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martedì 11 aprile 2017

Gladiatori

Foto: Wikipedia
Il GLADIATORE era un particolare lottatore della antica Roma. Il nome deriva dal gladio, una piccola spada corta usata molto spesso nei combattimenti. La pratica dei combattimenti di gladiatori proviene dall'Etruria e, come molti altri aspetti della cultura etrusca, fu subito adottato dai romani.
La sua origine è da ricollegare al cosiddetto munus. Nell'antica Roma, munera (plurale latino) erano le opere pubbliche previste per il bene del popolo romano da soggetti facoltosi e di alto rango.
La parola munera, (munus al singolare - cf. l'italiano "munificenza") significa "dovere", "obbligo", esprimendo la responsabilità individuale di fornire un servizio o un contributo alla sua comunità. I munera eran dovuti quindi alla munificenza privata di un individuo, in contrasto con i Ludi, "giochi", competizioni sportive o spettacoli sponsorizzati dallo Stato.
I munera gladiatoria come detto erano quindi dovuti all'abitudine dei personaggi più facoltosi di offrire al popolo, a proprie spese, pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze, per esempio duelli all'ultimo sangue fra schiavi in occasione del funerale di qualche congiunto. I munera potevano essere ordinaria, previsti cioè in occasione di certe festività, o extraordinaria per celebrare particolari occasioni.
I combattenti potevano essere dei veri professionisti, nuovi gladiatori inesperti, condannati (criminali, schiavi, galeotti, prigionieri di guerra, cristiani, e via dicendo), o degli uomini liberi, senza distinzioni di razza, né di sesso (i combattimenti di gladiatrici, estremamente rari, erano sempre quelli più richiesti).
I galeotti e i prigionieri di guerra, particolarmente agguerriti per essere sopravvissuti ad anni di lotte e di sofferenze, erano molto ricercati. Molto spesso erano originari di terre lontane (per esempio Numidia, Tracia, Germania), e si proponevano volentieri, in modo da poter progredire in questa carriera. Era infatti inconcepibile per un Romano inserire in un combattimento di gladiatori qualcuno che non fosse volontario.

L'addestramento dei gladiatori era ancora più approfondito di quello praticato nelle scuole militari romane. Praticavano la scherma con le spade specifiche, il maneggio di armi particolari, e miglioravano la loro condizione fisica con faticosissimi allenamenti. Durante l'era cristiana, la gladiatura divenne uno sport di alto livello a Roma, e i centri di addestramento rivaleggiavano tra loro nel cercare di produrre i migliori combattenti. 

Le condizioni di vita per i gladiatori erano eccezionali, in quanto essi - nonostante la reputazione morale e professionale come nello stesso caso di attori/attrici non godeva del favore dell'opinione pubblica ed era stata riprovata anche ufficialmente dallo Stato- avevano le porte aperte a tutte le serate mondane organizzate a Roma e nei suoi dintorni, specie dall'alta società, cosa che non si discosta troppo dal costume moderno e non ove personaggi dello spettacolo e sulla "cresta dell'onda del successo" son ricercati per movimentare ed illustrare le feste dei facoltosi: del resto il "tifo" (spesso associato anche ad un personale successo mondano non escluso quello, pur occasionale, di natura erotica e sessuale, per gli atleti e combattenti, specie per i gladiatori ma anche per gli aurighi delle corse) legato all'abitudine di scommettere, era così alto che non mancarono scontri fra singoli e soprattutto fra opposte tifoserie sì da rendere necessario come in questo caso l'intervento della forza pubblica seguito da provvedimenti restrittivi in maniera non dissimile da come può accadere tuttora seppur per altre forme di competizioni: forza pubblica spesso necessaria anche solo per organizzare e dirigere il traffico e lo spostamento di enormi masse di tifosi e spettatori specie in relazione agli spettacoli degli Anfiteatri e dei Circhi.
L'addestramento, avveniva nella cosiddetta "Palestra", collegata al Colosseo tramite un corridoio sotterraneo ed era la loro vera estrema costrizione e occorreva aver cura di questi autentici atleti, dei loro momenti di rilassamento e del prestigio della loro reputazione. 

