sabato 24 dicembre 2016

Antonio Aniante: "Con De Pisis a Montparnasse"

Elio Lentini ed Antonio Aniante - Fonte: Associazione Culturale Antonio Aniante - Elio Lentini
Nelle Memorie di Francia Antonio Aniante tratta di Filippo De Pisis nel capitolo - appunto! - Con De Pisis a Montparnasse. Dopo un inizio, che pare preludere a qualche rimbrotto all'antico ed ora fortunato compagno di avventure, la narrazione procede non senza espressioni d'affetto, entro un reticolo di notazioni, più giornalistiche, anzi più intimistiche che propriamente biografiche, in cui una sgarbatezza palese od ancora le sfaccettature ambigue di De Pisis non alterano la sostanza di un rapporto amicale, pur se il catanese - evidentemente in relativa sintonia col maestro - qualche frecciata pungente - volontariamente od in linea subliminale - se la lascia sfuggire sulla sua vita irregolare e sulla sua condizione di omosessuale:
CON DE PISIS A MONTPARNASSE (pp.55 - 59)
I critici non hanno ricordato del mio caro, indimenticabile amico e scrittore Comisso, il patetico libro consacrato a De Pisis, edito da Livio Garzanti.
Più di una volta mi ero detto di raccontare a Comisso un episodio della vita parigina dell'illustre pittore ferrarese, con preghiera di innestarlo in una eventuale ristampa.
Nel 1932, a trentadue anni quando mi furono tagliati i ponti e quindi fui costretto a vivere d'espedienti, improvvisai in un umido sotterraneo di Montparnasse, una galleria d'arte, che chiamai: "Juene Europe".
Mi recai da de Pisis, che cominciava allora a godere di un po' di notorietà (non come poeta, quale era il suo sogno, da ragazzo, ma come pittore), e gli proposi una mostra, da me, dei suoi più recenti dipinti.
Fin dal 1914 ero un suo ammiratore, cioè dal tempo in cui avevo in cassetto il suo primo libro di versi: "La città dalle cento campane".
L'accordo fu presto concluso, ma non senza avergli giurato che i miei rapporti con il regime erano eccellenti. Se gli avessi detto la verità, l'affare sarbbe andato in fumo e svanita la speranza di appuntellare le vacillanti finanze con la vendita dei suoi quadri.
Non troppo sicuro delle mie affermazioni, Filippo, mi anticipò tuttavia, le spese; e pochi giorni dopo, radunò le sue tele nella mia galleria.
Mi affrettai a stampare i manifesti e gli inviti che, insieme, diramammo, con in testa ambasciatori e consoli del nostro e dei Paesi alleati.
Ma due ore prima della vernice, de Pisis arrivò in taxi, non certamente solo; staccò le tele dalle pareti e se le portò via.
Io mi ero assentato dalla "Jeune Europe" da un quarto d'ora appena! Senza dubbio, Filippo aveva posto ai due angoli della strada due sentinelle, che lo avrebbero avvertito in caso di mio arrivo.
Era avvenuto questo: comuni amici di Montparnasse, andati a trovarlo con pezze d'appoggio in mano, lo avevano persuaso del pericolo in cui incorreva frequentandomi.
Alla vista delle pareti nude mi sentii venir meno. Gli invitati e i critici affluivano. Raccolte le mie recondite energie, che son propio quelle della disperazione, mi precipitai nei tre più vicini caffè, il "Dome", la "Rotonde", e la "Coupole", e lì con poche parole, ma quanto mai efficaci, persuasi una dozzina di giovani pittori ebrei, freschi arrivati a Montparnasse dai lontani ghetti, a volare nei loro studi, a prendere le loro migliori tele ed a portarmele nella mia galleria subito. Come tanti daini si dispersero ai quattro venti e ritornarono a me immediatamente, senza il minimo ritardo per il semplice fatto che le loro tele le avevano depositate qua e là nello stsso tratto del nostro boulevard.
Il successo fu tale che tutte le opere esposte andarono a ruba, e parecchi clienti comprarono i quadri dei piccoli ebrei, pensando che fossero di de Pisis: non solo ma pure alcuni critici elogiarono de Pisis che aveva saputo così bene illustrare il ghetto di Varsavia.
La sera della vernice raccontai a un collega la mia disavventura, chiusasi, meno male, felicemente per le mie finanze.
- Io al vostro posto, - mi consigliò - mi recherei da un avvocato e chiederei il risarcimento dei danni materiali e morali.
- Sì, - gli risposi - ottima idea, la vostra.
E andai a coricarmi con l'intenzione ferma di intentare un processo al pittore. Ma dopo due ore di sonno agitato, mi svegliai di colpo, in un mare di sudore.
- Che pazzia sarebbe la mia - mormorai, voltandomi dall'altra parte - povero de Pisis, un processo a lui che mi ha tanto aiutato? Giammai!
Mi ero ricordato, improvvisamente, del bene che non mi aveva lesinato: e pranzi, e soldi, e quadri, e vestiti, e cravatte, e bastoncini, e di più: circa un mese dopo il mio arrivo a Parigi, avendo lasciato nei vari alberghi le mie valigie al posto del denaro, mi ero ridotto sul lastrico senza più speranza di salvezza. In una lunga lettera manifestai il mio profondo turbamento a de Pisis, e non mi rimaneva altro santo da supplicare- - Non si sa mai, - pensai - potrebbe compiere il miracolo, non si sa mai.
E infatti, e non senza mio stupore, arrivò di corsa e mi sollevò da terra e mi diede vita.
Una volta, entrò e uscì dal "Dome", con la testa fasciata nel cotone idrofilo e nella garza. Finse di non riconoscermi? O non si accorse della mia presenza? Che gli era capitato?
Come e quanto Jean Cocteau, egli prediligeva i giovani marinai delle navi da guerra dei porti di Tolone e di Brest, belli e volgari ragazzi, che, lautamente pagati, posavano per lui. Uno di essi, dopo avergli tolto il portafogli, gli spezzò una bottiglia in testa. Rimasto solo, in un lago di sangue, il pittore si trscinò fino al balcone e si mise a gridare con quel po' di voce che gli rimaneva:
- "Aìta, Aìta!"
Per sua fortuna passava di lì un suo conoscente; gli abitanti della viuzza erano tutti ciechi e sordi. Pagàno di sentimenti e di costumi, Filippo lavorava e viveva in pieno cuore di Saint-Sulpice, quartiere delle chiese, dei conventi, delle librerie cattoliche e dei negozi d'oggetti sacri, al servizio della gente pia; scendeva in pigiama e andava in giro al braccio di giovani marinai avvinazzati, per cui non era per nulla ben visto, per non dire che veniva additato come una autentica Non si era mai accorto dell'ostilità dei vicini; anzi era certo che dalla portinaia al parroco tutti lo stimavano e ammiravano. Nessuno mi leva dalla testa che i gravi disturbi cerebrali, che lo portarono alla tomba e dei quali parla lungamente ma vagamente Comisso nel suo libro, erano dovuti al tremendo colpo di bottiglia che aveva ricevuto sul cranio.

di Antonio Aniante da Elio Lentini Scultore in Cultura-Barocca

domenica 18 dicembre 2016

Anglicanesimo

Enrico VIII d'Inghilterra ritratto da Hans Holbein il Giovane tra il 1539 e il 1541 - Fonte: Wikipedia
Nei secoli precedenti il XVI si erano già manifestate nella Chiesa d'lnghilterra forti tendenze autonomistiche, derivanti anche dalla volontà dei sovrani di esercitare un sempre più stretto controllo sulle sue attività e sui suoi cospicui beni terrieri.
Pertanto le complicate vicende matrimoniali di Enrico VIII, che peraltro aveva in precedenza difeso il papa contro le dottrine luterane, furono soltanto il pretesto occasionale che permise al re di autoproclamarsi capo della Chiesa inglese con l'Atto di supremazia del 1534. 
Con tale atto tuttavia il sovrano non mutò nulla nè della dottrina nè dell'ordinamento gerarchico romano. 
L'anglicanesimo divenne una confessione riformata solo durante il regno del giovanissimo Edoardo VI (1547-53), soprattutto per opera dell'arcivescovo Cranmer e dei lord protettori del sovrano. 
A partire da tale epoca l'anglicanesimo fu influenzato prima dal luteranesimo e poi dallo zwinglianesimo e dal calvinismo. 
Con il Book of Common Prayer (poi riveduto varie volte), imposto alla Chiesa anglicana con l'Atto di uniformità nel 1549, e con i 42 Articoli di religione, approvati nel 1553, venne sancito il principio della Bibbia come norma suprema della fede, fu introdotta la lingua inglese al posto del latino nei riti, vennero ammessi il matrimonio dei sacerdoti e i soli sacramenti del battesimo e della santa cena (e sostenuta la presenza reale, ma soltanto spirituale, di Cristo nell'eucaristia, negando quindi la dottrina della transustanziazione) e la validità dei primi quattro concili ecumenici; furono però riaffermati nello stesso tempo la successione apostolica dei vescovi (contro le tendenze presbiteriane del calvinismo), il culto dei santi e la maggior parte del rituale cattolico. 
Dopo la parentesi restauratrice di Maria la Cattolica o la Sanguinaria, l'anglicanesimo si affermò definitivamente durante il regno di Elisabetta I (1558-603). 
Con il nuovo Atto di supremazia e di uniformità del 1559 il sovrano inglese fu designato come "supremo reggente" della Chiesa e non più come suo "supremo capo" di conseguenza egli non aveva più il potere di modificare le dottrine di fede.
Con la formulazione dei 39 Articoli di religione (1571) si precisarono le dottrine della giustificazione per la sola fede nei termini usati dalla luterana Confessione di Augusta (1530) e della predestinazione (ma con il riconosimento del carattere universale della salvezza portata da Cristo); venne rafforzata la struttura episcopale della Chiesa e la sua natura di Chiesa di stato con l'assegnazione al re del compito di eleggere i vescovi, dietro approvazione del parlamento, nel quale essi entravano come membri (lord spirituali) della Camera alta. 
Nella Chiesa anglicana era così avvenuta una fusione tra potere spirituale e monarchia tale da far ritenere interdipendenti le due istituzioni: celebre a questo proposito la formula di re Giacomo I "No Bishop, no King" ("Se non ci fosse il vescovo, non ci sarebbe il re"). 
Il compromesso tra struttura gerarchica, ancora simile a quella cattolica, e dottrina di tipo riformato portò nei secoli successivi l'anglicanesimo a veder nascere dentro di sè correnti religiose contrastanti: il puritanesimo impostosi con Cromwell fu presto soppiantato con la restaurazione degli Stuart (1660), che vide però fiorire vari gruppi religiosi riformati dopo l'Atto di tolleranza promulgato nel 1689 da Guglielmo III; in particolare, nel XVII sec. si svilupparono varie correnti a carattere deistico, sostenitrici di una religione naturale, e il metodismo, confessione riformata, ma contraria a un eccessivo ritualismo e a un rigido istituzionalismo. 


domenica 11 dicembre 2016

Rosa Venerini, pioniera della scuola pubblica femminile

Fonte: Wikipedia

Rosa Venerini nacque a Viterbo, il 9 febbraio 1656. Il padre, Goffredo, originario di Castelleone di Suasa (Ancona), dopo aver conseguito la laurea in medicina a Roma, si trasferì a Viterbo ed esercitò brillantemente la professione di medico nell’Ospedale Grande. Dal suo matrimonio con Marzia Zampichetti, di antica famiglia viterbese, nacquero quattro figli: Domenico, Maria Maddalena, Rosa, Orazio.
 
