, perché alle genti
offese nell'assemblea danno riparazione
facilmente, con le dolci parole placandole;
quando giunge nell'assemblea come un dio lo rispettano
con dolce reverenza, ed egli splende fra i convenuti.
Tale è delle Muse il sacro dono per gli uomini.
Dalle Muse infatti e da Apollo lungisaettante
sono gli aedi sulla terra e i citaristi,
da Zeus i re; beato colui che le Muse
amano; dolce dalla sua bocca scorre la voce
se c'è qualcuno che per gli affanni nel thymos recente di lutto
dissecca nel dolore il suo cuore, se un aedo
delle Muse ministro le glorie degli uomini antichi
celebra, e gli dei beati signori d'Olimpo,
subito scorda i dolori , né i lutti
rammenta, perché presto lo distolgono i doni delle dee
".
(traduzione di G. Arrighetti)
Verso la fine di questo passaggio viene introdotto un tema molto importante nell'opera di Esiodo: la verità. Nell'epos, la distinzione tra vero e falso avveniva solo nei rapporti fra i personaggi (un esempio è il verso omerico da cui è ricavato il v. 27, in cui si definisce il comportamento menzognero di Odisseo nei confronti di Penelope : ...fingeva e diceva molte menzogne simili al vero.... "Dire la verità" non era però mai stato citato in precedenza come un dovere dei cantori epici, poiché quello che cantavano non era cantato perché vero, ma vero perché cantato. Questo nuovo atteggiamento distacca Esiodo dall'epos omerico, e forse è anche inteso a chiarire che l'opera si rivolge solo a quel pubblico che non crede alle Muse anche quando dicono cose simili al vero. Esiodo fu anche il primo poeta a specificare il numero delle Muse, e dare un nome ad ognuna.
È al v. 112 che inizia la trattazione effettiva del testo. Esiodo dice: ...e come i beni si divisero e gli onori si spartirono..., ad indicare come le divinità effettivamente si dividano i compiti; cioè comincia una certa differenziazione fra gli dei, che sarà infatti poi il tema centrale del testo.
La fede in un ordine universale e lo sforzo di trovare nella volontà divina una giustificazione profonda a tutte le ingiustizie e le contraddizioni del mondo umano, conferiscono al pessimismo uno sfondo religioso, che lo limita e lo riscatta. Esiodo ha dato espressione di pensiero che diverrà fondamentale negli autori delle età successive.

da Cultura-Barocca


giovedì 11 aprile 2019

Su Èze, dipartimento delle Alpi Marittime della regione francese della Provenza-Alpi-Costa Azzurra

Antichità di Esa [Èze], stampa tratta da M. Paroletti, Viaggio romantico delle province dell'italia antica e moderna Italia, Torino, 1824, Tav. 4, lib. IV

EZE HA DAVVERO L'ASPETTO DI UN PAESE FORTIFICATO, A NIDO D'AQUILA CHE, DALL'ALTO DEI SUOI 472 M. E CIRCONDATO DALLE ROVINE DEL CASTELLO DOMINA IL MARE, QUASI IN POSIZIONE STRATEGICA TRA LA PIAZZA PORTUALE DI NIZZA E LA FONDAMENTALE BASE MILITARE-FORTIFICATA DI VILLAFRANCA


Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia
LA CHIESA DI NOTRE-DAME DE-L'ASSUMPTION (1764 - 1772) A EZE SI EVIDENZIA NEL CONTESTO DEL PAESE ARROCCATO IN FUNZIONE DI UNA SUA POSITURA ABBASTANZA DEFILATA OLTRE CHE PER LA FACCIATA CLASSICA. LA PIANTA E' AD UNA SOLA NAVATA CON CAPPELLE LATERALI, UN CAMPANILE QUADRATO A DUE PIANI ED UN CORO. MENTRE LA DISPOSIZIONE ARCHITETTONICA ESTERNA RISPONDE FACILMENTE ALLA TRADIZIONE RINASCIMENTALE E CLASSICA L'INTERNO HA UNA SUA CONFORMAZIONE APPARENTEMENTE CONTRADDITTORIA SI' CHE VI SPICCA SOPRATTUTTO UN ARCO DI TRIONFO, ELEMENTO ISTITUZIONALE DELLE SCELTE STILISTICHE BAROCCHE, CUI E' SOSTANZIALMENTE DEMANDATA LA FINALITA' TIPICAMENTE SEICENTESCA DI OPERARE UNA CONTRAZIONE DI VOLUME ONDE RIDURRE LO SPAZIO PER SUGGERIRE UN PIU' INTIMO RAPPORTO COL DIO, FATTO PERALTRO ESORCIZZATO DA UN RESTRINGIMENTO LATERALE CHE, ESALTANDO LA VERTICALITA', EVOCA L'EMOZIONE DI UN'ASCESA VERSO IL DIVINO, PERALTRO RAFFORZATA DALL'ESISTENZA DI UNA VOLTA A CALOTTA CHE, DILATANDO L'AMBIENTE, ACUISCE QUESTO EFFETTO SENSORIALE.