I nuovi gladiatori non avevano il privilegio dell'accesso alle serate di feste ma questa notorietà faceva parte della vita che inseguivano tanti giovani gladiatori [La rivolta di Spartaco prese corpo nel 73 a.C., in una scuola di gladiatori di Capua ma, all'epoca, questo sport era ancora poco e male regolamentato].
Gli storici studiano ormai con una nuova ottica la gladiatura romana (vedi di L.Jacobelli il volume Gladiatori a Pompei ) in un profilo più "sportivo", rimarcando così, nettamente, una separazione con la storiografia classica, influenzata dalla fede cristiana, molto ostile a certe pratiche.
I Greci adottavano ugualmente sport marziale, ma la gladiatura non era praticata in tutto l'Impero Romano; in Egitto e in Medio Oriente, in particolare, dove ci si contentava delle corse dei carri, lo sport principe dell'antichità.
Secondo la cultura popolare, prima del combattimento i concorrenti si recavano sotto la tribuna dell'Imperatore, quando egli era presente, e urlavano: Ave Caesar, morituri te salutant., ("Ave Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano"). Pare invece che la storiografia recente abbia confermato l'infondatezza di questa "notizia". Si ritiene che la frase sia stata pronunciata da un gruppo di condannati a morte che, tentando di ingraziarselo, la scandirono prima di iniziare a combattere per l'imperatore Claudio. Per nulla intenerito, egli disse semplicemente "Continuate".
I combattimenti opponevano sempre delle coppie di gladiatori differenti: Reziari, Secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri. Ogni categoria di gladiatori aveva le proprie peculiarità, in materia di equipaggiamento e di colpi permessi. Ogni categoria di gladiatori aveva dei vantaggi e degli svantaggi.
Cercando di rendere pari le chances di ogni combattente, i romani dosavano questi vantaggi e questi svantaggi. I combattimenti più classici mettevano di fronte: i Reziari contro i Secutores ed i Traci contro i Mirmilloni.
Si gareggiava poi per trovare idee sempre nuove, traendo ispirazione da episodi mitologici, o ricercando situazioni grottesche, come quella inscenata dell'imperatore Domiziano che, nel 90 fece combattere nani contro donne.
 
È da smentire la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla. È probabilmente vero che il pubblico esprimeva il suo gradimento, e forse anche la volontà di vita e di morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere. Soltanto chi si comportava vilmente era "condannato a morte" dal pubblico, il che accadeva comunque raramente: i combattenti di carriera erano esperti nel dare spettacolo e il pubblico non voleva vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo.
L'organizzatore, imperatore compreso, doveva pagare una cifra molto alta per ogni gladiatore ucciso. Non era perciò francamente incline a chiedere spesso la morte. I romani erano molto appassionati di statistiche sportive e si conservavano cimeli della carriera di alcuni gladiatori, dimostrando che essi erano stati sempre “graziati” o, vincitori. Di più, il gladiatore, se fosse stato ferito, poteva in qualsiasi momento interrompere i combattimenti.
Quando comunque un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, gli si avvicinava uno schiavo con la maschera del dio Mercurio, che aveva il compito di accertarne la morte toccandolo con un ferro rovente. 

Sul famoso gesto del "pollice verso", le fonti sono scarse e discordanti. Un passo delle Satire di Giovenale (verso pollice vulgus cum iubet) sembra dare spazio alla circostanza, ma le fonti storiche propriamente dette non ne parlano. Prudenzio, in contra Symmachum 2.1096 usa il verbo convertere: Et, quoties victor ferrum jugulo inserit, illa delicias ait esse suas, pectusque jacentis virgo modesta jubet converso pollice rumpi.
Altre espressioni sono pollicem premere e pollex infestus. In realtà, in tutti i passi latini, il problema verte su quale sia il senso da dare all'espressione "verso pollice" o "converso pollice" o simili, se cioè pollice girato debba intendersi all'insù o all'ingiù. Nell'interpretazione di alcuni appare certo, ad esempio, che il pollice rivolto in basso non significasse la morte per il gladiatore.

Per moderare la virulenza dei cruenti spettacoli del circo che inorridava la parte più moderata dei Romani alcuni imperatori cercarono di temperare il munus rendendolo più umano ricorrendo alla lusio.
Le hoplomachiae infatti potevano essere simulate, con armi adattate per non causare ferite, nel prologo al combattimento vero e proprio con la prolusio o con la lusio nei punti salienti dei munera. Questi duelli simultanei incruenti tra gladiatori disarmati servivano alla loro preparazione per il vero scontro con l'uccisione dell'avversario.
Traiano e Marco Aurelio cercarono di ampliare nelle loro feste la parte dedicata al lusio diminuendo così quella del munus. Dopo i fasti di Ostia, Traiano, il 30 marzo 108 organizzò una lusio della durata di tredici giorni con 350 coppie di gladiatori. Marco Aurelio, il cui figlio Commodo aspirava alla fama di gladiatore, cercò di diminuire, in ottemperanza alla sua filosofia stoica, le spese di bilancio destinate ai munera fuori Roma e quando offrì alla plebe romana le lotte tra gladiatori le organizzò sempre come lusiones.
I Romani continuarono però a preferire alle lusiones le hoplomachiae tanto che in Gallia e in Macedonia dal II secolo in poi furono modificati i teatri affinché potessero servire ai combattimenti tra gladiatori e alle venationes.