Rosa fu dotata dalla natura di intelligenza e di sensibilità umana non comuni. L’ educazione ricevuta in famiglia le permise di sviluppare i numerosi talenti di mente e di cuore e di formarsi a saldi principi cristiani. All’età di sette anni, secondo il suo primo biografo, Padre Girolamo Andreucci fece voto di consacrare a Dio la sua vita. Durante la prima giovinezza, visse il conflitto tra le attrattive del mondo e la promessa fatta a Dio. Superò la crisi con la preghiera fiduciosa e la mortificazione.
 
A 20 anni, Rosa si interrogava sul proprio futuro. La donna dei suoi tempi poteva scegliere solo due orientamenti di vita : il matrimonio o la clausura. Rosa stimava l’una e l’altra via, ma si sentiva chiamata a realizzare un altro progetto a vantaggio della Chiesa e della società del suo tempo. Spinta da istanze interiori profetiche, impiegò molto tempo, nella sofferenza e nella ricerca, prima di giungere ad una soluzione del tutto innovativa.
 
Nell’autunno del 1676, d’intesa con suo padre, Rosa entrò in educazione nel monastero domenicano di Santa Caterina a Viterbo con la prospettiva di realizzare il suo voto. Accanto alla zia Anna Cecilia imparò ad ascoltare Dio nel silenzio e nella meditazione. Rimase nel monastero pochi mesi perché la morte prematura del padre la costrinse a tornare accanto alla mamma sofferente. 

Negli anni immediatamente successivi Rosa dovette farsi carico di avvenimenti gravi per la sua famiglia: a soli 27 anni di età morì il fratello Domenico e, pochi mesi dopo, lo seguì la madre che non resse al dolore. Nel frattempo Maria Maddalena si era sposata.
Rimanevano in casa soltanto Orazio e Rosa che aveva ormai 24 anni. Spinta dal desiderio di fare qualcosa di grande per Dio, nel maggio del 1684, Rosa iniziò a radunare nella propria abitazione le fanciulle e le donne del vicinato per la recita del Rosario. Il modo di pregare delle giovani e delle mamme, ma soprattutto i dialoghi che precedevano o seguivano la preghiera aprirono la mente e il cuore di Rosa sulla triste realtà: la donna del popolo era schiava della povertà culturale, morale e spirituale . Capì allora che il Signore la chiamava ad una missione più alta che, gradualmente, individuò nell’urgenza di dedicarsi all’ istruzione e alla formazione cristiana delle giovani, non con incontri sporadici, ma con una scuola intesa nel senso vero e proprio della parola .
 
Il 30 agosto 1685, con l’approvazione del Vescovo di Viterbo, Card. Urbano Sacchetti e la collaborazione di due Compagne, Gerolama Coluzzelli e Porzia Bacci, Rosa lasciò la casa paterna per dare inizio alla sua prima scuola , progettata secondo un disegno originale che aveva maturato nella preghiera e nella ricerca della volontà di Dio. Il primo obiettivo era quello di dare alle fanciulle del popolo una completa formazione cristiana e prepararle alla vita civile. Senza grandi pretese, Rosa aveva aperto la PRIMA SCUOLA PUBBLICA FEMMINILE IN ITALIA .
 
Le origini erano umili, ma la portata era profetica; la promozione umana e l’elevazione spirituale della donna erano una realtà che non avrebbe tardato ad avere il riconoscimento delle Autorità religiose e civili.
 
Gli inizi non furono facili. Le tre maestre dovettero affrontare le resistenze del clero che si vedeva privato dell’ufficio esclusivo di insegnare il catechismo. Ma la diffidenza più cruda veniva dai benpensanti che erano scandalizzati dall’audacia di questa donna dell’alta borghesia viterbese che prendeva a cuore l’educazione delle fanciulle di basso rango. Rosa affrontò tutto per amore di Dio e con la forza che le era propria e continuò nel cammino che aveva intrapreso, ormai certa di essere nel vero progetto di Dio.
 
I frutti le diedero ragione: gli stessi parroci si resero conto del risanamento morale che l’opera educativa generava tra le fanciulle e le mamme. La validità dell’iniziativa fu riconosciuta e la fama oltrepassò i confini della Diocesi. 

Il Cardinale Marco Antonio Barbarigo, Vescovo di Montefiascone, capì la genialità del progetto viterbese e chiamò la Santa nella sua Diocesi. La Fondatrice, sempre pronta a sacrificarsi per la gloria di Dio, rispose all’invito: dal 1692 al 1694 aprì una decina di scuole a Montefiascone e nei paesi intorno al lago di Bolsena . Il Cardinale forniva i mezzi materiali e Rosa coscientizzava le famiglie, preparava le maestre e organizzava la scuola. Quando dovette tornare a Viterbo per attendere al consolidamento della sua prima opera, Rosa affidò le scuole e le maestre alla direzione di una giovane, Santa Lucia Filippini, di cui aveva intravisto le particolari doti di mente, di cuore e di spirito.
 
Dopo le aperture di Viterbo e di Montefiascone, altre scuole vennero istituite nel Lazio. Rosa raggiunse Roma nel 1706, ma la prima esperienza romana fu per lei un vero fallimento che la segnò profondamente e la costrinse ad aspettare sei lunghi anni prima di riavere la fiducia delle Autorità. L’8 dicembre del 1713, con l’aiuto dell’Abate Degli Atti, grande amico della famiglia Venerini, Rosa poté aprire una sua scuola al centro di Roma, alle pendici del Campidoglio. Il 24 ottobre 1716 ricevette la visita del Papa Clemente XI che, accompagnato da otto cardinali, volle assistere alle lezioni . Meravigliato e compiaciuto, alla fine della mattinata, si rivolse alla Fondatrice con queste parole: “Signora Rosa, voi fate quello che Noi non possiamo fare, Noi molto vi ringraziamo perché con queste scuole santificherete Roma”. Da quel momento, Governatori e Cardinali chiesero le scuole per le loro terre.  L’impegno della Fondatrice diventò intenso, fatto di peregrinazioni e di fatiche per la formazione delle nuove comunità, intessuto di gioie e di sacrifici. Dove sorgeva una nuova scuola , in breve si notava un risanamento morale della gioventù.
 
Rosa Venerini morì santamente nella Casa di San Marco in Roma, la sera del 7 maggio 1728. Aveva aperto più di 40 scuole. Le sue spoglie vennero tumulate nella vicina Chiesa del Gesù, da lei tanto amata. Nel 1952, in occasione della Beatificazione, furono trasferite nella cappella della Casa Generalizia, a Roma.

da Cultura-Barocca


giovedì 1 dicembre 2016

La Via della Seta

Fonte: Wikipedia
Per migliaia di anni, la Via della Seta, il fascio di percorsi a dir poco accidentati, che univa la Cina al Mar Mediterraneo, è stata il più importante canale di transito delle idee e dei commerci tra la Cina e il mondo occidentale. Su quelle strade, a dire il vero, si sono incrociati profumi, spezie, oro, pelli, metalli, porcellane, medicinali e quant'altro bene fosse disponibile nel primo millennio dell'Era cristiana.
Per non parlare di ambascerie, eserciti, missionari ed esploratori.
Eppure fu proprio la seta, il prezioso e fin dall'inizio costosissimo tessuto dall'origine ammantata di mistero, a permettere che quegli scambi commerciali e culturali cominciassero a fiorire.
All'inizio dell'estate del 53 avanti Cristo, precisamente 700 anni dopo la fondazione di Roma, sospinto dall'invidia per i trionfi militari di Cesare e Pompeo, Marco Licinio Crasso partì alla volta della Persia al comando di sette legioni, per sfidare l'esercito dei Parti a tornare a Roma carico di bottino e onori.
Le cose non assecondarono le previsioni del povero Crasso il quale, uomo di commerci più che di battaglie, pagò quell'imprudenza con la vita, oltre che con una sonora sconfitta ricordata nella storia romana sotto il nome di battaglia di Carre.
Per quanto funesto, quell'episodio segna la prima occasione in cui i Romani vennero in contatto con la seta, con la quale erano tessute le cangianti insegne innalzate dai guerrieri Parti.
Nemmeno mezzo secolo dopo, la "serica" - così detta perché fabbricata dal lontano popolo dei Seri, come a Roma venivano chiamati i cinesi - era il più ambito status symbol della nobiltà romana, che ne faceva sfoggio in ogni occasione di mondanità, un po' come oggi.
Separate da altri due grandi imperi - dei Parti in Persia e dei Kushana nei territori degli attuali Afghanistan e Pakistan - in quel periodo Roma e la Cina non vennero in contatto diretto, sebbene entrambe tentassero di inviare ambasciatori dall'altra parte del mondo.
Fu così che, per secoli, i Romani non seppero nulla circa l'origine della seta e della lavorazione necessaria per tesserla.
Nella Storia naturale di Plinio il Vecchio si dice dei Seri che fossero "famosi per la lana delle loro foreste".
E aggiungeva: "Staccano una peluria bianca dalle foglie e la innaffiano; le donne quindi eseguono il doppio lavoro di dipanarla e di tesserla".
Dei bachi, nessuna notizia.
In Cina, d'altronde, il segreto di quel prodotto così fondamentale nei rapporti commerciali con il mondo occidentale era custodito con la massima cura, tanto che l'esportazione dei bachi da seta era proibita da una legge severissima.
Solo intorno al 420 dopo Cristo, durante la profonda crisi che divise la Cina nei tre imperi Wei, Wu e Shu, la figlia di un imperatore si rese colpevole di un crimine che, secondo la legge, era punibile con la morte.
Concessa in sposa a un principe di Khotan - una delle città Stato del bacino del Tarim - per assecondare i desideri del marito, la "principessa della seta" riuscì a contrabbandare le uova dei bachi da seta e i semi di gelso, nascondendoli nell'ornamento della sua acconciatura.
A quell'epoca, le città del bacino del Tarim - nell'attuale Regione autonoma cinese dello Xinjiang - erano tappe obbligate per chi, provenendo da Xi’an (allora Chang'an), percorreva il Gansu e si apprestava ad attraversare l'Asia centrale tra mille insidie.
Il clima, innanzitutto, molto rigido d'inverno e torrido d'estate nelle depressioni del deserto del Takla Makan, metteva a dura prova gli uomini e gli animali, che avrebbero poi dovuto affrontare gli aspri passi del Pamir per scendere lungo le valli del Pakistan a dell'Afghanistan.
In più, le carovane correvano un serio pericolo, poiché erano esposte agli attacchi degli Xiongnu, una popolazione di bellicosi nomadi del Nord che assaliva i viaggiatori che si avventuravano in quelle zone deserte.
Attraverso quello stesso percorso, intorno alla metà del I secolo dopo Cristo, il buddhismo fece il suo ingresso in Cina.
Nata più di cinque secoli prima nelle inospitali vallate del Nepal, la nuova religione aveva ormai molti proseliti in India e i più intraprendenti si incamminarono lungo le piste della Via della Seta predicando il verbo del principe Siddharta, l'ormai famoso e venerato Buddha Sakyamuni.
Dalla valle dell'Indo alle città dello Xinjiang, sono innumerevoli le testimonianze dell'arte religiosa buddhista, la cui popolarità esplose letteralmente in Cina sul finire del III secolo, quando tra Xi’an e Luoyang si contavano 180 istituti religiosi buddhisti e più di 3.000 monaci.
Nonostante abbia vissuto una seconda età dell'oro grazie alle memorie dei viaggiatori medievali come Marco Polo a Ibn Battuta, intorno al VI-VII secolo la Via della Seta cominciò il suo lento declino, in parte per la scarsa stabilità politica dell'impero cinese nelle sue regioni più occidentali e poi per la spinta dell'Islam.
Ma fu soprattutto la concorrenza di una nuova arteria commerciale a determinare lo spostamento d'interesse dei mercanti europei: l'India e la Cina venivano raggiunte via mare.
Fin dai primi secoli dopo Cristo le imbarcazioni partivano dai porti del Mar Rosso o del Golfo Persico e, grazie all'aiuto dei monsoni, approdavano a Barygaza o Muziris, sulla penisola Indiana.
A volte, il tragitto proseguiva fino alla Cina meridionale, doppiando la penisola indocinese.
Pericolosi pirati assalivano spesso le navi di passaggio al largo della costa pakistana o di quella malese ma, a conti fatti, la via di mare era ormai decisamente più rapida a sicura della via di terra.