Fonte: Wikipedia
Fonte: Wikipedia
Fonte: Wikipedia

 da Viaggio da Genova a Nizza, ossia Descrizione con notizie … / scritta da un ligure nel 1865 (Firenze, tip. Calasanziana, 1871) [in effetti l’anonimo era Padre Luigi Ricca (1836-1881) da Civezza (IM)]

da  Cultura-Barocca

domenica 7 aprile 2019

I primi giornali


In Europa il primo giornale a stampa apparve all'inizio del XVII secolo - proposto nell'immagine di cui sopra - ed intitolato Relation aller Fürnemmen und gedenckwürdigen Historien vale a dire "Resoconto di tutte le notizie importanti e memorabili" che vide la luce a Strasburgo (al tempo città di lingua tedesca) nel 1609 ad opera dell'alsaziano Johann Carolus. Si distingueva dai contemporanei fogli d'informazione in quanto era editato ad intervalli regolari, in genere una o due volte alla settimana. Il primo periodico a riportare però la numerazione progressiva fu Alle de Nieuwe Tijdinghen ("Tutte le notizie recenti") di Abraham Verhoeven, stampatore di Anversa che nel 1605 aveva ottenuto il privilegio di stampare e diffondere tutte le future imprese degli arciduchi Alberto VII e Isabella. Si può supporre che nei primi tempi uscisse a intervalli irregolari, anche se solo a partire dal 1620 si conoscono pubblicazioni periodicamente regolari. 

Fu invece La Gazette di Parigi del 1631 il primo giornale a proporre avvisi pubblicitari. 

Il formato dei giornali del Seicento era piccolo, le pagine da 4 a 8 (in maniera conforme ai Fogli Volanti): li si editava mediamente stampandoli su una sola facciata, divisa al massimo in due colonne e senza titolazione.
Generalmente erano stampati su fogli grossolani, grigi con caratteri che rimanevano impressi a rilievo forte.
 
Il primo vero e proprio quotidiano risultò essere la Einkommende Zeitungen il cui sottotitolo dettava Resoconto degli affari di guerra e del mondo. Siffatta pubblicazione a dire il vero quando fu inaugurata nel 1650 a Lipsia ad opera del libraio Timothäus Ritzsch era solo settimanale evolvendosi nel corso di un decennio sin alla tipologia del quotidiano. 

Il primo giornale con un'impaginazione a colonne, alla maniera dei giornali moderni, risultò essere l'Oxford Gazette nel 1665 successivamente destinato ad assumere l'intitolazione di London Gazette.
 
Il giornale più antico tuttora esistente è la Gazzetta di Mantova, fondata nel 1664. 

Questi nuovi giornali avevano formato maggiore, “in folio”, di maniera che per essi si ebbe una nuova impaginazione. Tuttavia il progresso non era uniforme ed ancora nel XVII secolo alcuni fogli di notizie erano pubblicati e diffusi senza un nome proprio.
 
Il generalizzato uso di una testata si affermò gradualmente attraverso il passar del tempo e nel contesto di nominazioni abbastanza ripetitive seppur connesse ai contesti geoolitici:  "Gazzetta" in Italia e in Francia, "Mercurio" (anche "Araldo") in Inghilterra, "Corriere" nelle Fiandre.
 
Da fine '700 e per tutto il XIX secolo i quotidiani divennero un fenomeno epocale dati anche gli eventi che presupponevano le trasformazioni che avrebbero condotto dal Vecchio al Nuovo Regime ovvero dalla Vecchia alla Nuova Europa.
 
Il giornalismo raggiunse comunque l'acme in Inghilterra e la periodicità delle pubblicazioni si può tuttora notare anche nei titoli delle riviste nate in quegli anni, come il Daily Courant del 1702, il Daily Post del 1719 e il Daily Journal del 1720. 

E fu ancora in Inghilterra che videro la luce i primi giornali della sera che in effetti originariamente erano pubblicazioni trisettimanali destinate alle zone lontane dalla capitale londinese accanto a cui si affermarono le prime forme di giornalismo leggero come nel caso del periodico The Tatler e lo Spectator di Joseph Addison. I primi esempi di stampa periodica a carattere non informativo compaiono intorno a metà del Seicento: si trattava soprattutto di pubblicazioni a carattere letterario o scientifico.

da  Cultura-Barocca

martedì 2 aprile 2019

Picasso tra ferro e fuoco nella fucina di Vallauris



Antonio Aniante (1900-1983) nelle Memorie di Francia scrive:

"In un ritaglio della stampa francese (che molto gentilmente mi ha fatto avere un grande amico degli scrittori e giornalisti quale è Umberto Frugiuele), trovo notizie poco liete sulla salute di Picasso.
Dopo di aver subito la delicata operazione della cistifellea, non gode più della sua leggendaria salute di ferro. Sono i polmoni e i bronchi che gli dan serio fastidio.
- Ha, probabilmente, fumate troppe sigarette "Gauloises", - mi fa un collega della Costa Azzurra, che lo ha avvicinato spesso. Non sono interamente del suo parere; io penso che non è tanto il fumo, quanto il fuoco del suo forno di Vallauris che, in venti anni di quotidiana presenza, gli è stato nocivo.
Subito dopo la guerra, Picasso, sessantacinquenne, lasciava la brumosa Parigi per l'assolata Provenza; e si stabiliva sull'amena collina di Vallauris, fra Nizza e Cannes. Qui entrava in rapporti d'affari con la giovane coppia Ramiez, proprietaria della fabbrica di ceramiche "Madoura".
Picasso si consacrava alla terracotta. La mattina presto, eccolo al forno, al suo forno, in compagnia di alcuni operai italiani, fino a tardi la sera, la notte, non smettendo di lavorare. Il risultato del suo sforzo non tarda a ottenerlo. Vallauris, che deperiva a vista d'occhio, che si spopolava e impoveriva, ora, grazie alle originali ceramiche di Picasso ritrovava gloria e prosperità; conquistava un primato mondiale nell'arte e nell'industria della terracotta.
Un uomo solo, un solo uomo ha compiuto il prodigio: la popolazione è aumentata; il paese si è fatto più grande e più bello; le fabbriche di ceramiche si sono moltiplicate.
I turisti si ritrovano sulla piazza del paese, dinnanzi al monumento dell' "Homme au mouton", l'uomo con il piccolo montone in braccio, firmato da Picasso; di là si recheranno ad ammirare l'immenso "Affresco della Pace", anch'esso di Picasso, cittadino onorario di Vallauris. Ignorano che l'idolo, il guerriero, il genio, l'artigiano, l'operaio ha deposto armi e strumenti del mestiere, forse per sempre.
Senza alcuna speranza di poterlo vedere, mi sono inoltrato fin sotto le mura del suo castello di Mougins. Non ho insistito presso il guardiano; e son ritronato sui miei passi, con l'anima oppressa da sinistri presentimenti.
Cammin facendo, rivedo Picasso a torso nudo, in calzonicini da spiaggia, sudato e acceso in viso, dinnanzi al suo forno, che sta cuocendo la terra. Il ricordo non è di ieri ma di un passato che si può dire ormai remoto; e mi vien da pensare che la sua immane fatica di artigiano, di operaio, di manimpasta, è maggiormente ammirevole del fatto che egli, al pari di Matisse, alla fine della seconda guerra mondiale era pittore celeberrimo e miliardario; le sue mani non erano callose, oscure, sciupate.
Non è più, per lui, a Vallauris, sotto il sole, la vita sedentaria di Parigi, direi quasi la sua vita artificiale. Fra le vigne, gli ulivi e i fichi d'India, l'esule ritrova il vero se stesso, ritorna alle sue origini: si ritempra sotto lo stesso limpido cielo della nativa Malaga.
Se fosse rimasto a Parigi, la sua fibra di lottatore si sarebbe logorata anzi tempo, minata come era dalle insidie dell'avverso clima; allora, Picasso, obbedendo all'istinto di conservazione, fuggì dalla nebbia al sole; e pur di riconquistare la sua natura mediterranea, non esitò a liberarsi, a spogliarsi d'ogni ricchezza, d'ogni gloria e di ogni piacere; a ritornare a un'esistenza solare e primitiva: nel mare, a Golfe-Juan; dinnanzi al rustico forno, sulla collina patriarcale di Vallauris.
Pur di poter dominare la nostalgia importa in Provenza un pezzo di Spagna; è lo spettacolo della corrida, che trova in lui un impresario modello.
Ho visto Picasso, sulla spiaggia, esibire al sole il suo corpo di gladiatore; ho visto Picasso dinanzi al suo forno ardente, fondersi nel sudore; fuoco del cielo, fuoco della terra; ho visto Picasso al riposo, dopo la fatica d'artigiano, seduto sulla soglia della fabbrica dividersi con i suoi operai il pane bigio, le olive, il vino, le sigarette.
L'umiltà, la semplicità del ceramista Picasso a Vallauris sono proverbiali. Non è stato sempre umile e semplice; egli è, invero, di carattere fiero e scontroso; cosciente del suo genio, del suo "role" di caposcuola, della sua audacia, della sua temerità di avanguardista estremo, della sua potenza finanziaria, rifugge dai facili contatti; difficile è la sua scelta nelle frequentazioni e nelle amicizie; è un solitario per volontà.
Il pittore Picasso, a Montparnasse, fa dire dal suo maggiordomo all'illustre critico d'arte Lionello Venturi, che era andato a trovarlo:
- Il maestro dipinge e si scusa di non potervi ricevere -.
Venti anni dopo, l'artigiano Picasso, a Vallauris, lo attenderà, a sua volta, circa un'ora, e invano, scusandolo, nei primi trenta minuti, con indulgenza e pazienza, da certosino. Il Venturi, nel frattempo, era rimasto come invischiato nella vicina collinetta di Vence-la Jolie, nello studio del suo beniamino, del suo pittore preferito, Marc Chagall.
Picasso l'aspettava, non per mostrargli le sue più recenti opere di pittore, ma i suoi piatti, i suoi boccali, le sue anfore, i suoi vasi, le sue giare, il suo forno, che stava acceso; il suo forno che ora è spento
."