lunedì 21 novembre 2016

Mantegazza, igienista ante-litteram

Fonte: Wikipedia
Paolo Mantegazza (Monza, 1831 - San Terenzo di Lerici [La Spezia], 1910) si laureò in Medicina e fu patologo, antropologo, igienista, enciclopedista e politico. Straordinariamente avido di conoscenza e assolutamente ispirato ai dettami del positivismo, maturò la convinzione che il popolo dovesse usufruire delle recenti scoperte scientifiche.

Ciò lo rese attivo per quasi tutta la vita come autore di numerosi volumi a carattere divulgativo e letterario, oltreché di libri di viaggi.
Fonte: Wikipedia
Dopo la laurea intraprese un lungo viaggio in Europa e nel Sudamerica. Nel 1858 rientrò con la famiglia in patria e nel 1860 fu nominato Professore di Patologia all’Università di Pavia, dove si era laureato e dove fondò, primo in Europa, un laboratorio di patologia sperimentale.

Nel contesto della divulgazione fu un antesignano di temi abbastanza nuovi connessi alla Fisiologia ed alla riscoperta dell’essenzialità dell’Igiene. In particolare redasse e editò opere innovative collegate alla proposizione di salutari NORME IGIENICHE. Che dimensionò praticamente nell’organizzato sistema delle STRUTTURE POLIVALENTI PER I BAGNI MARINI, organizzate secondo il recupero dell’ancestrale idea nordica del KURSAAL (o SALA DELLE CURE), finalizzate al basilare assioma del vivere sano in tutti gli aspetti della vita domestica e lavorativa. 
Anche per il fatto che, pionieristicamente, affrontò il tema dell’educazione sessuale e del controllo delle nascite, vide condannare dalla Chiesa romana molte delle sue pubblicazioni, che vennero ascritte al pur sempre meno ascoltato Index Librorum prohibitorum.

Dal 1870 occupò la prima cattedra italiana di Antropologia a Firenze: qui creò la Società Italiana di Antropologia e un Museo antropologico-etnografico.

Nel 1865 venne eletto Deputato al novello Parlamento e nel 1876 Senatore. Anche come politico si impegnò in campo igienico-sanitario e oltre a far parte del Consiglio Superiore di Sanità collaborò a varie Accademie e Istituti Scientifici in Italia e all’Estero.

da Cultura-Barocca


sabato 12 novembre 2016

Ignazio di Loyola

Peter Paul Rubens (1577-1640), St. Ignatius of Loyola - Fonte: Wikipedia
Alla fine della sua vita, Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore dell'ordine dei GESUITI, dettò il Racconto del Pellegrino, ovvero la sua autobiografia, nella quale così si esprime a proposito della sua giovinezza: "Fino a ventisei anni, fu un uomo dedito alle vanità del mondo, con grande e vano desiderio di conquistarvisi onore".
Il distacco di questo passo non deve trarci in inganno: quella giovinezza di dissipazione fu per Ignazio motivo di profonde crisi di coscienza ed anche lui, come già Lutero, giunse a disperare del perdono divino.

Ignazio di Loyola era nato nei Paesi Baschi, da una famiglia di nobili proprietari terrieri.
Nel 1517, intraprese la carriera delle armi, entrando nella compagnia militare del vicerè di Navarra; nel 1521, partecipando alla difesa di Pamplona, un episodio del conflitto franco-asburgico, fu ferito ad una gamba e costretto ad un lungo periodo di degenza.
La convalescenza fu per lui occasione di una profonda meditazione, stimolata da letture spirituali che lo infiammarono agli ideali ascetici, conducendolo a ripudiare la sua esistenza precedente.

Tra il 1522 e il 1523 è a Manresa, nei pressi del monastero benedettino di Monserrat, in Catalogna, dove soggiornerà per circa un anno, dandosi interamente ai rigori della vita ascetica.
Lo storico Delumeau così ricorda questo periodo:"Egli si alza a mezzanotte e dedica sette ore al giorno alla preghiera; vive solo di elemosine e non consuma neppure tutto ciò che riceve. Quel regime lo indebolisce ed egli cade più volte gravemente ammalato [...]. Nel medesimo tempo è in preda ad orribili angosce a causa del ricordo degli errori passati, nè gli restituiscono la pace molte confessioni generali. [...] Tali orrori cessarono quando Ignazio ebbe acquistato la certezza che gli venivano dal demonio: da quel momento decise di cacciare la preoccupazione per gli errori passati, persuaso di averne ottenuto il perdono, e cosi rinunciare alle macerazioni che erano state il mezzo per ottenerlo. Comprese invece che era suo dovere aiutare le anime, e decise di recarsi in Palestina per convertire i musulmani."

Le convinzioni cui approdò Ignazio erano dunque ben diverse da quelle di Lutero: dalla tempesta delle sue angosce, egli trasse un certo ottimismo circa la possibilità dell'uomo di ottenere il perdono divino e la salvezza, valorizzando, in questa prospettiva, il ruolo della volontà umana e quindi della predicazione e dell'impegno per salvare le anime.
Egli si rappresentava ora la santità non tanto come umiliazione della carne, quanto come acquisizione di un completo autocontrollo; non come evasione ascetica dal mondo, ma come milizia nel mondo al servizio del Signore: santo, cioè, è chi sa conformarsi completamente ai piani divini, facendosi strumento della gloria di Dio.

E' questa l'impostazione che caratterizza gli "Esercizi Spirituali", un'opera di cui Ignazio avviò la composizione ai tempi di Manresa e di cui continuò la revisione anche dopo l'approvazione pontificia (1548).
Come dice il titolo stesso, si tratta di un vero e proprio Manuale di spiritualità: l'approdo della crisi del santo non si condensa, dunque, in un testo di riflessioni teologiche, ma in un insieme di regole ed esercizi spirituali volte a rafforzare la volontà di consacrarsi al Signore.
Gli esercizi fanno ampiamente ricorso alla fantasia, all'immaginazione, alla sensibilità, sollecitando ad arricchire la meditazione sulle Scritture anche attraverso rappresentazioni mentali dei luoghi delle scene bibliche, dei personaggi.
L'eccitazione del sentimento e della sensibilità sono infatti tratti caratteristici di quella mistica spagnola che avrebbe conquistato tutto il mondo cattolico nell'epoca barocca. Lo sfarzo dei riti e della struttura architettonica delle chiese è appunto finalizzato a dare un sostegno, anche emotivo, alla fede. Una fede che, come dicevamo, anima sempre piu frequentemente quella religiosità militante, di cui Ignazio si fece interprete intraprendendo l'opera missionaria in Palestina (1523).
Varie difficoltà, però, ostacolarono i suoi propositi: da un lato c'era l'opposizione dei francescani al suo intento di fermarsi in Terra Santa, dall'altro Ignazio stesso comprese che, per affrontare l'opera di predicazione alla quale intendeva votarsi, gli era necessaria un'adeguata preparazione teologica.

All'età di trentaquattro anni, così, tornò sui banchi di scuola per studiare il latino, frequentando poi le università di Alcalà, di Salamanca e infine di Parigi, dove completò i propri studi (1533).
In questo decennio in effetti, non rinunciò all'apostolato, suscitando ripetutamente i sospetti dell'Inquisizione spagnola che riteneva di ravvisare in quella singolare figura di predicatore laico, un eretico, magari legato alla corrente degli "alumbrados".

Probabilmente, proprio per questo a Parigi decise di condurre un'opera di predicazione ristretta alla cerchia dei suoi compagni di studi, un'opera da cui nacque un sodalizio che può essere considerato la radice della Compagnia di Gesù.
Il 15 agosto 1534, infatti S. Ignazio di Loyola e otto suoi compagni (tra cui ricordiamo San Francesco Saverio, poi celebre per la sua opera missionaria in Asia [presto rivelatasi difficilissima e rischiosa: ed a tal riguardo un ruolo di rilievo spetta anche ad un missionario gesuita di Taggia (IM), il dottissimo G. F. De Marini un tempo celebre e venerato quanto ora poco ricordato anche nel luogo natale]) fecero voto di castità e di povertà, impegnandosi a riprendere l'opera missionaria in Palestina, o, qualora questo non fosse stato possibile, a porsi a disposizione del papa.
Svanita la prospettiva del viaggio in Terra Santa e ottenuta da Paolo III l'autorizzazione a farsi ordinare sacerdoti, Loyola e suoi compagni decisero di dar vita ad un ordine di chierici regolari, completamente uotato all'apostolato: nacque così la Compagnia di Gesù, la cui istituzione venne approvata dal papa con la bolla "Regimini Militantis Ecclesia" (1540).