da Cultura-Barocca

lunedì 18 marzo 2019

L'Appello dei Liberali a Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, dicembre 1847

Stampa del 1855 - Fonte: Wikipedia

L'APPELLO recava le firme di 32 Piemontesi e 34 Romani.
L'APPELLO così drammaticamente suonava:
"Sire ! Non sudditi di Vostra Maestà, ma Italiani d'altre province ed interessatissimi così al bene dei vostri popoli, della vostra corona e della nostra Patria comune, noi ci accostiamo in intenzione al Vostro trono, o Sire, per supplicarvi di volere accedere alla politica di Pio IX, di Leopoldo e di Carlo Alberto; alla politica italiana, alla politica della Provvidenza, del perdono, della civiltà, della carità cristiana.
"Sire, l'Italia vi aspetta, l'Europa vi guarda, Iddio vi chiama oramai. Noi non entriamo in memorie d'altri tempi; noi sappiamo che Iddio misericordioso tiene conto di ciascuno delle sue difficoltà, degli stessi incitamenti, e delle buone intenzioni nell'operare o anche errare. E sappiamo che in terra, come in cielo ogni uomo rimane poi giustificato o no, secondo se furono gli ultimi fatti determinanti della sua vita.
"Ed ora, o Sire, Voi siete giunto al punto culminante, all'atto sommo della vita vostra, al fatto principale in quella che vi resta; ora non può rimaner dubbia la vostra coscienza, poiché dubbio non è il volere della Provvidenza.
Guardate su, lungo tutta l'Italia, alla gioia dei popoli risorti, alla soddisfazione dei principi autori delle risurrezioni, alla unione reciproca, alla pace, alla innocenza, alla virtù di tutti questi fatti nostri, benedetti dal Pontefice, ribenedetti dal consenso di tutta la Cristianità; e giudicate Voi se noi facciamo una stolta ed empia rivoluzione, semmai anzi una buona, santa, felicissima mutazione assecondante i voleri di Dio !
"Sire, il vostro obbedire a tali voleri, il vostro accedere a tale mutazione, la farà più facile, più felice, più moderata che mai; ed aggiungendo un secondo al primo terzo di Italiani già risorti costituirà risorta in gran maggioranza la Nazione nostra; la farà inattaccabile dai nemici, indipendente dagli stessi amici stranieri, libera e tetragona in sé; le darà forza e tempo di svolgere pacatamente tutta l'ammirabile opera sua; farà, insomma, i destini d'Italia, quanto possa farsi umana cosa, assicurati.
"Ricuserete Voi, all'incontro, di seguire la fortuna, la virtù d'Italia ? Allora, o Sire, rimarrebbero sbarrati sì nella loro magnifica via, ma non tolti di mezzo per ciò, i destini Italiani.
Non può, non può l'Italia rimanere addietro, diversa, contraria dalla civiltà cristiana onnipotente e trionfatrice, non che di tutti questi piccoli ostacoli interni, ma di tutte le potenze umane, di tutti i popoli, di tutte le civiltà cristiane.
Quali che siano, ora o domani, i nemici o i freddi e falsi amici d'Italia, l'Italia piglierà il suo posto nel trionfo delle nazioni cristiane.
Ma forse, come già avvenne, gli ostacoli abbrevierebbero la via; forse (che Dio nol voglia!) il rifiuto Vostro troncherebbe immediatamente con la violenza le questioni più importanti del risorgimento Italiano !
Se non che questo ne resterebbe forse guastato; forse non rimarrebbe più, come è finora, incolpevole, santo, unico al mondo e nel corso dei secoli !
E, perciò, o Sire, noi gridiamo dall'intimo del cuore e dell'anima nostra: Dio nol voglia ! Dio nol voglia ! E perciò noi, Italiani, indipendenti da Voi, ci facciam supplici a pregare, dopo Dio, Voi che nol vogliate"
.