Le regole del nuovo ordine vennero delineate nella Formula Instituti (1539) che costituisce una bozza della redazione definitiva delle Costituzioni, a cui Ignazio giunse solo dopo molti anni di lavoro (1551).

Queste sono le principali caratteristiche dell'Ordine:
1. Ia Compagnia è completamente consacrata all'apostolato, il gesuita ricerca la propria santità attraverso la santificazione dei fedeli; ciò comporta una totale disponibilità ad intraprendere l'attività missionaria in qualsiasi parte del mondo; 2. alla Compagnia di Gesù venivano cosi a mancare gli elementi di stabilità e di coesione propri degli altri ordini; la solidità della Compagnia venne pertanto garantita da una rigida organizzazione gerarchica e dal ruolo del Preposto generale, detentore di un'autorità pressochè assoluta su ogni membro.
Ai voti ordinari, inoltre, venne aggiunto uno speciale voto di obbedienza al papa, che incise in modo decisivo sulla storia della Compagnia e su quella della Controriforma, di cui in breve l'Ordine divenne l'espressione più determinata: l'obbedienza, d'altronde, costituisce per il gesuita una forrna di adesione alla volontà di Dio; 3) peculiare dell'ordine è, infine, il lungo periodo di formazione che prevede approfonditi studi teologici, una preparazione allora poco diffusa anche tra i religiosi.

Da tutto ciò si evince l'intento di Loyola di fare del nuovo Ordine una compagnia di uomini scelti, pronti ad affrontare con dedizione assoluta tuttu i compiti cui la Chiesa, identificata immediatamente nel pontefice, li avesse chiamati.
I gesuiti, dunque, non nacquero con una particolare vocazione controriformistica, non vennero costituiti cioè per reagire al protestantesimo, ma le caratteristiche dell'Ordine erano pienamente rispondenti alle esigenze del Papato, nell'ora in cui questo si preparava a guidare la Chiesa nello scontro con le nuove confessioni.
La straordinaria disponibilità e versatilità dei gesuiti li fece infatti protagonisti della riscossa della Chiesa, impegnandoli, ben al di là delle loro iniziali ambizioni missionarie, ora come influenti confessori nelle corti, ora come insegnanti, ora come dotti ed intransigenti controversisti: severi e flessibili, sempre pronti a coniugare l'intransigenza verso se stessi con una concezione realistica della natura umana, il rigore con la tolleranza verso la debolezza dell'uomo; il che, se li faceva graditi direttori spirituali, ben presto valse loro critiche di lassismo da parte degli avversari.
Insomma, i gesuiti mostravano di avere consapevolezza dell'eccezionalità dei loro voti e, mentre si facevano alfieri di una rigida difesa dell'ortodossia e dell'autorità della Chiesa, sapevano anche, con fine psicologia, valorizzare gli sforzi dell'uomo comune, mantenendo una spregiudicata disponibilità al nuovo, alle esigenze e ai comportamenti che s'andavano diffondendo nel mondo moderno.

A partire dalla fine degli anni Cinquanta, comunque, le iniziative nell'Ordine si concentrarono per lo più nel campo dell'istruzione: la Controriforma, d'altronde, era totalmente pervasa da propositi di carattere pedagogico, che si presentavano come il necessario completamento della repressione del protestantesimo: i Gesuiti risultavano alquanto raffinati e competenti nella gestione di un SISTEMA EDUCATIVO svolto con la TECNICA DELLA LEZIONE FRONTALE (EX CATHEDRA) e stutturato sulla base di precisi PROGRAMMI SCOLASTICI la cui DIDATTICA era omologata dall'UTILIZZAZIONE DI SPECIFICI TESTI SCOLASTICI E PROPEDEUTICI.
Su entrambe le questioni, Ignazio aveva idee molto chiare.
Egli non esitava ad invocare i provvedimenti più drastici per i sospetti di eresia; era, a suo avviso, necessario mostrare assoluta determinazione anche dando "qualche esempio, condannando qualcuno a morte o all'esilio con confisca dei suoi beni".
Egli era però consapevole che, oltre alla repressione, era necessario impegnarsi nella rieducazione dei fedeli e che, a tal fine, il primo problema era quello di predisporre educatori davvero adeguati al loro ruolo: si trattava cioè di colmare le gravi lacune nella formazione del clero.
La Compagnia fu immediatamente in prima linea nell'adempimento di questo compito. Nel 1551, Ignazio di Loyola fondò il Collegio Romano e l'anno seguente aprì il Collegio Germanico, destinato ai sacerdoti che avrebbero dovuto esercitare il ministero pastorale nella patria del protestantesimo.
Ben presto, però, ai collegi gesuitici furono ammessi anche i laici; l'insegnamento era gratuito e quindi, almeno formalmente, le scuole erano aperte a tutti; di fatto esse erano frequentate soprattutto da aristocratici e da borghesi e non è difficile immaginare i frutti che i gesuiti si ripromettevano di trarre dal controllo della formazione della classe dirigente.
I risultati non si fecero attendere: nell'Europa cattolica della fine del Cinquecento, erano veramente poche le istituzioni d'istruzione superiore maschile non gestite dall'Ordine".



giovedì 3 novembre 2016

Sul mito della Papessa Giovanna

La Papessa Giovanna raffigurata nelle Cronache di Norimberga di Hartmann Schedel, 1493  Fonte: Wikipedia
Secondo la leggenda medievale , la PAPESSA GIOVANNA fu incredibilmente un PAPA DONNA, che regnò dall’853 all’855 [nel XVIII secolo Lucio Ferrari nella sua monumentale Biblioteca Canonica dedicata ad uno straordinario approfondimento della storia della Chiesa nell’elenco dei Pontefici già come oggi proposto dagli elenchi ufficiali dei Pontefici dopo Papa Leone IV cita un Papa Benedetto III (nn. 106 – 107) = della vicenda della Papessa parla a lungo anche il grande storico ottocentesco Ferdinand Gregorovius facendo pure riferimento alla questione dei suoi presunti ritratti o simulacri ].
Quello della Papessa Giovanna è generalmente considerata dagli storici come un mito, probabilmente originato dalla satira anti papale, che ottenne un qualche grado di plausibilità a causa di certi elementi genuini contenuti nella storia.
Secondo la leggenda, una donna inglese, educata a Magonza e vestita in abiti maschili , a causa della natura convincente del suo travestimento divenne un monaco con il nome di “Johannes Anglicus” [è arduo dire quanto tutto ciò abbia condizionato la Chiesa di Roma e contestualmente la vita dei vari Stati, comunque leggenda o no è assodato come attraverso i secoli divenne intransigente il controllo sull’abbigliamento sì che alle donne erano vietati gli abiti maschili ed il contrario accadeva per gli uomini = e molte restrizioni esistevano anche per il periodo di Carnevale quando il “mascherarsi” poteva dar credito alla liceità di qualche trasgressione
Come detto però la Papessa venne eletta dopo la morte di Papa Leone IV (17 luglio 855 ) in un epoca senza tutte queste cautelative ed in cui il metodo di selezione dei Papi era fortuito e cui si sarebbe posto riparo con tante minute regole atte a garantire la sacralità dell’evento: fatto sta che, stando alle voci correnti all’epoca, non ebbe problemi di sorta ad esser eletta ed a prendere nome di Papa Giovanni VIII.
La Papessa sarebbe stata sessualmente promiscua e sarebbe quindi rimasta incinta da uno dei suoi amanti: siffatta promiscuità di una donna risultò una problematica non da poco per molti futuri interpreti: alcuni osarono ipotizzare riflessioni diverse -con molti distinguo- diverse su una figura di VIRAGO – OMOSESSUALE – LESBICA – TRIBADE, altri, sempre in un contesto di timore spostarono le loro considerazioni -più correttamente se si vuole- su un caso di ERMAFRODITISMO E/O DI TRANSESSUALITA’, tutte comunque forme variamente riprovate e condannate e su cui mai era semplice dissertare e donde ben si intende, anche se non solo per la ragione summenzionata ma anche per motivi moralistico-religiosi, giuridici, penali, civilistici e pure di ordine notarile in merito alle successioni, derivò, ed in forma via via accentuata dal ‘600, il citato controllo sull’abbigliamento sì che alle donne erano vietati gli abiti maschili ed il contrario accadeva per gli uomini = e molte restrizioni esistevano anche per il periodo di Carnevale quando il “mascherarsi” poteva dar credito alla liceità di qualche trasgressione = resta comunque un fatto che il reiterato recupero erudito e non solo della vicenda della Papessa Giovanna sia stato fatto rientrare, più o meno palesemente, in una sorta di forma ammonitrice e catartica risiedente alla radice stessa delle epocali postazioni antifemministe e patriarcal-maschiliste sostanziate sulla debolezza caratteriale della donna, sulla sua vanità e lussuria e quindi sulla ragionevolezza del suo controllo sia in famiglia che nel contesto delle Istituzioni].
Durante la processione di Pasqua - secondo una variante della leggenda cui qui si fa cenno - nei pressi della Basilica di San Clemente la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il pontefice. Il cavallo reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma dell’esperienza portò “Papa Giovanni” ad un parto prematuro.
 