da Cultura-Barocca



domenica 10 marzo 2019

Merlin Cocai

Cappella funeraria di Teofilo Folengo - Fonte: Wikipedia
Teofilo Folengo, per Aprosio il "Principe dei Maccheronici", fu figlio di un notaio mantovano e ottavo di nove fratelli. Il nome di battesimo era Gerolamo e nacque a Mantova nel 1491 (1496 secondo alcuni studiosi). 

Insieme ad altri dei suoi fratelli venne avviato alla vita religiosa sin dal 1508, assumendo il nome di Teofilo, ma scrivendo anche sotto diversi pseudonimi tra cui quello di Merlin Cocai. 

Visse in diversi conventi del Veneto fino al 1524, anno in cui uscì dall'Ordine benedettino per diventare precettore privato dei figli di Camillo Orsini e stabilirsi a Venezia. 

Folengo coltivò assiduamente il genere maccheronico-goliardico, che aveva all'epoca largo seguito nella cultura veneta, riscattandone il carattere di esercizio parodistico ed elevandolo a strumento stilistico-letterario vero e proprio. Attraverso un linguaggio personalissimo che è un impasto tra forme del latino classico e lessico dialettale, questo originale scrittore riuscì a dare un ritratto assolutamente anticonvenzionale della realtà sociale del suo tempo. 

Fonte: Wikipedia
La sua opera più nota è l'Opus maccaronicum o Maccheronee, raccolta in quattro redazioni piuttosto diverse tra loro (1517; 1521; 1539-40; 1552 postuma); contiene: Zanitonella, narrazione dell'amore non corrisposto di Zani per Tonella; Moscheide, poema eroicomico sulla guerra tra le mosche e le formiche; una serie di epigrammi; il Baldus, poema in esametri sulle avventure di Baldo, discendente di Rinaldo. Quest'ultima opera ebbe un'influenza sull'opera di Rabelais. 

Folengo morì nel 1544 a Campese (Bassano del Grappa, Vicenza).