Il parto della Ppapessa Giovanna - Fonte: Wikipedia
Scopertone il segreto, la Papessa Giovanna venne trascinata per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma , e quindi lapidata a morte dalla folla inferocita (oggettivamente pare -anche nel contesto leggendario- più verosimile la versione di una morte naturale come data dal Gregorovius: la lapidazione non risulta in sintonia -a prescindere da una plausibile reazione inconsulta popolare o da una qualche biblica significanza conferitole dai narratori- con gli ancora vigenti elementi del diritto medievale del periodo connesso ancora alle leggi dei Barbari mentre all’opposto l’esser trascinata per via d’un cavallo tra le strade di Roma pare sanzione da connettere ad un io narrante appartenente ad epoche posteriori quando era usuale -con funzioni catartiche- la sanzione che “Per le vie della città il reo sia tratto al patibolo a coda d’una bestia” (legato vivo ad un animale, come specifico per i perpetratori di sacrilegi quali appunto sarebbe stata la supposta Donna Papa: e come qui si nota la successione temporale risulterebbe identica, “prima legata alla bestia” e poi “lapidata”).
Secondo questa versione della leggenda la donna poi venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e la Basilica di San Pietro. Questa strada venne (apparentemente) evitata dalle successive processioni papali – anche se quando quest’ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo , il papato era ad Avignone , e non c’erano processioni papali a Roma.
Sempre secondo la leggenda, a Giovanna successe Papa Benedetto III , che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall’855 al 7 aprile 858 . Il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito assunto da un altro Papa Giovanni VIII (pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882 ).
Apparentemente, sin dai tempi immediatamente successivi alla Papessa Giovanna, ogni candidato a Papa viene sottoposto a un accurato esame intimo per assicurarsi che non sia una donna (o un eunuco ) travestita. Questa verifica prevederebbe il sedersi su una sedia dotata di un foro. I diaconi più giovani presenti tastano quindi sotto la sedia per assicurarsi che il nuovo Papa sia maschio: “E allo scopo di dimostrare il suo valore, i suoi testicoli vengono tastati dai presenti più giovani, come testimonianza del suo sesso maschile. Quando questo viene determinato, la persona che li ha tastati urla a gran voce “testiculos habet” (“Ha i testicoli”) E tutti gli ecclesiastici rispondono: “Deo Gratias “(“Sia lode a Dio”). Quindi procedono alla gioiosa consacrazione del Papa eletto” = Felix Hamerlin , “De nobilitate et Rusticate Dialogus” (ca. 1490 ), citato in The Female Pope, di Rosemary & Darroll Pardoe (1988).
Come per tutti gli altri miti in generale, esiste una parte di verità, abbellita da uno strato di finzione. Una sedia simile esiste; quando un Papa prende possesso della sua cattedrale , San Giovanni in Laterano a Roma, si siede tradizionalmente su due sedie di porfido, dette “sedia stercoraria”. Entrambe hanno un foro.
Il motivo di questi fori è oggetto di discussione, ma poiché entrambe le sedie sono più vecchie di secoli della storia della Papessa Giovanna (e anche del Cattolicesimo ), esse chiaramente non hanno niente a che fare con una verifica del sesso del Papa.
Si è ipotizzato che in origine fossero sorta di “bidet” romani o degli sgabelli imperiali per il parto, che a causa della loro età e origine , vennero usate dai papi intenti a mettere in evidenza le loro pretese imperiali (come fecero anche con il loro titolo latino di “Pontifex Maximus”. Il mito della Papessa Giovanna fu screditato da David Blondel storico e teologo protestante della metà del XVII secolo . Blondel, attraverso un’analisi dettagliata delle affermazioni e delle tempistiche suggerite, argomentò che nessun evento di questo tipo poteva essere avvenuto. Tra le prove che discreditano la storia della Papessa Giovanna troviamo:
La processione papale di Pasqua non passava nella strada dove la presunta nascita sarebbe avvenuta.
Non esiste nessun documento d’archivio di un tale evento.
La “sedia dei testicoli”, su cui i Papi siederebbero per avere la propria mascolinità accertata, è di molto precedente all’epoca della Papessa Giovanna e non ha niente a che fare con il requisito che ai Papi vengano controllati i testicoli (come spiegato più sopra).
Papa San Leone IV regnò dall’847 fino alla sua morte nell’855 (e Papa Benedetto III gli successe nel giro di settimane), rendendo impossibile che Giovanna abbia regnato dall’853 all’855.
Il momento della prima comparsa della storia coincide con la morte di Federico II , che era stato in conflitto con il papato.
Gli storici concordano in generale che la storia della Papessa Giovanna sia una satira anti-papale ideata per collegarsi allo scontro del papato con il Sacro Romano Impero, facendo leva su tre paure cattoliche medioevali:
un Papa sessualmente attivo;
una donna in posizione di autorità dominante sugli uomini;
l’inganno portato nel cuore stesso della Chiesa.
Comunque, ciò che potrebbe aver preso avvio come satira da presentare nei carnevali di tutta Europa, finì per essere una realtà accettata a tal punto che alla Papessa Giovanna, fanno riferimento personaggi come Guglielmo di Occam. La leggenda acquisì supporto dalla confusione sugli ordinali dati ai Papi di nome Giovanni; siccome Giovanni è il nome di Papa più usato, e alcuni Giovanni erano antipapi , ci fu confusione su quali numeri appartenessero a quali veri Papa Giovanni.
A causa di ciò l’elenco ufficiale del Vaticano non comprende un Papa Giovanni XX .
 
La Papessa, ritratta su una carta dai Tarocchi Visconti-Sforza eseguiti da Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library (inv. M. 630), New York. -  Fonte: Wikipedia
A riprova della forte penetrazione nella cultura popolare di questa leggenda alcuni suggeriscono che la carta della Papessa, nei Tarocchi , sia una rappresentazione della Papessa Giovanna.

da Cultura-Barocca


mercoledì 26 ottobre 2016

Sulla sconfitta degli Aztechi: integrazioni





Illustrazioni di Theodore de Bry pubblicate nella Brevissima relacion de la destruycion de las Indias de Bartolomé de las Casas, 1552
L'Impero Azteco non era molto dissimile rispetto agli imperi della storia europea.
Come molti imperi europei, infatti, era composto da molte etnie ma era un sistema di tribù più che un vero e proprio sistema di amministrazione.
 

...Malineli Tenepatl, Malinche, Malintzin o Doña Marina (Coatzacoalcos, 1502 – 1529), è famosa per essere stata l'interprete e, nel contesto di versioni diverse e contrastanti, l'amante di Hernán Cortés che ne parla al capo 56 della sua "Relazione". Viene conosciuta con i nomi Malinalli, Malintzin (trasposizione in spagnolo del nome originale; il suffisso tzin stava ad indicare uno stato di nobiltà), o meglio Malinche o La Malinche, nome con il quale è più comunemente ci si riferisce a lei, oppure usando il nome cristiano con il quale venne battezzata, Marina, quasi sempre con l'appellativo di doña Marina. Gli Aztechi chiamarono Cortes con lo stesso nome Malinche. 

...Cortés ben sapeva che il suo esercito spagnolo di alcune centinaia di uomini, nonostante la superiorità tecnologica in campo bellico e l'artiglieria per quanto ancora bisognosa di evoluzioni che saranno assai considerevoli solo dal XVIII secolo, senza l'aiuto dei nemici storici degli Aztechi, in particolare degli abitanti della "Repubblica di Tlaxcala", che gli fornì un'armata di migliaia di combattenti rivelatisi basilari per la vittoria il suo destino a fronte dell'immenso esercito che Montezuma - peraltro, al pari dei suoi sacerdoti, sempre meno convinto della validità di una rovinosa profezia sulle sorti dell'Impero espressa da sua sorella - poteva mettere in campo sarebbe stato prima o poi segnato.
 

"...La principessa [sorella, non amata, di Montezuma II, in fama di religiosissima se non addirittura di sibilla e, cosa da lui oltremodo destastata, concorde coi Sacerdoti del culto tradizionale ] pregollo [l'uomo che, invocato dalla consorte, l'aveva trovata viva e sana dopo che la morte l'aveva poco prima sottratta] di far sapere a Montezuma [i nomi risentono dei fenomeni di spagnolizzazione e variano nella grafia: propriamente dovrebbe dirsi Moctezùma Sciocoyotzin, vale a dire Moctezùma il Minore per distinguerlo da Moctezùma il Grande, vale a dire Moctezùma I ] suo fratello ch'ella avea un affare dell'altro mondo da partecipargli. Montezuma, accompagnato dal re di Tescùco e da alcuni grandi della sua corte andò a vedere la pretesa resuscitata [oltre la "favola" di cui qui si parla, non si può escludere un qualche fatto reale e che, con il supporto dei sacerdoti avversi alla riforma teocratica dell'Imperatore, la donna avesse fatto ricorso per una sorte di catalessi alle svariate proprietà della medicina sciamanica] : trovolla in mezzo ad una folla di preti, mentre assicurava a tutta questa assemblea colla massima franchezza, ch'era veramente morta, ma che nel momento che passava il fiume dell'oblivione, un giovane l'arrestò, la prese per mano, e le fece comprendere che il regno dei cattivi era finito, che Topilcin era in via per tornare nel Messico e spandere una nuova luce sull'Anahuac; e che la consigliò a riedere nuovamente alla vita, per annunziare l'ultima risoluzione di Dio, e predicare che tutti si preparassero a ricever Topilcin rispettosamente e con gratitudine, siccome una celeste redenzione, e per ricevere ella la prima, devotamente, il divino liberatore [e il tutto innegabilmente risuonava come una condanna della riforma teocratica realizzata da Montezuma oltre che una formidabili riproposizione delle vicende degli antichi Aztechi, da secoli scesi nell'ombra, che, dopo tante vicissitudini e peregrinazioni, come imposto da un oracolo, più antico d'ogni cosa, si fermarono innanzi ad "un'Aquila assisa sur un Nopalo che venisse fuori dalle crepacciature di uno scoglio" = nel luogo donde che avrebbe segnato ed esteso i grandi destini dell'immenso Impero che da loro sarebbe derivato ]... "   

 
 Ixtlilxochitil, re ma in qualche modo usurpatore di Texcuco, si alleò (non unico) con gli Spagnoli = la difesa, che ne fece un discendente, la "Memoria" di Don Ferdinando D'Alva Cortes Ixtlilxochitil fu validamente confutata dall'edizione critica del Bustamante (che la editò) con una feroce critica agli Spagnoli sotto titolo de Orribili Crudeltà dei conquistatori del Messico e degli Indiani che li aiutarono a sottomettere questo Impero alla Corona di Spagna, in cui tra altre considerazioni nella Conclusione del Bustamante avverso Ixtlilxochitil fattosi con migliaia e migliaia di uomini alleato dei Conquistatori Spagnoli, assieme agli storici nemici dell'Impero Azteco, vale a dire i componenti della potente "Repubblica di Tlaxcala" [un ruolo basilare ma spesso solo ombreggiato nella "Conquista" di Cortés la ebbe Malineli Tenepatl, Malinche, Malintzin o Doña Marina che fu interprete del condottiero spagnolo (il quale ne scrisse nelle sue Lettere) e che soprattutto svolse una funzione basilare per pacificare quest'ultimo con la Repubblica di Tlaxala = accerrima nemica dell'Impero azteco o meglio della federazione delle tre città Tenochtitlán, Texcoco e Tlacopán. Del resto Cortés giunse ad affrontare Tlaxala con l'appoggio di 12.000 Totonachi passati dalla sua parte: Cortés seppe sfruttare le divisioni esistenti all'interno dell'Impero, acuita dalla politica teocratica di "Montezuma II" entrato in contrasto coi suoi stessi sacerdoti e con la stessa sorella).  
 
Tlaxala era accerrima nemica dell'Impero azteco o meglio della federazione delle tre città Tenochtitlán, Texcoco e Tlacopán e di conseguenza alleatasi con Cortes fornì enormi aiuti in vettovagliamento e soprattutto un esercito che giunse a superare le 70.000 unità aspirando il suo Senato in caso di un successo spagnolo di riconoscimenti peculiari, sin a poter egemonizzare il nuovo Messico, da parte di Carlo V: riconoscimenti che avvennero, seppur la città venne falciata, senza più risorgere, da un'epidemia di vaiolo portata dagli Spagnoli di maniera che Tlaxala non ebbe quanto sperato, vedendo accomunato il suo destino a quello di altre genti, nemici storici compresi = quello, cioè, che vien comunemente definito il genocidio mesoamericano dovuto all'avidità spagnola e sostenuto dall'imposizione coatta del cattolicesimo (pur non dovendosi dimenticare alcuni religiosi qui proposti elettisi, fra molti rischi, difensori dei nativi), tra non poche manifestazioni di superstizione, con relative devastazioni di patrimonio culturale e monumentale, diffusesi nel corso delle sovrapposizioni cultuali volute dai nuovi padroni del Messico (a livello di questo colossale degrado è comunque opportuno rammentare lo scempio demografico fu in buona parte anche alimentato dall'"importazione" dall'Europa nel "Nuovo Mondo" di malattie ignote e falcidianti, tra cui il vaiolo ma non solo, ebbero un ruolo catastrofico - 
   
Resta quindi, per correttezza, da precisare che Cortés, consapevole delle tensioni storicamente interne all'Impero Azteco, e peraltro acuite dalla feroce teocrazia introdotta da "Montezuma II" contro il parere di sua sorella e dei suoi stessi sacerdoti, in effetti ebbe come primi alleati i Totonachi di "Cimpual" che gli fornirono un esercito di 12.000 uomini ). Senza queste varie forze, nonostante la superiorità delle armi (in dettaglio archibugi e cannoni), il piccolo contingente di Cortés (in contrasto con altri spagnoli con cui dovette combattere venendo giudicato ribelle come lui stesso scrisse parlando però non di ribellione sua di "mal'animo" altrui) senza tali aiuti sarebbe stato spazzato via dal monumentale esercito imperiale = e se a tutto ciò si aggiungono le diecine di migliaia di uomini che il ribelle Ixtlilxochitil sottrasse all'esercito azteco, cui apparteneva, si unì a Cortès si intende bene come la Conquista - che sarebbe certo avvenuta ma solo in virtù dell'arrivo di forze spagnole ben superiori - non sarebbe sopraggiunta nei termini noti, talora alimentati partendo dall'Ottocento da una certa retorica, menzionando pure l'oculato nordamericano Prescott]. on il crollo di Tenochtitlán e dell'impero azteco, la conquista spagnola non si fermò. Oltre a sottomettere il resto dell'attuale Messico e di gran parte dell'America centro-meridionale, compresi i popoli con i quali si erano in un primo tempo alleati, l'impero spagnolo negli anni seguenti attuò una seconda conquista, ossia nella sistematica repressione delle culture e delle religioni indigene. Il Cattolicesimo venne imposto con la forza (anche se, per correttezza, non bisogna dimenticare quei religiosi che rischiarono anche la vita per tutelare i precolombiani: citiamo qui, fra molti, i nomi di B. de Las Casas, di Fra Marco da Nizza, del Padre e Predicatore Gesuita Antonio Vieira ed ancora del domenicano Diego Duràn). Comunque nel sostanziale processo di imposta conversione dei nativi al Cattolicesimo le antiche divinità vennero rapidamente associate al demonio secondo un processo decisamente più severo di quello antichissimo intercorso in Europa nel passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo. Del resto data la dominazione spagnola operava inizialmente la più intollerante Inquisizione Spagnola che, in correlazione con il serpeggiare della Superstizione, alimentava un clima di terrore avverso ogni diversità precolombiana, peraltro e spesso reso eclatante dalle novità ambientali oltre che culturali contro cui urtava la paura del diverso degli Europei alle prese con un Mondo davvero Nuovo. Dieci anni dopo la caduta del grande impero azteco e delle divinità della spiritualità tradizionale, nelle vicinanze del lago dell'antica Tenochtitlán si crede sia apparsa a un indio di nome Juan Diego una visione mistica. I cristiani la associarono immediatamente alla Madonna, chiamata Nostra Signora di Guadalupe e divenuta in seguito la patrona del Messico e dell'America Latina. L'apparizione tuttavia — come fa notare lo storico William Taylor — presentava le caratteristiche tipiche di alcune divinità locali, come il mantello blu e verde della coppia cosmica di Ometeotl e un'agave americana, pianta associata alla Dea Madre, un tempio alla quale sorgeva inoltre sulla stessa collina di Tepeyac, luogo della manifestazione. Gran parte dei codici e del patrimonio culturale azteco venne mandato al rogo dall'inquisizione, (assieme a molti indigeni), causando così la scomparsa quasi totale delle culture precolombiane. Esemplare quanto accaduto durante la costruzione della Cattedrale di Città del Messico: ci furono diversi cedimenti e le autorità religiose non tardarono a incolpare il terreno e le pietre usate per la costruzione. Infatti la nuova cattedrale stava sorgendo sopra le rovine del Templo Mayor di Tenochtitlán ed era edificato proprio con le pietre del tempio pagano. Si diffuse così, in un clima di paura e superstizione, la credenza che le divinità azteche fossero presenti nelle pietre della Cattedrale. Soltanto nel XIX secolo si iniziò a recuperare le antiche culture mesoamericane. Tutte queste sono considerazioni che possono descrivere in qualche maniera il quadro generale della situazione drammatica venuta a crearsi: comunque a prescindere da sottomissione religiosa e distruzione del patrimonio culturale precolombiano la conquista del Messico diede agli Spagnoli (ma poi e per altre contrade americane -sin ad occupare fra tutti l'intiero continente- a Portoghesi, Inglesi, Francesi) il quasi assoluto dominio per circa 300 anni (sino alla loro crisi e poi all'indipendenza delle popolazioni locali) di un territorio vastissimo e ricchissimo di materie prime e di minerali preziosi come l'oro e l'argento. Per gli aztechi e le altre popolazioni indigene significò l'annientamento quasi totale della propria cultura e identità, che sarebbero confluite solo nei secoli successivi in una nuova cultura meticcia e in una nuova grande nazione erede di due popoli. Un fattore decisivo: la catastrofe demografica causata dalle malattie. Secondo i ricercatori Cook e Borah [Cook, S. F. y W. W. Borah (1963), The indian population of Central Mexico, Berkeley (Cal.), University of California Press ], la popolazione azteca diminuì da 25 milioni a 6 milioni in 30 anni dalla conquista. La storiografia moderna ha determinato che uno dei fattori decisivi, se non quello definitivo, che rese possibile la conquista e la sottomissione delle culture e degli imperi dell'America Latina da parte degli europei, fu la catastrofe demografica causata dalle malattie portate dagli europei nel Nuovo Mondo. Naturalmente fu inevitabile che malattie, contro cui neppure in Europa la medicina possedeva rimedi, come il vaiolo e la peste abbiano costituito il vertice della rovina demografica ma è fuor di luogo che pure altre malattie nei cui confronti i nativi non avevano elaborato anticorbi svolsero un ruolo non da poco nel falcidiare la popolazione nativa. I citati Cook e Borah, dell'Università di Berkeley, dopo decenni di ricerche ed aver sostenuto che quando Cortés sbarcò in Messico, la popolazione della regione arrivava a circa 25,2 milioni di persone sostennero che 100 anni dopo ne rimanevano meno di un milione. Nella stessa epoca Spagna e Portogallo assieme non arrivavano a 10 milioni di abitanti e in tutta Europa vivevano circa 57,2 milioni di persone. Il Messico ha recuperato la popolazione del XV secolo solo negli anni sessanta del XX secolo.  

Bernal Díaz del Castillo, conquistador, esploratore spagnolo e cronista della Conquista del Messico al seguito di Hernán Cortés nel suo libro Historia Verdadera de la Conquista de la Nueva España lasciò scritto che nella presa della grande provincia di Cempoal, trovarono nei templi, tra le altre cose, anche numerosi libri Con Codici Aztechi si indicano i manoscritti opera di autori aztechi nel periodo precolombiano e in quello della conquista spagnola.
Questi codici sono una delle principali fonti primarie per la conoscenza della cultura azteca.
I codici precolombiani differiscono da quelli europei in quanto sono in larga parte pittografici.
Le ipotesi che si fanno a proposito dei supporti sono proposte sulla scorta di poche notizie: dato che sappiamo che Aztechi e Maya hanno prodotto una grandissima quantità di libri, oggi chiamati comunemente codici, le cui pagine erano realizzate utilizzando pelle di daino, corteccia di ficus e fibre di agave, è probabile che anche le mappe fossero disegnate su fogli degli stessi materiali. Fermo restando un plausibile dibattito, effettivamente in corso, sulla reale o quantomeno più usuale tipologia di questi supporti, in merito a quanto qui si discute, giova rammentare che de visu pure lo stesso Cortès potè constatare l'importanza della scrittura anche solo per l'amministrazione del vasto dominio messicano e la contabilità e verosimilmente con la scrittura, per quanto estranea agli spagnoli, l'esigenza di biblioteche ed archivi ove conservare i tanti documenti rammentando che oltre a cio' Cortès -come si evince da un brano dalle lettere che costituiscono la "Relazione a Carlo V"- di rimpetto alla grandezza dell'impero e alla poca conoscenza spagnola delle coste ebbe occasione di chiedere a Montezuma, che lo soddisfece con incredibile rapidità come qui si legge, una mappa dettagliata di particolari approdi.
Non ci sono codici superstiti fatti con questo materiale, benchè Francisco Lopez de Gómara, cronista e compagno di Cortés durante la conquista, ce ne abbia lasciato testimonianza.
Di fatto, gli esemplari di mappe di epoca coloniale sono dipinti su stoffe di cotone o su carta di tipo europeo, molto raramente su pelle di animale.
Dopo la conquista, taluni affermano che molte di queste mappe furono bruciate nei roghi di libri "eretici" organizzati dai monaci francescani, roghi nei quali vennero bruciati migliaia di libri = che ciò sia avvenuto o meno e che di ciò si siano occupati i francescani e non piuttosto i Conquistadores resta aperta la strada verso quei tanti religiosi che si adoprarono per la salvaguardia di prodotti librari aztechi e tra cui un ruolo notevole è da attribuire, tra altri, proprio ad un religioso francescano (il missionario Bernardino de Sahagún da cui dipese la salvezza del così detto "Codice fiorentino" ) che comprese molto della religiosità azteca, anche in forza della storia delle lingua, pervasa di una cosmogonia che aveva assai meno aspetti diabolici di quanti si supponevano.
I codici dell'era coloniale invece non contengono solamente pittogrammi, ma anche scritti in lingua Nahuatl (in caratteri latini), in spagnolo, e occasionalmente in latino.
Nonostante ci rimangano solamente pochissimi codici pre conquista, la tradizione dello tlacuilo (pittore di codici) sopravvisse alla transizione alla cultura coloniale; gli studiosi hanno accesso attualmente a circa 500 codici dell'epoca.