da  Cultura-Barocca


mercoledì 6 marzo 2019

Airole (IM) - colline



Uno stralcio dal Malleus Maleficarum

In uno dei caposaldi dell'INQUISIZIONE e della CACCIA ALLE STREGHE, il MALLEUS MALEFICARUM si legge: "Il modo in cui si compie la professione sacrilega, in base ad un PATTO DI FEDELTA' esplicito con i vari diavoli, è vario a seconda delle diverse pratiche cui attendono le stesse STREGHE per fare le loro stregonerie.
Per la comprensione di questo fatto dapprima bisogna premettere che ci sono TRE TIPI DI STREGHE, come si è accennato nella prima parte del trattato, cioè quelle che procurano lesioni, ma che non sono capaci di curare, quelle che curano, ma che, per un singolo patto intrapreso con il diavolo, non procurano lesioni, e quelle che procurano lesioni e curano.
Tuttavia, fra quelle che procurano lesioni, vi è un tipo superiore agli altri, e quelle che sono di questo genere sanno perpetrare tutte le dtverse stregonerie che le altre esercitano singolarmente.
Percio descrivendo la loro professione, si fa luce abbastanza anche sulle altre specie.
Vi sono certe che, contro l'inclinazione della natura umana e persino di tutte le belve, sono solite DIVORARE E MANGIARE I BAMBINI della propria specie.
Questa è la SPECIE SUPREMA nel compiere le stregonerie: queste sono infatti quelle che procurano altri innumerevoli danni.
Infatti esse scatenano grandinate, venti dannosi con fulmini, procurano sterilità negli uomini e negli animali, i bambini che non divorano li offrono ai diavoli, come apparve sopra, o li uccidono in altro modo.
Ma questo accade ai bambini non rinati nel fonte battesimale, mentre quelli che divorano sono rinati, come sarà chiaro, e ciò non senza il permesso di Dio.
Sanno anche gettare bambini nell'acqua quando vi camminano vicino, senza che nessuno le veda e al cospetto dei genitori; far imbizzarrire i cavalli sotto i cavalieri, passare da un luogo all'altro nell'aria sia corporeamente, sia immaginariamente, far cambiare le disposizioni dei giudici e dei magistrati affinchè non siano in grado di nuocere loro, procurare a sè e agli altri il silenzio durante i tormenti scatenare un gran tremito nelle mani e negli animi di coloro che le catturano, manifestare ad altri cose occulte, e predire alcuni avvenimenti futuri per informazione dei diavoli, quelli cioè che possono avere una causa naturale, scorgere le cose assenti come se fossero presenti, mutare le menti degli uomini verso un amore o un odio disordinati; e ancne dar mortre per un colpo di fulmine chiunque vogliano, sia uomini sia animali, privare della potenza generativa oppure della potenza di coito, procurare l'aborto, uccidere i bambini nell'utero della madre con il solo contatto esterno, e anche con il solo sguardo senza contatto, ed eventualmente stregare uomini e animali e dar loro la morte, dedicare ai diavoli i propri figli; in breve sanno procurare, come è stato premesso, tutte quelle cose pestifere che le altre streghe fanno singolarmente, quando la giustizia di Dio permette che avvengano tali cose.
Dunque quelle che appartengono a questo GENERE SUPERIORE sanno perpetrare ciò, ma non in senso contrario.
Questo tuttavia è comune a tutte: praticare sporcizie carnali con i diavoli.
Pertanto dal modo di professare di quelle che appartengono al GENERE SUPERIORE, facilmente si potrà capire il modo delle altre streghe.
Furono tali recentemente alcune, trent'anni fa, nei CONFINI SABAUDI, verso il dominio di Berna, come racconta Nider nel Formicarium.
Mentre ora, nei CONFINI DELLA LOMBARDIA, verso il dominio del duca d'Austria, dove appunto l'inquisitore di Como, come si eè trattato nella parte precedente, in un anno fece bruciare quarantuno streghe, e cio avvenne nell'anno del Signore 1485, e ancora oggi si affatica in una continua inquisizione.
Il modo dunque di professare è di due tipi.
Uno SOLENNE, per somiglianza al voto solenne, e l'altro PRIVATO, che può essere fatto al diavolo, separatamente, in qualunque momento.
Il SOLENNE ha luogo tra loro, quando le streghe si riuniscono in adunanza a una data stabilita; vedono il diavolo che ha assunto figura umana, il quale le esorta a serbargli sempre fedeltà, con abbondanza di beni temporali e lunga vita, allora le presenti gli raccomandano una novizia affinché la accolga.
Il diavolo chiede se voglia rinnegare la fede, il culto cristiano, la DONNA IMMENSA (così infatti denominano la beatissima VERGINE MARIA) e se non intenda più venerare i sacramenti: dopo aver trovato la novizia o il discepolo disposti a farlo di loro volontà, allora il diavolo stende la mano e a sua volta il discepolo o la novizia, levando la mano, promette di osservare i PATTI.
Allora il diavolo, ottenute le cose promesse, aggiunge subito che non bastano e, quando il discepolo chiede cos'altro ci sia da fare, il diavolo chiede l'OMAGGIO che consiste nell'appartenergli nell'anima e nel corpo per l'eternità e nel volere, per quanto più possibile, associare a sè chiunque altro, dell'uno e dell'altro sesso.
Aggiunge poi che gli si preparino certi UNGUENTI, tratti dalle OSSA E DALLE MEMBRA DI BAMBINI, soprattutto di quelli RINATI NEL FONTE BATTESIMALE, per mezzo dei quali e con la sua assistenza, potranno eseguire tutte le sue volontà."

da Cultura-Barocca


venerdì 1 marzo 2019

Su Gaio Valerio Flacco, autore de Le Argonautiche

Gustave Moreau, Giasone e Medea, 1865 (Museo d'Orsay, Parigi, Francia) - Fonte: Wikipedia
Gaio Valerio Flacco, morto forse nel 93, fu un poeta che visse sotto gli imperatori Vespasiano, Tito e Domiziano.

Poche sono le notizie circa la sua vita. Flacco è stato identificato come nativo di Padova ed amico del poeta Marziale. Si sa, inoltre, che fu membro del collegio dei quindici guardiani dei libri sibillini . 
In uno dei manoscritti vaticani è identificato anche come Setino Balbo, il che farebbe dedurre le sue origini presso Setia nel Lazio. 

Il solo scrittore antico che lo cita è Quintiliano, che lamenta la sua prematura e recente scomparsa come una grande perdita; poiché Quintiliano terminò la sua Institutio Oratoria verso il 90 dopo Cristo, si deduce che la sua morte debba essere avvenuta in quel periodo.