 

lunedì 22 agosto 2016

Bartolomé de Las Casas

Fonte: Wikipedia
Bartolomé de Las Casas (Siviglia, 1484 – Madrid, 17 luglio 1566) fu figlio di un ricco proprietario spagnolo di piantagioni nei Caraibi. 
Ammirò la portata delle GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE NEL "NUOVO MONDO", convinto delle ENORMI PROSPETTIVE PER LE GENTI DI TUTTO IL MONDO GRAZIE ALL'IMPRESA DEGLI ESPLORATORI. Ma fu disgustato dalla CONQUISTA BRUTALE DI INTIERE CIVILTA' con i "Conquistadores" spinti solo da colpevole AVIDITA' DI ORO E RICCHEZZE DEGLI "IMPERI DEL SOLE", MASCHERATA SOTTO GIUSTIFICAZIONI DI CIVILIZZAZIONE, LOTTA AGLI INFEDELI, A RITI BARBARI E PRATICHE MAGICHE. 
Rimase certo sconvolto tanto dalla tragedia del crollo dell'IMPERO AZTECO quanto dell'IMPERO INCA, poiché vide nella gesta dei "Conquistadores" non solo l'assenza di ogni umanità, ma anche il segno di quella stupidità umana, mossa dall'avidità, che, inducendo a devastare ogni cosa che non fosse ricchezza, finì col distruggere anche le scientifiche e culturali CONQUISTE DI CIVILTA' EVOLUTE, CHE AVREBBERO POTUTO GIOVARE AGLI EUROPEI. I "Conquistadores" sfruttarono ogni cosa che procurasse denaro, ma trascurarono per esempio il PATRIMONIO COSTITUITO DALLA FITOTERAPIA PRECOLOMBIANA, andando invece a depredare le "MUMMIE" DELLE NECROPOLI INCAICHE, sperando di poter alimentare - ma le loro aspettative si rivelarono presto prive di fondamento per il diverso processo di IMBALSAMAZIONE - il remunerativo, ma ormai carente commercio delle MUMMIE EGIZIE, a prezzi esorbitanti utilizzate in medicina.
Decise allora di difendere gli Indios come predicatore e divenuto vescovo di Chiapas nel 1544 intensificò questa sua opera, ottenendo però l'odio dei latifondisti spagnoli. Nonostante l'appoggio del papa fu costretto a ritornare in patria e discolparsi, con successo, da gravi accuse di eresia, dietro cui si celava l'avversione che si era attirata sia per le CRITICHE PALESEMENTE MOSSE AI GOVERNANTI SPAGNOLI DELLE AMERICHE sia per le convinzioni, spesso pubblicamente espresse, che meglio e di più per i nativi AVREBBERO POTUTO FARE LE MISSIONI CATTOLICHE [pur se fra i diversi religiosi sussistevano giudizi divergenti, specie a riguardo dell'operato dei "Conquistadores"; basta qui confrontare ciò che scrisse fra timore, disgusto e sincera volontà d'aiutare gli indigeni contro le prepotenze dei Conquistatori Fra Marco da Nizza (n.d.r.: o  Fray Marcos de Niza) dell'Ordine di S. Francesco, testimone oculare del tracollo dell'Impero Inca, con quanto invece in merito al processo di "civilizzazione" ed "evangelizzazione" del Messico compare in questa assai consolatoria Lettera del Reverendo Padre Francesco da Bologna scritta dalla Città di Messico nell'India o Nuova Spagna al Reverendissimo Padre Clemente da Monelia Provinciale di Bologna].
[Vedi qui i punti basilari de: Encomienda, dibattito su colonialismo e schiavizzazione delle popolazioni amerindiane, Leggi di Burgos, Leggi Nuove, Giunta di Valladolid, contesa Las Casas - Sepulveda.]
Per l'età avanzata e le malattie, Bartolomé de Las Casas non tornò più in America, ma continuò a difendere la causa degli Amerindiani al punto estremo da consigliare poi la TRATTA DEI NERI: ritenendo che, per la loro robustezza, gli africani fossero meglio idonei degli Indios a sopportare il massacrante lavoro delle coltivazioni americane e che comunque in tali nuove contrade potessero ottenere migliori possibilità di vita. Contraddetto dai fatti, successivamente si pentì aspramente di questa affermazione (verisimilmente vagliando anche le disumane condizioni con cui gli schiavi catturati venivano trasportati per via delle NAVI NEGRIERE), sostenendo pubblicamente che la "cattività dei negri è ingiusta tanto quanto quella degli indiani".

da Cultura-Barocca

 

sabato 13 agosto 2016

L'Argentina diventa indipendente

Buenos Aires, Palazzo del Congresso - Fonte: Wikipedia
Nel Settecento il conflitto tra Spagna e Portogallo ebbe come principale posta il possesso del territorio sulla sinistra della foce del Rio de la Plata, chiamato Colonia del Sacramento, e toccò il momento più aspro col governatore Pedro de Cevallos, che, ottenuta l'elevazione del governatorato al rango di vicereame (1776), riuscì adoccupare il territorio conteso.
 
I suoi successori dettero un amministrazione più organica e complessa al vicereame: intanto BUENOS AIRES crebbe sin a toccare nel 1778 i 24.000 abitanti. Cordoba divenne invece la città dotta, con la sua universita, e il principale centro cattolico, col Collegio gesuitico di Montserrat.
 
Verso la fine del secolo e i primi dell'Ottocento crebbe l'influsso culturale europea e si intensificò l'attività economica, proprio mentre lo spirito individualistico dei pastori e dei contadini e il malcontento del basso clero, in grande maggioranza creolo, venivano preparando le condizioni favorevoli allo scoppio rivoluzionario, nel quadro delle grandi rivoluzioni nordamericana e francese.
 
I precedenti si scoprono nel tentativo inglese di occupare Buenos Aires nel 1806.
Sconfitti una prima volta gli invasori, il francese Jacques de Liniers si impose qual governatore militare della capitale, e, coadiuvato dalla Legion de patricios fondata dall'elite argentina, riuscì nel 1807 a respingerli per sempre sì da conquistare pure Montevideo.
Fattosi nominare vicere e conte di Buenos Aires, il Liniers entrò però in conflitto con i suoi stessi seguaci, che avevano acquistato nel la coscienza delle proprie possibilità.
 
Espressione della ricca e aperta borghesia cittadina, i creoli della Legion de patricios avevano alla testa uomini di idee liberali di matrice europea quali Mariano Moreno e Manuel Belgrano che su una politica di rivendicazioni nazionalistiche intesa ad avvalersi dei conflitti tra l'Inghilterra e la Francia napoleonica onde dare nuova sistemazione giurisdizionale all'ARGENTINA. Onde eliminare i vincoli posti dagli occupanti e mirare all'affermazione d'un liberismo economico, che intendeva aprire Buenos Aires al commercio inglese, costoro fecero leva sull' interesse dei creoli. Di conseguenza il cabildo o municipalità della capitale divenne il centro delle tante rivendicazioni.
L'apertura del porto, chiesta in forza del memoriale Moreno , diede subito dei frutti per le finanze della città: in dipendenza di ciò i capi del cabildo avanzarono nuove richieste,contando sulla debolezza della Spagna impegnata nel- na guerra con Napoleone. Quando, il 22-V-1810, il Vicerè spagnolo de Cisneros convocò il cahildo abierto sorsero formidabili discussioni tra spagnoli ed esponenti creoli : questi ultimisi elettisi patrioti invasero allora la sala dell'assemblea e proclamarono la Giunta governativa provvisoria delle Province unite del Rio de la Plata. L'assemblea risultò presieduta da Saavedra e composta, fra gli altri, dal Moreno, dal belgrano da J. J. Castelli, da Manuel Alberti e Bernardino Rivadavia.
 
Questa che passò alla storia come "Rivoluzione di maggio"non ebbe connotati ideologici e anzi per molti aspetti risultò estemporanea di maniera che, quietatisi gli animi, i più moderati fra i conservatori al seguito del Saavedra, i quali si sentivano condizionati dalla politica liberale del Moreno e del Belgrano, non vollero dichiarare l'indipendenza dalla Spagna. Per quanto tardivamente la Spagna reagì all'insurrezione ma senza frutti significativi sin a quando nel 1811-12 presero sempre più piede gli oppositori del Saavedra, sostenitori dell'indipenza. Così il 22-XI-1811 fu emanato uno statuto provvisorio e finalmente nel gennaio del 1813 potè esser convocata l'assemblea costituente che sancì la rottura definitiva dei legami con Madrid. Il Belgrano si portò in Europa assieme al Rivadavia onde ottenere il riconoscimeto dell'indipendenza. Salì allora ai vertici del potere, nel gennaio 1814 , il capace generale Jose de San Martin, che, dopo celebre marcia attraverso la catena andina, debellò gli spagnoli a Chacabuco, prese Santiago ed ancora battè gli spagnoli a Maipù nel 1818 in modo da rendere fattibile pure l' indipendenza del Cile. Confortati dai successi trionafali del San Martin i rappresentanti delle province argentine solennemente, il 9-VII-1816, proclamarono l'indipendenza del Rio de la Plata.
 
Il congresso dei deputati argentini, l'11 maggio 1819, trasferitosi a Buenos Aires promulgò quindi la nuova costituzione, forgiata sul modello inglese.
Non risultò però mai, pur dopo aver conseguita l'indipendenza semplice, la collaborazione fra BUENOS AIRES, dominata da una borghesia mercantile e marittima assai intraprendente, dai creoli, fautori di un liberalismo unitario, e le PROVINCE DELL'ARGENTINA, dove predominavano media e piccola proprietà agraria, composta di meticci, ed ambiguamente assistite da una marea di indi, contadini poveri e poco più che servi della gleba, tutti comunque assai legati alle autonomie locali e alla conservazione di vecchi privilegi corporativistici corporativistici, che tpoliticamente si identificavano nel "movimento democratico federalista".
Si giunse presto ad uno scontro che divenne anche aspro.
Dapprima ebbero la meglio i liberali della capitale, guidati dal Rodriguez e dal Rivadavia, che nel 1825 divenne presidente.
 