Il suo capolavoro, Le Argonautiche, dedicato a Vespasiano per le sue conquiste in Britannia, fu scritto durante la vittoria sugli ebrei in rivolta, e distruzione di Gerusalemme, da parte di Tito nel 70. 

Pare che l'eruzione del Vesuvio (79) lo abbia tenuto a lungo occupato nei riguardi della stesura del suo poema. 

Le Argonautiche è un poema epico in otto libri sulla conquista del Vello d'oro. Il poema ci è stato tramandato in modo molto frammentato, e finisce bruscamente con la richiesta di Medea di accompagnare Giasone nel suo viaggio verso casa. Non si sa esattamente se l'ultima parte dell'opera è stata perduta o se non fu scritta affatto. Le Argonautiche sono una libera imitazione e in parte traduzione del lavoro omonimo di Apollonio Rodio, già famoso presso i Romani nella versione di Publio Terenzio Varrone Atacino. 

L'oggetto dell'opera di Gaio Valerio Flacco è la glorificazione di Vespasiano per aver reso più sicuro l'impero romano alla frontiera britannica e per avere favorito i viaggi nell'Oceano (allo stesso modo in cui l'Eusino fu aperto dalla nave Argo).

Molti hanno stimato lo stile di Flacco, e alcuni critici hanno sottolineato la sua vivacità nelle descrizioni e nella resa dei personaggi. La sua dizione è pura, il suo stile corretto, i suoi versi sono lineari, sebbene monotoni. D'altro canto, egli manca di originalità, e la sua poetica, sebbene libera da grandi difetti, è artificiale e troppo elaborata. Il suo modello fu Virgilio, a cui egli fu molto inferiore in gusto e lucidità. Le sue esagerazioni retoriche lo rendono difficile da leggere, il che fa comprendere la sua impopolarità nei tempi antichi.

da Cultura-Barocca



venerdì 22 febbraio 2019

Sulle tremende, storiche malattie della vite


Coltivazione della vite del Rossese in Località Rouchin di Dolceacqua (IM)
Nei periodi molto umidi la malattia dovuta al fungo Peronospera fa la sua comparsa sulle foglie e, in modo particolarmente pericoloso sul peduncolo dei fiori, con macchie irregolari di colore violaceo allo stadio iniziale che tendono a divenire bruno e marrone con l'evolversi dell'infezione disseccate al centro dell'infezione. Essa determina un rapido appassimento delle parti colpite e la loro prematura caduta con indebolimento generale della pianta. Si combatte efficacemente con prodotti ditiocarbammati, ossicloruri di rame o con fungicidi sistemi del tipo cymoxanil.
La Peronospora fece la sua prima comparsa in Francia tra il 1878 e in 1880, probabilmente introdotta tramite il materiale di viti americane, utilizzato per la ricostruzione dei vigneti minacciati o distrutti dall'afide Filossera (Filloxera vastatrix). Le problematiche destate da quest'ultima malattia fecero sottovalutare il pericolo della Peronospora fino al punto che nel corso degli anni l'infezione interessò tutte le principali regioni viticole d'Europa, manifestando appieno la sua capacità distruttiva. L'interesse, oltre che degli agricoltori, dei tecnici e degli studiosi per questo minaccioso epifita fu immediato e profondo, tanto che già da allora nacque una vasta gamma di osservazioni, ricerche e sperimentazioni. In Italia la Peronospora è considerata l'avversità crittogamica che arreca i maggiori danni alla viticoltura. Ad annate di medio attacco se ne alternano altre esenti ed altre ancora con manifestazioni particolarmente virulente (nel 1910, 1915 e 1934 si registrò la perdita del 50% della produzione di interi comprensori). In linea di massima, quantunque non si disponga di dati precisi, si stima che la crittogramma provochi la distruzione del 10% della produzione nazionale. L'epoca dell'infezione ed il tipo di danno variano nelle diverse regioni: mentre nell'Italia centro settentrionale si lamentano gravi attacchi primaverili, nell'Italia meridionale ed insulare si hanno soprattutto forti attacchi alla vegetazione autunnale, con gravi filloptosi anticipate. Ai danni della crittogama per la distruzione del prodotto va aggiunto il peso economico dei trattamenti il cui numero varia da 4 a 10, con un onere pari al 15 - 20% del valore del prodotto, e, non ultimo, il danno ecologico.
Quando ancora la scienza moderna non conosceva adeguate difese chimiche, due illustri scienziati, Pio Mantovani e Filippo Cintolesi ( in un testo di Elementi di Scienze Naturali, Livorno, 1894, p. 111 e seguenti) diedero, con le proposte di intervento necessario, la seguente definizione della FILOSSERA o FILLOSSERA (dal greco="foglia secca"): "La FILOSSERA (Philoxera vastatrix) è un insetto piccolissimo, ordinariamente privo d'ali, che vive sotterra sulle radici della vite. E' di colore giallo verdognolo ed alla bocca ha un rostro forte, che infigge nelle radici e da esse, poi, col rostro stesso, succhia il nutrimento. E' dannosissima soprattutto pel suo rapido moltiplicarsi, poiché tutte le filossere prive d'ali, che stanno sotterra, depongono da 30 a 40 uova, che tosto si, schiudono dando altre filossere eguali, atte a riprodursi dopo pochi giorni."