Però verso il 1827 si affermarono i federalisti che lo costrinsero a dare le dimissioni.
Nel 1829 salì al potere il forse più abile ma anche più spietato esponente dei federalisti, JUAN MANUEL DE ROSAS che ottenne in successione gli incarichi di governatore e capitano generale.
Prese così l'avvio una lunga, sanguinosa dittatura, che, rinnegando le posizioni che l'avevano fatta affermare, diventò gradualmente accentratrice, avvalendosi di ogni mezzo per sterminarei rivali.
L'anno quaranta fu in dettaglio il più spaventoso nel contesto di tale guerra civile fra il dittatore e l'esercito "liberatore" dei suoi awersari. I successi conseguiti nelle guerre contro Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Bolivia e Uruguay e la conqista della Patagonia rafforzarono ancora negli anni seguenti il Rosas, ma la resistenza dei liberali e l'intervento europeo portarono poi alla sua sconfitta il 3-II-1852, nella battaglia di Monte Caseros ad opera del suo stesso luogotenente generale Urquiza.
Il 1°-V-1853 venne proclamata la nuova costituzione e, dopo un periodo di nuovi dissidi interni, finalmente nel 1862 il presidente Bartolomé Mitre riusci ad aprire un lungo periodo di sviluppo pacifico, nel quale l'ARGENTINA conobbe grandi progressi economici, vide la costruzione di ferrrovie e di opere pubbliche, apporto dell'emigrazione europea, regolazione pacifica dei confini, con una relativa stabilità e maturazione politica dei partiti politici rappresentanti i principali gruppi sociali del Paese.



lunedì 1 agosto 2016

La regina Pomarè

Entro il XIV volume della silloge ("Raccolta di viaggi dalla scoperta nel Nuovo Continente fino a' dì nostri") del geografo italiano Marmocchi (editore Giachetti di Prato, 1844) si trova la narrazione di un "VIAGGIO NELLA POLINESIA" di Gabriel Lafond de Lurcy,, capitano di nave e membro della Società Geografica di Parigi.
 "Amo appassionatamente i viaggi, sono la filosofia che cammina. I vostri m'hanno istruito e dilettato: come non seguirvi a traverso il mondo?" così scrisse il Lamartine in merito ai viaggi del Lafond [Gabriel Lafond de Lurcy] nelle Americhe, sottolineando al meglio l'idea del viaggio come momento di formazione e arricchimento =

Ma il "Resoconto del [questo] viaggio" è in "due parti", dedicate alle "ISOLE MARCHESI" e alle "ISOLE DELLA SOCIETA'", CUI QUI SI PRESTA L'ATTENZIONE BASILARE"; segue un "VIAGGIO NELLA MALESIA E IN ALCUNE ISOLE VICINE ALL'AUSTRALIA":

B - "ISOLE DELLA SOCIETA'" (TAHITI = VEDI QUI IN MERITO ALLA TOPONOMASTICA DEL TEMPO LA DISTINZIONE E LA SCELTA TRA LE FORME "TAITI" E "O - TAITI") [ Cap. VI (viaggio, suo scopo, descrizione) = l'episodio dell'ammutinamento dell'equipaggio del Bounty mercantile inglese inviato per raccogliere nell'isolo una certa quantità di piante dell'albero del pane che vi crescevano endemicamente e spontaneamente] - Cap. VII [missionari inglesi - missionari francesi / riformati e cattolici (Pur se in una chiave filofrancese -del resto coerente quanto orgogliosa della postazione etnica, sociale e politica della famiglia, specie dal padre, e dal Lafond stesso espressa in altro volume- l'autore offre a chi legge molte informazioni a riguardo di Tahiti anche se qui di seguito è giusto proporre le motivazioni profonde delle trasformazioni dell'isola con l'avvento dei Francesi specie sotto la Regina Pomare o Pomarè IV e con precisione cita molti dati assai utili tuttora su vari argomenti come = l'affermazione del Cristianesimo grazie anche all'aiuto del re Pomaré II dopo duri conflitti in merito alla cosmogonia e alla religione dei Tahitiani l'idolatria (pag.107 e segg.) = i religiosi (partendo dai missionari inglesi) contestualmente non riuscirono però ad estirpare la feroce Società idolatra degli Aréois, comportante l'iniziazione ai misteri del dio Oro nell'"isole della Società", Mahui nelle "Isole Marchesi" comportanti la guida di 12 maestri, il cui culto era collegato, tra l'altro, alla prostituzione sacra e al sacro dovere dell'infanticidio (pag. 112): analizza anche nel giudizio dell'autore francese l'eccessiva severità -causa poi di avversione popolare- dei missionari luterani a scapito della popolazione e si veda a titolo di esempio "la punizione tramite loro inflitta sia ad una donna adultera che al suo amante congiuntisi fuori del vincolo matrimoniale: sempre a giudizio dell'autore - francese, dietro cui, come detto sopra, si intuisce la favorevole postazione per i connazionali e la Chiesa cattolica. Vedi da un lato la sua sanzione della ben superiore accettazione dei missionari cattolici da parte della popolazione e, a testimonianza dei crescenti contrasti dei missionari di culti cristiani diversi, in questo modo fuorviando la realtà su scelte piuttosto prese dalla Regina Pomare o Pomaré IV, una sanzione da parte dello scrittore piuttosto sulla opera dei "missionari luterani" avverso i "sacerdoti francesi Caret e Laval che la Società delle Missioni Cattoliche aveva nel 1836 spediti a O-Taiti" )] - Cap. VIII (cultura, custumi, società, economia, religione dei Tahitiani) - Cap. IX (interessi della Francia nel controllo di Tahiti - altre isole = vedi anche nel cap. IX: trattato Francia - Isole Sandwich (Honolulu 24 luglio 1837) - corrispondenza di Pomaré regina di Tahiti con il governo francese [ N.D. R. = leggi qui con attenzione la bio-bibliografia di Pomare o Pomaré IV di cui sopra è proposto un ritratto giovanile su stampa antiquaria = contrariamente al padre convertitosi al Cristianesimo la giovane regina continuò a praticare l'idolatria e sia la scarsa simpatia per i missionari luterani che, soprattutto, il diniego a sbarcare per i due sacerdoti cattolici francesi di cui sopra si è parlato Le costarono parecchio: in particolare i missionari cattolici non rimasero inerti e chiesero l'aiuto della Francia che, temendo un'intrusione dell'Inghilterra cui la Regina non mancò di rivolgersi e ponendo le basi come qui si vede per un loro protettorato dopo la morte dell'erede della regina il figlio Pomare o Pomaré V, lo trasformarono in un vero e proprio possedimento coloniale ] - caccia alla balena - colonie di Francia: problemi connessi [ ad integrazione di questa parte vedi anche: Napoleone III Imperatore dei Francesi e tutte le sue opere, politiche, storiche e militari qui digitalizzate = vedi in particolare in relazione al tema qui proposto: Il Canale del Nicaragua ovvero progetto di congiungere gli Oceani Atlantico e Pacifico) ]

tavole del volume

1 - RITRATTO DELLA REGINA POMARE' (POMARE IV) [N. D. R. = LA REGINA E' QUI EFFIGIATA ALLA GUISA DELLE FANCIULLE DEL LUOGO: IL LAVORO E' DEL MARMOCCHI STESSO CHE PUO' ESSERSI RIFATTO A FONTI DOCUMENTARIE DEL LAFOND SE NON A FANTASIA = -SORPRENDENTEMENTE, A DIFFERENZA DELLA QUASI TOTALITA' DI ALTRI RELATORI ED ESPLORATORI LA GIOVANILE BELLEZZA DELLE TAHITIANE PARE DAPPRIMA NON CONDIVISA DAL LAFOND TRANNE CHE IN CASI LIMITATI: IN SEGUITO PERO' L'AUTORE, NON SEMPRE LINEARE NEI GIUDIZI, CONTINUANDO A SCRIVERE, QUASI CONTRADDICENDOSI COME MOLTI A FRONTE DI ESPERIENZE ED EMOZIONI TANTO NUOVE QUANTO ESOTICHE, MITIGA ALQUANTO LA SUA INIZIALE CRITICA ALLA MAGGIOR PARTE DELLE INDIGENE, QUELLE CHE MOLTI GIA' CHIAMAVANO "SACERDOTESSE DI VENERE"- CORREGGENDO L'ORIGINARIA CRITICA ED AFFERMANDO SEMMAI CHE NELL' INVECCHIAMENTO, ACCELERATO DAI PRECOCISSIMI MATRIMONI, DAI PARTI E DALL'ALLATTAMENTO, LA BELLEZZA SAREBBE PRESTO SVANITA E L'ASPETTO DI MOLTE SI SAREBBE APPESANTITO IN QUELLA PINGUEDINE CHE, IN UNA FOTO RITRATTO A FONDO IMMAGINE DOPO QUELLA DEL FIGLIO SUCCESSORE, A FINE DI QUESTA MAPPA ANTIQUARIA DI TAHITI VEDIAMO CARATTERIZZARE LA SOVRANA ORMAI ANZIANA 
= E' DA AGGIUNGERE CHE IL LAFOND SOTTOLINEA CHE I TAHITIANI AVEVANO UN "SACRO TERRORE DELLE SCARPE CHE IMPRIGIONANO I LORO PIEDI TANTO VOTATI AI BALLI E ALLA DANZA, ANCHE SE POI, IN DEFINITIVA, SOSTIENE CHE L'USANZA DEI CALZARI CONTAMINERA' ANCHE LORO E SOPRATTUTTO SORPRENDE, DOPO LA DESCRIZIONE ANCHE CONTRADDITTORIA SOPRA ESPOSTA SULLA BELLEZZA DELLE FANCIULLE (QUASI A TESTIMONIARE OCCULTAMENTE I GIUDIZI DI COOK E BOUGAINVILLE, OLTRE CHE LE SCELTE DI TANTI MARINAI DEL BOUNTY, SE NON UNA PERSONALE ESPERIENZA) COME IL GIOVANE AUTORE SEMBRI LASCIARSI ANDARE AL RIMPIANTO DEI PIACERI DELL'AMORE COLTI IN QUALCHE BOSCHETTO D'IBISCO, PARLANDO ALTRESI' DEL FISCHIO CONVENUTO TRA I MARINAI PER AVVERTIRE GLI AMANTI E SOPRATTUTTO LE GIOVANI "PECCATRICI" DELL'ARRIVO DEI MISSIONARI EQUIPARATI AL MITOLOGICO ARGO E REPUTATI PUNITORI SEVERI DEL LORO GREGGE = E DEL RESTO A CONCLUSIONE DEL TUTTO I RIPENSAMENTI DEL LAFOND A CHIUSA DELLA NARRAZIONE PAIONO CONCENTRASI IN QUESTO SEVERO AMMONIMENTO VERSO LA MORALE DEI MISSIONARI: NON SI DISTRUGGE IN UN GIORNO L'INNATA INCLINAZIONE D'UN POPOLO; E PASSERA' GRAN TEMPO AVANTI CHE O-TAITI NON SIA PIU' LA PATRIA D'ARDENTI E FACILI AMORI" ] -

2 - "INTERNO DI TAITI" -

3 - VEDUTA D'UNA TOMBA NELL'ISOLA TAITI -

4 - SELVAGGI DELL'ISOLA DE' NAVIGATORI -

5 - "DONZELLE DI GUAHAM"
Vedi quindi digitalizzate nel contesto della stessa opera (le lettere maiuscole indicano la successione e disposizione delle distinte relazioni dei viaggi nel testo a stampa del Lafond) = A - "ISOLE MARCHESI" - C - "VIAGGIO NELLA MALESIA E IN ALCUNE ISOLE VICINE ALL'AUSTRALIA"