Vitigni di Rossese sulle colline di San Biagio della Cima (IM)
Ci sembra utile qui proporre la STORIA della calamitosa invasione in Europa da parte della FILOSSERA:
"Il mondo del vino ha già conosciuto il suo diluvio. Il flagello arrivò inaspettato nella seconda metà del secolo scorso, proprio al culmine di un periodo di grande floridezza per la viticoltura europea. Il Settecento era stato un secolo di fortuna crescente, con i vini francesi a dominare il mondo (malgrado il sequestro e la messa in vendita di molte delle più importanti proprietà in seguito alla Rivoluzione) e la ripresa, in Germania, dei bianchi del Reno e della Mosella dopo i guasti della guerra dei Trent'anni. Il Secolo dei Lumi per il vino aveva significato inoltre approfondimento delle conoscenze teoriche e miglioramento delle tecniche di vinificazione: nella seconda metà del Settecento gli studi di Lavoisier, il chimico che quantificò la trasformazione dello zucchero in alcol, contribuirono a descrivere i meccanismi della fermentazione, e nelle cantine fecero la loro comparsa torchi con vite di ferro e gabbia, antenati dei più moderni torchi idraulici. Il diciannovesimo secolo si apre dunque all'insegna dell'ottimismo per produttori e commercianti. Le fortune economiche li inducono a chiudere un occhio su fenomeni preoccupanti come la sofisticazione e la crescita indiscriminata degli impianti: per alimentare una produzione che sta assumendo proporzioni abnormi si ricorre spesso a varietà americane, più resistenti e produttive. Saranno proprio queste il veicolo delle malattie che metteranno fine agli anni del benessere spensierato, a causare "i dispiaceri" di cui parla Hugh Johnson nella sua Story of Wine. Una prima avvisaglia si presenta con l'oidio, un fungo che attacca le viti compromettendo la qualità e la quantità dei raccolti. La malattia è sconfitta nel giro di una decina d'anni, quando si scopre nello zolfo un ottimo antidoto contro di essa, ma ecco affacciarsi un pericolo ben più grave, rappresentato da un parassita micidiale, un afide che si nutre delle foglie e delle radici delle viti e che, una volta insediatosi in un vigneto, non lo abbandona prima di averlo distrutto completamente. La fillossera, originaria del continente americano, sbarca in Francia, alle foci del Rodano, negli anni in cui le navi a vapore hanno ridotto il tempo della traversata dell'Atlantico a una decina di giorni, consentendo al parassita di sopravvivere a un viaggio che doveva aver intrapreso molte volte in passato senza riuscire a giungere vivo nel Vecchio Continente. Dal porto di arrivo lo sconosciuto "puceron" si diffonde in tutta Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente e persino in India. Neppure Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica ne saranno esenti. I suoi effetti devastanti sono notati per la prima volta nella zona di Arles nel 1863. Individuata e battezzata nel '68 da Jules-Emile Planchon, agronomo di Montpellier, la Phylloxera vastatrix nel '71 è già attiva in Svizzera e in Portogallo. Nel '75 compare in Austria-Ungheria, e da qui infesterà l'Europa centro-orientale, dalla Grecia alla Russia. Nel '76 è a Bordeaux, due anni dopo a Meursault, in Borgogna, e in Spagna; nel '79 in Italia, nel 1880 in Germania e alla fine del secolo è presente anche in Algeria e nella Champagne. Sono quarant'anni nel corso dei quali i vignaioli, a lungo impotenti, le tentano tutte: scendono in campo studiosi seri insieme a improvvisatori e ciarlatani, attirati dai premi delle organizzazioni di produttori e dalla pubblica amministrazione, proponendo rimedi più fantasiosi che efficaci. Dapprima le sole pratiche valide sono irrorazioni dei vigneti con preparati chimici, ma a prezzo di operazioni abbastanza complicate oltre che costose."

da Cultura-Barocca